Narrativa italiana Romanzi Ciò che inferno non è
 

Ciò che inferno non è Ciò che inferno non è

Ciò che inferno non è

Letteratura italiana

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23 maggio 1992, la scuola sta per finire: un gruppo di liceali palermitani sta festeggiando in piscina, quando dalla tv giungono le immagini della strage di Capaci. Federico è uno di quei ragazzi. Mesi dopo, Federico incontra Padre Pino Puglisi, che lancia al ragazzo l'invito ad andare a Brancaccio a dargli una mano con i bambini del centro Padre Nostro, che don Pino ha inaugurato per strapparli alla ai "padrini" del quartiere. Quando Federico attraversa il passaggio a livello che porta a Brancaccio, ancora non sa che in quel preciso istante comincia la sua nuova vita. Fino al 15 settembre 1993: il giorno del cinquantaseiesimo compleanno di padre Pino, lo stesso in cui viene ucciso. Il giorno in cui la bellezza e la speranza per Palermo restano affidate alle sue mani di ragazzo, chiamato a cercare e difendere ciò che, in mezzo all'inferno, inferno non è.

Recensione della Redazione QLibri

 
Ciò che inferno non è 2014-10-29 22:21:13 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    30 Ottobre, 2014
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“Riparare è molto più eroico di costruire”

Il romanzo si apre su una descrizione della città di Palermo vista dall’alto, all’alba, quando la luce ancora incerta ne altera i colori, ma la rende ancora più seducente e smagliante. Di fronte allo spettacolo in chiaroscuro dei tetti e del riflesso di luce che giunge dal mare, Federico, il giovane protagonista del romanzo, pensa all’arte del Caravaggio. E sarà proprio il chiaroscuro l’elemento dominante nel racconto, l’alternarsi di spazi di speranza a spazi di disperazione nella vita dei personaggi.
Qui , in questa città ricca di arte, custode di tradizioni e culture antiche, si sono radicati abuso e sopraffazione, sfruttamento e violenza. L’opera coraggiosa di 3P, come veniva affettuosamente chiamato Padre Pino Puglisi, è volta al recupero dei giovani più diseredati, di bambini abbandonati e adolescenti dediti al furto e alla prostituzione. In lui è una volontà, un desiderio e l’ambiziosa aspirazione a spegnere il fuoco dell’inferno che circonda i suoi ragazzi. L’inferno esiste ed è sulla terra e Federico lo imparerà a sue spese nel momento in cui coraggiosamente deciderà di aiutare Don Pino. L’amore per Lucia lo sosterrà nell’impegno.
Ciò che convince in questo romanzo è la capacità dell’autore di non abbandonarsi più del necessario a riflessioni religiose. Certo il personaggio di Don Puglisi non può prescindere dalla sua professione di fede, ma visto attraverso gli occhi dell’adolescente laico Federico, risulta più convincente e più coinvolgente il suo impegno ad aiutare i più deboli. È quasi un ritorno a un Cristianesimo delle origini che si libera della retorica ecclesiastica e agisce con dedizione e generosità. Ed è questo che convince, io credo, anche il lettore più laico. Perché in fondo Padre Pino intendeva solo restituire all’uomo quella dignità di cui era stato privato, e alla morte la tragicità di cui era stata spogliata. Come sacerdote non eccede in superflue prediche ma rende i sacramenti aderenti alla realtà. Con questo spirito raccoglie la confessione di Francesco, che diventa vera catarsi, cancellazione del suo inferno interiore.
“Riparare è molto più eroico di costruire” – queste le parole di Don Pino a Serena, volte a persuaderla a non arrendersi. E in fondo questa era sempre stata la sua missione, portata avanti con tenacia e perseveranza, quella tenacia che sua madre riconosceva con ammirazione come un aspetto del suo carattere, quando diceva: “Disse la goccia alla roccia, dammi tempo che ti percio”.
Dal punto di vista stilistico, la prosa è piuttosto ridondante, per l’uso frequente di figure retoriche, ma ciò che altrove può senz’altro essere considerato un difetto, qui diventa quasi naturale, visto l’argomento, affrontato e portato avanti con passione. D’altronde laddove si è accennato al chiaroscuro per descrivere i colori della città al primo risveglio, non appare fuori luogo un uso frequente dell’ossimoro, proprio per sottolineare i contrasti che esistono nei luoghi e nelle persone che li abitano.
Non a caso proprio Federico, che aspira a diventare poeta, dice del suo stile e della sua tendenza all’esagerazione barocca : “Del barocco amo l’arguzia, la metafora che sloga la realtà e il grande gioco delle parole con cui sfidarla d’azzardo”
Un romanzo coraggioso con il quale Alessandro D’Avenia intende celebrare la figura di Don Puglisi e ricordare il suo amore per quel quartiere degradato, Brancaccio, e il suo impegno per sottrarre quella parte di umanità diseredata e dimenticata all’inferno dell’abuso e della violenza del passato e del presente per traghettarla verso un futuro di dignità e di rispetto che inferno non è.

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Ciò che inferno non è 2016-05-19 14:34:53 valepd
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valepd Opinione inserita da valepd    19 Mag, 2016
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Un libro che lascia il segno

Questo libro mi era stato consigliato qualche mese fa da mia sorella, ma come sapete io e il tempo non andiamo propriamente d'accordo..
Un giorno, entrando in biblioteca per accompagnare una mia amica ho visto questo libro e un altro e non ho resistito a prenderli, nutrendo alte aspettative per entrambi.

Ma ora parliamo solo di questo.
E' stato.. perfetto.
Ma andiamo con ordine.

All'inizio mi sembrava leggermente lento nelle vicende, situazione che mi capita di incontrare anche in altri casi, e in altri libri.
Nonostante ciò si può notare dall'inizio la bellezza della scrittura dell'autore. Bellezza perchè di questo si tratta, è proprio uno stile che ho apprezzato fino all'ultima parola.
E ricco, ma al contempo non è aulico, è un linguaggio che tutti possono comprendere senza però essere ''banale'' o comune, di tutti i giorni.
Grazie a questo è stato quasi automatico immedesimarsi nei personaggi, quasi impossibile non capire come andassero i loro pensieri.

Di sicuro il linguaggio non è stato aiutato da una storia facile, anzi. La storia trattata, come potete notare dalla trama, fa parte di quella sfera chiamata 'tematiche delicate'. E' una denuncia esplicita contro la mafia, contro tutto ciò che questa distrugge e contamina. Come un parassita che, pianta dopo pianta, uccide tutto il giardino. La storia di un prete che ha dato amore dove non c'era neanche uno spiraglio di luce.

Padre Pino Puglisi (o anche conosciuto come Don Pino Puglisi) è una figura importante per quanto riguarda la storia dell' 'antimafia' italiana, se così si può definire. Ha dedicato il suo operato sacerdotale a tutti i residenti del quartiere Brancaccio a Palermo, e solo per questo bisognerebbe ricordarlo sempre. Non è da tutti combattere a testa altra contro la malavita, anzi. Bisognerebbe ringraziare ogni singola persona che, anche con qualche piccola azione, riesce a contrastare ciò che la mafia fa.
Don Pino Puglisi, infatti, è riuscito a donare quanto più amore potesse, e questo lo si può leggere dal libro.
Onestamente mi dispiace non aver saputo di questo libro prima, riesce a trasmettere una voglia di cambiamento, di aiutare che dovrebbe essere innata. Desiderio che, se fosse esaudito da ognuno di noi, darebbe vita ad un mondo totalmente nuovo.

E' un libro che apre gli occhi, e il cuore. Un libro che riesce a cambiare il lettore.

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Ciò che inferno non è 2015-06-17 21:25:53 Rollo Tommasi
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Rollo Tommasi Opinione inserita da Rollo Tommasi    17 Giugno, 2015
Ultimo aggiornamento: 17 Giugno, 2015
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Educazione palermitana

“Se nasci all'inferno hai bisogno di vedere almeno un frammento di ciò che inferno non è per concepire che esiste altro.”

Palermo, estate 1993. Quartiere Brancaccio. L'inferno è la mafia. Il suo contrario sono i ragazzini non assuefatti ad essa. Non ancora.
In un diverso quartiere della città – di quelli che con Brancaccio non confinano nemmeno per errore – il diciassettenne Federico è pronto per la sua vacanza programmata da mesi: andrà in Inghilterra, dove qualche lavoretto gli consentirà di mantenersi per il tempo necessario ad imparare la lingua.
Ma c'è ancora qualche giorno alla partenza.
L'insegnante di liceo e parroco di Brancaccio, don Pino Puglisi, invita Federico a venire nel quartiere per dargli una mano...
Il ragazzo non immagina di essere di fronte ad uno snodo della sua vita; e non sa ciò che lo aspetta: conoscere sulla sua pelle il confine tra l'inferno e ciò che, in ogni senso, inferno non è.

Due cose sono raccontate in modo ammirevole in questo romanzo: Palermo e i bambini.
“Panormus” (“Tuttoporto”) viene narrata nel suo pulsare fatto di sudore e acqua marina, di voglia e paure, di singole esistenze e di vita collettiva. La bellezza della descrizione è data dalla sua parzialità: il libro non racconta la città ma alcuni suoi angoli; persino i riferimenti storici sono preziosi perché restano squarci (non intendendo l'autore riprodurre la storia con la S maiuscola). Solo un palermitano – Alessandro D'Avenia lo è – poteva proporre una Palermo così... vicina.
Quanto ai bambini, l'idea dell'innocenza da preservare è fin troppo sfruttata in letteratura e cinematografia. Ma il romanzo riesce a proporne una appassionata variante: il ritratto della giovinezza difficile a Brancaccio, della maturazione su una linea di confine, tra educazione all'omertà e alle piccole violenze e una speranza che prova ad affiorare da dentro (ma da dove?, si domanda la maggior parte di quei ragazzi, disorientati).

Va invece evitato un approccio al romanzo come racconto della storia di don Puglisi.
Lo stile di D'Avenia è carico, ridondante, talmente votato alla smania poetica da diventare a tratti iperbolico. Al contrario del prete di Brancaccio, che può essere definito da una sola parola: semplicità. E' stata il suo marchio, grandezza ed arma. Considerare “Ciò che inferno non è” una biografia, o qualcosa di simile, non gli renderebbe giustizia.
L'assassinio di un prete è cosa più unica che rara nella storia della mafia (oltre padre Puglisi viene in mente don Peppe Diana, ucciso per ragioni analoghe nel casertano), e le vicende, se si vuole rendere tutta l'importanza di queste figure, andrebbero narrate e assimilate in modo più diretto. “Alla luce del sole”, il film di Roberto Faenza in cui don Puglisi è interpretato da Luca Zingaretti, è preferibile al libro in discorso se si vuole capire la figura di un prete “scomodo”.
Per il resto, “Ciò che inferno non è” resta una valida prova di un giovane autore.

“Vorrei la libertà che dà il sapere di fare la cosa giusta anche se si è soli a farla.”

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Ciò che inferno non è 2015-05-26 08:47:15 Pelizzari
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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    26 Mag, 2015
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Miii, se è bello!!!

E’ un libro di riflessioni, principalmente quelle di un diciassettenne che ha un amore smisurato per le parole. Ed è una polifonia di volti e di sorrisi, un libro armonioso, scritto in un modo che sembra una poesia, perché lo stile di questo autore è davvero incantevole. Si apre e ti apre il cuore per come è scritto, per le immagini che offre, per le emozioni che ti fa vibrare dentro. Quando leggi non devi cercare la storia, la trama, ti devi lasciare trasportare, devi conoscere, devi ascoltare. Devi ascoltare cosa è inferno e cosa non lo è e riflettere sulla tua vita. Perché se è vero che si deve diventare come scogli per sopportare le onde della vita, l’inferno è l’anestesia di non sentire più vivere ciò che è vivo. L’inferno è pura sottrazione, è togliere tutta la vita e tutto l’amore da dentro le cose. L’inferno è perdere la libertà di amare. Ma all’inferno o in paradiso non ci si va, nel senso che ci si è, sono dentro di noi, dipende dallo spazio che lasciamo all’uno o all’altro.

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Ciò che inferno non è 2015-05-20 14:07:11 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    20 Mag, 2015
Ultimo aggiornamento: 20 Mag, 2015
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Donpino

Questo romanzo non sarà un capolavoro, non sarà perfetto ma di certo è un romanzo di quelli indispensabili. La figura di Don Pino è fatta conoscere alla perfezione e entra nel cuore così come la mentalità mafiosa e i dialoghi tra mafiosi diventano comprensibili a chi non vive a Palermo. Io avrei fatto a meno di alcune pagine in cui il protagonista parla di se stesso del suo amore per Petrarca e di alcune sdolcinature ma trovo che il libro arrivi al cuore, riporti in vita don Pino facendolo uscire fuori da Palermo. Ci sono libri solo belli ma questo libro è anche buono e fa bene leggere di qualcuno che vive con un ideale davanti. Un libro commovente. Belli i bambini, come sono descritti e i dialoghi.
"Se nasci all'inferno hai bisogno di vedere almeno un frammento di ciò che inferno non è per concepire che esista altro. Per questo bisogna cominciare dai bambini, bisogna prenderli prima che la strada se li mangi, prima che gli si formi la crosta intorno al cuore. Ecco perchè sono necessari un asilo e una scuola media. Non ci vuole la forza, ci vogliono la testa e il cuore. E le braccia. Non hai idea di cosa si possa fare con queste tre cose."
"Don Pino sa che l'inferno opera più efficacemente sulla carne tenera: i bambini. Bisogna difendere la loro anima prima che qualcuno gliela sfratti. Custodire ciò che hanno di più sacro."
"La mafia è potente ma Dio è onnipotente."

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Un libro da leggere per ricordare Don Pino Puglisi
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Ciò che inferno non è 2014-11-18 21:18:18 Nadiezda
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Nadiezda Opinione inserita da Nadiezda    18 Novembre, 2014
Ultimo aggiornamento: 18 Novembre, 2014
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Vivere a Brancaccio

Fino ad ora ho letto tutti i libri di questo autore e ne sono sempre rimasta entusiasta perché questo scrittore con le sue parole poetiche riesce a raccontare tutto in maniera diversa.
In questo testo possiamo trovare come negli altri l’amore in tutte le sue forme.
La storia è ambientata in Sicilia più precisamente a Palermo in un quartiere, il Brancaccio.
Qui la legge viene dettata da Cosa Nostra e proprio in questo luogo Don Pino con tutte le sue forze vuole cambiare la vita della gente che vi abita.
In suo aiuto arriverà un suo alunno Federico, un bravo ragazzo di diciassette anni con un cuore grande e pieno di domande.
Federico prima di aiutare Don Pino non aveva mai messo piede a Brancaccio, ma dopo la prima volta anche se gli era costata un pugno e la perdita della bici, ha capito che doveva restare per aiutare.
Federico capisce che in quel luogo non c’è solo cattiveria e molte volte anche ciò che sembra cattivo in realtà non lo è.
Federico in questo luogo conoscerà Lucia una ragazza piena di sogni e che anche il suo cuore ha iniziato a battere in quel quartiere non rinuncia nel sperare in un futuro migliore.
Lucia farà scoprire a Federico tramite i suoi occhi un mondo diverso che si divide dal resto della città solamente da un passaggio a livello.
Lo scrittore ha ambientato tutto il suo libro in un’estate lunga e calda che solo la Sicilia può offrire.
Un’estate di: mare, amici, amore, lotte, perdite, fichi d’India e sabbia.
Un’estate da ricordare, piena di eventi sia tristi che spensierati.
L’estate vissuta al Brancaccio dove i ragazzini imparano la vita in strada, dove spesso le madri sono sole e si ritrovano a prostituirsi per dare da mangiare ai propri figli, dove si paga il pizzo per continuare a vivere e dove i sogni fanno fatica a diventare realtà.
Il libro è diviso in capitoli più o meno brevi, la scrittura è come sempre unica e speciale.
Quando si termina il libro si prova un senso di pace e di dispiacere perché D’Avenia riesce sempre a stupire ed a farci innamorare dei suoi protagonisti.
Un testo dolceamaro bellissimo da leggere e gustare con calma.
Un libro che sicuramente vi farà riflettere e commuovere.

Ve lo consiglio e vi auguro buona lettura!

“In una giornata piovosa la gente è malinconica, e invece un innamorato che va a trovare la fidanzata canta. Sembra impazzito, in realtà è l’unico normale.”

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