Il casellante
Letteratura italiana
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Indimenticabile
È faticoso leggere Camilleri per chi non ha dimestichezza coi dialetti e si chiede che motivo ci possa essere per costringersi ad affrontare una lettura lenta e spesso ripetuta per comprendere il senso di un testo.
Ma provate a leggere “Il casellante”, uno dei titoli che formano la “Trilogia delle metamorfosi” – Maruzza Musumeci, Il casellante, Il sonaglio – e vi accorgerete della perfetta identità fra il linguaggio ed il contenuto del racconto.
Non riesco ad immaginare “Il casellante” scritto in lingua italiana. Ho la sensazione che il linguaggio elaborato da Camilleri sia l'unico adatto a descrivere non solo gli eventi, ma i sentimenti estremi di cui questo libro si nutre: la forza del desiderio, del dolore, della disperazione ed infine della follia di una donna cui è negata la maternità e di un uomo che per amore è in grado di affrontare la pazzia di lei assecondandola fino all’inaccettabile.
Bellissimo e poetico. Da leggere. Assolutamente.
“Ma Minica non chiangì né allura né appresso.
A Nino parsi che la sorgenti delle lacrime, dintra di lei, si era asciucata di colpo, doviva esseri addivintata tutta asciutta come il diserto. Non chiangì manco quella vota che, mentri cucinava, il cutreddu puntuto le cadì dalla mano e le si ‘nfilò dritto nel pedi mancino. Niscì tanto sangue che Nino s’appagnò e accomenzò a darle adenzia con mano tremanti e lo spirito col quale disinfettò a longo la firita doviva abbrusciare assà, ma lei nenti, né ‘na lagrima né un lamento, né ai né bai.”
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Un'altra favola triste.
Ecco la seconda favola della Trilogia della metamorfosi.
Bella e struggente.
Qui ritroviamo il dialetto "camillerese" che tanto abbiamo imparato ad amare,- ed a comprendere, ormai!
Il romanzo si ispira la mito di Niobe, infelice madre di sette maschi e sette femmine, uccisi dagli dei, e che fu poi , per pietà del suo dolore, trasformata in roccia.
E' la storia dolente di una maternità; prima desiderata, poi goduta con trepidazione.
Quando, in seguito ad una violenza brutale, tutto sfuma, e restano solo il dolore e la rabbia impotente...qui si entra nella favola.
Minica, la protagonista, si richiude in sè stessa; desidera solamente diventare albero, e così dare frutti.
Il marito per amore la asseconda; accetta di innaffiarla, potarla...e lei a poco a poco incomincia la trasformazione: i capelli in fronde, le braccia in rami; i piedi in radici.
Romanzo, dunque, con tante sfaccettature. Tratta il tema della maternità; dell'amore e della dedizione; del potere, con le sue prepotenze...
La vicenda si svolge infatti nel periodo fascista , di cui è tratteggiato un efficace affresco.
Il finale , pur essendo positivo, non manca di un fondo amaro. ...Lascio al lettore il gusto di scoprirlo, attaverso la lettura di una storia toccante in ogni pagina!
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Grande Camilleri!
Grande Camilleri! Passano gli anni, continua a scrivere anche con maggior frequenza di un tempo (non importa, anche stesse pubblicando cose che aveva nel cassetto) eppure quel che scrive ha freschezza di sempre, forse di più; non sbaglia mai un colpo.
Racconta di dolori, guerre, omicidi di mafia. Eppure lo fa con una levità che nessuno riesce ad eguagliare, nonostante non sia più un ragazzino, e scrive questo che, oltre ad una metamorfosi, è anche un romanzo d’amore.
Il protagonista, senza tante smancerie e sovrastrutture mentali, col cuore dei poveracci, ama la moglie al punto di uccidere per lei prima, e di regolare la propria vita sulle “manie” di lei dopo. La ama al punto di prendersi totalmente cura di lei; è il suo primo pensiero sempre. La asseconda dapprima sperando di aiutarla a guarire, poi accettandone le scelte fino al colpo di scena finale in cui le rende la vita. Un amore meraviglioso. Da libro, appunto. Molto, molto migliore del primo della trilogia della metamorfosi. Aspettiamo con ansia il terzo.
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La metamorfosi contro la violenza degli uomini
Come scrive Salvatore Silvano Nigro, «Camilleri è il cronista, il favolista e il mitografo della comunità vigatese». Ed è appunto, una favola quella che l’incredibile e infaticabile macchina narrativa dello scrittore siciliano ci ha regalato quest’estate.
Il casellante racconta la storia – ambientata nel 1942, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale – di Nino Zarcuto, trentenne dalla mano sinistra offesa per un incidente sul lavoro. L’uomo alterna la custodia e la manutenzione di uno tre caselli della linea Vigata-Sicudiana con l’attività di concertista presso un salone di barbiere. Il tutto sempre di comune accordo con sua moglie Minica, che dopo molti tentativi, anche grazie ai consigli e alle pratiche di una mammana, Nino riesce a mettere incinta.
La gravidanza tanto attesa e una vincita al lotto fanno pensare che la vita dei due sia baciata dalla fortuna. Invece, le cose prendono una svolta decisamente drammatica…
Racconto dalla piega favolistica, dicevo, come ormai Camilleri è solito fare nelle storie che non fanno parte del ciclo Montalbano. Una favola questo Casellante, dove lo scrittore siciliano con grande abilità riunisce un sistema di personaggi, di cui accentua i connotati grotteschi.
Si pensi alla coppia apparentemente sterile che si rivolge a medici e praticone per risolvere il proprio ‘problema’. O all’uomo forte del regime sempre attento a cogliere eventuali vilipendi alla sacralità dei rituali fascisti. O al padrino che risolve ogni cosa e che costituisce la vera autorità del paese. Per non parlare degli aneddoti che caratterizzano il primo capitolo, dove da par suo, Camilleri racconta come si siano succeduti i vari custodi del casello.
Una piccola umanità che spesso si trova in balia di eventi più grandi di lei, tanto da dover a volte rinunciare alla propria umanità.
È quello che capita appunto, a Minica. Qui lo scrittore di Porto Empedocle innesta nel racconto quel tema della metamorfosi, da lui già trattato in Maruzza Musumeci, lì la trasformazione di una donna in sirena, in questo libro, invece, in un arbolo.
Minica, dopo la terribile violenza di cui è vittima, non può più procreare. Per questo nella sua mente si innesca un meccanismo che la porta a volersi trasformare in una pianta così da stabilire un rapporto simbiotico con la natura, e tornare a far parte del ciclo vitale. La sua è una sorta di muta resistenza alla violenza della società degli uomini.
Una resistenza muta e folle che solo il marito può comprendere e assecondare perché mosso dall’amore: la cura come una pianta, concimandola, potandola, innestandola. Tenacia che darà alla fine i suoi risultati, con la creazione di una nuova Sacra Famiglia.
Uno dei migliori Camilleri degli ultimi tempi.
Vito Santoro (http://vitosantoro.blogspot.com)
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Ultimo aggiornamento: 01 Febbraio, 2009
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Il casellante di Andrea Camilleri
“Il casellante” di Andrea Camilleri
Dopo “ Maruzza Musumeci” metamorfosi donna-sirena, siamo alla trasformazione donna-albero ( arbolo): le mutazioni di Camilleri si replicano! Eh già, nell’era della fanta-politica, della fanta-scienza, della fanta-stampa, non poteva mancare la fanta-letteratura. Chi poteva inaugurarla riveduta e corretta? Ma lo scrittore “ Cult” per una larghissima fascia di pubblico che ad ogni uscita di un suo romanzo l’appuntamento in libreria diventa irrinunciabile, quasi, un punto d’onore. Certo che la fantasia di Camilleri è una fonte energetica inesauribile e va “oltre i confini della realtà”e a noi poveri lettori ci fa strabuzzare tanto d’occhi e raggiungere sempre alti gradi di piacevolezza. Si ha l’impressione che i libri “Camilleriani”, senza Montalbano, stiano subendo una virata in senso fiabesco, senza, tuttavia, perdere gli agganci con la realtà in una commistione tra passato e presente in cui i fatti sono trasfigurati e i personaggi esacerbati nei loro caratteri, le donne si trasmutano come se volessero attingere a nuove forme per affrontare sfide sempre più esaltanti. Questo substrato di materia narrativa, paradossale e, sempre divertita, e spesso, divertente, è impastata da una lingua così strettamente imparentata con il dialetto che anch’essa in trasmutazione, diviene tale. Siamo a Vigata, nel 1942, durante la 2° guerra mondiale, le leggi fascistissime, ridicole nella loro iperbolica radicalizzazione, i bombardamenti aerei, gli immancabili uomini d’onore fanno da sfondo al teatro umano fatto di bassi istinti, primigenia barbarie, violenza ferina e ottundimento delle menti; i due protagonisti, Minica e il marito casellante Nino Zarcuto, si trovano, vittime inconsapevoli, in balia di eventi più grandi di loro. Il tema della metamorfosi, in questo caso, non riuscito (di classica e non memoria), s’innesta nella mente di Minica quando la sua essenza di donna, non in grado di procreare, la porta a voler diventare un tutt’uno con la natura per riappropriarsi del ciclo vitale di essa a lei che quel ciclo le era stato estirpato con la forza bruta. Questa figura di donna attaccata alle sue radici della vita, cerca di trovarle nella terra, in una sorta di rivendicazione di essere soggetto mutante quando la ferocia bestiale dell’aggressore l’aveva ridotta in mero oggetto consumante. Minica semplice ed illetterata, ma caparbia e determinata nelle sue azioni e sentimenti, forte del suo istinto materno, persegue un disegno impossibile che solo suo marito per amore e solo per amore riesce a condividere. Ed ecco che la tenacia e l’ostinazione di Minica alla fine darà i suoi frutti: dalle macerie della guerra un bambino sortirà ad illuminare i toni foschi e drammatici degli eventi in atto. Lo sguardo pietoso di Camilleri vigila al fine di non precipitare nella tragedia. In un’immagine da dipinto sacro di madre con il “Suo” bambino si chiude “Il casellante” a cristallizzare il momento di assoluta felicità raggiunta da Minica. Un bel romanzo nello stile di Camilleri dove si fondono armoniosamente tutti i topos peculiari delle sue storie.










Opinione inserita da Cristina V 08 Dicembre, 2010