Il piacere
Letteratura italiana
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Opinioni inserite: 8
Un romanzo d'altri tempi
Profondamente curato e stilisticamente perfetto, Il Piacere è un romanzo di indubitabile peso storico e letterario. Un protagonista dalle passioni travolgenti, una femme fatale, uno stile prolisso e accurato da tipico esteta e la bellezza seducente di una Roma immortale non sono che ghirigori intorno ad un grave problema della società di fine ottocento: la decadenza della classe aristocratica.
Non si può criticare un'opera di così vasta portata, tanto meno se accompagnata dallo stile impeccabile del D'Annunzio, il quale, pur mantenendo un linguaggio chiaro e alla portata di tutti, non rinuncia a raffinate figure retoriche, riferimenti a grandi poeti del passato - come Percy Shelley -, accurate descrizioni di luoghi e sentimenti e all'inserimento di appassionati sonetti in stile petrarchesco. Tutto ciò può avere due reazioni nel lettore: esaltarlo follemente o annoiarlo mortalmente, io propenderei per la seconda opzione, se non amassi la musicalità poetica e la perfezione nello stile.
Non possiamo non accennare infine, all'importanza rivestita dall'apparenza e dall'arte. Il giovane protagonista, Andrea Sperelli, in quanto giovane artista e raffinato esteta si lascia guidare nel cammino della propria esistenza dal consiglio del padre: "Bisogna fare la propria vita, come si fa un'opera d'arte", e questo immagino dica tutto sulla sua personalità.
Vorrei allegare un piccolo stralcio tratto dal libro, per rendere ancora più chiare le mie parole: "Affascinato dal tramonto bellicoso, egli non anche giungeva a veder chiaramente in sé medesimo. Ma, quando la cenere del crepuscolo piovve spegnendo ogni guerra e il mare sembrò un'immensa palude plumbea, egli credé udire nell'ombra il grido dell'anima sua, il grido d'altre anime. Era dentro di lui, come un cupo naufragio nell'ombra".
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Ultimo aggiornamento: 11 Febbraio, 2013
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L'agonia annichilita della bellezza aristocratica
Ecco qui il romanzo che apre la stagione decadente della letteratura nostrana.
In primo piano, v'è una travagliata vicenda d'amore vissuta da Andrea Sperelli, protagonista tanto ossessionato dall'aspetto esteriore quanto completamente privo di carattere e di personalità; per quanto egli tenti di 'rifugiarsi' dietro la raffinata educazione culturale ricevuta dal padre, egli non rimarrà che un misero fallito per l'intero sviluppo della trama.
Il lessico è aulico ed artificioso, lo stile è impostato secondo gli elenchi e le anafore della paratassi, la prosa manca di musicalità e nemmeno i vocaboli in lingua straniera riescono a conferire il benchè minimo 'pathos' alla lettura: ne risulta un registro verbale alquanto piatto, ed il ritmo è talmente lento che provoca nel lettore un misto di noia e di svogliatezza.
Una parziale nota di merito va conferita alla notevole cura nel descrivere le emozioni ed i sentimenti dei personaggi, messi in primo piano dai numerosi flashback che minano la corretta linearità cronologica della fabula.
Importante è anche il contesto storico che influenza non poco le caratterizzazioni psicologiche delle figura presenti nel romanzo, in quanto ci troviamo nel periodo in cui le società vedono l'ascesa delle classi lavoratrici medio-basse, con la crisi degli intellettuali a causa della mercificazione dell'arte;
Sperelli risponde a cotal 'affronto' assumendo il ruolo eccentrico, snob ed elitario dell'esteta, ma alla fine è azzeccato il paragone con cui l'autore conclude il romanzo: un armadio può possedere un'infinità qualità estetica, ma rimane pur sempre un oggetto freddo, austero e privo di vita. Andrea Sperelli idem.
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Un dipinto di Rossetti
L'oro, una scultura, petali rossi quasi sfioriti, gli amori e le passioni travolgenti, l'estrema sensualità, un'angosciante senso di oppressione, l'horror vacui. Questo è il barocco, è il troppo che non storpia, l'eccesso che è male di vivere, è nostalgia dell'Olimpo, è uno sguardo rivolto a qualcosa di più nobile e più grande della nostra vita. Andrea Sperelli è alla continua ricerca di questo qualcosa, una ricerca febbrile che lo conduce nei meandri dell'arte, del sesso, della passione sfrenata per una donna, per un oggetto, a volte semplicemente per un'idea, magari l'dea di una rinascita spirituale che si incarna in un'altra donna, Maria.Tuttavia è Elena il soggetto dei continui turbamenti e dei desideri, anche quelli rivolti a Maria, di Andrea, un eroe passivo ed eccentrico, un amante voluttuoso ed egocentrico, un esteta di fine secolo a contatto con una società nascente, una società in cui non v'è più posto per i 'nobili', per i finissimi ricercatori del gusto estetico, ma soltanto per i sordidi locali in cui i rigattieri acquistano l'aristocratica mobilia a poco prezzo.
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Va apprezzato per ciò che è, il romanzo-documento di un'epoca classista e fortemente "decadente" (sotto tanti punti di vista) ma non credo che ammirare quest'opera sia un insulto ad autori considerabili più "attuali" della nostra letteratura.
A mio modesto parere d'Annunzio ha una forte capacità di evocazione, sembra di vivere e di percorrere le strade e gli scenari che ci vengono descritti...
Estremi
Ci sono due possibilità per questo libro: o lo si ama, o lo si odia.
Si possono condividere le convinzioni e le azioni del protagonista, o le si possono giudicare sciocche e dettate da un profondo egocentrismo.
Le vicende sono quelle di una società agiata, con ogni tipo di lusso e vizio, ma anche incentrata sul gusto dell'arte e della letteratura. Andrea Sperelli è un poeta e un artista, un uomo succube del fascino femminile.
Personalmente ho apprezzato molto questo romanzo, magari non ho sempre condiviso i pensieri dello Sperelli, ma è stata una lettura piacevole, aiutata dallo stile sublime di D'Annunzio che mi ha fatta rimanere incollata alle pagine.
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Ultimo aggiornamento: 02 Agosto, 2012
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....ma mi faccia il Piacere!!!!
Masochisticamente ho letto questo libro ben due volte: la prima ai tempi del liceo e lo considerai una palla allucinante; la seconda dopo vent'anni per vedere se agli occhi di un adulto l'effetto fosse cambiato: no, è proprio una palla allucinante! Ho provato la sensazione di un mattone vuoto: un libro che non dice niente ambientato in una Roma baroccheggiante e con un personaggio tanto pieno di se quanto nullafacente che instaura insulse storie d'amore con due signore altrettanto insignificanti fino a quando, nel peggiore dei lapsus che possano capitare, chiama una amante col nome dell'altra... Meglio "La pioggia nel Pineto"....
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Datato
Andrea Sperelli: un uomo che vuole fare della propria vita un'opera d'arte (sì, ma QUALE opera d'arte?); con l'arroganza di poter codificare qualsiasi cosa secondo i propri criteri (il "Bello": cos'è il "Bello"?). In una Roma depauperata delle sue innumerevoli sfaccettature perché piegata a far da cornice sontuosa e barocca della narrazione, si svolge la vita di un personaggio che, animato dalla costante tensione ad elevarsi dall'ordinarietà dell'uomo comune, alla fin fine, non fa nulla di straordinario. Più che di un'opera d'arte, la sua esistenza è la banale rappresentazione di un rapporto conflittuale con la società borghese. Sperelli ne disprezza i valori in nome di una propria presunta eccezionalità, per poi catalizzare, esasperare quegli stessi valori, come si evince dalla sua brama di possedere dei beni, dagli oggetti d'arte alle donne (ovviamente degradate ad oggetti da collezionare): cosa c'è di originale in questo? Cosa c'è di straordinario? Cosa c'è di antiborghese? Insomma, interessante nel romanzo è solo l'effetto paradossale di riaffermazione radicale dei dis-valori borghesi attraverso il tentativo di mostrarne (in senso etimologico) la "volgarità". Per comprendere appieno come il romanzo sia più banale e datato di quanto si strombazzato all'epoca, è sufficiente: 1) documentarsi sui romanzi a cui D'Annunzio ha attinto a piene mani sfiorando il plagio; 2) notare come l'autore non reinterpreti in modo personale e originale il dualismo che contrappone la donna pura, angelica, a quella sensuale, fatale; 3) leggere il ben più complesso, problematico e originale "Dorian Gray" di Wilde. In poche parole, Andrea Sperelli, pur racchiudendo la quintessenza della distorta idea di personalità eccezionale, straordinaria, che serpeggia tuttora nella quotidianità italiana, fa ormai quasi sorridere, perché non ha la "malattia" tipica dell'uomo moderno, di cui, tanto per fare un esempio, parlava nei suoi saggi Pirandello (autore che, invece, aveva compreso l'improponibile arroganza di chi, alle soglie del Novecento, era cieco di fronte all'agghiacciante ben più realistico avvento del relativismo culturale). Non per niente, D'Annunzio e Pirandello si contrapposero più volte. Datato e ormai muto lo Sperelli; Mattia Pascal (o Vitangelo Moscarda) e Dorian Gray continuano, invece, ad interrogarci e a farsi interrogare.
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Ultimo aggiornamento: 04 Aprile, 2012
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Dispiacere
Ottimo e perspicace al suo tempo. "Il Piacere" è un romanzo scarno e sfavillante, un godimento esaudiente per il poeta, che nella celebrazione della superficie riusciva a scavarsi in pronfondo. Ma oggi ne abbiamo abbastanza di estetismo, e il romanzo non cattura la benevolenza, è una palla al piede. Un trionfo all'epoca, ma la decandenza è netta oggi. Un fallimento per un poeta di così grande calibro. Ma dopotutto fallì anche Petrarca, coi suoi Trionfi, quindi chiuderò un occhio; torno da Ermione.
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Ultimo aggiornamento: 27 Mag, 2011
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La decadenza della mia voglia di vivere
Ci vuole coraggio.. molto coraggio nel leggere questo libro.
Sono presenti le tipiche caratteristiche sia della poetica d'annunziana che del movimento decadente del '900, ovvero l'estetsmo (che porta con sé l'erotismo), l'epifania e, perciò, l'amore ed un coinvolgimento con la natura.
Viene analizzata la decadenza di un esteta che, stanco di vivere la sua vita tra il lusso e la mondanità, ha voglia di cambiare, di assaporare meglio la vita e tutto ciò che porta con sé: sentimenti nei confronti di amici, di AMORE, ecc.. Una voglia che, però, è contrastata da quell'abitudine che lo aveva portato a rincorrere un piacere dopo l'altro, un'abitudine di cui non se ne libererà mai.
Conoscendo il personaggio di Andrea Sperelli e la sua voglia di 'cambiamento' si riscontrano molte somiglianze con la poetica di Baudelaire, che presenta il dualismo 'femminile', ovvero: la donna luciferina contro quella angelica. Ciò significa che si ama follemente la prima tipologia (quella 'diabolica' ovvero spinta dalle passioni, eccitante...) anche se si tende a quella angelica (pura, sia da un punto di vista fisico che intellettuale - la donna che riuscirebbe a modificare il comportamento e gli atteggiamenti dell'esteta). Sebbene si provi a combattere, il risultato non sarà mai quello desiderato.
Esattamente quello che avviene con lo Sperelli: innamorato di Maria Ferres (la donna angelica), ma fortemente proteso verso Elena Muti, l'incarnazione della bellezza, della seduzione, di quella consapevolezza del proprio potere sugli uomini, che affascina molto il personaggio.
Lo stile rispecchia fortemente l'autore: uomo di grande cultura, che utilizza un livello medio-alto e che fa riferimenti alla letteratura di altri tempi - tipico di una persona che conosce e che ostenta il suo sapere.
Il mio parere personale è abbastanza negativo, non dal punto di vista della trama (molto entusiasmante), ma da un punto di vista stilistico: sembra una raccolta di descrizioni, in cui tra una e l'altra viene riportata un pò la storia. Ovviamente questo lo sapevo già, poichè avendolo studiato me l'aspettavo, ma ho fatto davvero fatica a proseguire la lettura, tant'è che alla fine ho deciso di abbandonarlo. Là dove la lettura non è più un piacere, ma una noia è meglio voltare pagina.
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- sì
- no
Lo consiglio anche a chi ha letto, o almeno a chi conoscere anche Baudelaire, da cui si possono comprendere determinate assonanze.









