Narrativa italiana Romanzi Da dove la vita è perfetta
 

Da dove la vita è perfetta Da dove la vita è perfetta

Da dove la vita è perfetta

Letteratura italiana

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C'è un quartiere vicino alla città ma lontano dal centro, con molte strade e nessuna via d'uscita. C'è una ragazzina di nome Adele, che non si aspettava nulla dalla vita, e invece la vita le regala una decisione irreparabile. C'è Manuel, che per un pezzetto di mondo placcato oro è disposto a tutto ma sembra nato per perdere. Ci sono Dora e Fabio, che si amano quasi da sempre ma quel "quasi" è una frattura divaricata dal desiderio di un figlio. E poi c'è Zeno, che dei desideri ha già imparato a fare a meno, e ha solo diciassette anni. Questa è la loro storia, d'amore e di abbandono, di genitori visti dai figli, che poi è l'unico modo di guardarli. Un intreccio di attese, scelte e rinunce che si sfiorano e illuminano il senso più profondo dell'essere madri, padri e figli. Eternamente in lotta, eternamente in cerca di un luogo sicuro dove basta stare fermi per essere altrove. Silvia Avallone ha parole come sentieri allungati oltre un orizzonte che davamo per scontato. Fa deflagrare la potenza di fuoco dell'età in cui tutto accade, la forza del destino che insegue chi vorrebbe solo essere diverso.

Recensione della Redazione QLibri

 
Da dove la vita è perfetta 2017-04-05 15:47:24 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    05 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 05 Aprile, 2017
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I lombriconi.

Adele, pochi giorni ai diciotto anni, è sola in quella sala parto. Bianca, la bambina che porta in grembo da nove mesi, sta per nascere e tra le due sa che non potrà che esserci un breve ed unico saluto. Dopo quel lieve contatto, quel lesto “rendez vous” di appena 20 minuti, le loro strade si separeranno definitivamente. Non hanno che quei 1200 secondi da trascorrere insieme. E’ tutto quel che è a loro concesso.
Dora, trent’anni, insegue quella maternità come se fosse la sua unica ragione di vita. Insegnante di lettere, coniugata con Fabio e portatrice di Handicap a causa di quell’arto mancante, ella è schiacciata dal vuoto di quell’assenza. Due solitudini, quelle dell’adolescente e della donna matura, messe a confronto; imparagonabili, forse, così identiche, di fatto.
Zeno, lo studente di liceo classico e una madre in depressione da accudire, è nato narratore, non protagonista. Egli non è destinato a vivere una sua vita bensì, quella degli altri. Suo compito è, assistere, aiutare, osservare, riportare, essere la colonna portante di quegli attori già pronti a salire in scena. Manuel, amico di sempre, e da sempre, del liceale, è uno spacciatore. La sua strada si è brutalmente separata da tutto e da tutti, lui che è cresciuto curando quella donna che lo ha creato dalle ferite fisiche, e mentali, che quel padre tossico e violento immancabilmente le arrecava, adesso non desidera altro che denaro e riscatto.
E c’è un quartiere che si trova nei pressi della città di Bologna, un quartiere di casermoni, di povertà, soprannominato “I lombriconi”, un luogo dove vite al limite si intercalano tra loro, cercando di sopravvivere, credendo in un domani, anche se questo domani non c’è, perché sono tutti, inesorabilmente, nati per perdere. Non esiste una seconda chance, una possibilità di redenzione. Cos’ha la vita da offrire loro? Cosa loro possono offrire all’esistenza stessa? Vi è, poi, una vita perfetta? Si? No? Dov’è quel confine da cui si può affermare con assoluta certezza che ha inizio la compiutezza della medesima?
Con una penna forte, diretta e che nulla risparmia al lettore, Silvia Avallone, stupisce, conquista, semplicemente spiazza. Per tematiche. Per stile. “Da dove la vita è perfetta” è un testo doloroso, che ti arriva dentro, che ti fa stringere il cuore, un elaborato che nel suo insieme tratta una serie di problematiche non scontate ed anzi di grande impatto sociale. Tra le sue pagine troverete la solitudine, l’abbandono, la maternità non voluta in contrapposizione a quella desiderata, la sconfitta dell’impossibilità di scegliere diversamente, l’impotenza di poter cambiare le proprie vite, l’amarezza, l’attesa, la rinuncia, la complessità del rapporto genitori-figli e figli-genitori, bambini cresciuti troppo in fretta e costretti a prendersi carico di responsabilità troppo grandi, giovani che schiacciati dai doveri sono finiti con l’intraprendere il sentiero errato perché non hanno guide, non conoscono, né vedono altre vie in quella ricerca disperata di una fuga, e troverete ancora l’egoismo per quel desiderio che dirompente acceca e travalica tutto, perfino la ragione, nonché, la consapevolezza che perfino il dolore diventa sopportabile se giustificato dalla necessità di far del bene a quella creatura che ha formato quel “noi”, plurale, dalla volontà indiscussa di volerle garantire un futuro. Questo e molto altro ancora è, “Da dove la vita è perfetta”. Uno scritto ove l’autrice si supera, e si dimostra apprezzabilmente maturata.

«”Siamo, come si dice, arrivati ad un punto di non ritorno”. “Allora non ritorni” le disse semplicemente. “Non ritorni dove sa già che non troverà niente. Cambi strada. Vada altrove”.» p. 137

«Perché pensi che le torri, i cortili non siano interessanti? Li hai mai guardati, hai preso appunti? Finché non le metti nero su bianco, le cose, non le vedi. E poi, chi te l’ha detto che ti deve venire facile? Niente di più falso. Pensa che una volta ci ho impiegato un mese a scrivere una frase. Perché volevo che fosse perfetta e non lo era mai» p. 187

«Quando qualcuno ti abbandona, e lei lo sapeva bene, ti lascia in eredità un vuoto. Che rimane li, tra le costole, e non c’è modo di mandarlo via. Però, le disse. Tu avrai una vita intera per costruirci intorno delle cose belle. Sai, io non conto niente alla fine. E’ il mondo dove andrai ad abitare che conta. Un giorno ripasserò di qui, tra cinque, sei anni, te lo prometto. E la bambina più bella che vedrò giocare anzi non la più bella, la più felice, penserò che sei tu.» p. 305

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Da dove la vita è perfetta 2017-05-17 03:57:32 Bruno Elpis
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    17 Mag, 2017
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Bolofeccia, li chiamavano, quelli come lei

Il significato del titolo del nuovo romanzo di Silvia Avallone viene svelato quasi subito, a pagina 28: “Sulla panchina che avevano ribattezzato, lei e la sua migliore amica, «Da dove la vita è perfetta»”.
Ci vogliono tuttavia 376 pagine per narrare – ma non necessariamente svelare - da dove la vita diventa perfetta per due gruppi di personaggi che s’intersecano, salvo sorprese finali, grazie a una natalità.

Da un lato ci sono i disperati (“Bolofeccia, li chiamavano, quelli come lei”) che vivono in una periferia immaginata (“Il romanzo si svolge in una città reale, Bologna. Il Villaggio Labriola è invece un quartiere immaginario, che rappresenta la mia personale geografia dell’esclusione”, confessa l’autrice nella post-fazione): la diciassettenne Adele, che riproduce il destino già toccato alla madre Rosaria rimanendo incinta di Manuel, giovane bellissimo e intelligente che intraprende la carriera delinquenziale – sino al parricidio - con il mito di Eminem.
Ma anche nella desolazione delle periferie e dei Lombriconi (“Quei mostri laggiù, li vede? Quelle torri? Ecco, alcune sono in parte occupate illegalmente. E anche quei due abomini più bassi e lunghi un chilometro…”) – così recitano canzoni e luoghi comuni – possono sbocciare fiori. Come Zeno (“Era un narratore, non un protagonista”), liceale-modello che ama Dostoevskij di amore letterario e Adele di amore adolescenziale.

Dall’altro lato c’è la borghesia: l’architetto Fabio (“Ci sperava sul serio ce un nuovo polo tecnologico, e il suo auditorium a forma di anima, avrebbero portato lavoro, occasioni e fama, e trasformato quella periferia in un posto migliore”), che ha sposato Dora, una letterata appassionata di Dostoevskij (anche lei!) e vive molti drammi (“Per la sua malformazione, per la sua sterilità, per la sua sofferenza”), anziché la bellissima Emma, con la quale in gioventù Fabio aveva formato una coppia perfetta.

Il raccordo – possibile, impossibile? - è rappresentato dalla neonata Bianca, mentre il diaframma tra i due mondi è il difficile tema dell’adozione (“lo ribadisco: il nostro compito non è trovare a voi un figlio. Ma a un minore in stato di abbandono una famiglia. Perché lui ne ha diritto, mentre voi no”) in una narrazione che scompagina le vicende sul piano temporale.

Giudizio finale: a tratti crudele, sornione, in fondo in fondo nazionalpopolare almeno quanto la sigla di Beautiful trasmessa dai televisori della periferia.

Bruno Elpis

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Da dove la vita è perfetta 2017-04-28 08:36:55 ornella donna
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    28 Aprile, 2017
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La maternità di Silvia Avallone.

Silvia Avallone dopo la Piombino di Acciaio e la vallata nel Biellese di Marina Bellezza, ora racconta le vite di ragazzi, uomini e donne in una lontana, arrabbiata ed ambiziosa periferia di Bologna in Da dove la vita è perfetta.
E’ una storia di amore e di abbandono, di genitori e figli, di attese e di rinunce. Il tema di questo libro è la maternità. Narrata con pignoleria per tutto il percorso: test di gravidanza, esami, calendario delle ecografie, travaglio terribile e parto. Quella maternità vissuta come una maledizione e quella desiderata. C’è una gravidanza adolescente. Poi una maternità agognata ma non realizzata e quindi dettagliata tra inseminazione artificiale ed adozione. Temi sviluppati da tanti personaggi: genitori e figli, tutti infelici. I padri sono sempre bastardi ed assenti, le madri sfiancate ed arrabbiate, rovinate. Tutti frustrati, con vite piene di disagio, che fanno fatica. La scrittura è intensa e anche coinvolgente, le note tragiche, i riferimenti colti.
“Ne aveva seguiti i movimenti dei piedi, dei gemiti, delle ginocchia attraverso la pelle. L’aveva sognata. E provato ad immaginarla nelle immagini delle ecografie. Ma adesso che la vedeva per la prima volta, capiva che non era né conosciuta né ignota. Era sua. Così tanto da schiantarle il cuore.”
Lo scopo dell’autrice è di essere realista, descrive con impegno realtà squallide che ci circondano. I suoi protagonisti sono gli ultimi. Indugia sui casermoni che erano già presenti in Acciaio, i centri commerciali come mete agognate dagli adolescenti senza ideali e tanto tempo da ammazzare, già presenti in Marina Bellezza:
“Ad ogni piano le porte degli appartamenti erano spalancate, forse per fare corrente. Ma la corrente non c’era.”
Poi confronta questi luoghi con le belle vie medievali di Bologna, luoghi carichi di storia, esenti dall’abuso edilizio. Qui vivono i più fortunati, quelli che hanno studiato e hanno un buon reddito. Lo stile è molto vivido, i dialoghi sono realisti, anche quando girano al dramma. E al termine un messaggio di speranza: la cultura ci salverà. Forse?

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Consigliato a chi ha letto Silvia Avallone, Acciaio oppure Marina Bellezza.
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Da dove la vita è perfetta 2017-04-23 07:51:52 Claudia Falcone
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Claudia Falcone Opinione inserita da Claudia Falcone    23 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 23 Aprile, 2017
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Il nuovo, maturo e bellissimo libro della Avallone

Volendo semplificare al massimo, si potrebbe dire che il nuovo romanzo della Avallone parla di genitori e figli; ma sarebbe riduttivo, perchè in realtà c'è tantissimo altro: è una storia che racconta la maternità, l'adolescenza, la periferia, i vuoti che ciascuno di noi si porta dentro. Racconta tantissime cose, ma senza mai sbavature.
Alle primissime pagine ho avuto la sensazione che l'autrice volesse riproporre lo stesso tipo di personaggi e di situazioni di "Acciaio": giovani adolescenti che abitano le periferie, il degrado, l'emarginazione; insomma, la Avallone che ripropone la Avallone. Invece sono passati sette anni e si sentono tutti: "Da dove la vita è perfetta" è un romanzo molto più complesso e più maturo.
Innanzitutto, per la struttura, molto ben costruita: il libro comincia presentandoci i vari personaggi, nella situazione di partenza; poi un lungo flashback che racconta le storie dei vari protagonisti e di come si intrecciano fra di loro, per poi ritornare, nelle ultime pagine, alla situazione di partenza, con un finale che si rivela diverso da quello che ti si prospettava all'inizio del romanzo.
Attraverso questi personaggi, la Avallone è riuscita a raccontare tante cose. Prima di tutto, sicuramente, la maternità (e mi chiedo infatti se questo romanzo non sia stato scritto dopo che la stessa autrice abbia vissuto nella sua vita reale questa esperienza); viene raccontata, in modo diametralmente opposto, attraverso le due principali protagoniste femminili, Adele e Dora. La prima, 17 anni, fidanzata con un mezzo delinquente di periferia, con una famiglia sfasciata alle spalle, rimasta incinta per sbaglio. La seconda, trentenne, colta, istruita, ma che si porta dietro tutto il peso della sua infertilità, anni e anni di tentativi di avere un figlio andati a vuoto, un bisogno che diventa un'ossessione. E alla fine, le loro storie così diverse andranno quasi a coincidere, perchè entrambe, nella possibilità di avere un figlio e di dare inizio a una nuova vita, a una nuova storia, rinasceranno loro stesse. Attorno ad Adele e Dora ruotano i personaggi maschili, i padri reali e mancati, i padri che scelgono di essere padri. Manuel, il fidanzato di Adele, piccolo delinquente di periferia ma personaggio dalle tante sfumature, a tratti spregevole, ma tutt'altro che scontato. Poi Zeno (il mio personaggio preferito in assoluto), apparentemente lo stereotipo dell'adolescente sfigato, intellettuale, secchione, è probabilmente il personaggio piuù puro di tutti, l'unico a cui la Avallone non attribuisce una qualche meschinità come a tutti gli altri. E poi c'è Fabio, il marito di Dora, più fragile e più sensibile di quel che può sembrare in superficialità. Tutti, in realtà, si portano dietro una storia da scontare, dalla quale non riescono a liberarsi: Manuel ha il suo passato da piccolo spacciatore, che culmina in un gesto terrificante che poi lo porterà a costituirsi e a finire in galera; Zeno da anni accudisce la madre, precipitata in una grave forma di depressione per una storia che si svela solo verso la fine del libro; Fabio non riesce a lasciarsi alle spalle i suoi complessi di adolescente grasso, figlio di un benzinaio, bullizzato dai compagni di classe. Ma per tutti loro, alla fine in modi diversi, arriverà un riscatto, che non vorrà dire lasciarsi alle spalle le loro esistenze, ma accettarle provando, ciascuno, a riempire il vuoto che si porta dentro.
Ci sono poi gli altri personaggi collaterali: Rosaria, Adriano, Serena, Emma, Marilisa, ciascuno piccolo eppure fondamentale nella storia.
E poi ci sono i Lombriconi. Ancora una volta, quindi, la Avallone torna a raccontare la periferia, e lo fa nello stesso modo minuzioso, reale, in cui lo ha fatto in "Acciaio"; perchè attraverso le sue descrizioni ti sembra di vederli, quei palazzoni, le strade grigie, i ragazzini in motorino, le fermate degli autobus, ti sembra di entrare, attraverso le finestre aperte, nelle vite di quelle famiglie col loro sbattere di porte, rumore di piatti all'ora di pranzo, fumo di sigarette fumate affacciati al balcone. E ancora una volta delle periferie la Avallone racconta quel misto di disperazione, voglia di fuga, degrado, ignoranza, ma anche di profonda umanità...
"Da dove la vita è perfetta" è un romanzo ambizioso ma lieve, che non fa mai sentire il peso di tutto quello che vuole raccontare. Con uno stile asciutto e scorrevole, ma anche a tratti incredibilmente intenso (e meno aspro, secondo me, rispetto ai romanzi precedenti), ci conduce nelle vite di Adele, Zeno, Dora e Fabio, personaggi nei quali inevitabilmente possiamo riconoscere pezzetti di noi stessi, e che alla fine non vorremo più lasciare. Di ciascuno di essi riusciamo a comprendere un po' di quei vuoti che si portano dentro. Per questo, inevitabilmente, il finale ci fa commuovere.
E ci fa sperare che ciascuno di noi arrivi prima o poi a trovare quel posto da cui la vita è perfetta.

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