La coscienza di Zeno
Letteratura italiana
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La coscienza di Zeno
Per lunghe pagine, Zeno Cosini è di un’indisponenza irritante. Ipocondriaco e indulgente al vittimismo, ha però la fortuna di essere benestante di famiglia e di avere un amministratore oculato che gli permette di passare il tempo senza lavorare ascoltando i propri mali (immaginari, tanto da fargli invidiare i malati veri). La sua inettitudine – simboleggiata dall’incapacità di abbandonare il fumo e con ogni probabilità autoimposta – lo porta a non saper stabilire una relazione col padre morente e a lasciarsi scegliere dalla moglie (ma anche qui viene assistito dalla sua buona stella) e dall’amante che, sotto una finta innocenza, lo rivolta come un calzino spillandogli una discreta somma. Insomma, non raggiunge l’antipatia, ma neppure la certa qual grandezza, dell’Ulrich de ‘L’uomo senza qualità’, ma resta un personaggio assai scostante. Oltre all’irresolutezza, con l’antieroe di Musil condivide anche l’ambiente, l’alta borghesia nell’impero asburgico ormai al tramonto, e una certa svolta psicologica nell’ultima parte del romanzo: a contatto con il fallimento umano e commerciale del cognato Guido, Zeno riesce a dare una mossa a sé stesso e un senso alla sua vita. Se poi è tutto vero… La narrazione è immaginata come la rievocazione degli episodi salienti del proprio passato fatta dal protagonista a fini psicoanalitici, ma, come rivelato nell’ultimo capitolo, egli odia la psicoanalisi – per non parlare del dottore che gliela propina - e, per dispetto, nel racconto non si è fatto mancare omissioni o abbellimenti (il medico, peraltro, si vendica pubblicando il tutto, come descritto nell’acre ironia del prologo). L’ultimo dei tre romanzi di Italo Svevo, uscito nel 1923, non è uno di quei libri che si leggono d’un fiato, ma, con il suo ritmo lento ravvivato talvolta da un’ironia sottotraccia coinvolge il lettore che sappia essere non frettoloso e abbia voglia di immergersi in un mondo molto lontano dal presente per quanto riguarda le consuetudini o gli aspetti esteriori eppure così moderno nei suoi risvolti psicologici, con l’uomo contemporaneo intento ad annaspare alla ricerca di punti di riferimento o, quantomeno , di un appiglio che può essere anche una malattia inesistente: una modernità che raggiunge il punto più alto nelle ultime due, meravigliose pagine in cui Zeno, di fronte al contrasto tra le miserie della guerra e le proprie personali fortune, si lascia andare a parole di devastante e profetico pessimismo. Si tratta di una conclusione che varrebbe da sola il tempo passato a leggere un libro in cui la riflessione e l’introspezione psicologica sono del tutto predominanti mentre gli avvenimenti – tutti di normale vita quotidiana – impiegano pagine per dispiegarsi, regalando al romanzo un ritmo quasi ipnotico accentuato dalla scarsa presenza dei dialoghi che, anzi, vengono spesso narrati dal protagonista evitando l’uso del discorso diretto. Del resto, la lingua utilizzata è peculiare, intessuta com’è di arcaismi, imprecisioni e anche errori con cui il triestino Ettore Schmitz, in arte Italo Svevo e cresciuto tra dialetto e tedesco piuttosto che con l’italiano, caratterizza la sua versione di quello che Zeno (in questo caso più che mai alter-ego) definisce ‘toscano’. Anche sotto tale luce, si denota l’importanza della città natale,una Trieste che riesce a ergersi a protagonista in un romanzo che pur per lunghi tratti si svolge in interni: le lunghe vie ora brulicanti, ora solitarie e i giardini silenziosi da città mitteleuropea brillano stretti fra mare e montagna e sono destinati a una decadenza che culminerà nel tempo di guerra.
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Il trionfo degli anti-eroi
Nella storia della letteratura questo romanzo ha segnato un autentico superamento narrativo, morale, psicologico, perché apre veramente la storia del romanzo moderno, ispirato alla psicanalisi di Freud. Quel che balza subito agli occhi del lettore è la tecnica del monologo interiore realizzata in una nuova resa espressiva attraverso l'identificazione del narratore con il protagonista: non è lo scrittore a narrare la vicenda di un personaggio, ma il personaggio stesso, Zeno Cosini, che si analizza e si confessa mettendo in equilibrato rapporto la sua autobiografia con l'analisi della sua coscienza e della sua subcoscienza.
La storia è abbastanza semplice anche se si percepisce dal principio la dissoluzione sistematica del personaggio; ma non per questo è un romanzo frammentario. È vero che manca di una trama unitaria ed organica: infatti esso è suddiviso in varie parti staccate tra loro senza che sia possibile rintracciare, se non altro, i tempi di un'autobiografia. Eppure è un romanzo unitario e compatto narrativamente, perché dalla prima all'ultima parola è un'introspezione fondata sulla consapevolezza delle ragioni vere della nostra esistenza, sulla vacuità del nostro entusiasmo, e cioè sulla costituzionale inettitudine umana in rapporto alla imprevedibilità dei casi umani.
Nel romanzo spicca la condanna della società umana che ha alienato l'uomo con la produzione tecnica e scientifica, con l'industializzazione e con le mistificazioni; in questo senso svevo è demistificatore degli inganni della società borghese d'inizio Novecento senza, però, giungere a conclusioni ed alternative sul piano storico-sociale.
È al contempo romanzo ironico perchè nella descrizione dell'uomo mediocre e malato che accetta la precarietà della vita, riesce a tollerarla con saggezza e così, appunto, trova nell'ironia l'unica sua salvezza possibile. Conoscere se stessi significa anche tollerare il prorio stato di umanità e di miseria e, quindi, evitare la grande catastrofe accettando la tolleranza.
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La storia di tutti noi
Una storia semplice, ma mai banale, che ti fa sorridere e riflettere. Un introspezione di noi stessi, con i nostri limiti, i nostri problemi e l'animo umano in generale.
Libro piacevolissimo, molto scorrevo che ti mette di fronte te stesso all'essere umano piu semplice, ti mette di fronte a te stesso. Con i mille compromessi, e la determinazione del momento poi placata dalla propria psiche. Uno dei più bei libri che abbia mai letto. Grazie a Italo Svevo per questo capolavoro, che ci permette di riflettere meglio su cosa siamo e dove andiamo.
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Un uomo e il male di vivere
Ricordo di aver letto per la prima volta “La coscienza di Zeno” a diciott’anni,l’ultimo anno di liceo,in cui passare per autori come Italo Svevo è normale prassi.E ricordo ancora come,in quel periodo,passavo le giornate a combattere tra la tristezza delle delusioni amorose e il senso di incapacità davanti agli esami di stato.Mi sentivo un’inetta,un perfetto personaggio sveviano.
Forse è per questo che questo libro mi ha colpito.
Vi era qualcosa di tremendamente familiare nel personaggio di Zeno Cosini,un uomo che nel lungo flashback in cui ripercorre la sua vita si mostra così irrimediabilmente malato di inettitudine,così terribilmente fragile ed insicuro,e così straordinariamente vero.
Accademicamente parlando,potrei parlarvi di lui dicendo che Zeno,nato dalla penna di Italo Svevo,è un anti-eroe per eccellenza,un personaggio in cui lo stesso autore mise molto di se stesso,perché diciamoci la verità:nessuno di noi parlerebbe mai di un inetto a meno che non si sentisse lui stesso un inetto.E se ci si va a leggere la biografia dello stesso Svevo si ritrovano molti parallelismi tra la sua vita e quella dello stesso Zeno.Sono entrambi sfortunati,entrambi insicuri,entrambi sposati(per amore o per forza) a donne che si mostrano più solide di quanto non siano (io personalmente,negli atteggiamenti di augusta non ci vedo proprio niente di salutare).Svevo tenta di giustificare l’inettitudine che lui sentiva appartenente a se stesso creandosi l’alter-ego di Zeno Cosini,cercando di renderlo affascinante e complesso.E ci riesce.
Cogliendolo da un punto di vista più “umano” si potrebbe dire che Zeno è un inetto,ma più che inetto ha paura lui stesso di mostrarsi tale,è un personaggio che vorrebbe essere l’eroe di ogni situazione,forte e spavaldo,ma si ritrova ad essere così insicuro di sé da lasciarsi sopraffare da uno sbruffone-perché sbruffone è e sbruffone rimane-come Guido,che altra via non che suicidarsi nel tentativo di muovere a compassione Ada,per convincerla a salvarlo dai suoi problemi.Alla fine Zeno,un po’ per fortuna e destino,ed un po’ grazie alle sue capacità,si dimostrerà molto più capace degli altri personaggi del libro,rimanendo comunque confinato nella sua dimensione di uomo comune.Non ci sono grandi vittorie nella sua vita,ma umili soddisfazioni.Ma alla fine le sue vicende e le sue delusioni non sono molto diverse da quelle degli altri uomini,che sono inetti proprio come lui,ognuno o modo loro,ma sono solo più abili a nasconderlo. Forse al lettore non potrà piacere,perché lui non è un eroe.Non è neanche un uomo tutto d’un pezzo,ma diciamoci la verità:nessuno di noi è così fortunato da essere tutto intero.
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Ultimo aggiornamento: 26 Dicembre, 2011
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Essere convinti è condizione necessaria
Uno dei grandi della letteratura italiana.
Interessante, di facile lettura, attuale, tutto quello che si può dire ma, a mio parere, è fondamentale che la lettura non venga presa alla leggera; il linguaggio è estremamente abordabile. Tuttavia, non si può dire lo stesso della trama.
Non presenta grandi enfatizzazioni nello sviluppo dell'intreccio, per cui alcuni lettori potrebbero quasi definirlo piatto. Non lasciatelo alle prime pagine, sarebbe un errore. Vale davvero la pena di resistere fino alla fine, Svevo fa immedesimare tantissimo nel personaggio, per quanto possa piacere.
Se ci si aspetta un romanzo che tiene viva l'attenzione, meglio cambiare libro.
Se c'è convinzione, bisogna leggerlo, i classici non si chiamano così per niente.
Leggerlo a 15 anni ed è stato abbastanza impegnativo finirlo. Consiglierei 16-17.
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Zeno Cosini : uomo imperfetto perfetto per essere
Ho letto la Coscienza di Zeno per motivi "scolastici"..mi era stato consigliato infatti,quale portavoce del malato,per la mia tesina.
Questo all'inizio,poichè successivamente la ,per cosi dire, "forzatura",è divenuta un qualcosa di più profondo.
Zeno Cosini è stato per me,non solo il protagonista di un romanzo,che qualitativamente parlando,si può dire sia stato uno dei capolavori degli ultimi secoli,ma anche e soprattutto un compagno di viaggio.
Perchè è cosi che mi sento di descrivere la figura di Zeno Cosini : ovvero non solo com'è stato solito raffigurarlo per tanto tempo,da Inetto,quanto invece come colui che si è distinto per la sua simpatia involontaria e a tratti buffa che non fa che renderlo "proprio amico".
Zeno non è però uno sprovveduto o un malato reale,poichè questa definizione che lui stesso si dà per tutto il romanzo,non è che una reiterazione della sua intraprendenza ed efficacia nella vita.
E' infatti proprio Zeno a far passare tutti i suoi "colpi vincenti" come frutto di capovolgimenti a suo favore,nei quali tuttavia,si può invece intravedere il calcolo perfetto di un ragioniere che inconsciamente mette in atto tutto ciò che gli è lecito (e non ) a favore di se stesso.
Si può a questo punto ricordare i suoi successi che spaziano dall'amore,con il matrimonio con Augusta "la moglie perfetta",seppur fatto passare come frutto di un "equicovo",al successo in campo economico e famigliare "grazie" alla morte del cognato ,amato/odiato, Guido.
Spesso però anche questi stratagemmi non possono passare inosservati,ed è cosi che il capitolo finale si apre alle deduzioni del cosiddetto Dottor S,colui che in apertura aveva pubblicato il romanzo come danno a Zeno,colpevole di aver abbandonato la psicoanalisi.
Tutto questo è dovuto dunque al fatto che Zeno ha capito il "Giuoco della vita" e la relativa posizione e stratagemmi che si devono attuare al mondo per sopravvivere.
La Malattia attribuitasi non è,in fondo,che il modo di Zeno per stare al mondo e per tacitare i propri sensi di colpa : cosa che alla fine lui stesso capirà,con la consapevolezza che anche lui può essere definito sano poichè Questi può definirsi tale solo dopo aver capito che "la Società è inquinata alle radici".
Il romanzo,sgorgato,come un fiume in piena,dalla penna di Italo Svevo,è per me uno dei migliori di tutti i tempi.
Zeno Cosini è e rimarrà un inetto,ma se questo in cuor suo e agli occhi degli altri, viene letto come un qualcosa di negativo,non è cosi per me : è infatti proprio questa sua peculiarità a renderlo speciale e un perfetto compagno di viaggio.
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Uno di noi
Che dire di Zeno Cosini?
Il padre degli sfigati e nello stesso tempo degli eroi, per eccellenza.
Un uomo che come Socrate sa di non sapere e ne fa un'arte quasi sublime.
Importante ogni capitolo, ma particolare quello sul fumo che mi ha fatto sorridere e in alcuni passi ridere. "Che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l'uomo ideale e forte che m'aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente." Grande Zeno, sei tutti noi!!
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Tutto è il contrario di tutto
Mi sembra addirittura pazzesco aver letto ed apprezzato tanto "La coscienza di Zeno". Ricordo di aver provato un insieme di paura e timore prima di iniziare il libro, sia per motivi ben noti, quali delineano la storia di Zeno come la "palla letteraria" per eccellenza e sia per lo stile, che leggendo recensioni e/o parlandone con altri, è stato definito come uno stile esageratamente prolisso e tedioso.
Niente di tutto questo! E' stata una lettura stupefacente, forse un pò lunga per via degli impegni, ma davvero appassionante, e soprattutto, formativa. Annovero Svevo e Piranello come i grandi del '900, frutto di quella decadenza sociale e psicologica che si respirava in Europa prima, durante e dopo la prima e seconda guerra mondiale.
Mi preme, però, sottolineare una cosa, un fattore ASSOLUTAMENTE da non tralasciare: Italo Svevo è un economista, un imprenditore (perdonatemi il tempo verbale, ma per determinati 'geni' mi piace utilizzare il presente, per sentirli sempre vicini e attuali); questo elemento capovolge completamente la portata de "La coscienza di Zeno". Italo Svevo non ha un'educazione e una formazione umanistica, ma prettamente legata al commercio, al prodotto e all'industria. Il rapporto che ha con la letteratura è particolare: è autodidatta, si appassiona alla lettura e alla scoperta di classici e non. Ma dall'altro lato della bilanca pende il fattore 'odio' nei confronti di tutto ciò che non è calcolabile, quantizzabile, così da trasformare la letteratura in spreco, perdita di tempo. Il dissidio che si crea tra Svevo e la letteratura è forte: un odio nei confronti di quelle pagine da scrivere e da raccontare, ma una necessità nel farlo, quasi una dipendenza. Quest'incontro-scontro che si viene a formare, sarà la base di tutti i contrasti e le divergenze ne "La coscienza di Zeno".
Vorrei dare un suggerimento per chi si accinge a leggere questo libro. Bisogna ricordare una semplice formula, che permetterà di comprendere o non comprendere il testo: TUTTO E' IL CONTRARIO DI TUTTO. Zeno è un insieme di lati positivi e negativi, di si e no, di tutto e niente. Il due lati opposti di ogni cosa sono sempre presenti nel sig. Cosini. Sempre! Ecco perchè potrebbe diventare (non per tutti, ovviamente) un pò complesso riuscir a seguire il discorso sveviano.
Ma passiamo oltre!...
Tutti conosciamo, almeno spero, Zeno Cosini, detto l'inetto. Ma chi è l'inetto?
L'inetto è colui che non riesce ad agganciarsi alla realtà, colui che si pone domande alle quali non sa dare risposte, colui che è incapacitato di vivere, colui che è combattuto tra tanti mostri, cittadini perenni della sua mente, ai quali risponde con illusioni e menzogne per facilitare la sua esistenza e per incolpare gli altri dei suoi insuccessi. Dire 'insuccesso' però non mi sembra esattamente corretto, perchè ne "La coscienza di Zeno" si vede un uomo che non è lui a prendere determinate scelte, ma sono le scelte che prendono lui (es. il matrimonio con Augusta, che si rivela la moglie perfetta per lui, che funge da madre e da amante; oppure il procedere del rapporto con Carla; la vittoria in Borsa dovuta allle sue dimenticanze e via dicendo...).
Non bisogna confondere però l'inetto con il fallito, perchè l'inetto, se spronato, rende perfettamente, quasi quanto un 'normale', che Zeno criticherà per via della sua monotonia e della sua falsa sanità.
Non mi dilungo oltre, perchè non voglio annoriare nessuno. Volevo dare solo degli spunti necessari per comprendere meglio e (lo spero fortemente) apprezzare questo grande capolavoro, che purtroppo non ha riscontrato quello che avrebbe dovuto avere. Da parte mia, c'è una grande ammirazione e devozione non tanto per Zeno Cosini, ma per Italo Svevo, che ha saputo dimostrare, forse meglio di altri letterati cresciuti come tali, la duttilità dell'essere umano.
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Zeno: un "eroe maldestro"
"La coscienza di Zeno" altro non è che la raccolta delle memorie di Zeno Cosini operata dal fantomatico dottor S (molto probabilmente l'autore vuole fare riferimento a Sigmund Freud), che tenta di curare il suo paziente con la psicoanalisi. E' un romanzo di grande modernità sia per la struttura che per i suoi contenuti: i fatti non si susseguono cronologicamente ma secondo la psiche del protagonista che ripercorre eventi importanti del suo passato. La figura di Zeno mi ha sempre notevolmente affascinato, lo definirei una sorta di “eroe maldestro”. Egli è un inetto, cioè un soggetto psicologicamente instabile e quindi incapace alla vita (figura tipica della letteratura di Svevo) ma in fin dei conti non avrà una vita particolarmente ostile (cosa che accadeva invece agli altri personaggi dei precedenti romanzi dell’autore): non riuscirà mai a smettere di fumare ma non avrà conseguenze negative, tradirà la moglie senza che ella lo sappia, il lavoro procederà discretamente… e tramite la sua diversità riuscirà a mettere in discussione la sanità del mondo che lo circonda , considerandola come qualcosa di granitico , immutabile , poco incline al miglioramento. Afferma infatti efficacemente : “la salute non analizza se stessa e neppure si guarda nello specchio. Solo noi malati sappiamo qualcosa di noi stessi”.
La scrittura è molto complessa e non si può certo dire che sia coinvolgente ( molti critici parlarono dello "scriver male" di Svevo.) .
Potrei andare avanti per molto, tanto ho apprezzato quest’opera , ma particolarmente interessante è far notare come la figura dell’inetto cambi e maturi gradatamente nei tre romanzi di Svevo, passando dalla figura completamente frustrata e negativa di Alfonso Nitti , a quella più complessa e strutturata di Zeno Cosini.
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Capolavoro?? Non credo...
Non dico che sia completamente brutto...ma ecco da lì a definirlo un capolavoro ne passa...
Alcune trovate sono passabili, come i continui tentativi di smettere di fumare del protagonista...La seconda parte si risolleva un po' ma per il resto l'ho trovato un libro alquanto noioso e poco piacevole...
Lo stile non brilla ma non è nemmeno pessimo...
Non mi sento di consigliarlo...
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psocanalisi? no grazie
Chi cerca in questo libro interessanti spunti sulla psicanalisi,ovvero l'ingresso della psicanalisi in letteratura, rimarra' un po' deluso. E' sicuramente una novita' stilistica e di contenuti. Le azioni di Zeno raccontate attraverso la voce della sua coscienza, attraverso le mille voci interne che lo indeboliscono sempre piu' nonostante i buoni propositi. A me e' sembrato una negazione del valore della psicanalisi come terapia in grado di guarire dei mali (il che mi fa piacere e mi trova concorde). Rimane tuttavia il valore di strumento di analisi, appunto, della psicanalisi. Ma non si pretenda di guarire da certi disturbi/ mali di vivere (men che meno dalla depressione o da disturbi ossessivo compulsivi; qui semmai la psicanalisi fa danni). Mi sembra di vedere un malato di diabete che va dallo psicanalista, quando quello che dovrebbe fare e' prendere l' insulina. Mi spiace che lo stile narrativo, la sintassi, il lessico di questo libro siano piuttosto ''vecchi''. Ci sono opere a questa contemporanee che sembrano scritte oggi. Non e' il caso di Svevo.
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la coscienza di zeno
E' un indiscutibile capolavoro, un classico della letteratura non solo italiana, ai suoi tempi ( 1920) persino James Joyce ne rimane affascinato. Per Ettore Schmitz rivestire i panni di Italo Svevo rappresenta un modo per autoanalizzarsi, un tentativo di guarire dal " mal di vivere" che lo affligge come affligge il protagonista del romanzo. Come il dottor S. tenta di far guarire Zeno attraverso la scrittura, così Svevo credeva nelle sue capacità terapeutiche .
Il romanzo si apre proprio con un preambolo scritto dal dottor S. il quale invita Zeno a riprendere la cura e avvisa i lettori che la pubblicazione degli scritti avviene di proposito per indispettire Zeno. Di seguito viene proposto il diario scritto da Zeno,nel quale vengono riportati soprattutto i suoi pensieri, le sue paure,le sue nevrosi. Sullo sfondo L'amatissima Trieste poco prima del primo conflitto mondiale.Essendo un romanzo per lo più introspettivo i dialoghi sono pochi e il ritmo del racconto ne risente, Il lessico utilizzato è conforme all'epoca...
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LA COSCIENZA DI ZENO
Con questo testo del 1923, Svevo si avvicina al mondo della psicoanalisi freudiana;egli la accetta come tecnica di conoscenza,ma la respinge come terapia medica.
L'autore attraverso le pagine del romanzo, compie un viaggio nell'inconscio di un uomo da cui emergono ambiguità,contraddizioni e sensi di colpa. Zeno,il protagonista,intraprende una terapia per liberarsi dai problemi che lo affliggono e su consiglio dello psicoanalista, comincia a scrivere un diario della sua vita.
Nella ricostruzione delle tappe di una esistenza inconcludente, si delinea la figura di un uomo inetto alla vita e ammorbato da una "malattia" che spegne ogni impulso all'azione. Arriverà a considerare la malattia una condizione normale dell'esistenza e causa di ogni suo male.
Live-motiv del romanzo è l'incapacità di Zeno di smettere di fumare: egli crede che se riuscirà a farlo,tutto cambierà nella sua vita,ma i tentativi di astenersi dal fumo oltre ad essere vani,rappresentano lo sforzo inutile al raggiungimento del ruolo di buon marito, buon padre e valido commerciante.
Pagina dopo pagina vi è sempre un abisso tra le sue intenzioni ragionate e i suoi comportamenti effettivi.
In conclusione, si tratta di una lettura dai significati profondi, tuttavia il linguaggio adottato è semplice e scorrevole,inoltre la vena ironica ne rende l'approccio piacevole al lettore.
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CAPOLAVORO
Lo avevo letto alle superiori e, probabilmente, la giovane età non mi aveva aiutato a comprendere. Oggi che sono una persona adulta e ho vissuto esperienze di vita ho trovato questo libro sorprendentemente affine alla esistenza di molti di noi. Quando lo definiscono un capolavoro è assolutamente vero.Un capolavoro di psicoanalisi in cui spesso ciascuno di noi si ritrova nel personaggio. A volte è talmente profondo che mi chiedo come un uomo possa scrutare in una mente femminile in tale maniera e ci si chiede: "E' vero l'ho sentivo nel cuore ma non me lo spiegavo". Riesce splendidamente a produrre nel lettore una sorta di beatitudine perchè la malattia dell'anima di Zeno è una cura per la tua ammalata nell'identico modo. Come sono attuali i tempi e come ci mancano scrittori di tale grandezza. Posso solo dirvi leggetelo e disponete l'animo a una totale assenza di tempo e di spazio.









