Narrativa italiana Racconti L'arte di essere fragili
 

L'arte di essere fragili L'arte di essere fragili

L'arte di essere fragili

Letteratura italiana

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"Esiste un metodo per la felicità duratura? Si può imparare il faticoso mestiere di vivere giorno per giorno in modo da farne addirittura un'arte della gioia quotidiana?" Sono domande comuni, ognuno se le sarà poste decine di volte, senza trovare risposte. Eppure la soluzione può raggiungerci, improvvisa, grazie a qualcosa che ci accade, grazie a qualcuno. In queste pagine Alessandro D'Avenia racconta il suo metodo per la felicità e l'incontro decisivo che glielo ha rivelato: quello con Giacomo Leopardi. Leopardi è spesso frettolosamente liquidato come pessimista e sfortunato. Fu invece un giovane uomo affamato di vita e di infinito, capace di restare fedele alla propria vocazione poetica e di lottare per affermarla, nonostante l'indifferenza e perfino la derisione dei contemporanei. Nella sua vita e nei suoi versi, D'Avenia trova folgorazioni e provocazioni, nostalgia ed energia vitale. E ne trae lo spunto per rispondere ai tanti e cruciali interrogativi che da molti anni si sente rivolgere da ragazzi di ogni parte d'Italia, tutti alla ricerca di se stessi e di un senso profondo del vivere. Domande che sono poi le stesse dei personaggi leopardiani: Saffo e il pastore errante, Nerina e Silvia, Cristoforo Colombo e l'Islandese... Domande che non hanno risposte semplici, ma che, come una bussola, se non le tacitiamo possono orientare la nostra esistenza.

Recensione della Redazione QLibri

 
L'arte di essere fragili 2016-11-24 08:49:51 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    24 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 24 Novembre, 2016
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Il potere della letteratura.

“Caro Giacomo, in quest’epoca si parla tanto di adolescenti, ma si parla troppo poco con gli adolescenti. Parlare con gli adolescenti non è articolare un elenco di “devi” o “dovresti”. Non guadagna la fiducia dei ragazzi chi la cerca scimmiottando la loro adolescenza, ma chi partecipa alla loro vita, scegliendo volta per volta la giusta distanza. Solo chi vive il suo rapimento genera rapimenti e provoca destini: solo se io so che cosa ci sto a fare al mondo metto in crisi positiva un adolescente, che non vuole gli si spieghi la vita, ma che la vita si spieghi in lui, e vuole avere a fianco persone affidabili per la propria navigazione”. P. 34

Non è semplice rendere l’idea di quel che è “L’arte di essere fragili” di Alessandro D’avenia, non perché l’opera sia incomprensibile o di scarso valore bensì per la molteplicità di contenuti che in essa sono racchiusi. L’autore, infatti, in queste pagine, pone al lettore, e a sua volta si auto-pone, una serie di quesiti di gran rilevanza, una serie di interrogativi che spaziano per quella che è la vita e la realtà di ciascun individuo in ogni fase della maturazione umana. E lo fa senza avere la pretesa di poter offrire soluzioni semplici perché come ben ci ricorda, la vita stessa non è semplice dunque, non può essere minimizzata, non può essere risolta facendo riferimento ad una formula matematica, ad un minimo comune denominatore da applicare al caso incontrato nel percorso di crescita interiore. A questo punto vi starete chiedendo: ma come riesce D’Avenia a far si che tutto questo abbia luogo? Come può rendere atto di questi mutamenti interiori, di questa energia che vuol uscire, dei dubbi, dei fallimenti, di questi interrogativi che immancabilmente attanagliano l’uomo? Semplice, mediante una serie di scambi di battute con niente meno che Giacomo Leoparadi.
Esatto, perché “L’arte di essere fragili”, non è un romanzo ma un vero e proprio epistolario. Simbolicamente l’opera può essere suddivisa in quattro parti così come quattro sono le componenti fondamentali dell’essenza della vita:

- L’adolescenza, o arte di sperare;
- La maturità; o arte di morire;
- La riparazione, o arte di essere fragili;
- Il morire, o arte di rinascere.

Dunque D’Avenia per ogni sezione che affronta crea una serie di lettere tutte munite e caratterizzate da un proprio argomento letto in chiave leopardiana, troverete infatti all’interno dello scritto stralci de “Lo Zibaldone”, ma anche le poesie più note – quali “l’infinito” – o meno note perché ultimo frutto della composizione poetica del letterato o perché semplicemente meno apprezzate dai docenti di turno – quali “La ginestra o il fiore del deserto” – , tutti strumenti, questi, utilizzati per rivedere concetti fondamentali del vivere di ieri e di oggi. E si, l’autore de “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, non ha paura di leggere Leopardi in chiave ottimistica, o ancora meglio, realistica: rompe gli schemi e ci mostra anche quegli aspetti meno celebri della sua esistenza dedita allo studio, alla ricerca dell’amore, alla solitudine, alla ricerca del compimento.
E quel vetro che potrebbe rendere distante lo scritto da chi legge viene rotto mediante il ricollegamento a casi concreti accaduti nel corso della professione di insegnante del palermitano. Dunque, alla riflessione, segue la realtà, il vero. E tra casi di ragazzi autolesionisti, che cercano l’eccesso, che sono infelici e meditano il suicidio, ve ne sono anche altri che da quelle parole traggono riflessioni e ne inducono altrettante in chi è destinatario dei loro quesiti, perché, prendono consapevolezza, si svegliano. Tra i tanti, significativo a tal proposito è un passaggio:

«”Professore, lei dovrebbe leggere un po’ meno poesia e guardare un po’ di più il Grande Fratello”. [..] Quella frase mi colpì, non per la sua insolenza ma per la sua verità bruciante. Tradotta suonava così:”Professore, per favore può tornare nel mondo piccolo della bruttezza e non farmi sentire che esiste la bellezza? Può non costringermi a scegliere tra il nulla e l’essere? Ora che so che ci sono cose in cui la vita si sente così forte, cose così belle, devo uscire dalla mia comoda indifferenza e prendere posizione: a che punto sono del mio compimento, che cosa voglio dalla vita? Professore, può per favore evitarmi minuti di rapimento, altrimenti devo mettermi in cammino verso il compimento?” » p. 68

All’analisi dell’adolescenza è destinata circa metà dell’elaborato, questo perché gli “adolescenti non pongono domande, sono domande”; sono energia che vuol uscire, esplodere, essere destinata ad un obiettivo, e sono al tempo stesso provocatori perché pongono interrogativi a cui vogliono risposte, risposte che devono e pretendono essere semplici e risolutive quando in realtà a molte di esse è possibile rispondere soltanto con la dimensione dei forse, dell’incertezza.
Con il termine di questa fase ricca di speranza, sogni e vigore segue quella dell’esperienza, della maturità. Quella porzione di vita destinata a rendere coscienti gli interlocutori del fatto che tutto ha un inizio ed una fine, quella consapevolezza atta a cogliere gioie e dolori, fragilità e forza, successi e insuccessi, non deve essere vissuta come un qualcosa che è subito dall’uomo passivamente; poiché come vediamo nella fase della riparazione, la si può anche amare, abitare, mutare. L’adulto, che sia professore o meno, è chiamato a custodire, a riparare i più giovani, ad aiutarli con le parole proprio perché in loro è insita la fragilità. E’ punto di riferimento per quelle anime così convinte di sapere cos’è il mondo eppure capaci di cadere come un castello di carta alla prima folata di vento, ecco perché nonostante il proprio intimo fallimento, le proprie più ardue lotte, deve trasmettere il “rapimento”, l’esperienza, la saggezza. Deve essere, in ultima fase, consapevole egli per primo del fatto che essenziale è dare compimento a se stessi e alle “cose fragili” perché soltanto così possono essere salvate dalla morte, con l’amore. Solo così si può rinascere, soltanto così si può abbracciare “l’arte di essere fragili”, custodirla, farla propria, svilupparla, renderla unica.
Mi fermo qua perché come potete ben vedere, in poco più di 207 pagine, sono contenuti ragionamenti di grande valore che toccano temi talmente ampi e variegati che, continuare a parlarne potrebbe, da un lato rovinarvi il gusto della lettura, ma soprattutto, non riuscire a rendervi davvero idea di cosa questo elaborato è. La sua stratificazione è talmente vasta che le considerazioni vanno assaporate un poco alla volta onde evitare che sfumino, che evaporino nel calderone di ricchezza che avete tra le mani.
In conclusione, una conversazione con Leopardi, che non delude, che arricchisce e che è in realtà un’automeditazione atta a coinvolgere tanto i giovani quanto gli adulti.

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Un romanzo adatto a tutto ma da non sottovalutare. Va assaporato, letto con la mente aperta e con la volontà di riflettere altrimenti il suo contenuto può sfumare.
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L'arte di essere fragili 2017-02-05 20:17:45 Anna_Reads
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Anna_Reads Opinione inserita da Anna_Reads    05 Febbraio, 2017
Ultimo aggiornamento: 05 Febbraio, 2017
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Illusioni Stabili.

L'Arte di Essere Fragili - Alessandro D'Avenia, 2016

L’ho preso male, inutile girarci intorno.
E anche peggio quando mi sono accorta che le sottolineature che ho fatto erano (quasi) tutte citazioni fatte dallo stesso D’Avenia.
Soprattutto l’ho trovato decisamente fanfarone, un po’ ad esaltare Leopardi, un po’ad ammiccare e a dire “guarda che comunque io…”.
Poi ho fatto una bella (?) riflessione personale e mi sono accorta che anch’io ho la tendenza a parlare spesso dei miei studenti e di quello che mi succede a scuola. Esattamente come prima parlavo dei “miei” pazienti. Poco da dire, lavorare con l’umanità è sfiancante, ma riempie la vita (SE è qualcosa che vuoi fare e ti piace. Ho conosciuto logopedisti e insegnanti che avrebbe fatto del bene, a sé stessi e a tutti gli altri, facendo qualsiasi altra cosa), e capisco che si abbia voglia di condividere.
Non di meno il nostro mi ricorda un po’ i neogenitori che magnificano le doti dei loro neofigli (comprensibile) e postano su fb foto di vasini pieni e commenti di giubilanti. Facilitando enormemente il mio obiettivo del contenimento delle “amicizie” in un numero a due cifre.

Dicevo.
Il Lisander che esalta Leopardi e intanto ci racconta di come cura la scrofolosi imponendo le mani, mi ha un tantino stuccato. E le parafrasi, i commenti le “lezioni” su Leopardi mi hanno annoiato. Devo anche ammettere che probabilmente ho un cattivo rapporto con la seconda persona, perché non mi ha convinto neanche in “Stupro, una storia d’amore” della Oates.
Amo Leopardi visceralmente e ammetto anche che non mi piaccia vederlo maneggiare senza guanti di velluto ed abiti curiali. Poi ho pensato che mentre ero al liceo mi sarebbe piaciuto leggere questo libro. Leggerlo mentre leggevo Leopardi per la prima volta.
E così mi sono riletta Leopardi. Le mie amatissime Operette Morali e anche le liriche.
(Le Operette le ho riprese diverse volte negli anni, le poesie… insomma, non è molto il mio genere).
Soprattutto la Ginestra che all’epoca avevo trovato ostica e che invece… caspita!
Diciamo che ha raggiunto Le Ricordanze. Lo Zibaldone è rimasto dov’era, cioè a portata di mano, che ogni tanto aprirlo a caso fa un gran bene. Soprattutto non conoscevo la lettera al padre ed è stata illuminante.
E poi gli altri che il nostro cita.
Eliot, Ungaretti, Brodski (ci imposterò la lezione introduttiva sulla poesia ai bimbi), Grossman (Vasilij, non l’altro) che leggerò quanto prima, perché il pezzo sull’amicizia è bello (e vero) da morire, non quelle menate da adolescenti ;) e sto facendo un pensierino (che probabilmente resterà tale) sul leggere un po’ di poesie.
E insomma non è proprio da buttar via, come risultato.

Penso che non fosse l’obiettivo del nostro professore, ma insomma, qualcosa lo porto a casa.
E un po’ di merito bisogna (pur) attribuirglielo.

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