Narrativa italiana Romanzi La bambina e il sognatore
 

La bambina e il sognatore La bambina e il sognatore

La bambina e il sognatore

Letteratura italiana

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Ci sono sogni capaci di metterci a nudo. Lo capisce appena apre gli occhi, il maestro Nani Sapienza: la bambina che lo ha visitato nel sonno non gli è apparsa per caso. Camminava nella nebbia con un’andatura da papera, come la sua Martina. Poi si è girata a mostrargli il viso ed è svanita, un cappottino rosso inghiottito da un vortice di uccelli bianchi. Ma non era, ne è certo, sua figlia, portata via anni prima da una malattia crudele. E quando quella mattina la radio annuncia la scomparsa della piccola Lucia, uscita di casa con un cappotto rosso e mai più rientrata, Nani si convince di aver visto in sogno proprio lei. È così che Nani contagia l’intera cittadina di S., immobile provincia italiana, con la sua ossessione per Lucia. Nani sa essere insieme maestro e padre, e la ricerca di Lucia diventa presto una ricerca di sé, che lo costringerà a ridisegnare un passato impossibile da dimenticare.

Recensione della Redazione QLibri

 
La bambina e il sognatore 2015-11-19 21:51:40 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    19 Novembre, 2015
Ultimo aggiornamento: 19 Novembre, 2015
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Maestro Geppetto

La bambina e il sognatore non è il romanzo che uno si potrebbe aspettare dalla trama: un maestro indaga sul rapimento di una bambina di 8 anni che gli appare in sogno. Non è un giallo o un racconto visionario. Forse non è nemmeno un romanzo. Di certo si scosta molto da Isolina, Bagheria, e dal bellissimo La lunga vita di Marianna Ucria. Forse il denominatore comune è l’interesse di Dacia per le donne e l’attenzione alla violenza sulle donne che negli ultimi anni è diventata impegno contro la violenza ai bambini, basti pensare ai racconti di Buio.
Credo che una donna intelligente e gentile come lei si rassegni con difficoltà alla realtà della violenza. Questo romanzo così poco romanzesco vuole essere un’opera socratica in cui Dacia tramite il maestro Nani Sapienza, un uomo con il grande desiderio di essere padre, dialoga con gli alunni e dunque con il lettore sul rapimento della bambina, sulla violenza subita dai bambini, sulla violenza in generale, sul fanatismo religioso che sfocia nella violenza, e su quella cosa terribile a cui si pensa così poco che è la prostituzione minorile che alimenta il turismo sessuale di tanti padri di famiglia rispettabili in luoghi in luoghi come la Cambogia dove vendono bambine di pochi anni. Mentre il maestro Nani dialoga con gli alunni, quindi con noi, c’è anche un secondo dialogo che il maestro conduce dentro di sè tra la parte del suo animo sognatrice e fiduciosa nella bontà del mondo e quella più dotata di buon senso che lo indurrebbe a un tipo di riflessione più cinica e amara cui lui non vuole cedere. Il romanzo in certi punti è strano. Il maestro non fa che dialogare e far domande anche indiscrete alla madre della bambina rapita per esempio o ai suoi vicini. Certi discorsi sembrano inopportuni. Eppure nonostante Dacia ci abbia abituato a romanzi superiori come qualità letteraria c’è in questo libro una tensione alla ragione, alla non violenza, una fiducia nel dialogo e nella bontà dell’uomo che è toccante e rende questa favola interessante e portatrice di un messaggio positivo e profondo: il male può essere tenuto a bada e anche quando c’è, vedi la ragazzina stuprata in una casa di prostituzione in Cambogia e resa alla nonna perché in fin di vita, anche in questi casi il bene può sanare il male e arrivare a tirarne fuori miracolosamente altro bene. E’ difficile arrivare all’età di Dacia e avere una visione del mondo così positiva, fiduciosa e bella. Eppure bisognerebbe riuscire a guardare le cose come fa lei per poter lasciare ai figli la capacità di uno sguardo sul mondo che non sia troppo cinico e amaro. Per questo, credo che il romanzo trasmetta qualcosa di forte anche se non tramite il canale della letteratura cui Dacia ci ha abituato. Qui lei parla più alla ragione, da filosofa, e parla con un linguaggio semplice come si farebbe forse non con i bambini ma con persone (come noi) con qualche difficoltà a capire parole che vanno al di là del buon senso e si spingono nel territorio umano ma irragionevole della fiducia e della speranza verso quello che c’è di buono nell'uomo. Il maestro Nani Sapienza sembra avere un nome simbolico: la sapienza dei piccoli. Bella anche la fiducia romantica nell'amore. L'uccellaccio che c'è in me si chiede come abbia fatto dopo tanti anni di convivenza con Moravia (a giudicare dai libri di lui) a conservarla.
Spero che la storia della bimba riportata a casa dalla Cambogia non sia vera. Anche se finisce abbastanza bene, mi ha turbato molto.

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La bambina e il sognatore 2017-03-27 10:01:52 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    27 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 27 Marzo, 2017
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Nani Sapienza

Nani Sapienza non è il classico maestro di scuola: egli fa del suo mestiere una missione, una passione, gioia, ed orgoglio.
Il suo primo obiettivo è quello di far riflettere i suoi alunni e per farlo si avvale di favole, di racconti, di miti greci, e si, perfino della cronaca nera. Quest’ultimo elemento, in particolare, lo porta a suscitare molteplici malumori, tanto dei genitori della città di S., quanto della preside. La morte di Martina, inoltre, la figlia di otto anni, venuta a mancare a causa della leucemia, è una ferita ancora aperta, è una ferita che ha provocato la pausa del suo matrimonio nonché l’isolamento, la solitudine. Quando dunque, in sogno, gli appare un’altra bambina con un cappottino rosso, a sua volta di otto anni e con la stessa camminata a paperina della sua piccola creatura, una bambina che guarda caso scopre essere misteriosamente scomparsa durante il tragitto per andare a scuola, per lui non è soltanto un caso, è un segno.
Se avete avuto modo di leggere una o più opere di Dacia Maraini, il primo elemento che sovvenirà alla vostra mente è proprio la grande differenza rispetto a predette. In queste pagine, infatti, non troverete le ambientazioni – né le atmosfere – di Bagheria, di Isolina, e neanche, quelle de “La lunga vita di Marianna Ucria”. “La bambina e il sognatore” è in primo luogo un viaggio introspettivo dove la mente è chiamata costantemente a riflettere, ad aprirsi. L’intento dell’autrice è chiaramente quello di porre l’attenzione del lettore su alcune tematiche di particolare rilevanza sociale, e, così facendo, di indurlo alla ponderazione, a chiedersi “perché” e a darsi una risposta. Il tutto avviene attraverso i pensieri di Nani, mediante i suoi dialoghi con gli studenti e grazie ad una scrittura fluida, costante, chiara, ed attuale; una scrittura che si conforma con l’oggetto del testo distaccandosi ulteriormente dai precedenti lavori. Al dialogo tra il docente e la sua classe si somma anche quello interiore dell’uomo con il suo “uccellaccio”, conversazioni dove il suo animo sognatore e fiducioso si contrappone a quello più pragmatico, cinico e amaro.
Tra le varie problematiche trattate, la violenza sulle donne e quella sui bambini, sono pregnanti. A queste se ne aggiungono altre, quali, il fanatismo religioso nei suoi estremismi, la prostituzione minorile, il turismo sessuale, i rapporti padri-figli. Numerosi anche i titoli presenti atti a consentire, al conoscitore, di approfondire il tema (vedi: “La battaglia di una sopravvissuta contro lo sfruttamento sessuale di donne e bambine” di Somaly Mam, o ancora, “Io nojoud, dieci anni, divorziata” di Nojoud Ali).
Con “La bambina e il sognatore” Dacia Maraini ci invita a guardare il bicchiere mezzo pieno ma soprattutto a cercare il bene anche quando il male sembra essere onnipresente ed onnipotente, ci invita ad interrogarci prima ancora di interrogare e giudicare, a cercare risposte quando le domande finiscono con l’essere celate, obliate. E’ un elaborato fiducioso quello presentato, uno scritto dove ella ci suggerisce di lasciare ai figli uno sguardo aperto sul mondo (ciò traspare soprattutto dai passi in cui in classe, i piccoli musulmani, rischiano di essere schiacciati dalla mentalità dei padri che esigono che smettano di studiare, che non ascoltino parole diverse da quelle del genitore), un testo forte dove la scrittrice parla alla ragione, da intellettuale, da filosofa, dove senza indugi abbandona il suo stile classico onde consentire alla chiacchierata con chi ha intorno.
In conclusione, disturbante, profondo, riflessivo.

«Spero solo che tu ci rifletta sopra, Ahmed, devi capire da te dove il ragionamento fila e dove diventa ingarbugliato.. me lo fai questo favore? Ci provi a ragionare con la tua testa? Io non ti dico di scegliere fra le cose che dice tuo padre e quelle che ti dico io, ti prego solo di pensare con il tuo cervello, perché tu, come me, come tutti gli altri qui dentro, sei dotato di un motore che funziona perfettamente, e questo motore si chiama mente. E sono sicuro che, come me, come noi, la tua mente conosca il senso della giustizia. Ora ti chiedo: è giusto considerare inferiore un bambino solo perché di pelle nera e di religione diversa, quando sappiamo che quella pelle deriva dalla melanina e non da una cultura inferiore e quella religione ha lo stesso diritto della tua di essere praticata?» p. 93

«Non so quanto resisterò in questo paesino di montagna, mangiando pesce di lago e di fiume, ascoltando i discorsi amari di mia madre, guardandola muoversi come una leonessa in gabbia. Ma pure so che non me ne andrò fino alla fine della vacanza, perché la tenerezza mi prende alla gola; assieme a una pietà rabbiosa, alla voglia di scappare, e anche di abbracciarla e di baciarla su quel collo di tartaruga. Perché so che, come dice lei, questa è l’ultima occasione per starle vicino. E dopo ci perderemo per sempre» p. 172

«Ma lui ridacchia e pretende di esprimere il suo rozzo pensiero che identifica col buon senso, un po’ come il coro che commenta le azioni dei protagonisti nella tragedia greca: si presenta quale assennatezza ma è solo conformismo» p. 221

«E’ consolante per una comunità pensare che la responsabilità stia altrove, che i malandrini non appartengano a quel luogo, e che degli sconosciuti malviventi siano venuti da fuori a uccidere e devastare il povero quartiere innocente. La città intera si considera estranea a questa sparizione di cui ormai non si parla più, ma che pesa sulle coscienze dei più sensibili. Ci si può liberare di un enigma risolvendolo, dicono i saggi, non seppellendolo. Anche se ormai siamo abituati a seppellire tutto, perfino le più schifose immondizie: un poco di terra sopra e buona notte! Ma ogni tanto la terrà si apre e manda fuori un improvviso puzzo di foglia. E i pettegolezzi riprendono» p. 267

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La bambina e il sognatore 2017-03-17 10:25:10 maria lo bianco
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Opinione inserita da maria lo bianco    17 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 18 Marzo, 2017

Un altro episodio da tenere sempre all'attenzione

Questo testo contiene spoiler. Ho letto questo ultimo romanzo di Maraini con molta apprensione perchè conoscevo il tema e la sua delicatezza e attualità, apprensione perchè ho paura di leggere di violenze sui bambini per una mia questione di ipersensibilità e infatti proprio la parte finale del diario del rapitore/lettore e amante di Proust mi ha molto toccata e quasi sconvolta per la sua lucida follia e per certi particolari narrativi troppo forti.
L'ho trovato scritto benissimo ma a me piace molto lo stile della Maraini, apparentemente molto scorrevole ma intimamente molto profondo e di resa eccezionale e piena del contenuto in oggetto.
Mi sono appassionata alle vicende di vita e per così dire pubbliche del maestro Sapienza e non avevo indovinato il rapitore tratteggiato con pochi ma efficaci colori esistenziali. Mi è piaciuto moltissimo il rapporto tra l'insegnante e i suoi alunni così bene caratterizzati dalla penna della scrittrice e mi ha fatto imparare e ricordare tante cose... Indovinata la trovata di coinvolgere nella riuscita delle ricerche del maestro cocciuto di S., da parte della Maraini, di un suo alunno più adulto e più sgamato, se così si può dire. Bene, meno male che esiste il lieto fine ma certamente da conservare nella memoria e nella coscienza la vicenda parallela della bambina prostituta nell'est asiatico e fortunatamente ritornata a casa.
Che tutto parta da un sogno e da una piccola notizia di cronaca è molto attuale, è l'ennesimo segno dei tempi che viviamo e che purtroppo si ripetono da secoli.

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Buio e l'amore rubato.
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La bambina e il sognatore 2017-01-31 11:20:35 Lady Libro
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Lady Libro Opinione inserita da Lady Libro    31 Gennaio, 2017
Ultimo aggiornamento: 02 Febbraio, 2017
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Più di un giallo

Quante cose ci sono da dire e sono presenti in questo romanzone!
La quarta di copertina e le prime pagine del libro lo presentano come una specie di giallo sospeso tra realtà e onirismo, che ha per “investigatore” questo maestro di scuola elementare, il sognatore del titolo, un uomo di grande sensibilità e cultura (anche se a volte un po'irritante nel suo essere saccente e fare il buonista, bisogna dirlo), lasciato dalla moglie dopo la morte per tumore della loro figlioletta Martina.
Costui si sente profondamente coinvolto nella sparizione della piccola Lucia, avendola sognata nel momento esatto del presunto rapimento e trovandola identica alla propria figlia.
Poco dopo un centinaio di pagine, però, oserei dire che il contenuto cambia completamente: alternandosi ai dolorosi e gioiosi flashbacks in cui Nani descrive passo dopo passo la sua vita con Martina prima e dopo che la malattia la colpisse, e la propria impotenza di fronte ad essa, il romanzo comincia a diventare un “minestrone” dai più svariati ingredienti.
Si passa quindi dai numerosi racconti di cronaca di bambini rapiti, a lunghi capitoli sulle denunce riguardanti la prostituzione minorile e l’estremismo islamico, fino a ripiombare verso le ultime settanta pagine circa alla componente gialla dell’inizio, a mio parere risolta e gestita in maniera assai frettolosa, irreale e un po’stucchevole.
A causa di questo intenso e prolisso mix che si allontana di parecchio dalle premesse iniziali, ho faticato non poco a terminare la lettura del volume, essendo stata più volte tentata di abbandonarlo ma, al tempo medesimo, curiosa di sapere la fine che avrebbe fatto la bimba del titolo.
Insomma, se fossero state tolte alcune parti “eccessive” e se l’insieme si fosse mantenuto sulla stessa linea narrativa, probabilmente gli avrei assegnato un giudizio pienamente positivo.
Ho apprezzato tuttavia i capitoli dedicati alle lezioni che Nani tiene ai propri alunni, una tenerissima descrizione di una realtà scolastica pienamente coinvolta e soggiogata dalla capacità del maestro di raccontare storie, così come quelli struggenti della lenta morte di Martina e dei bei momenti trascorsi dal padre insieme a lei e alla moglie quando ancora il cancro non l’aveva intaccata.
Primo libro che leggo della Maraini e di certo non sarà l’ultimo.
Pur non avendomi convinta fino in fondo, Dacia scrive in maniera sublime e tutta la sua profonda cultura e attenzione al mondo contemporaneo si avvertono eccome e in tanti tratti trascinano in un coinvolgente vortice.

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La bambina e il sognatore 2016-01-03 04:37:07 Bruno Elpis
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    03 Gennaio, 2016
Ultimo aggiornamento: 03 Gennaio, 2016
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I sogni: stracci di nuvole scomposti,inconsistenti

Con “La bambina e il sognatore” Dacia Maraini torna sugli argomenti che predilige: la violenza sulle donne, vigliaccamente esercitata anche quando le donne sono in tenera età, le ipocrisie sociali, le insidie di una cultura disseminata di morbosità (“C’è molta sensualità in queste bambine. Mi fa pensare a Balthus”) e pericoli.

La bambina è Martina, l’amata figlioletta del maestro Nani, morta per una malattia crudele che ha spalancato il vuoto nella vita personale e coniugale del papà.
La bambina è Lucia, rapita, forse violentata e uccisa, mentre si recava a scuola.
La bambina è Fatima, figlia di un’italiana e di un cambogiano, finita nell’inferno della prostituzione minorile di Phnom Phen.
La bambina è ogni bimba di questo mondo, che abbia i propri sogni calpestati dalla viltà di chi dovrebbe, questi sogni, coltivarli, innaffiarli, realizzarli.

Il sognatore è il maestro (“Sogni troppo e sono sogni senza capo né coda”), un anticonformista che sfida i pregiudizi sociali (“Lei gioca con l’immaginazione dei suoi alunni. È imperdonabile”) pur di trasmettere ai suoi piccoli studenti ideali e capacità critiche (“I pensieri si affollano, come gli uccelli sull’albero di Platone… c’è una memoria incisa nella pietra… una memoria impressa nel fango… e quella… in cui i ricordi sono uccelli che si posano su un ramo”).
E sognare è anche non rassegnarsi (“Ci si può liberare di un enigma risolvendolo… non seppellendolo”) dinnanzi a una sparizione di fronte alla quale persino i genitori hanno rinunciato.

Il nuovo romanzo di Dacia Maraini è emozionante, a tratti triste, a tratti speranzoso.
Giudizio finale: coinvolgente e lancinante come un grido di dolore pronunciato a fior di labbra.

Bruno Elpis

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La bambina e il sognatore 2015-12-25 10:25:08 Natalizia Dagostino
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Natalizia Dagostino Opinione inserita da Natalizia Dagostino    25 Dicembre, 2015
Ultimo aggiornamento: 03 Gennaio, 2016
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Sogni, convinzioni, realtà

La bambina e il sognatore vengono sognati e consegnati da una Dacia Maraini illuminata e sapiente.

Leggo un libro furbo e funzionale per affrontare tematiche numerose, per problematizzare argomenti della modernità.

La storia suggerisce e apre numerose questioni, come tutti i romanzi della scrittrice: la narrazione, la paternità, l’insegnamento, la cultura del territorio, l’alimentazione sbagliata, le coincidenze, la religione islamica, il successo, la sessualità, la memoria, la lettura, il disturbo mentale di un sex offender.

Anche attraverso dialoghi improbabili, vale per la scrittrice quello che nel romanzo viene riconosciuto a Nani, di essere competente nella narrazione, “perché le cose esistono quando ci prestiamo attenzione”.

“In fondo sono compiaciuti di avere un maestro goffo e impacciato di cui si può ridere senza essere redarguiti; di un maestro che fa lezioni a modo suo, che sa raccontare le favole e li prende sul serio, ciascuno di loro, uno per uno, senza distinzione.” p.104

Nani Sapienza, maestro seducente adorato dai suoi alunni, sogna la sua piccola Martina, concepita in un trullo, morta di leucemia. La bimba era la gioia di Nani e la sua mancanza ha gelato l’espressione dei sentimenti e, così, il protagonista perde la figlia e la moglie. Al risveglio, il maestro ha notizia di una bimba scomparsa e intuisce che il suo è stato un sogno premonitore. Infatti, la bambina sognata, pensa Nani, è certo quella scomparsa, portata via da un pazzo, segregata, sicuramente non uccisa, come tutti pensano in paese.

Il maestro ossessivamente segue il suo istinto, insiste, offre il suo tempo allo scavo, alla ricerca, all’indagine rocambolesca, convinto di poter ritrovare viva la bambina.

Interessante la voce interiore, figura genitoriale affettiva e critica, che Nani chiama in ogni modo: angelo custode, pennuto, parassita, aquilotto, uccellaccio, pettegolo, pollastro maledetto, avvoltoio, corvaccio, grillo parlante, gufo, aquilotto dalle ali sbrindellate… voce che pretende di guardare il mio animo dall’alto in basso.

Perplessa, finisco il romanzo: nell’attività di pensiero considero indispensabile il riconoscimento dei limiti, la traccia dei confini. Gli esseri umani si distinguono felici per gli equilibri possibili fra realtà e fantasia, fra insegnamento e manipolazione, fra sogno e delirio, fra determinazione e comportamento ossessivo-compulsivo, fra intuizione e pregiudizio.

Il maestro Nani, trova e salva la bambina, ma non salva me come lettrice, forse perché, lo riconosco, anch’io “soffro dell’immaginazione ipertesa del lettore accanito” p.15

“La storia, ogni storia, nasce quando ci sono un corpo e una mente che si preparano all’ascolto. Il corpo non è meno teso e attento del pensiero che assorbirà, attraverso le parole, un racconto, con il suo eroe, le sue gesta e la sua conclusione. E io sono già saltato dentro, con tutti e due i piedi, in questo rito fatato. Mi sono impaesato assieme a loro e godo nel raccontare, come loro godono nell’ascoltare. Niente ci può fermare in questa impresa comune, antichissima e meravigliosa della narrazione e dell’ascolto collettivo.” pp.175-76

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