Il sergente nella neve
Letteratura italiana
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Un libro per una nuova umanità
Questo è il libro a cui devo il mio passaggio all'età di una ragione luminosa.
Il trauma della guerra sconvolge l'animo del lettore con sferzante crudezza, ma con piena consapevolezza della propria umanità; Mario Rigoni Stern ci riconduce non solo nei paesaggi vicini al Don e nell'inospitale steppa russa,ma nei meandri di un animo fiero, che con dignità condanna la mostruosità della guerra, con coscienza non minore di quella che Remarque esprime nel "Niente di nuovo sul fronte occidentale", e soprattutto ne "La via del ritorno".
Libro che riconduce il simile ad una primordiale e pur così naturale fratellanza, che non nasce tuttavia dall'istinto del buon selvaggio di Rousseau, ma dalla coscienza di un uomo che la natura ha infine guarito.
Libro stupendo inimitabile, come buona parte della sua produzione, confrontabile forse solo con gli scritti di Remarque e con la raccolta di epistole del russo Pavel Florenskij.
Lettura che non si può rifiutare, per chi spera in un'umanità rinnovata.
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Straziante marcia verso la morte...
Pietra miliare delle mie letture giovanili.
Mi affascinava l'argomento, perchè ricordavo mio padre raccontare di come avesse pianto, quando, giovane militare, fosse stato costretto a scendere dal treno che portava gli alpini in Russia !
Questo contrordine, perchè era un bravo artigiano e serviva qui, ai suoi superiori.
Di tutti i suoi compagni partiti quel giorno, ne tornò uno, irriconoscibile dagli stenti!
Si può perciò comprendere quanto l'argomento mi toccasse le corde del cuore.
Ciò che rende , secondo me, questo romanzo "speciale", è l'avere "saltato" i motivi politici e militari che determinarono la nostra partecipazione alla guerra, ed alla tragica campagna di Russia, e ad avere posto l'accento sugli stati d'animo dei soldati, sulle piccole vicende di ogni giorno...
E poi sulla speranza. Sulla disperazione. Sulla rassegnazione. Sulla solidarietà...
Si comprende bene, leggendo, la follia di avere portato militari giovani ed impreparati , non attrezzati per lo spaventoso gelo, senza viveri e medicine... Portati a morte certa, tranne i pochi fortunati, che pure in condizioni pietose, riuscirono in qualche modo a tornare a casa.
Ci sono , nel romanzo, molti brani struggenti , e poetici nello stesso tempo. Come dei flash, che rendono perfettamente un momento, una situazione.
Un esempio a caso:
"Dovevamo arrivare in uno di quei paesi dove, ci dicevano gli ufficiali, avremmo potuto riposare e mangiare.
Ma dov'era?In un altro mondo?
...La tormenta non smetteva e c'erano sempre i coltelli piantati sotto le ascelle, e si era schiacciati dal peso dello zaino e delle armi."
Un momento - raro- di dolcezza:
"Un giorno mi accorsi che era arrivata la primavera.
Si camminava da tanti giorni; era il nostro destino camminare.
E mi accorsi che la neve sgelava, che nei paesi attraverso i quali si passava c'erano delle pozzanghere.
Il sole scaldava, e sentii cantare una calandra.
...Desiderai l'erba verde; sdraiarmi sull'erba verde e sentire il vento tra i rami degli abeti. E l'acqua tra i sassi."
Questi ragazzi, che ci racconta Rigoni Stern, avevano 18-20 anni!
Un romanzo che ogni generazione dovrebbe leggere.
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Il caro nonno Mario
Poche pagine ma tantissimi significati,questo "vecio Alpin",questo Mario Rigoni che poteva essere nostro nonno,che non abbiamo mai ascoltato,come neanche la storia,ci da in poche pagine struggenti una significativa lezione di vita.Lui c'era ,lui ha capito assieme a centinaia di migliaia di miserabili soldati cosa fosse veramente l'assurdità della guerra,come poteva essere enormemente importante il rapporto umano,la speranza,ma anche una sigaretta,"pastasciutta e vino"da condividere,per sopravvivere da uomini e non da animali.Il nonno Mario ci narra schietto la sua tragedia ,senza gravarci del fardello dei sensi di colpa,ci narra anche che quando era tutto buio,lui vedeva un lumino,che c'era senso ad andare avanti,e lui lo trovava nelle cose più semplici,come un prato fiorito,un letto che sa di bucato,il chiacchierio incomprensibile di ragazze che filano la canapa.Purtroppo il "vecio Alpin"non c'è più,e gli ignobili che inneggiano alla guerra continuano ad esistere,e loro "il sergente della Neve"non lo hanno letto.
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Grande Rigoni
La grande bravura dell'autore ci permette di rivivere paure, emozioni, dolori, odori e rumori della tragica spedizione in Russia dei militari italiani durante la seconda guerra mondiale. Una triste pagina della storia italiana raccontata da un grande scrittore che ha vissuto di persona gli orrori della guerra. Da leggere per capire meglio le sofferenze di una generazione segnata da un assurdo conflitto bellico. Uno spaccato di storia da non dimenticare. Lo consiglio non solo a a chi ama i libri di guerra, ma a tutti.
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Sergentmagiù ghe rivarem a baita?
“ Sergentmagiù ghe rivarem a baita?” ripete spesso l’alpino Giuanin, rivolgendosi al sergente maggiore Mario Rigoni Stern.
In terra di Russia andarono in molti e ben pochi tornarono, e fra questi superstiti c’è stato anche Mario Rigoni Stern, che in questo suo romanzo d’esordio ha voluto raccontare che cosa realmente accadde.
Non crediate però che si tratti di un racconto memorialistico, perché va ben oltre il pur riuscito intento di spiegarci la famosa e tragica ritirata dell’ARMIR.
Le grandi qualità di scrittore di Mario Rigoni Stern sono già evidenti in questo suo primo libro, le stesse che, in occasione della recensione del suo ultimo lavoro (Stagioni) mi hanno indotto scrivere che ci trovavamo di fronte a un capolavoro, e lo è anche questo.
Quando a distanza di anni, non pochi, anzi molti, si rilegge un romanzo e si provano le stesse emozioni d’un tempo è perché quel testo ha mantenuto immutata la sua bellezza e ciò avviene solo quando si tratta di un’opera di elevatissimo valore.
L’autore ha saputo ricreare l’atmosfera in modo tale che il coinvolgimento è totale; si legge, e poco a poco si è presenti al caposaldo, ci si trova intorno al tagliere con la polenta di segale, si vivono le pericolose ore dello sganciamento, e infine si cammina, si combatte, si patisce la fame, si soffre il freddo, si prova l’angoscia della lunga ritirata.
Già questo è molto, ma Il sergente nella neve è assai di più, è un’opera dove è sempre presente la natura, ammirata anche quando è inclemente e con pagine in cui si respirano lo sgomento e l’attrazione per la grandezza nell’universo, ed è inoltre un’ode sommessa a una virtù ormai purtroppo desueta, la pietà.
Così, fra un combattimento e l’altro, descritti magistralmente, c’è il tempo per le riflessioni di fatti appena accaduti e che nel trascorrere del tempo (l’opera verrà ultimata qualche anno dopo quel tragico 1943) si sfumano per scoprirne gli aspetti più reconditi. E’ il caso del pasto consumato in un’isba insieme a dei soldati russi, in una pausa della battaglia di Nikolajewka. Al riguardo la riflessione di Stern è quanto semplice ed efficace: “In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto di più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini.”
C’è tutto il senso della pietà, prima per se stessi e poi per gli altri, c’è quella comprensione della propria e dell’altrui debolezza, c’è una ritrovata umanità che supera ogni barriera e confine.
E’ un grandissimo messaggio di pace di un uomo che, partito volontario per la guerra, ne ritornerà maturato, ma soprattutto consapevole dell’autentica dignità di ogni essere umano.
Quello che poi sorprende in questo primo romanzo è la capacità di prosa poetica che ha l’autore, con quelle descrizioni brevi, ma ispirate, del firmamento, del Don, della pianura ghiacciata. Sono stacchi che non sono avulsi dalla narrazione, ma che si innestano nella stessa in modo preciso e solo quando serve, a riprova di un’esperienza professionale innata.
Al riguardo Rigoni Stern si supera nelle ultime pagine con quella ritrovata serenità nel caldo di un’isba e con le ragazze russe che filano la canapa cantando le loro canzoni popolari.
Mi raccomando di leggere le sei righe finali, perché anche in voi entrerà dolcemente questa serenità.
Giuanin e tanti altri non sono tornati, ma hanno trovato la loro baita nella steppa russa.
Mario Rigoni Stern, che ha avuto la fortuna di uscirne vivo, non ha voluto dimenticare, anzi ha voluto ricordare soprattutto a noi l’insensatezza della guerra.
E’ un libro che non si può non leggere e che rientra, giustamente, fra i grandi romanzi pacifisti, con pari dignità del più famoso Niente di nuovo sul fronte occidentale, di Erich Maria Remarque.










Opinione inserita da Cristina V 03 Gennaio, 2011