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L'amica geniale

Letteratura italiana

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L'amica geniale comincia seguendo le due protagoniste bambine, e poi adolescenti, tra le quinte di un rione miserabile della periferia napoletana, tra una folla di personaggi minori accompagnati lungo il loro percorso con attenta assiduità. L'autrice scava intanto nella natura complessa dell'amicizia tra due bambine, tra due ragazzine, tra due donne, seguendo passo passo la loro crescita individuale, il modo di influenzarsi reciprocamente, i buoni e i cattivi sentimenti che nutrono nei decenni un rapporto vero, robusto. Narra poi gli effetti dei cambiamenti che investono il rione, Napoli, l'Italia, in più di un cinquantennio, trasformando le amiche e il loro legame.

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L'amica geniale 2017-01-30 08:58:39 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    30 Gennaio, 2017
Ultimo aggiornamento: 30 Gennaio, 2017
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Lenù, Lina, il Rione nella Napoli anni '50

Anni 50. Lila Cerrullo, classe 11 agosto 1944, e Elena Greco, classe 15 agosto 1944, vivono in una Napoli ancora provata dagli anni della guerra, una realtà ancorata ai vecchi principi e per questo poco incline al cambiamento. Lenù e Lila conoscono la povertà, conoscono il sacrificio ed il prezzo di quella società fondata sul “faticare” dove studiare è solo un corollario aggiuntivo e superficiale che non deve sostituirsi mai al lavoro, cardine essenziale e primario di ogni uomo.
Ed è in questo contesto che nasce la loro complessa amicizia; un rapporto di amore-odio, di invidia e di compensazione, di competizione e di limite, un legame stratificato e corroborato di così tante sfumature che è impossibile descriverlo a parole. Le vite delle due protagoniste scorrono parallelamente sino al termine delle classi elementari; ove a ognuna è concesso il diritto di andare a scuola ad imparare a leggere e a far di conto. Entrambe sono molto brave, ma Lila spicca di quella intelligenza mixata ad un carattere ribelle che mai Lenù, al contrario diligente e retta, avrà. E tanto sono diverse caratterialmente, tanto lo sono fisicamente, queste due eroine. Se la Greco è bionda, prima più alta e ciocciotta, di poi con l’adolescenza più bassa e formosa, Lila è dapprima bassina, magrissima e ossuta, di poi alta, slanciata e fortemente desiderata. Giunte al termine delle classi primarie, inevitabile la separazione. Vani i tentativi della maestra Oliviero di convincere i rispettivi genitori a far studiare le sue pupille. Lila deve rimboccarsi le maniche, è la risposta. I soldi servono. Elena, dopo molte azioni di persuasione, potrà al contrario continuare. E sarà così brava, così meticolosa da riuscire non solo ad ultimare le scuole medie ma ad intraprendere gli studi presso il liceo classico ove si distinguerà per essere la migliore; risultato che conseguirà, paradossalmente, proprio grazie al contributo indiretto dell’altra che privata della possibilità di continuare ad apprendere – lei che è una spugna mossa da insaziabile curiosità – imparerà, mediante i testi della biblioteca – da autodidatta non solo il latino ma anche la lingua greca.
Più passano gli anni e più quel sentiero intrapreso, quella via comune, si allontana e riavvicina, si intreccia per poi nuovamente riallontanarsi. Lenù, per la formazione ricevuta, non può più rivedersi negli amici del Rione, ma non può non rispecchiarsi in Lila suo antecedente necessario. Quest’ultima all’opposto, per fuggire alle attenzioni di Michele Solara, camorrista, decide di legarsi sentimentalmente a Stefano, il salumiere figlio di Don Achille; scelta questa che la segnerà indelebilmente.
Quelle che abbiamo davanti con l’opera della Ferrante sono pagine pulsanti, un fiume palpitante di parole che rende concrete Elena, l’amica geniale capace di coadiuvare intelligenza e volontà, e Lila di fatto la più dotata, considerata la più cattiva eppure oggettivamente colei che maggiormente sente il peso dell’ambiente, della famiglia, di una bellezza non richiesta che cerca di offuscare quella mentale, quella che non sa liberarsi degli altri per emergere, quella che invita l’altra a studiare sempre.

«”Qualsiasi cosa succeda, tu continua a studiare”
“ Altri due anni: poi prendo la licenza e ho finito”
“No, non finire mai: te li do io i soldi, devi studiare sempre”
Feci un risolino nervoso, poi dissi:”Grazie, ma a un certo punto le scuole finiscono”
“Non per te: tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine”». P. 308-309

“L’amica geniale” non è però soltanto il racconto di questa particolare amicizia, “L’amica geniale” è un elaborato che narra di una società, quella napoletana negli anni successivi al conflitto, è uno scritto che descrive i rapporti umani, che analizza la dimensione del quartiere, che scarna il binomio povertà-ricchezza, che si incentra sull’ingerenza pregnante dei genitori sui figli; un’influenza talmente forte da determinarne le sorti (basti pensare alla madre di Elena che prima la denigra perché studia, poi le rinfaccia di mescolarsi alla “feccia” dopo i sacrifici fatti per farle prendere il titolo). A contorno delle due figure principali, abbiamo inoltre una serie di personaggi secondari tutti accomunati da un denominatore comune: la voglia di riscatto, economico ma anche culturale e morale. La Ferrante sembra voler invitare chi legge a riflettere sulla durezza della vita; che è lotta, emersione, materialità e non materialità. E lo fa senza remore, senza nulla risparmiare. Il tutto è avvalorato da una penna che accarezza, munita di uno stile apparentemente semplice, in verità curato in ogni suo frangente, in ogni suo aspetto.
Primo di una quadrilogia, “L’amica geniale” si dimostra capace di catturare ed affascinare il lettore che giunto a conclusione del romanzo, resta frastornato dal contenuto. Se in di primo acchito il testo può sembrare una storia semplice, con un’analisi più a mente fredda, ragionata, si rivela in tutte le sue sfumature spiazzando. Il finale, in particolar modo, mette il temerario conoscitore in condizione di comprendere quelle che sono le conseguenze ineludibili di una decisione, ormai, chiaramente sbagliata.
Definirlo il migliore della saga, è forse, ad oggi, prematuro, perché si è davanti ad un componimento in crescendo, ma certamente è un libro valido, che merita di essere approfondito e che cattura con la forza della pazienza, della curiosità.

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L'amica geniale 2016-09-20 11:26:32 Pelizzari
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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    20 Settembre, 2016
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La dimensione del ricordo

E’ forse la più famosa saga italiana moderna sulle età della vita e questo è il suo primo capitolo, dedicato alle età dell’infanzia e dell’adolescenza. Emerge già dalle prime pagine la dimensione del ricordo, che è forse l’aspetto che più ho apprezzato di questa lettura. Molto lenta, molto morbida, non però troppo coinvolgente, come invece ho letto in altri commenti, anche molto autorevoli. Io ho avvertito comunque una certa distanza tra l’autrice ed il lettore, a me è sembrata quasi una distanza voluta, non so se invece è il frutto di un mio personale poco coinvolgimento. Il Vesuvio sta sullo sfondo, molto velatamente. Anche la napoletanità dell’ambientazione non è un elemento centrale, anzi, è molto sfumato, impalpabile. Il mirino è centrato sul rapporto tra le due bambine e ragazzine protagoniste. Più che non su una o sull’altra, è proprio il legame fra le due il centro attorno a cui si muove tutta la narrazione, un legame che è quasi un’ossessione. La saga è diventata un must, ma, sinceramente, anche se sono solo al primo step, non ne capisco il motivo.

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L'amica geniale 2016-03-29 18:07:27 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    29 Marzo, 2016
Ultimo aggiornamento: 02 Aprile, 2016
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Il rione

Il romanzo è molto bello e anche molto piacevole da leggere. Racconta la storia di due amiche: Lenù e Lila. Elena Greco, Lenù, è l’amica geniale quella che unisce all’intelligenza la volontà, il piacere del nuovo e il giusto distacco dalla famiglia mentre Lila, la più dotata, la più cattiva in apparenza, è quella che sente il peso dell’ambiente e la zavorra della famiglia, quella che non si sa liberare degli altri per emergere, quella che dice a Elena di non smettere mai di studiare, di non smettere mai di essere l’amica geniale, quella veramente geniale. Con il pretesto di parlare della loro amicizia la Ferrante ci racconta del quartiere di Napoli, dei rapporti tra le persone, dei rapporti interquartiere, cioè tra le persone della zona bene e della zona più povera. La parte più interessante del romanzo è proprio la descrizione dei tanti personaggi di contorno e dei rapporti tra i personaggi secondari. Tutti sono in cerca di un riscatto, che spesso è socio economico ma anche culturale e morale. Spesso i padri o le madri sono la zavorra dei figli: ad esempio don Achille per i due figlioli Stefano e Alfonso, molto simpatici soprattutto Alfonso, compagno di scuola di Elena. Oppure Donato Starratore, il seduttore incallito di poverette come Melina che riduce sull’orlo della follia, pietra al collo per il figlio Nino. Melina ricorda la poverella dei giorni dell’abbandono. Ma anche la madre di Elena e il fratello di Lila sono pietre al collo. E’ interessante anche l’analisi sociale: la povertà che avvicina il gruppo degli amici ai fratelli Solara, malavitosi (nell’episodio della gita ai quartieri bene) e li separa dai ragazzi ricchi.
La visione del mondo di Elena è abbastanza cruda, la vita è lotta per emergere e il debole è colui che si lascia impietosire e tirare indietro dagli altri. La lotta di classe è tangibile.
“Noi stiamo volando sopra una palla di fuoco. La parte che s’è raffreddata galleggia sulla lava. Su questa parte costruiamo i palazzi, i ponti, le strade. Ogni tanto la lava esce dal Vesuvio oppure fa venire un terremoto che distrugge tutto. Ci sono microbi dovunque che ti fanno ammalare e morire. Ci sono guerre. C’è una miseria in giro che ci rende tutti cattivi. Ogni secondo può succedere qualcosa che ti fa soffrire in un modo che non hai mai abbastanza lacrime. E tu che fai? Un corso teologico in cui ti sforzi di capire cos’è lo Spirito Santo? Lascia stare è stato il diavolo a inventarsi il mondo e non il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.”
L’analisi impietosa è di Lila ma è fatta sua da Elena. E’ Elena la dura, quella che non si lascia tirare indietro, forse perché supportata dalla famiglia, forse perché più indifferente agli affetti famigliari, spesso pietra al collo.
La diversa strategia di lotta delle amiche le separa. Lila è abbandonata a se stessa. Elena può studiare. Lila è costretta a scegliersi il meno peggio degli uomini per sottrarsi a Marcello Solara, il malavitoso prepotente. Ma alla fine del romanzo, primo volume, si capisce che mettersi nelle mani di un uomo è una pessima trovata.
L’amicizia come viene descritta è molto poco femminile. Non c’è affetto, non c’è emotività, umoralità. Il legame è molto intellettuale, di stimolo reciproco, soprattutto da parte di Elena. Elena è in cerca del pungolo, il pungolo che rimanda alla citazione all’inizio del romanzo dal Faust, al diavoletto che Dio dà come pungolo all’uomo perché non si riduca all’immobilità. Anche il nome Elena fa pensare al Faust, Elena la donna ideale di Faust. Nel romanzo non c’è amicizia nel senso che in genere diamo al termine ma un rapporto socratico tra le persone. Elena tende alla noia e ha bisogno di avere intorno persone che la stimolino e facciano uscire il genio che sta nella sua testa ma che tende ad addormentarsi. La descrizione delle due amiche è molto fisica, come in tutto il romanzo c’è una tensione alla materia, al denaro, al riscatto sociale, alla conoscenza come strumento di riscatto sociale e morale ma morale in senso abbastanza esteriore, al piacere e alla novità intesa come conquista del mondo. Le due amiche sembrano in certe parti del romanzo molto simili, meno che fisicamente, una mora e una bionda, una specie di mostro e due teste anzi a due corpi uscito dall’immaginario maschile e simili a divinità greche o a personaggi mitologici. Anche il rapporto che hanno con gli uomini è molto dall’alto, in un certo senso.
Il romanzo è molto piacevole, le considerazioni anche sociali sono ben mimetizzate nel testo. Ci sono aspetti originali e idee che trattengono sempre l’attenzione del lettore: la smarginatura, la perdita di realtà delle cose, l’esplosione della pentola di rame.
L’incipit è favoloso con la scomparsa di Lila. E’ come se l’incipit ci dicesse che effettivamente Lila non è esistita davvero se non nella testa di Elena, o che la vera Lila è quella che lei ha in testa e che ha chiuso dentro il romanzo.

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L'amica geniale 2016-02-04 08:02:36 MATIK
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MATIK Opinione inserita da MATIK    04 Febbraio, 2016
Ultimo aggiornamento: 04 Febbraio, 2016
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L'incendio e altri racconti.

"E' meglio essere il primo di una fabbrica che l'artista disprezzato di un'accademia."
In questi racconti ritroviamo tutto il bagaglio letterario di questa splendida scrittrice, in ogni storia c'è un po' di quello che ritroveremo nei suoi romanzi più importanti:
la sofferenza per un tradimento subito, l'angoscia di perdere chi amiamo per un'altra donna;
l'amore che viviamo intensamente, ma che è spesso una chimera, e piano piano con il quotidiano ci adattiamo, ma non proviamo più le sensazioni che ci facevano battere il cuore ed ansimare a vent'anni;
il dolore per la guerra che si sta avvicinando, tutto è perduto, si avverte malinconia, paura e l'imminente perdita di quello che siamo e la paura per quello che diventeremo;
la felicità effimera, che tutti cerchiamo, ma che purtroppo spesso o dura un attimo o pure ci sfugge senza neppur esser riusciti a gustarcela;
il sentirsi non più amati dalla propria madre o padre, perché non siamo più bambini, ed il rendersi conto di dover lottare con le proprie forze, l'abbandono e l'indifferenza;
la vecchiaia che avanza, la perdita della bellezza e dell'oblio che ci caratterizza nella nostra gioventù, il vedersi brutti ed esser coscienti che è inutile soffrire e disperarsi.
Tutto questo e molto altro ancora, ogni racconto è un gioiello dell'arte di raccontare le mille sfaccettature che questa bravissima scrittrice sapeva cogliere dall'esperienza di una vita finita troppo presto in un campo di deportazione.
Irene Nemirovsky è un'autrice a me tanto vicina, perché trasmette con la sua scrittura, tanti sentimenti che fanno parte del mio modo di essere: il sentirsi traditi, non amati, l'essere coscienti che la felicità è un attimo difficile da cogliere e che le persone riescano più spesso a farti soffrire che a farti gioire, nonostante tutto bisogna cercare la forza dentro di noi, andare avanti e cercare di vivere con coraggio e passione tutto ciò che il destino ci concederà.
Per far capire ancor di più l'incisività di Irene ecco alcuni passi tratti dai racconti di questo bel libro che confermano ciò che ho precedentemente esposto:
"Non si sa né chi vive, né chi muore."
"Era meglio -ed era ancor più raro- essere divertito che ammirato...meglio, e più raro, essere divertito che amato."
"I ricordi d'infanzia, ciò che costituisce il loro potere, è che contengono una parte di mistero. Gli avvenimenti e i personaggi del passato sembrano avere un doppio fondo; credevamo di conoscerli; ci accorgiamo anni più tardi, che ci siamo sbagliati. Quello che sembrava semplice si maschera di ombra e di segreto. Al contrario, quello che allora ci intrigava si riduce a storielle di eredità o di adulterio. L'ignoranza e la sventura del bambino creano così un mondo soltanto per metà rilevato, e per metà dissimulato. E' per questa ragione, forse, che quel mondo resta nella memoria con colori così vivaci."
"La felicità? La inseguiamo, la ricerchiamo, ci ammazziamo d'affanni, e non è che qui, nasce nel momento in cui non ci si aspetta più nulla, in cui non si spera più niente, in cui non si teme più niente. Naturalmente, la salute dei piccoli..."
"Ah, non mi sazierò mai del silenzio."
"Soffrire, disperarmi, aspettare qualcuno! Non aspetto più nessuno al mondo! Sono vecchia. Odio questa casa. E' questa pace, questa calma! Sì, gli voglio bene, ho solo loro al mondo, ma tutto questo non basta. Vorrei ritrovare gli anni perduti, le sofferenze perdute. Adesso, l'amore, sarebbe così ripugnante, così brutto. Vorrei avere vent'anni!."
"L'avaro ammasserà fino al letto di morte per gli eredi che odia!"
"I ricordi troppo dolci s'inaspriscono con gli anni, formano nell'anima una sorta di sedimento dolciastro come la feccia che i vini zuccherati depositano sul fondo dei bicchieri."
"La felicità assomiglia a delle vacanze in riva al mare in un'estate piovosa, dove solo l'ultima giornata è stata bella, e questo è sufficiente per rimpiangerle."
"Era la prima notte di guerra. Nelle guerre e nelle rivoluzioni niente di più singolare di quei primi istanti in cui si viene proiettati da una vita all'altra, senza fiato, come se si cadesse dall'alto di un ponte, tutti i vestiti, in un fiume profondo, senza capire cosa sta succedendo, serbando nel cuore un'insensata speranza."
"Tutti l'imitarono, dividendosi uova sode, caffè nero, prosciutto e pesche, con quell'ammirevole fraternità di gesti che, se in tempo di pace se ne mantenesse un decimo, sarebbe sufficiente a fare la felicità del mondo."
"L'attimo in cui ci rendiamo conto, per la prima volta, che a nessuno importa davvero di noi è quello in cui smettiamo di essere bambini! Aveva percepito la freddezza che nascondono i cuori più vicini ai nostri. In superficie si sente la compassione e l'amore, ma basta che si scenda un po' e si scoprono profondità in cui la nostra immagine non riesce a penetrare che racchiudono dei segreti a noi sconosciuti e ai nostri occhi degli oceani, degli abissi di indifferenza."
"L'attimo in cui ci rendiamo conto che a nessuno importa di noi, l'istante in cui questo non ci fa più male, ma, anzi, ci consola e tranquillizza, è quello in cui si è finito di essere giovani."

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L'amica geniale 2015-09-15 08:24:02 Cristina72
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Cristina72 Opinione inserita da Cristina72    15 Settembre, 2015
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Un posto al sole del rione

E' un romanzo che si legge d'un fiato per la capacità che ha la scrittrice di coinvolgere il lettore nelle vicende dei personaggi, che danno l'idea di essere presi direttamente dalla realtà, figure a tinte forti che non mancano mai nei rioni napoletani.
Lila spicca fra tutti, ragazzina fragile e forte, intelligente e ambiziosa, figlia di uno “scarparo”.
Il suo carisma e il suo acume sono riportati mirabilmente attraverso il racconto dell'amica, l'io narrante: “...prendeva i fatti e li rendeva con naturalezza carichi di tensione; rinforzava la realtà mentre la riduceva a parole, le iniettava energia”.
La compassione che ispira Lila è quella di un animale in gabbia o di un'aquila a cui abbiano tarpato le ali, lei che ha voglia di imparare e non può studiare, lei che impara tutto da sola, meglio di chi alle scuole medie e superiori ha il privilegio di andarci.
I sogni coltivati dalle due amiche durante l'infanzia hanno un unico oggetto: il mondo fuori dal rione, “tra le cose e le persone e i paesaggi e le idee dei libri”, ma affrancarsi dalla condizione sociale in cui si è nati e cresciuti è tutt'altro che facile. Più facile è restarne invischiati, finendo per fare di necessità virtù e arrangiarsi con le carte che il destino ti ha dato.
Il libro perde in qualità dopo la prima metà, quando cominciano le sbrodolature e le tinte vagamente rosa.
La sensazione è che la scrittrice prosegua nella narrazione ispirata dal diario di un'adolescente, con impressioni particolareggiate intorno ad amoretti, schermaglie con insegnanti, speranze e delusioni. E poi c'è quel gusto per il sensazionale, quel finale ad effetto sorpresa che fa tanto telenovela a puntate. Peccato, perché la scrittura è fluida e l'autrice all'inizio riesce nella difficile impresa di commuovere senza sconfinare nel melodramma.
Da leggere comunque, senza contare troppo su un seguito all'altezza.

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L'amica geniale 2015-09-06 21:12:07 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    06 Settembre, 2015
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Una donna per amico

Non esiste nulla al mondo che, come e più di un buon romanzo, possa descriverci al meglio e con interesse crescente, insistente curiosità e nitida efficacia, l’intera esistenza di una persona.
Un libro può raccontare in modo laconico ma lapidario un grande intervallo di tempo, un numero incredibile di eventi, di fatti, di cambiamenti, accompagnati dai pensieri, dalle riflessioni, dai dialoghi, dagli umori dei protagonisti, che scandiscono così tutte le loro stagioni di vita, l’infanzia, la crescita, la maturità e l’epilogo dell’umana esistenza.
Se poi tale descrizione avviene con cura estrema, e con tale incanto da ammaliare il lettore, intrattenendolo, interessandolo, emozionandolo, se poi gli si descrive non una sola esistenza, ma due, ecco che di libri ne servono appunto due; e se il romanzo, come in questo caso, scruta, indaga e descrive non solo la vita ma tutto l’animo, lo spirito, l’intenzione, l’indole delle protagoniste, allora i due libri si elevano alla potenza di due, diventano quattro.
Raffaella Cerullo, detta Lina o Lila, figlia di un ciabattino, o meglio di uno scarparo, come si dice in napoletano, ed Elena Greco, detta Lena o Lenù, figlia di un usciere del comune, sono le protagoniste uniche e assolute non del solo romanzo, ma dell’intera quadrilogia con cui Elena Ferrante racconta una storia che si snoda in oltre mezzo secolo di vita, dai primissimi anni ’50 fino ai giorni odierni.
Una storia che si svolge a Napoli, in uno dei quartieri più poveri e degradati della città, ma che avrebbe potuto benissimo svolgersi, con pari efficacia, nelle desolate borgate romane, le stesse dove sono ambientati “Ragazzi di vita” e “Una vita violenta” di Pier Paolo Pasolini, oppure nelle opprimenti case di ringhiera dell’hinterland milanese e nei tuguri sui navigli descritte da Giorgio Scerbanenco, oppure ancora nel popolare quartiere fiorentino di San Frediano di cui ci parla Vasco Pratolini; e non a caso citiamo luoghi e autori, perché a tali scrittori è senz’altro accostabile il nome e il valore letterario di Elena Ferrante.
Un poker di libri, ciascuno dei quali interessa le quattro stagioni di vita delle protagoniste: “L’amica geniale” contempla l’infanzia fino alla prima giovinezza, “Storia del nuovo cognome” si svolge durante l’adolescenza, “Storia di chi fugge e chi resta” interessa la maturità, l’ultima stagione di vita è richiamata in “Storia della bambina perduta”, quest’ultimo titolo finalista all’ultimo premio Strega.
Un poker di libri necessario per l’esaustività dell’opera, e per l’ampio periodo in cui si snoda la storia, ma non altro; Elena Ferrante, nonostante le apparenze o il numero di pagine vergate, è una scrittrice di rara sintesi ed efficacia, scevra da ridondanze e ripetizioni, una scrittrice essenziale ed esauriente insieme, già questo un pregio unico e raro nel panorama letterario.
Questa storia, declamata da una delle due protagoniste, Lenù, l’io narrante che svolge con certosina dedizione il suo ruolo di scriba, di chi trascrive diligentemente gli eventi e gli accadimenti, commentandoli e analizzandoli, si dilunga dunque in questi quattro libri distinti, ciascuno dei quali gode comunque di una sua interezza, ognuno di essi è fine a se stesso.
L’esigenza di diluire il racconto in più volumi, dettata certamente dalla necessità editoriale di contenerne le pagine, finisce per rilevarsi un gradevole indice di gradimento dell’opera, ci si trova, infatti, davanti a un raro esempio di un raccontare che si vorrebbe non avesse mai fine.
“L’amica geniale” tira la volata agli altri tre che seguono; esso è forse il più bello, il più incisivo, magari i romanzi successivi vivono soprattutto di luce riflessa dal primo libro della serie, ma l’intera storia merita, si fa leggere volentieri, è una buona storia ben raccontata, è una perla della contemporanea letteratura italiana.
Il lettore s’incanta, resta avvinto, affascinato dalla storia, come sempre dovrebbe succedere alla lettura di un buon libro; ma la Ferrante riesce in un di più, crea quell’atmosfera per cui, girata l’ultima pagina, ci si spiace, ci si resta male, si vorrebbe saperne di più, leggere di più, continuare a stare vicino alle protagoniste, seguendone le vicende direi in religioso silenzio, compartecipazione e trepidazione insieme.
Si badi, non si desidera sapere come va a finire, cosa succederà, non si tratta del fenomeno della fidelizzazione del lettore nei confronti dei personaggi come accade per esempio nelle fiction seriali, questa non è una storia a puntate, ma è la Storia, è il Romanzo, è il Summa dell’arte di scrivere.
Si desidera vivere la storia narrata, lasciarsi cullare dal ritmo ipnotico dello svolgersi dei fatti, centellinare le pagine quasi fosse un nettare, un’ambrosia.
Perciò, “L’amica geniale”, se non un capolavoro, è un’opera straordinaria, è pari se non di più ai grandi classici della letteratura, è una di quelle storie struggenti e delicate insieme, tenere e violente, amare e suadenti, in cui ciascuno riconosce se stesso, ritrova in qualche modo parte di sé, delle sue contraddizioni, i dubbi, le ipocrisie del vivere comune, fa pensare a cosa sarebbe potuta essere la propria esistenza se si fossero compiute scelte differenti, se ai bivi importanti della propria vita si fossero intraprese strade diverse, incontrate altre persone, se si fosse viaggiato altrimenti, ci si fosse allontanati o riuniti a posti e persone, è lo scorrere della vita di ciascuno, con il suo bagaglio di eventi purtroppo più spesso tristi che lieti, che è il vero fulcro ammaliante del romanzo, la sua forza è in questo. E non può perciò annoiare, non ci si stanca mai di sé.
Elena Ferrante non scrive una storia romanzata, fa romanzo della vita, perciò ciascuno è indotto, attraverso il racconto dell’esistenza più spesso misera ma sempre accesa di speranza di Lila e Lenù, a riconsiderare le proprie miserie e i propri agi, le proprie scelte e i propri pensieri, a rievocare i sogni realizzatisi o no, a fare racconto di sé, raccontarsi e redimersi, se si vuole, o semplicemente riconsiderarsi.
Facendo i conti con se stessi, con quello che, in effetti, siamo e quello che invece mostriamo, considerando con interezza il nostro genio interiore e non confondendoci con la nostra doppiezza.
La vita si svolge sempre su un binario doppio, bianco e nero, bene e male, sì e no, la vita ha sempre una valenza binaria; per questo, le ragazze protagoniste sono due, Lila e Lenù, ciascuna di lei ha, come tutti noi, il desiderio, la voglia, la volontà di crescere e cambiare, affrancarsi dal degrado morale e materiale in cui per caso o per volere degli dei si sono trovate a vivere, con metodi e scelte differenti, adeguati al proprio io, o semplicemente ritenute le più efficaci e opportune da seguire.
Lila e Lena sono diverse, e complementari; in realtà, non sono come due sorelle, o come due amiche intime e intensamente vicine e compartecipi, tutt’altro, tra loro c’è anche astio, livore, disagio, timori, litigi, rivalità, ci sono slanci di affetto e periodi di distacco, non per forza vanno sempre d’amore e d’accordo, spesso sono separate per tempi lunghi dalle distanze e dai casi squisitamente personali, nemmeno si dicono e si confidano completamente tutto di sé, molte sono le zone d’ombra che ciascuna cela volutamente all’altra.
Il romanzo non è, infatti, come molti credono, un’elegia dell’amicizia, è un di più: Lena e Lila sono due metà dello stesso essere, le famose metà di un’unica mela, ma con qualche distinguo.
Non sono propriamente complementari, sono intimamente parecchio contrapposte:

“Forse devo cancellare Lila da me come un disegno sulla lavagna, pensai, e fu, credo, la prima volta. Mi sentivo fragile, esposta a tutto, non potevo passare il mio tempo a inseguirla o a scoprire che lei mi inseguiva, e nell’un caso e nell’altro sentirmi da meno.”

Sono un’unica entità, diversa secondo le opportunità che la vita presenta a ciascuna di loro pur essendo tanto intimamente contigue, opportunità che possono venir colte o meno per cause indipendenti da loro stesse; possono essere perciò ambedue brillantissime studentesse ma solo una continuerà gli studi, l’altra interromperà gli studi ma si industrierà in una creativa attività imprenditoriale, a ciascuna di loro la vita riserva differenti seconde scelte, diverse opportunità, alterna fortuna, fortuiti e ridondanti incontri, amori comuni e sentimenti contrastanti.
Tuttavia da qualcosa sono intimamente unite, che le rende un tutt’uno geniale, le due amiche sono inestricabilmente legate dallo stesso spasmodico desiderio di crescere, sono congiunte inestricabilmente dalla voglia di non soccombere al “rione”, cioè a ciò che sentono “molesto” per le loro esistenze e per il loro futuro di giovani donne, desiderano con energia vivere libere e sapienti i loro personali “giorni dell’abbandono”, sono provviste di questa indole, questa volontà, questo “genio”, per cui nessuna di loro due desidera prevaricare ed eccellere sull’altra considerata pari grado, ma ciascuna di esse confida spontaneamente nell’altra e la considera di più, si crea un’alleanza concorde, si conviene saldamente lo stesso pensiero d’evasione dal rione e dai suoi abitanti, dalla miseria e dalle brutture, ognuno di loro pensa dell’altra:

“Tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine.”

Chi, allora, tra Elena e Lila, Lena e Raffaella. Lenù e Lina, è per davvero l’amica geniale?
Lo è ciascuna delle due, ciascuna a suo modo, ciascuna vede l’altra come il proprio alter ego, e quindi per forza di cose ognuna di esse, diversissima e pure tanto uguale alla sua amica coetanea, è per l’altra il genio, o meglio, colei che ha avuto il “genio”, la voglia, l’ambizione, il desiderio forte, la determinazione per essere altro da ciò che è, tenuto conto da dove viene, e da quello che avrebbe dovuto essere.
Il racconto della loro epopea inizia quando, ormai alla soglia dei sessant’anni e più, Lila, quelle della due più inquieta, irrequieta, ribelle, scompare dalla sua abitazione in Napoli; l’altra, Lena, tranquilla e quieta intellettuale sui generis, pacata, razionale e sentimentale, affermata scrittrice in Torino, decide allora di scrivere la storia delle loro due vite, fittamente intrecciata, attingendo a piene mani dal corposo album dei ricordi di due esistenze tanto legate quanto diametralmente opposte.
Il libro inizia quindi da subito nel delineare la trama del romanzo: il racconto della vita per tanti versi condivisa dalla nascita di due donne, ognuna provvista di un proprio carattere, considerato speciale, geniale, dall’altra.
Ognuna avrebbe voluto essere l’altra: in realtà, si tratta di due caratteri ambedue speciali, unici, singolari, geniali appunto.
Due caratteri altrettanto geniali, quelli di Lila ed Elena, tanto diversi da desiderarsi a vicenda quindi, e da subito, fin da piccolissime, anche se lo capiranno solo più avanti negli anni.
Da subito, dalle prime pagine, Elena Ferrante traccia con chiarezza la sua storia: il suo intento è scrutare nell’animo delle sue protagoniste con pari intensità, e con uguale dedizione descrivere la loro insita “genialità”, certa di assicurarsi in questo modo la simpatia del lettore, nessuno riesce a mostrarsi indifferente alla genialità delle sue protagoniste.
Inizia quindi dalla primissima infanzia prescolare, in cui le due bimbe vicine di casa, loro due tra i tanti bambini del rione in cui abitano, istintivamente si avvicinano, si cercano, si trovano, affinano la loro conoscenza nelle lunghe ore di giochi in cortile con le loro rispettive bambole, Nu e Tina; e con i giochi si scambiano le confidenze, condividono le paure, provano a sfidarsi, si studiano, si cimentano nell’identificarsi l’una con l’altra, il tutto velato dall’incanto che fa dei colloqui dell’infanzia scoperta e fiaba:

«È bello» mormorai, «parlare con gli altri».
«Sì, ma solo se quando parli c’è uno che risponde».

Prosegue a scuola, dove Lina, di carattere introverso, chiuso, aspro, rivela un’istintiva innata genialità espressa nella precoce capacità di lettura e scrittura, mentre Lena, più pacata, riflessiva e remissiva, affina invece le proprie capacità di sacrificio e disciplinata applicazione allo studio.
Il loro rapporto si rifinisce nella condivisione del comune obiettivo di affrancarsi dall’ambiente misero e miserevole in cui vivono, affidandosi allo studio, alla cultura, ai libri, alla scrittura, tutti elementi considerate le uniche autentiche armi a disposizione per sottrarsi dalla cappa di povertà, bisogno ed emarginazione che incombe sul rione dove vivono miseramente, e per converso sulle loro famiglie, sui loro amici, sulle loro esistenze.
La cultura per loro è l’inverso della miseria, la conoscenza, il sapere, l’etica insita nelle letture significa amore, e senza amore l’esistenza non merita di essere vissuta, non ha valore.

“Se non c’è amore, non solo inaridisce la vita delle persone, ma anche quella delle città.”

Tant’è che, venute in possesso di una misera somma con il sacrificio delle loro bambole, la investono segretamente nell’acquisto di un libro, da leggere insieme di nascosto, condividendo quasi come con un senso di segreta colpevolezza il piacere di quella lettura, evento particolare nel loro ambiente rozzo, culturalmente degradato e arretrato non tanto in sé e per sé, ma perché ancora disperatamente alla ricerca della possibilità per tutti i loro abitanti del soddisfacimento dei puri bisogni elementari della vita.
Il libro acquistato con tanto amore e tanti batticuori sarà, manco a farlo apposta, “”Piccole donne” , il piccolo capolavoro di Luisa May Alcott, e con altrettanto amore le due amiche lo leggeranno insieme, ne condivideranno con cura il possesso, lo nasconderanno religiosamente a tutti, ne faranno simbolo e cimelio della loro unione, se ne rileggeranno a vicenda più volte i brani più significativi, fino a consumarne letteralmente le pagine, poiché i loro poveri mezzi non gli permetteranno ulteriori acquisti.
Da questa lettura nascerà il loro primo, intimo segreto di scrivere un libro, di diventare scrittrici e così liberarsi una volta per sempre dal degrado sociale e culturale malsano da cui ciascuna di loro è avvinta suo malgrado, e di cui ognuna di loro desidera liberarsi.
Sarà Lila, forse la più precoce delle due amichette, a compiere un primo passo in questa direzione scrivendo appena bambinetta delle classi elementari “La fata blu”, provvedendo di sua mano con cura e commovente amorevole solerzia a confezionarlo con un’elementare ma elegante veste “editoriale”.
Allora, dalle prime pagine del romanzo sembra essere Lila la vera”amica geniale”; invece, per motivi economici, la piccola deve interrompere gli studi dopo la licenza elementare, la famiglia è troppo bisognosa perché si possa accollare l’onere della scuola, e nonostante gli sforzi e le proteste dell’insegnante, che ben conosce l’intelligenza della piccola, la bimba prodigio è costretta suo malgrado ad abbandonare gli studi.
Sarà Elena, assai più timida, paurosa, remissiva, obbediente e gentile, la prototipa della brava bambina desiderosa solo di compiacere agli adulti, che pur completamente senza fiducia nelle proprie capacità, stimolata solo dalla volontà di non assomigliare crescendo alla misera figura zoppicante e scarmigliata della madre, e supportata da Lila, ad avere la possibilità di continuare gli studi oltre la licenza elementare, un lusso per quegli anni, una cosa incredibile per una ragazza in quel rione.
Ecco che i ruoli si ribaltano, è Lena ora “l’amica geniale”, ma le parti in questa storia non hanno motivo di essere, le due ragazze sono due semisfere, nel corso del tempo le vesti e le mansioni spesso se non sempre si rovesciano, ora l’una ora l’altra giganteggerà nei casi della vita.
In questo primo libro, Lila anche se costretta ad abbandonare gli studi, resterà comunque determinata ad andare oltre lo stradone, oltre il tunnel che limita l’angusto orizzonte del rione.
Al principio si limiterà ad aiutare il padre e il fratello nella bottega di scarpari, e la madre in casa nelle faccende casalinghe, mentre Lenù cercherà, invece, di cambiare il proprio destino attraverso lo studio. Poi, Lila s’industrierà abilmente nella confezione di scarpe creative e originali.
La piccola donna, infatti, non demorde, Lila ha un carattere ribelle, tosto, intraprendente, coraggioso; sa muoversi perfettamente a suo agio, benché piccola e minuta, tra i violenti del quartiere, riesce perciò ad ottenere incredibilmente carisma e rispetto, primeggerà giovanissima in quel rione intimamente intriso di miseria e di contrasti, pieno dell’astio e del livore dei poveri l’un contro l’altro, e delle nefandezze e dell’arroganza degli immancabili potenti e malavitosi del luogo.
Compirà la sua scelta, allora, Lila, credendo che sia l’opportunità migliore che la vita possa offrirle al momento, a soli 15 anni compirà un passo fondamentale, convinta che sia quello giusto indicatole dagli dei per ottenere la rivalsa sociale ed economica tanto ambiti, ma che come vedremo nei romanzi successivi, si rivelerà una scelta effimera, errata e ingannevole, si dissolverà come una bolla di sapone, causa di grandi dolori, strazi e sofferenze future.
Di tutto questo, sarà testimone Lenù, che intanto prosegue i suoi studi, portati avanti con sacrificio e ferrea disciplina personale, con amore e determinazione, in grandi ristrettezze economiche e morali, tra miseria, umiliazioni, libri usati e ore rubate al sonno e agli svaghi.
E avrà genio di raccontarlo minutamente.
“L’amica geniale” è un libro che paradossalmente riconduce a due i personaggi principali, ma presenta invece contemporaneamente una pletora di coprotagonisti, ognuno dei quali con un proprio ruolo e una propria indispensabile caratterizzazione; da Rino Cerullo, fratello di Lila, a Stefano Carracci, figlio dell’ex strozzino e borsanerista del rione; da Pasquale Peluso, muratore e militante comunista, a Enzo Scanno, fruttivendolo silenzioso e intraprendente; dall’ambiguo Donato Sarratore, poeta e giornalista, al figlio Nino, brillante studente, da Melina la pazza ad Antonio Cappuccio, meccanico, fino ai fratelli Michele e Marcello Solara, i piccoli boss camorristi del rione.
Ognuno dei coprotagonisti è come il tassello di un puzzle che configura il “rione” in cui si svolge la storia, il rione è la causa e l’origine della storia stessa, è l’essenza unica del romanzo.
Il rione è il vero protagonista del libro, è il luogo amato perché natio e che ti ammalia, ti costringe nelle sue spire, nei suoi rituali, i litigi, i rancori, gli amici, le bravate, le feste, gli spari del capodanno, cosicché non riesci a staccartene, a rifuggirne; è un luogo, un altrove, cattivo e affascinante insieme, ma è il tuo luogo, che tu lo voglia o no, è tuo, è un luogo dove:

“Vivevamo in un mondo in cui bambini e adulti si ferivano spesso, dalle ferite usciva il sangue, veniva la suppurazione e a volte morivano. Una delle figlie della signora Assunta, la fruttivendola, si era ferita con un chiodo ed era morta di tetano. Il figlio più piccolo della signora Spagnuolo era morto di crup alla gola. Un mio cugino, all’età di vent’anni, una mattina andò a spalare macerie e la sera era morto schiacciato, col sangue che gli usciva dalle orecchie e dalla bocca. Il padre di mia madre era rimasto ucciso perché stava costruendo un palazzo ed era caduto giù. Il padre del signor Peluso non aveva un braccio, gliel’aveva tagliato il tornio a tradimento. La sorella di Giuseppina, la moglie del signor Peluso, era morta di tubercolosi a ventidue anni. Il figlio grande di don Achille – non l’avevo mai visto, eppure mi pareva eppure mi pareva di ricordarmelo – era andato in guerra ed era morto due volte, prima annegato nell’oceano Pacifico, poi mangiato dai pescecani.
Tutta la famiglia Melchiorre era morta abbracciata, urlando di paura, sotto un bombardamento. La vecchia signorina Clorinda era morta respirando il gas invece dell’aria. Giannino, che stava in quarta quando noi eravamo in prima, un giorno era morto perché aveva trovato una bomba e l’aveva toccata. Luigina, con cui avevamo giocato in cortile o forse no, era solo un nome, l’aveva uccisa il tifo petecchiale. Il nostro mondo era così, pieno di parole che ammazzavano: il crup, il tetano, il tifo petecchiale, il gas, la guerra, il tornio, le macerie, il lavoro, il bombardamento, la bomba, la tubercolosi, la suppurazione. Faccio risalire le tante paure che mi hanno accompagnata per tutta la vita a quei vocaboli e a quegli anni. Si poteva morire anche di cose che parevano normali. Si poteva morire, per esempio, se sudavi e poi bevevi l’acqua fredda del rubinetto senza esserti prima bagnata i polsi: succedeva che ti coprivi di puntini rossi, ti veniva la tosse e non potevi respirare più. Si poteva morire se mangiavi le ciliegie nere senza sputare il nocciolo. Si poteva morire se masticavi la gomma americana e per distrazione la ingoiavi. Si poteva morire soprattutto se prendevi una botta alla tempia. La tempia era un posto fragilissimo, ci stavamo tutte molto attente. Bastava una sassata, e le sassate erano la norma.”

Da un posto così, da una vita così, chiunque desidererebbe evadere, scappare via.
Invece no: il romanzo non è solo questo, sarebbe semplicistico, le due amiche geniali non odiano il loro rione, capiscono che è incolpevole dei suoi stessi guasti.
Ciò che denigra il rione è altro, il suo limite, il suo degrado è l’ignoranza, e la protervia che ne deriva.
Perciò il rione è privo di cultura, e quindi necessariamente violento:

“Non ho nostalgia della nostra infanzia, è piena di violenza. Ci succedeva di tutto, in casa e fuori, ogni giorno, ma non ricordo di aver mai pensato che la vita che c’era capitata fosse particolarmente brutta. La vita era così e basta, crescevamo con l’obbligo di renderla difficile agli altri prima che gli altri la rendessero difficile a noi. Certo, a me sarebbero piaciuti i modi gentili che predicavano la maestra e il parroco, ma sentivo che quei modi non erano adatti al nostro rione, anche se eri femmina. Le donne combattevano tra loro più degli uomini, si prendevano per i capelli, si facevano male. Far male era una malattia.”

Il rione è malato, e la cultura è l’unica medicina valida; l’evolversi dell’esistenza deve senza indugio rivolgersi al meglio, al bene, all’amore.
In estrema sintesi, questa e solo questa è l’essenza de “ L’amica geniale” di Elena Ferrante.

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e conosce Elena Ferrante, e a chi desidera conoscerla: non c'è da pentirsene.
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L'amica geniale 2015-09-01 07:11:20 MATIK
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MATIK Opinione inserita da MATIK    01 Settembre, 2015
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L'amica geniale.

"Non la conoscevo bene,non ci eravamo mai rivolte la parola pur essendo continuamente in gara tra noi,in classe e fuori.Ma sentivo confusamente che se fossi scappata insieme alle altre avrei lasciato a lei qualcosa di mio che non mi avrebbe restituito più."
L'amica geniale è un libro bellissimo, scritto egregiamente: scorrevole, appassionante e genarazionale.
Queste sono le storie che piacciono a me, perché vere e profonde, che cercano di capire l'animo umano in ogni sua sfumatura.
Il libro racconta l'amicizia tra Lenù e Lila, due bambine che vivono in una Napoli dei primi anni '50, in un ambiente povero, dove non è chiaro quanto importante sia il sapere e la cultura per avere una vita migliore, uno spaccato sulle famiglie del rione, le loro rivalità, i loro segreti, i loro amori, i loro conflitti e le loro conquiste.
Le due bambine sognano di diventare ricche e di cambiare il corso della loro vita rispetto a chi hanno vicino: i genitori, i fratelli, i loro amici, ma ben presto si rendono conto che non è così semplice, i loro sogni ben presto si infrangono nella dura realtà del rione.
"Tu perdi ancora tempo con queste cose, Lenù? Noi stiamo volando sopra una palla di fuoco. La parte che s'è raffreddata galleggia sulla lava. Su questa parte costruiamo i palazzi, i ponti e le strade. Ogni tanto la lava esce dal Vesuvio oppure fa venire un terremoto che distrugge tutto. Ci sono microbi dovunque che ti fanno ammalare e morire. ci sono guerre. C'è una miseria in giro che ci rende tutti cattivi. Ogni secondo può succedere qualcosa che ti fa soffrire in un modo che non hai mai abbastanza lacrime. E tu che fai? Un corso teologico in cui ti sforzi di capire che cos'è lo Spirito Santo? Lascia stare, è stato il Diavolo a inventarsi il mondo, non il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo."
Il bello del libro è il continuo amore-odio che lega il rapporto tra le figure delle due amiche.
Lila è la più forte, di cui tutti fin da piccoli hanno paura e timore, quella che non si riesce mai fino in fondo a capire come la pensa, enigmatica, diretta nelle sue opinioni, intelligente e molto acuta, ma il padre le impedisce di studiare dopo la licenza di quinta elementare, per un po' lei continua a da autodidatta e legge moltissimi libri, poi si arrende al troppo sapere della sua amica, ha un rapporto particolare con il fratello Rino che vuole proteggere e salvare dai pericoli che lui stesso causa, uno scricciolo da piccoletta, da adolescente si trasforma e diventa bellissima, fa innamorare tutti i ragazzi del rione e per sfuggire a quel mondo di povertà si sposa a sedici anni con Stefano il salumiere ricco che tratta tutti con gentilezza e la ama con semplicità disarmante.
Lenù è la ragazza educata, che riesce sempre a farsi voler bene, che studia con diligenza, fino al liceo, ha un rapporto conflittuale con la madre della quale si vergogna per il suo occhio strabico e la sua gamba difettosa, ama Nino che "ha qualcosa che lo mangia dentro, come Lila, ed è un dono e una sofferenza, non sono contenti, non si abbandonano, temono ciò che gli succede intorno...non hanno bisogno di niente e di nessuno e sanno sempre ciò che va e ciò che non va", è quella che dipende dall'altra, ben presto le loro vite, a causa della scuola prenderanno strade diverse, si vede bruttina con l'acne e gli occhiali, è scialba e piatta, però si rende conto che ha poco in comune con i ragazzi del rione, lei ha bisogno di parlare, di discutere e di capire quello che il mondo le può offrire, non vuole assolutamente vivacchiare.
"Mi piaceva scoprire nessi di quel tipo, specie se riguardavano Lila. Tracciavo linee tra momenti e fatti distanti tra loro, stabilivo convergenze e divergenze...Era come se una cattiva magia, la gioia o il dolore dell'una presupponessero il dolore o la gioi dell'altra."
E' un libro bellissimo perché analizza passo passo la crescita di Lila e Lenù da bambine in adolescenti, ben presto le due capiscono che secondo quello che accade nella vita: amore, rivalità, povertà, disagio, invidia, gelosia, soldi ecc.il nostro animo cambia fino a rischiare di diventare brutto di una bruttura da far paura e dalla quale non si può più tornare ad esser quelli di prima: semplici, ingenui e candidi.
"Lei, insomma, stava sola in cucina a fare i piatti ed era stanca, proprio senza forze, quando a un certo punto c'era stato uno scoppio. S'era girata di scatto e s'era accorta che era esplosa la pentola grande di rame. Così, da sola. Era appesa al chiodo dove normalmente si trovava, ma al centro aveva un grande squarcio e i bordi erano sollevati e ritorti e la pentola stessa s'era tutta sformata, come se non riuscisse più a conservare la sua apparenza di pentola...Ma una pentola di rame, anche se cade, non si spacca e non si deforma a quel modo. -E' questo tipo di cose- concludeva Lila, -che mi spaventa. Più di Marcello, più di chiunque. E sento che devo trovare una soluzione, se no, una cosa dietro l'altra, si rompe tutto, tutto, tutto."
Lo consiglio vivamente e non vedo l'ora di leggere il seguito della storia....

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L'amica geniale 2015-05-08 17:32:36 giuse 1754
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giuse 1754 Opinione inserita da giuse 1754    08 Mag, 2015
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L'amica geniale, diventare grandi nella Napoli deg

L’amicizia non è fatta solo di intese, di affetto, di condivisione. È un sentimento complesso, dove trovano posto anche piccole invidie, antagonismi, la necessità di definire la propria identità attraverso la sensazione della propria superiorità o, al contrario, l’amarezza per una sconfitta; anche confrontandosi con le persone che scegliamo per amici, si cresce, si diventa donne, uomini.
Di questo racconta Elena Ferrante ne “L’amica geniale”, dell’amicizia forte e conflittuale tra Lila ed Elena (Lenù), la voce narrante. Le due ragazze si trovano a vivere in uno dei quartieri degradati della Napoli degli anni ’50, dove vige la legge della giungla, quella del più forte o del più ricco. Lina e Lenù decidono che diventeranno ricche scrivendo un libro e affrontano il progetto con grinta e determinazione, studiando e leggendo. Lila lo fa senza alcuno sforzo, la sua intelligenza pronta e intuitiva le permette di stare al passo dell’amica, anzi di esserle superiore, anche quando smetterà di andare a scuola, subito dopo le elementari; Elena con l’applicazione costante.
Intanto crescono, e la trasgressiva creatività di Lila la porterà a compiere una scelta diversa da quella di Lenù. Abbandona i libri per sposare appena diciassettenne un commerciante di qualche anno più vecchio di lei. A quel punto l’amica rivolge le sue attenzioni a Nino, che con la famiglia si è allontanato anni prima dal quartiere e che frequenta l’ultimo anno di liceo. Nino, impegnato socialmente, intellettuale, comincia a essere la pietra di paragone per la crescita professionale e umana di Lenù. Al matrimonio dell’amica sente di far parte della varia umanità del rione, tutta ben rappresentata, “la plebe” come l’aveva definita la maestra Oliviero. “La plebe eravamo noi. La plebe era quel contendersi il cibo insieme al vino, quel litigare per chi veniva servito per primo e meglio, quel pavimento lurido su cui passavano e ripassavano i camerieri, quei brindisi sempre più volgari.” Ma Lenù sente anche di essere diversa: la cultura, i libri, l’hanno cambiata per sempre.
Sta proprio in queste insicurezze adolescenziali, nella continua ricerca della propria identità e del proprio destino, nella solitudine di una situazione intermedia, il sentirsi né carne né pesce, la bellezza del libro. Elena Ferrante mi ha conquistata anche con la sua scrittura fluida e piena, apparentemente mutuata dal parlato, esattamente come fa Lila nella lettera che invia a Lenù, in vacanza a Ischia: “…non lasciava traccia di innaturalezza, non si sentiva l’artificio della parola scritta. Leggevo e intanto vedevo, sentivo lei”. Sul finale l’autrice lascia in sospeso la questione di un paio di scarpe, che rivestono un ruolo importante nella storia. Magari riuscirò a leggere anche il resto della quadrilogia prima che con l’ultimo romanzo vinca lo Strega, sperando che intanto qualcuno scopra l’identità di questa misteriosissima scrittrice che si firma con uno pseudonimo. Qualcuno ha sospettato che si tratti della di Anita Raja, moglie di Domenico Starnone, o di Starnone stesso. Io non so; sono quasi certa, però, che si tratti di una donna, legata a Napoli, sui sessanta, e per il momento mi sentirei di escludere la Laurito.

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L'amica geniale 2015-01-14 13:16:42 RossellaS
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RossellaS Opinione inserita da RossellaS    14 Gennaio, 2015
Ultimo aggiornamento: 21 Gennaio, 2015
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Storia di un'amicizia

In questo libro Elena Ferrante ci trasporta in un quartiere della periferia di Napoli nel secondo dopoguerra, e ce lo fa vivere con lo sguardo della piccola Elena Greco.
Attraverso la bambina,veniamo immersi nell'atmosfera del rione, fatta delle persone che li vivono, lavorano, si innamorano, e le cui vicende osservate con la lente della quotidianità, oltre a tenerci incollati alle pagine del libro, fanno da parte attiva nella vita di Elena, che pian piano abbandonando il mondo dell'infanzia impara a conoscere la realtà dell'esistenza.
Subisce e teme il potere per lei oscuro e quasi mitologico della camorra attraverso don Achille il personaggio più temuto del luogo, osserva sgomenta la pazzia della vicina sedotta e abbandonata Melina, è intimorita e attratta dai giovani fratelli Solara, cerca autonomia dalla figura materna che le appare come un cupo presagio del suo futuro. Ogni persona, ogni unità familiare contribuisce a rendere viva la trama sociale del luogo.
Ma soprattutto,Elena cresce e cerca il suo posto nel mondo, per lei sconosciuto oltre il rione, insieme all'amica Lila, sicuramente il personaggio più importante e vivo della storia. Coprotagonista, antagonista? Il personaggio di Lila sfugge a una precisa definizione, ci cattura con la sua viva intelligenza, ci sorprende col suo temperamento volitivo e mai ordinario, ci costringe a cercare di comprendere le sue decisioni,ci affascina per come, pur subendo le ristrettezze materiali e sociali del piccolo sobborgo, ne esca sempre fiera e dignitosa.
Con lei, contro di lei, per superarla, per esserle al passo, Elena compie tante scelte e gioisce, soffre, si emoziona nell'inseguimento costante dell'amica, che sembra sfuggire a ogni classificazione nel quartiere, emanare un aura peculiare che seduce e ammalia suo malgrado chi le è accanto.
Le vicende prendono avvio dall'infanzia delle due bambine, proprio dalla nascita della loro amicizia, e si concludono alla loro adolescenza, quando ormai ci sentiamo così calati nel libro come fossimo noi stessi abitanti del quartiere.
Questo libro sembra contenere elementi biografici della scrittrice, non si hanno notizie certe della biografia di Elena Ferrante, se non la sua città natale, Napoli appunto, per cui viene naturale riconoscere nella giovane sua omonima protagonista e aspirante scrittrice, una traccia della vita dell'autrice.

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L'amica geniale 2014-11-19 17:08:31 Cris 81
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Cris 81 Opinione inserita da Cris 81    19 Novembre, 2014
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Una realtà aspra e avvincente

La lettura è stata anticipata da commenti e recensioni molto positivi, tanto da convincermi negativamente che sarei andata incontro ad una delusione. E' sempre cosi, vado controcorrente se un libro piace io trovo mille difetti, è raro che mi trovi d'accordo, infine è stata preceduta da molte letture mediocri e insoddisfacenti.
Invece eccomi qua a lodare un libro che tanto titubante ho iniziato, Elena Ferrante, pseudonimo di uno scrittore anonimo, possiede uno stile vivo, nitido, avvincente e diretto. I personaggi diventano amici, conoscenti della nostra vita, ci raccontano tutto di loro attraverso la voce di Lenu, diventano nostri amici.
L'amica geniale è il primo di 4 volumi, è un'unica storia senza fine, non possiede finale, tutto è aperto ad un continuo inarrestabile, è dura staccare dalla lettura immergersi nella propria realtà, tanto avvincente è la storia è piacevole rimanere fra quelle pagine, fra quelle storie tanto ben delineate, espresse, sentite.
Mi fa paura vedere in che modo vivido eppure aspro viene descritta la psicologia dei personaggi,. mi sono ritrovata un po' nella vita di uno o dell'altro, mi sono ritrovata nei loro sentimenti.
L'amicizia è una amicizia che va oltre ogni cosa, un'amicizia un po malata, un po' sofferente, un po' gelosa, competitiva che entra nei nostri cuori di forza e per forza.
Ho letto tutti i volumi in un continuo, facente parte per me come di un unico libro, un'unica storia, li ho letti in pochi giorni, meno di una settimana rallentando solo verso la fine e non per noia ma per paura di staccarmi, sapendo che la storia stava finendo e cercando di allungare un po' il brodo....

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L'amica geniale 2014-09-27 06:55:35 ferrucciodemagistris
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ferrucciodemagistris Opinione inserita da ferrucciodemagistris    27 Settembre, 2014
Ultimo aggiornamento: 02 Ottobre, 2014
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Di facile lettura

Romanzo ambientato in un quartiere periferico della Napoli anni '50; una narrazione semplice, e di facile lettura, sull'infanzia e l'adolescenza di due ragazze che sognano un futuro diverso dalla realtà in cui sono nate e vissute. Vita di tutti i giorni che rappresenta fedelmente la quotidianità, i fardelli, le speranze ambite, nel periodo temporale in questione. Alla fine il romanzo sembra interrompersi; si evince la possibilità di un seguito dello stesso in future narrazioni.

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L'amica geniale 2014-07-28 20:33:41 pupa
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pupa Opinione inserita da pupa    28 Luglio, 2014
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LA SMARGINATURA

In uno scenario di un ambiente naturale deteriorato di un quartiere napoletano del secondo dopoguerra e in una Torino plumbea e dissacrante, si svolgono le vicende di due amiche Lila e Lenù, quest’ultima io narrante dell’intera storia.
Attraverso i percorsi paralleli di crescita e di amicizia dei due protagonisti si descrivono i cambiamenti politici e sociologici di un’Italia alle prese del boom economico e dell’effimero e poco duraturo benessere economico. Lenù investe tutte le sue qualità, i suoi sacrifici, le proprie ansie e aspirazioni nello studio, cercando d’essere una ragazza modello, mentre Lila abbandona gli studi e fa l’apprendista nel negozio del padre ciabattino.
Quest’ultima, nel corso degli anni, grazie al suo forte carattere e alle decisioni ragionate, fa un buon matrimonio ribellandosi a una condizione che non le era consona. Al contrario, Lenù si afferma negli studi forse anche per un carattere che mostra grande riservatezza e poca comunicativa, timido e idealista.
È, quindi, la storia di due persone legate da un filo sottile e impalpabile, un filo d’Arianna, con alti e bassi, tradimenti e conflitti che condizionano continuamente Lila e Lenù in un percorso travagliato e provocatorio, una grande amicizia basata su un gioco continuo di scambio e rovesciamento.
È uno stile schietto, reale, con personaggi spontanei, l’autrice descrive con naturalezza le botteghe napoletane e le atmosfere dei quartieri con i loro profumi e povertà, la vivacità tipica della gente che la contraddistingue e il loro linguaggio.
Ancora una volta, però, la realtà, a poco a poco, mostra le sue fratture e le sue falle, perde di solidità e significato, i suoi contorni sfumano: è la "smarginatura", il varco misterioso verso un altro mondo.
La Ferrante ci coglie alla sprovvista, ci disorienta, ci sorprende e confonde senza mai nascondere, racconta personaggi che nessuna forma può contenere, profili psicologici e descrittivi che prima o poi si possono spezzare un’altra volta, con un'ansia particolare, quasi un'urgenza di tirare fuori, spiegare, che dà a queste pagine una piacevolezza di lettura inaspettata.

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L'amica geniale 2013-09-09 16:33:36 silvia71
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    09 Settembre, 2013
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Amicizie

Elena e Raffaella per il piccolo mondo in cui vivono sono Lenù e Lila.
Due nomi, due vite che si intrecciano saldamente fin dall'infanzia.
La culla del racconto è un rione partenopeo dal secondo dopoguerra in poi, animato da un brulichio talvolta frastornante di personaggi; i buoni ed i cattivi, gli audaci ed i timorosi, i ricchi ed i poveri, incrociano le loro strade ed i lori destini in una danza allegra e triste.
La Ferrante ricostruisce uno spaccato davvero genuino, tenendosi alla larga da immagini stereotipate della città e dell'humus sociale.
Si percepisce forte l'appartenenza dell'autrice alla storia narrata, per come riesce a cogliere atmosfere, situazioni e consuetudini; la narrazione in prima persona è corroborante per imprimere calore e passione alla trama.

E' palese la capacità dell'autrice di abbandonarsi ad una scrittura corposa, abbondante, rigogliosa; questa dote le ha permesso di elaborare un romanzo avvolgente per il flusso narrativo e per la straordinaria caratterizzazione dei personaggi.
Lenù e Lila sono figure complete e dotate di un profilo psicologico notevole; i sentimenti e gli stati emotivi che le animano sono palpabili, sfociando in una rappresentazione di un legame di amicizia forte e controverso.

Nel romanzo della Ferrante c'è desiderio di raccontare la vita, seppur contestualizzata in ambiente ben determinato; la vita quotidiana, la vita agognata, la vita accettata, la vita ereditata.

Il finale del tutto aperto lascia il pubblico, dopo tanto cammino, ad un bivio senza una mappa, implicando inevitabilmente la lettura del secondo volume per trovare la via.

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L'amica geniale 2013-08-21 09:25:05 Melandri
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Melandri Opinione inserita da Melandri    21 Agosto, 2013
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ADDA PASSA' A NUTTATA

Siamo a Napoli, nel secondo dopoguerra, all’epoca di Achille Lauro, degli strùmmoli e delle palate. In un quartiere di periferia, lontano da via Caracciolo, dalla riviera di Chiaia, dal mare e dal Vesuvio, le palazzine traboccano di falegnami, scarpari, verdurai e angosce quotidiane. Ma nell’aria appiccicosa e soffocante delle violenze familiari e della povertà, si accendono due scintille di nome Elena e Raffaella.

Elena ci racconta la sua infanzia e l’affacciarsi all’adolescenza, così come un adulto ripercorre oggi il suo passato, cercando di dare un senso alle proprie azioni e ai propri pensieri. Ci parla di Raffaella, da lei chiamata Lila, sua coetanea, tanto amata quanto odiata, compagna di classe e amica. Pur nella medesima condizione di figlie, nate in un’epoca in cui il proprio destino di donne è quello di piegarsi ai soli ruoli di moglie e di madre, la vita di Elena e quella di Lila seguiranno due percorsi molto diversi tra loro.

Senza mai capirsi, senza mai realmente confrontarsi, senza mai davvero confidarsi, come se l’acquiescenza delle donne di quel periodo avesse contagiato anche il loro rapporto, vivranno invidiando l’una la realtà dell’altra, senza mai afferrare completamente il senso del loro futuro.
Per descrivere lo stile della Ferrante, prendo a prestito alcune sue parole: “sapeva parlare attraverso la scrittura…non lasciava traccia di innaturalezza, non si sentiva l’artificio della parola scritta. Leggevo e intanto vedevo, sentivo lei”.

Questa è Elena Ferrante, un’autrice che non conoscevo e che ho scoperto proprio qui.
Il meraviglioso contrasto tra queste due scintille, che nel nero fumo della violenza si interrogano sul passato e sul futuro per modificare il presente, che vogliono andare oltre il confine del rione e oltre i condizionamenti dettati dalle tradizioni, fa finalmente respirare la città più bella del mondo.

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L'amica geniale 2013-08-12 17:45:53 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    12 Agosto, 2013
Ultimo aggiornamento: 09 Ottobre, 2014
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L’amica geniale di Elena Ferrante

L’amica geniale di Elena Ferrante non è solo la storia di un’amicizia tra due bambine, Lila e Lenù, che si protrae negli anni dell’adolescenza, fino alle soglie dell’età adulta, è molto di più. Attraverso la vita di queste due ragazzine che nascono e crescono in uno dei quartieri degradati della Napoli degli anni 50, veniamo a contatto con realtà drammatiche e diventiamo testimoni di come la lotta per la sopravvivenza possa spesso farsi dura e persino spietata.
Lila e Lenù sono molto diverse sia nell’aspetto fisico che nelle qualità morali. Entrambe però sono dotate di una volontà ferrea che le spinge a inseguire i loro sogni, nonostante le difficoltà quotidiane da affrontare. Ed è proprio il sogno, il diritto di ogni individuo a perseverare nella speranza, il punto centrale del romanzo. Il sogno, la meta ambita, è la ricchezza, che Lila e Lenù pensano in un primo momento di raggiungere con lo studio e l’istruzione, diventando grandi scrittrici di successo. Ma anche il diritto allo studio, quasi ignorato negli anni cinquanta, si scontra con le difficoltà finanziarie e economiche delle famiglie a cui le giovani appartengono, per cui l’acquisto di libri non costituisce certo una priorità.
Le strade delle due ragazzine cominciano così ben presto a prendere direzioni diverse: Lenù persiste nello studio, superando l’ostilità iniziale della madre, mentre Lila, pur essendo dotata di grande intelligenza e intuito abbandona l’istruzione ufficiale e prosegue quasi di nascosto con la lettura e lo studio del latino e del greco.
La rivalità istintiva tra le due giovani mette in risalto da un lato la generosità innata di Lenù frenata a tratti da un istinto spontaneo di gelosia e di invidia e dall’altro la “cattiveria” e il cinismo volutamente esagerati di Lila.
Il primo sogno infranto è dunque quello di raggiungere la ricchezza attraverso l’istruzione: un’amara realtà, ancora più difficile da accettare se si considera lo studio anche un possibile mezzo di riscatto sociale.
L’integrità morale delle due protagoniste, tuttavia, le salva dall’essere preda della gioventù camorrista del quartiere, anche se le macchine di lusso, i bei vestiti e la vita facile esercitano un fascino indiscutibile.
La difficile vita quotidiana si tinge spesso dei colori foschi della violenza che minaccia di travolgere buoni e cattivi. Spesso anche coloro che sono animati da buone e oneste intenzioni si incattiviscono, fino al punto da assumere connotati diversi e assai più inquietanti. È questo il caso di Rino, il fratello di Lila, in perenne contrasto col padre.
La forza delle passioni represse e delle ambizioni deluse sembra trovare uno sbocco significativo nella notte di Capodanno, quando i “botti” lungi dall’essere un’esplosione di gioia e di saluto al nuovo anno diventano una gara violenta tra individui tesi a dimostrare unicamente la propria superiorità, fino al punto da sparare colpi di pistola, esauriti i fuochi di artificio.
Lo scoppio, come manifestazione acustica di sentimenti che esplodono, torna nella lettera di Lila a Lenù, quando accenna alla pentola di rame “scoppiata”, i cui bordi si erano deformati: una pentola che assume dimensione umana. Qui è l’uomo, l’individuo, che nella sua incapacità di contenere la rabbia e il rancore, muta d’aspetto e di carattere. Questa descrizione, che torna più volte nel corso del romanzo, diviene, a mio avviso, la metafora della vita come viene vissuta negli ambienti più poveri e degradati di questa città, che è la sintesi e il trionfo delle contrapposizioni sociali più evidenti dei nostri tempi.

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L'amica geniale 2013-07-16 09:20:47 gracy
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gracy Opinione inserita da gracy    16 Luglio, 2013
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Un libro geniale!

La vita vissuta all’insegna dei sentimenti, la vita amata all’insegna dei sani contenuti, la realtà condensata di molteplici eventi, la quotidianità assaporata nelle piccole cose…questo è “L’amica geniale” e molto altro ancora.

Al centro di tutto ciò c’è Elena Ferrante: scrittrice geniale… sul podio delle scrittrici più brave del nostro panorama letterario. Ma di fatto non sappiamo nulla su chi sia Elena Ferrante in realtà, magari è un uomo, ma non lo sapremo mai.

Tempo fa il premio Pulitzer Elisabeth Strout aveva dichiarato che Elena Ferrante è una delle scrittrici contemporanee che ama di più. In effetti hanno qualcosa in comune queste due donne meravigliose, a parte la bravura stratosferica delle scrittrici con la esse maiuscola, hanno in comune la capacità geniale e disarmante nel modo di raccontare le storie degli uomini e sopratutto delle donne. Elisabeth brava a raccontare le storie del Maine ed Elena brava a raccontare le storie di Napoli.

“Napoli era così da sempre: si taglia, si spacca e poi si rifà, e i soldi corrono e si crea fatica.”

“L’amica geniale” è un punto di partenza sull’amicizia tra due bambine, che manterranno vivo il sentimento fino all’età matura, malgrado i contrasti e le contraddizioni che incontrano durante la crescita.
Lila e Lenù, sono nate e cresciute in un quartiere di Napoli negli anni cinquanta, un rione dove pullula un cuore che batte, ricco di famiglie numerose e di ragazzi intraprendenti che fanno a pugni con la povertà e gli stenti.
Morti improvvise, amori che sbocciano, la prima televisione, una macchina sportiva, un gelato nel centro di Napoli, un costume da bagno fatto in casa, un libro unto usurato e sbrindellato, la fabbricazione di una scarpa, frequentare il liceo, il matrimonio con un buon partito o acquistare una casa sono al centro dell’universo, sono le mete ambite o semplicemente assurde chimere.
Di fatto la lettura è quasi ipnotica, ti incanta, ti tiene incollata e non ti molla fino alla parola fine. Ma questo è solo l’inizio perché la seconda parte continua con “Storie di un nuovo cognome.”

“Se non c’è amore, non solo inaridisce la vita delle persone, ma anche quelle delle città.”

Ma la storia di Lenù e Lila va assolutamente letta per capirla a fondo e per comprendere quanto dentro ci sia una parte di ognuno di noi. Siamo state tutte un po’ Lenù e un po’ Lila nella vita…e senza accorgercene continuiamo ad essere un po’ l’una e un po’ l’altra.

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"Piccole donne" e chi ha voglia di leggere qualcosa di speciale..anzi GENIALE
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L'amica geniale 2013-04-29 08:21:35 C.U.B.
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    29 Aprile, 2013
Ultimo aggiornamento: 29 Aprile, 2013
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L'amica geniale e l'amica cattiva

Optare per l'anonimato e riuscire a mantenerlo ai giorni nostri e' un caso raro, eppure Elena Ferrante sceglie e mantiene. Se di lei si sa per lo piu' che e'donna e di Napoli, credo che il sesso sia confermato da altri suoi scritti mentre questo libro ne conferma la sua provenienza.
Napoli infatti protagonista tra gli altri di questo romanzo ambientato in un rione , a partire dagli anni Cinquanta.
Romanzo popolare dal ritmo incalzante, intenso e passionale, brulicante di personaggi come non potrebbe che essere nell'affollato quartiere partenopeo, tra la poverta' e l'ignoranza piu' o meno diffuse.
Napoli di lavoratori e di disoccupati, Napoli di camorra ostentata e di camorra ripudiata.
Napoli di piccole vendette, di botte e ripicche, di rispetto e di onore, di capodanni a fuoco incrociato, di passeggiate e pomeriggi a ballare.
Napoli chiassosa, Napoli canterina, Napoli di artigiani, di bella gioventu' e di ragazzi con grandi' capacita'.
Il racconto scorre palpabile e piu' che mai verace, a ritroso nel tempo scandisce in maniera scoppiettante l'infanzia di due bambine : Lanu' e Lila.
Lila magra e bruttina, sporca e sgarbata ma con un carisma incredibile al quale Lanù e tutti i maschi del quartiere non sapranno resistere. Io nemmeno del resto, questa ragazzina dall'intelligenza sopraffina e una caparbieta' che morde il collo non la dimentichero' mai, con quegli occhi grandi e scuri socchiusi che fissano il potere asserendo " mi annego piuttosto che farmi comprare".
Lanù la studiosa, colei che si applica e a cui sará concesso di proseguire il percorso scolastico, la ragazzina colta e lodata a scuola, affascinata da sempre dalle doti e dall'ego della pestifera Lila.
L'amica geniale e l'amica cattiva, bambinette in fuga dal rione per cercare il mare, ragazze che crescono correndo su strade diverse, esasperando le loro potenzialita' con un unico sogno, riuscire a fuggire dalla miseria claustrofobica del rione e dai suoi confini troppo stretti.

Bello, buona lettura.

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L'amica geniale 2013-02-13 16:28:03 BRIUSTER
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BRIUSTER Opinione inserita da BRIUSTER    13 Febbraio, 2013
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PRIMA VOLTA

Questa è stata la "mia prima volta" con Elena Ferrante e devo ammettere che mi aspettavo qualcosa di più, anche se rimando alla lettura del seguito " Storia del nuovo cognome" il mio giudizio finale.
Il libro narra un forte legame d'amicizia della protagonista, con la sua "vicina di rione" che nasce in una situazione casuale. Qui Lenù comincia a conoscere il carattere forte e spavaldo della piccola Lila e inizia così un rapporto d'amicizia tipico adolescenziale, fatto di confidenze, qualche scaramuccia, piccoli accenni di invidie e gelosie.
L'amicizia delle due protagoniste è contornata dagli accadimenti del rione, caratterizzati per lo più dalle differenze di classe tra i benestanti e i più modesti.
Ho trovato la storia in alcune parti più avvincente e in altre leggermente lenta e quasi nosiosa ma essendoci appunto un seguito, tant'è che il libro non finisce, vediamo se la seconda parte si colora di qualche colpo di scena.

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L'amica geniale 2012-11-25 16:25:58 Sharma
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Sharma Opinione inserita da Sharma    25 Novembre, 2012
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Elena

Per la prima volta Elena Ferrante si cimenta con un romanzo di ampio respiro, ma non si ferma solo a questo, scrive una vera e propria trilogia ( “Storia del nuovo cognome “ è il seguito de “L'amica geniale”,il terzo deve ancora uscire), è la storia di una vita, la storia di due amiche dall'infanzia ai giorni nostri, anche se romanzata a mio avviso è assolutamente autobiografico. Dico ciò perché negli anni ho imparato ha conoscere l'autrice attraverso tutti i suoi libri , ma soprattutto attraverso la “Frantumaglia”( opera in cui lei spiega hai suoi lettori le sue scelte, pubblica parti inedite dei suoi romanzi, interviste, la corrispondenza con Mario Martone con sceneggiatura al seguito, e molto altro) . Lei ci tiene moltissimo a voler tenere ben celata la sua identità, e con il tempo ho imparato ha condividere da lettrice, questa sua scelta. Ma ritornando al libro, la Ferrante possiede quella capacità di scrivere, semplice, schietto , scevro da fronzoli, è un continuo palpito del cuore dove, attraverso le parole, i sentimenti lentamente scivolano come forma liquida nel tuo essere , nella tua carne, è un'esperienza avvincente e allo stesso tempo struggente, rovista nell'anima, modificando il posto abituale delle cose.. A mio avviso è questo che tiene il lettore avvinghiato al testo fino all'ultima pagina senza riuscire a staccarsene . Mi ricordo che una sera iniziai a leggere e non riuscii più a smettere se non solo dopo tre ore, strappandomi letteralmente il libro dalle mani! Di certo non è un libro che concilia il sonno, ma solo perché tiene attivi tutti i ricettori del nostro corpo. La Ferrante anche qui si è mostrata una delle più grandi scrittrici del nostro tempo. Le donne sono sempre le protagoniste dei suoi romanzi, donne moderne con tutte le loro problematiche, ma per quanto possa sembrare strano sono donne sopraffatte inizialmente dall'inevitabile ma che alla fine non sono mai donne vinte ma vittoriose, riescono ad uscire dal bozzolo che si sono costruite da sole o costruito da altri per loro, e librarsi leggere nel cielo, pronte ad affrontare una nuova vita.

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A tutti gli estimatori della grande scrittura della Ferrante, ma anche a coloro che ancora ,purtroppo, non la conoscono.
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