L'estate fredda L'estate fredda

L'estate fredda

Letteratura italiana

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Siamo nel 1992, tra maggio e luglio. A Bari, come altrove, sono giorni di fuoco, fra agguati, uccisioni, casi di lupara bianca. Quando arriva la notizia che un bambino, figlio di un capo clan, è stato rapito, il maresciallo Pietro Fenoglio capisce che il punto di non ritorno è stato raggiunto. Adesso potrebbe accadere qualsiasi cosa. Poi, inaspettatamente, il giovane boss che ha scatenato la guerra, e che tutti sospettano del sequestro, decide di collaborare con la giustizia. Nella confessione davanti al magistrato, l'uomo ripercorre la propria avventura criminale in un racconto ipnotico animato da una forza viva e diabolica. Ma le dichiarazioni del pentito non basteranno a far luce sulla scomparsa del bambino. Per scoprire la verità Fenoglio sarà costretto a inoltrarsi in quel territorio ambiguo dove è più difficile distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.

Recensione della Redazione QLibri

 
L'estate fredda 2016-11-12 07:33:52 Antonella76
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    12 Novembre, 2016
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I buoni, i cattivi...e l'antilingua.



Estate 1992.
Bari.
Un'estate che sembra non voler arrivare mai..."fredda" non solo meteorologicamente, ma anche metaforicamente.
È l'estate delle stragi di Capaci e di Via D'Amelio, l'estate della mafia padrona.
Carofiglio, con il suo solito stile affascinante, sobrio, garbato, sempre in perfetto equilibrio tra forma e sostanza, tra linguaggio tecnico e "di strada", ci porta dentro una storia e ci fa toccare con mano lo sporco mondo della criminalità organizzata, con le sue strutture gerarchiche, i suoi giuramenti, qualifiche, avanzamenti di "carriera", i suoi codici e la sua giustizia interna tanto feroce quanto sommaria.
Stavolta l'autore abbandona la giurisprudenza e le aule di tribunale e ci apre le porte di una caserma dei carabinieri di Bari, dove troviamo il maresciallo Pietro Fenoglio (già protagonista di "Una mutevole verità"), uomo di grandi principi e dignità, di intelligenza vivace e profonde riflessioni filosofiche.
Un uomo ferito nella sfera sentimentale e sempre alla ricerca della "giusta misura".
E proprio il caso che si troverà a dover affrontare, ovvero il sequestro lampo del figlio di un boss locale, lo porterà a dover aprire una finestra sul labile confine tra "buoni" e "cattivi", tra "noi" e "loro", dove diventa estremamente difficile separare il bianco dal nero ed evitare d'immergersi fino al collo in quella sterminata varietà di grigi, accettando tristemente i limiti della divisa che indossa.
I criminali sono sempre tutti "brutti, sporchi e cattivi"?
Ed i buoni...sono veramente tutti "buoni"?
Fenoglio, tra una visita in Pinacoteca, la sua musica classica e un tuffo in un mare cristallino di una spiaggia ancora dormiente della costiera barese, farà i conti con un'estate di sangue e dolore.
Indubbiamente l'essere stato magistrato e sostituto procuratore nell'antimafia, rende Carofiglio particolarmente abile nel raccontare questo tipo di storie (sa di cosa parla) ed è anche molto attento a non indugiare troppo sull'aspetto truce e violento del mondo che racconta (pur presentandoci le cose così come sono), stemperandolo attraverso ciò che lui conosce ed usa molto bene..."la parola".
Carofiglio in questo romanzo fa sfoggio di differenti registri linguistici: alterna al linguaggio fluido della narrazione e dei dialoghi, interi verbali di interrogatori, scritti in quella che Calvino chiama "l'antilingua", ovvero una lingua rigorosa, lontana dai significati concreti della vita, per mantenere le distanze dal mondo reale e dalle sue brutture.
Per sopravvivere.
Ma riesce anche a mescolare molto bene realtà e finzione, invenzione e cronaca, senza che l'una prevarichi sull'altra...rendendo omaggio a Falcone e Borsellino.
Un romanzo che non mira tanto a scatenare forti "emozioni", quanto invece a generare "riflessioni"...e a costringerci, di fronte a ciò che riteniamo inaccettabile, a non girare la testa dall'altra parte.

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L'estate fredda 2017-02-17 13:07:37 Lonely
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Lonely Opinione inserita da Lonely    17 Febbraio, 2017
Ultimo aggiornamento: 18 Febbraio, 2017
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Una flebile speranza

Anno 1992, anno delle stragi di Capaci e via D'Amelio.
Il romanzo di Carofiglio affonda le sue radici nella realtà, in una storia di mafia,
di pentiti e corrotti, di Stato e legalità, di magistrati e d'investigatori.
A Bari nel 1992 viene rapito il figlio di un boss della mafia locale;
rapito e ritrovato poco dopo, senza vita in un pozzo.
Il maresciallo Fenoglio e il collega Pellecchia indagano sul caso.
Lopez, un malavitoso del clan opposto, si consegna alla polizia,
e come pentito, racconta fatti e misfatti della criminalità locale.
Tutta la prima parte del libro si svolge nel commissariato per la verbalizzazione dell'interrogatorio del pentito, con la speranza degli inquirenti che tra i misfatti confessati ci sia anche il rapimento del bambino, ma purtroppo non è così.
Lopez confessa gli atti più scellerati ma non ammette questo rapimento.
E così le indagini sono a un binario morto.
Esattamente a metà del libro, accade un evento, reale, che dà anche la svolta al romanzo:
la strage di Capaci, 23 maggio 1992, e l'uccisione di Falcone, della moglie e della sua scorta.
A questo punto il libro, cambia ritmo, diventa più incalzante, e si legge tutto d'un fiato.
Al di là della trama e dell'indagine, notevoli sono gli spunti di riflessione, messi in bocca a Fenoglio, un maresciallo piemontese, in crisi coniugale, con un intuito investigativo di tutto rispetto.
«...anche la questione dell'obbligo di verità e del suo rispetto non è affatto scontata come può sembrare a prima vista. Cammina con una persona integerrima per un chilometro e ti racconterà almeno sette bugie. Chi l'aveva detto? Fenoglio non se lo ricordava, ma quella frase conteneva una fondamentale verità. Tutta la nostra vita quotidiana, tutti i nostri discorsi sono intessuti di bugie di cui raramente siamo consapevoli."

Un uomo, Fenoglio, dotato di una straordinaria sensibilità e di una commovente dignità, che adatta le sue ferree regole, di carabiniere del Nord, in un ambito, un paesino meridionale, colpito da una terribile realtà, dove la crudeltà dell’organizzazione criminale è quasi inimmaginabile.
Il confine, nel quale si muove come al solito Carofiglio, tra legalità e criminalità è molto labile, basta niente e si è dall'altra parte, un limite ambiguo dove è difficile distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.
Ne consegue una stringente filosofia per cui a volte, o spesso, le cose nella vita, semplicemente, ti capitano e non te le vai proprio a cercare, un po' come se tutto fosse regolato dal destino.
«Si limitò ad aggiungere che spesso nella vita non fai quello che avresti desiderato, E che comunque ciò che desideri non è per forza quello che saresti adatto a fare.»
La fine del romanzo è segnata dall'altra tremenda strage di mafia, quella di Via D'Amelio e dell'uccisione di Paolo Borsellino.
La riflessione è d'obbligo, allora è finita!
Ciò nonostante, l'autore ci lascia con un'inattesa flebile speranza, che se non altro è un distinguo, un valore aggiunto, la nostra dignità
«In effetti c'è una regola [...] più importante di tutte: bisogna fare sempre del nostro meglio.
[...] se uno è sempre cauto, può restare un essere umano?»


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