La ferocia La ferocia

La ferocia

Letteratura italiana

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In una calda notte di primavera, una giovane donna cammina nel centro esatto della strada provinciale. E' nuda e coperta di sangue. A stagliarla nel buio, i fari di un camion sparati su di lei. Quando, poche ore dopo, verrà ritrovata morta ai piedi di un autosilo, la sua identità verrà finalmente alla luce: è Clara Salvemini, prima figlia della più influente famiglia di costruttori locali. Per tutti è un suicidio. Ma le cose sono davvero andate cosi?

Recensione della Redazione QLibri

 
La ferocia 2014-09-29 18:36:33 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    29 Settembre, 2014
Ultimo aggiornamento: 09 Ottobre, 2014
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La ferocia di Nicola Lagioia

“L’agnello crea la tigre facendosi mangiare da lei” – queste le parole che Michele, uno dei personaggi salienti dell’ultimo romanzo di Nicola Lagioia “La ferocia”, rivolge alla sorella Clara, ed è in queste parole il vero significato dell’opera.
Non è forse facile per chi ancora nutra delle illusioni sulla condizione in cui versa l’umanità oggi, accettare il quadro che Lagioia dipinge di una parte di quella società che costruisce sull’inganno, sul raggiro, sulla disonesta gestione dei fondi dello stato, il proprio benessere e la propria ricchezza, senza esitare a servirsi persino della complicità di alcuni rappresentanti delle istituzioni.
La storia della famiglia Salvemini, di Vittorio e Annamaria e dei quattro figli, Ruggero, Clara, Michele, Gioia, si svolge in una delle parti più belle del territorio pugliese, sottoposto troppo spesso alle speculazioni e allo sfruttamento da parte di imprenditori senza scrupoli, dei quali Vittorio è importante esponente.
Il dramma che travolge l’intera famiglia ha radici antiche, nasce dal desiderio di elevarsi nella scala sociale, acquisendo potere attraverso il denaro. In questo ambiente, dove i figli nascono e crescono nell’abbondanza, l’inarrestabile ambizione dei genitori cancella ogni manifestazione d’amore e di rispetto. Annamaria, moglie tradita e offesa di Vittorio, accetta di allevare il figlio illegittimo del marito, celandosi dietro un atteggiamento di grande generosità che susciterà la gratitudine del coniuge e sarà sicuramente la carta vincente che le consentirà di conservare gli agi e i privilegi ai quali si è abituata.
Ed è proprio intorno alla figura di Michele, il bastardo, e Clara, la sorellastra poco più grande, che si scatenano le tensioni più laceranti. Tra loro si instaura un rapporto di intima complicità, un vincolo affettivo profondo e controverso.
È sempre l’amore a essere messo in discussione. Laddove esso non riesce a esprimersi o non può realizzarsi, non c’è speranza per l’individuo. Ciò determina la disperazione e lo squilibrio psichico di Michele, privato dalla nascita dell’amore materno, ciò determinerà il disperato autolesionismo di Clara, che si perderà in rapporti avvilenti e degradanti, non per vizio, ma per una spasmodica volontà di punirsi.
Fondamentale in questa storia è il rapporto padre-figli: un padre che mente a se stesso e si convince di aver sempre agito solo per il bene della famiglia e non spinto dall’ambizione e dall’avidità e dei figli che lo disprezzano, ognuno a suo modo, ognuno per ragioni diverse.
Sullo sfondo di questa tragica storia, il degrado ambientale, le verità taciute, le connivenze sospette e celate.
La realtà descritta da Lagioia , tuttavia, oltrepassa i confini del nostro paese, essa diventa, io credo, metafora della condizione verso cui il mondo va rovinosamente e progressivamente dirigendosi. Più che un romanzo di denuncia che si serve abilmente della tecnica del noir che coinvolge e appassiona il lettore, “La ferocia” è un vero grido d’allarme, perché si possa cambiare rotta, finché si è in tempo. Un romanzo che ci riporta al significativo, quanto angosciante Urlo di Munch.

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La ferocia 2017-03-22 17:24:28 Paolo70
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Paolo70 Opinione inserita da Paolo70    22 Marzo, 2017
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La potenza è nulla senza controllo...

Che fatica...
Alla fine, ne vale forse anche la pena. Ma arrivare alla fine di quest'opera non è sforzo di poco conto.
Il romanzo poggia su un'idea forte, tesa a dipingere un quadro a tinte fosche di certe famiglie, di certi ambienti, di certa classe politica e dirigente. I personaggi si "schiudono" durante il romanzo in maniera via via sempre meno enigmatica e hanno, indubitabilmente anche il loro fascino. penso soprattutto a Michele che poco a poco diventa il punto di riferimento della vicenda.
In diversi punti poi l'autore è anche abile, mostra doti non indifferenti di stile di scrittura, originalità e sintesi.
Ma è la costruzione di questa storia che, a mio parere, nel tentativo di essere volutamente originale nella scansione degli eventi e nella esposizione, getta troppo spesso il lettore nello sconforto.
A volte non si capisce di chi stia parlando, in quale momento siano ambientate le situazioni che vengono descritte. C'è tutta una fatica che il lettore deve sostenere nella comprensione, un atto di fede verso l'autore che deve essere fatto in ragione (credo) dell'originalità del racconto.
Non mi capita spesso, ma ho avuto in diversi momenti la tentazione di mollare...
Peccato.
Comunque un Premio Strega che mi ha lasciato perplesso, molto perplesso...

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La ferocia 2016-07-11 06:06:05 Antonella76
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    11 Luglio, 2016
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Affascinante e faticoso





Prima di iniziare questa lettura, avevo già "assaggiato" la scrittura di Lagioia attraverso due suoi racconti ("Un altro nuotatore" e "I miei genitori") decretandolo una buona penna, dalla prosa elegante e molto immaginifica...pur avendo trovato il primo dei due scritti contorto e poco chiaro.
Diciamo, quindi, che, nella "breve distanza", non avevo percepito troppo la fatica...
Questo romanzo, invece, se dovessi definirlo in due sole parole (cosa improbabile date le molteplici sensazioni ed emozioni che un libro riesce ad evocare)...probabilmente direi: "affascinante e faticoso".
Faticoso perché caratterizzato da una scrittura ricercata, forse troppo, che fa sì che alcuni periodi necessitino di rilettura per coglierne il senso, a causa di metafore ardite e similitudini decisamente sopra le righe...altri periodi, invece, un senso non ce l'hanno affatto, ma sono comunque ben incastonati nel quadro generale del romanzo.
Vi chiederete...e perché mai dei "nonsense" dovrebbero essere sdoganati come qualcosa di piacevole o comunque non respingente in un romanzo?
E' difficile da spiegare, ma la scrittura di Lagioia, secondo me, piu che a raccontare una storia, mira a farti "visualizzare" delle sensazioni, delle piccolissime percezioni, che in realtà sono inafferrabili (anche se ci appartengono) cercando di riproporre con le lettere, con le parole, un arcobaleno fatto di mille sfumature e, inevitabilmente, finisce per confondere troppi colori (e un po' anche la mente del lettore!).
Ma il risultato finale risulta comunque affascinante...come un quadro astratto, di cui non comprendi bene il significato, ma che ti piace lo stesso...e rimani lì a guardarlo.
A questo punto la domanda è...lo vorrei portare a casa e appenderlo in salotto?
No, grazie...forse un po' eccessivo, stancante...
Ecco come ho vissuto io questo romanzo.
La storia è buona, anche se non riesce a prendere una direzione precisa: un po' giallo, un po' dramma famigliare, un po' romanzo di denuncia sociale.
Feroce? Sì...lo è, ma non potrebbe essere diversamente quando si racconta di corruzione, di coloro che rispondono solo ai richiami del dio-denaro, dell'uso e abuso di droghe e sesso...
Insomma, un romanzo che poteva essere splendido e non lo è...ma comunque da leggere.

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La ferocia 2016-06-04 22:43:24 GPC36
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GPC36 Opinione inserita da GPC36    05 Giugno, 2016
Ultimo aggiornamento: 05 Giugno, 2016
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L'agnello e la tigre

“L’agnello crea la tigre facendosi mangiare da lei”: una frase apparentemente irrilevante nel romanzo che capovolge il significato di un verso della poesia “La tigre” dai “Canti di esperienza” di William Blake, in cui il poeta si chiede stupito come chi ha creato la tigre possa aver creato anche l’agnello . Questa frase dovrebbe costituire la chiave per l’interpretazione sia del titolo del romanzo, sia del percorso distruttivo e autodistruttivo del personaggio centrale. Inutile chiedersi se per ottenere questo era necessario ricorrere ad un passaggio così artificioso, con una frase criptica che si chiarisce solo alla fine del romanzo, dato che di passaggi criptici e di frasi barocche è disseminato il testo, così come lo è di dettagli inutili. Lo stile, in particolare nella prima parte del romanzo, è caratterizzato da un fraseggio che sembra l’applicazione del puntinismo pittorico alla scrittura, con periodi brevissimi, accatastati così da rendere faticosa ed incespicante la lettura e da continui flashback che possono essere necessari in una vicenda che inizia dall'episodio che conclude la vita di Clara Salvemini, ma che sono inseriti a sorpresa, sovrapponendo e confondendo passato e presente,
Lascia, quindi, perplessi trovare in un’intervista di Nicola Laloggia la dichiarazione che si era posto l’obiettivo di scrivere un romanzo molto leggibile, poiché è proprio nella leggibilità l’aspetto più negativo: una forma di narcisismo nella ricerca stilistica che appesantisce e sovraccarica il testo e svuota la “grande tensione emotiva”, altro obiettivo dichiaratamente perseguito dall’autore.
Ed è un peccato, poiché la tensione emotiva è presente, in una drammatica vicenda neorealista che ruota attorno al nucleo familiare dei Salvemini, dominato dalla figura di Vittorio, padre – padrone che per raggiungere i suoi obiettivi di grosso imprenditore immobiliare non ha nessuno scrupolo non solo nei rapporti con le figure dominanti nel labirinto amministrativo in cui deve muoversi, ma anche nel rapporto con i familiari, strumentalizzati con un cinismo totale, spinto oltre i limiti della credibilità. Il suo potere gli consente di tenere soggiogati moglie, figli e genero, personaggi del tutto anaffettivi, legati solo dall'interesse economico: unica eccezione il figliastro Michele, soggetto schizofrenico legato alla sorella Clara da un rapporto simbiotico interrotto dalla scissione nel loro percorso di vita; un rapporto che lui cerca di far rivivere dopo la tragica morte di lei.
Il premio Strega ha dimostrato, anche in questo caso, di essere un ottimo propulsore per le vendite. Si spera sappia conservare il suo ruolo storico di selettore del meglio nella letteratura italiana, o, rovesciando la prospettiva, che nella schiera degli scrittori sappia sempre trovare firme all'altezza del palmarès dello Strega: ciò che, a mio parere, non è successo con l’edizione che ha premiato Lagioia.

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La ferocia 2016-04-23 12:44:35 Dod
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Dod Opinione inserita da Dod    23 Aprile, 2016
Ultimo aggiornamento: 12 Mag, 2016
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Una scommessa mancata

Ho comprato questo libro spinto dall'interesse per il titolo e per la presenza di una storia familiare di risentimento e odio represso.La vittoria del premio Strega è stata una garanzia ulteriore dello spessore del testo e, così, mi sono deciso a comprarlo.
Nonostante l'inizio abbastanza scorrevole e interessante, il libro si è rivelato, già dopo le prime 70 pagine, una sfilata pesante di personaggi legati in qualche modo a Clara, la vittima della storia. Sebbene i componenti familiari, nella loro diversa incarnazione della "ferocia", siano ben caratterizzati e presentino delle storie personali corpose e ricche di contenuto che rendono conto del perché siano vittime e artefici al tempo stesso dell'odio e della corruzione familiare e sociale, troviamo, purtroppo, anche molti, troppi personaggi minori, abbastanza piatti, che contribuiscono a complicare e appesantire una storia familiare dai tratti noir.
Buona, dicevo, la descrizione dei componenti della famiglia, sviluppata tramite flash back e ricordi personali.
Vittorio, vero self made man senza scrupoli e ipocrita, capace di piegare e sacrificare ogni cosa, compresa la moglie e i figli, per il successo lavorativo e l'affermazione di sé.
Annamaria, vittima del marito e madre fredda e distaccata, che continua a nutrire odio nei confronti di MIchele, frutto del tradimento del suo matrimonio.
Ruggero, l'uomo incapace di una vera relazione affettiva con gli altri (soprattutto con le donne) e che vive il suo successo accademico e lavorativo come fuga dal confronto con il padre, a cui concede, suo malgrado, tutto ciò che vuole. Il distacco continuo che ha nei confronti della famiglia, esemplificate dalla sua reclusione giovanile durante lo studio, è solo la patina sotto cui si cela desiderio di vendetta per ciò che ha subito.
Gioia, figlia più giovane di Vittorio e Annamaria, che affronta la morte della sorella invidiata, la realtà familiare e la vita con una leggerezza ridicola e grottesca.
Michele, l'escluso dalla famiglia e vittima di problemi psichiatrici che cerca di far luce sulla morte dell'unica persona che l'abbia mai veramente amato.
Tutti loro ruotano attorno alla protagonista della storia, Clara, la ragazza e donna bellissima e affascinante, che cerca di ricevere genuino amore, attenzione e accoglienza in storie di droga, sesso e violenza. Questo è l'amore che Clara cerca nella relazione soffocante e addirittura morbosa con Michele e che vede negato proprio dai suoi genitori al fratellastro a cui si è legata. Vittime solidali della mancanza di amore.
La corruzione della società fa da sfondo alla corruzione personale e familiare dei personaggi.
Penso che con tutti questi spunti, ci fossero le basi per un ottimo romanzo. Lo stile molto ricercato, il continuo passaggio dal tempo presente al passato senza interruzione grafica, il ricorso a troppi personaggi e storie minori, la cui relazione con Clara poteva essere inserita nelle storie dei suoi familiari, la presenza di periodi auto-compiacenti, complicati, pedantemente astratti e artificiosi che non comunicano nulla, contribuiscono, purtroppo, a rendere la lettura lenta e confusa. Senza contare il fatto che il libro abbia più di 400 pagine.
Si tratta, in sintesi, di un libro che poteva essere un fantastico e chiaro affresco delle ricadute familiari e sociali che vengono dal non guidare la propria "bestialità personale", simulata dal distacco, dalla freddezza, dalla vacua leggerezza, dall'ipocrita auto-giustificazione, dalla ricerca spasmodica di attenzione, un libro che ha mancato il bersaglio che si era prefissato.

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La ferocia 2015-09-27 08:58:09 manuelaagosto
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manuelaagosto Opinione inserita da manuelaagosto    27 Settembre, 2015
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I nostri giorni

Credo che l’autore abbia intitolato il libro “La ferocia” perché, almeno io così l’ho avvertito, tratta di un mondo in cui la ferocia, dei sentimenti, degli atti, delle espressioni verbali, dei rapporti interpersonali e delle relazioni tutte, ne è il tratto distintivo.
Parla di una famiglia di palazzinari baresi in cui il capostipite si è fatto ovviamente dal nulla, tra mazzette e raccomandazioni, e ha creato un impero, sempre tenuto in piedi con un fragile equilibrio perché la corruzione è una bestia difficile da domare. Ma il marcio che regola i rapporti di Vittorio, il padre padrone, con il suo mondo di piccoli e grandi intrallazzatori, è penetrato anche all’interno delle mura domestiche, tra figli segnati da gravi problemi di relazioni con il mondo, Michele e Clara, un figlio, Ruggero, tutto preso dalla carriera che però si presta ai giochi del padre, e una figlia, Gioia, la cui inconsistenza dorata è tipica dei figli di papà.
Vittorio piega tutto e tutti ai suoi voleri compresi i figli che si ritrovano spesso invischiati in affari loschi, più o meno a loro insaputa. Ma il grande gioco del potere passa sopra a tutto e dal suo fascino Vittorio ne è completamente soggiogato e pronto a sacrificare qualsiasi cosa.
Michele e Clara emergono, ognuno con i propri problemi, da queste dinamiche familiari.
Michele è figlio di una relazione extraconiugale di Vittorio, orfano dalla nascita e catapultato in questa famiglia dove è sempre stato considerato un estraneo, tranne che da Clara, la primogenita. Michele è un disadattato, lo si rileva fin dai primi anni scolastici e all’affetto della famiglia si sostituirà una lunga teoria di psichiatri e ricoveri. Pur rimanendo sempre borderline, riuscirà a trovare un fragile equilibrio solo da adulto, allontanatosi dalla casa paterna. L’unico affetto familiare è Clara che non lo tratta da matto ma ha un rapporto protettivo con lui. Sarà Michele a vendicarsi dell’affetto mancato, delle umiliazioni subite, delle prevaricazioni paterne, scoprendo i giochi del padre così facendo saltare, come in un gioco di prestigio, tutta la baracca. La forza gliela darà Clara, la misteriosa, enigmatica Clara che pur sposata, se la fa con altri uomini, in genere molto più vecchi di lei e di solito intrallazzati con il padre. E’ una forma di punizione del padre prestare il proprio corpo ai desideri perversi di uomini che amano maltrattare le donne e ne godono? In questo gioco autodistruttivo Clara sembra posseduta da tutti ma in realtà non è proprietà di nessuno, e forse chi la possiede veramente è la cocaina, di cui è ormai totalmente dipendente e che la conduce in situazioni sempre più pericolose fino all’epilogo finale.
E’ un libro-manifesto della situazione in cui purtroppo versa l’Italia in cui l’ambizione e il denaro sono i pilastri sui cui si fondono i rapporti economici, a discapito dell’onestà e del senso dello Stato.

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La ferocia 2015-09-23 12:18:21 Bookaholic
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Bookaholic Opinione inserita da Bookaholic    23 Settembre, 2015
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La soglia familiare

Incuriosita dal premio vinto pochi mesi fa e dalla forte richiesta nella mia biblioteca mi sono avventata su questo libro la cui copertina evoca ricordi lontani di bar fumosi e femme fatales.

La lettura si scontro con un muro di parole incastrate tra loro come in un fitto mosaico di cui si distingue la trama ma non gli incastri. Frasi sconnesse, evocazione e negazione che si accompagnano spiazzando il lettore più esperto e poi inizia a intravedersi un sentiero nel fitto della foresta. Lo sai, è sempre stato lì ma c'è voluto del tempo prima di individuarlo e poi percorrerlo. Una matassa che si dipana dopo le prime 20/30 pagine, di cui riesci a seguire il filo sempre con maggior fluidità come se l'avessi sempre fatto. Ed è un po' questo che fa lo scrittore, quello bravo, oltre a creare storie te le sa anche raccontare in modo nuovo, a volte semplice altre volte in modo più complesso ma alla fine quel modo deve entrarti dentro e farti risuonare i campanelli della familiarità e della comprensione. Altrimenti, che storia è?

Ed ecco il punto. Che storia è, questa che Nicola Lagioia ci racconta?
Una storia familiare si nasconde dietro la coltre di frasi prima incomprensibili poi potenti. Una famiglia dell'Italia del sud che dal nulla è riuscita a raggiungere quell'olimpo fatto di sotterfugi, ricatti e ferocia. Quella ferocia che dà il titolo a questo romanzo e che ne è anche un po' la protagonista, qualunque sia il punto di vista che si sceglie di prediligere. Sì perché i protagonisti di questa storia sono 3 e 1 allo stesso tempo, come tre sono le parti di cui è composto il libro. Una simmetria di elementi. Vittorio, Michele e Clara. Il padre, il figlio negato e la figlia morta. Sullo sfondo una madre assente anche da se stessa, una sorella inetta e un fratello che ha fatto del lavoro una fuga. Storie che si intrecciano, profili che emergono per poi ritornare nell'ombra, problemi sociali appena accennati.
Avanti e indietro nel tempo senza una chiara linea cronologica, Lagioia ci porta alla scoperta dei segreti più profondi di una famiglia che ha adottato come valore fondante la meschinità e da essa non riuscirà a sottrarsi neanche in seguito a un lutto.

Un libro che ho apprezzato per lo stile con cui le parole si susseguivano una dopo l'altra sulla pagina ma che a livello di contenuto mi ha lasciato l'amaro in bocca di quei cibi così appetitosi alla vista ma che una volta addentati lasciano indifferenti le papille gustative.

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La ferocia 2015-08-12 04:56:30 luigi
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Opinione inserita da luigi    12 Agosto, 2015

sono solo parole

Per entrare in empatia con il racconto, bisogna superare le prime cento pagine. La lettura risulta pesante e stancante, lo sforzo dell'autore pare sia tutto teso a cercare parole, idee stilistiche, allungamenti infiniti che fanno perdere il filo della trama.
Personaggi tratteggiati minuziosamente e poi abbandonati, descrizioni inutili di animali che quasi irritano il lettore, una leggerezza, poi, non perdonabile ad un autore nel passare dalla prima alla terza persona.
Pensieri che non capisci se appartengano a lui o al personaggio che sta parlando in un determinato momento. Le idee narrative non mancano, ma sviluppate male nei passaggi temporali estenuanti.
Si vorrebbe sapere di più della famiglia Salvemini, cosa pensa Annamaria, il protagonista del libro Michele che entra in scena alla metà del libro, mentre scorrono immagini descritte minuziosamente di falene e formiche e topi. Un brodo allungato troppo per una cottura che non finisce mai. Poche pagine salvabili in cui ritrovare bei concetti. Arrivare alla fine del libro è la priorità, non perché ti appassiona ma perché non ne puoi veramente più.

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La ferocia 2015-08-09 08:23:45 Claudia Falcone
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Claudia Falcone Opinione inserita da Claudia Falcone    09 Agosto, 2015
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Un libro feroce ma non troppo

Ci ho messo un po' a interpretare le sensazioni che questo libro mi ha lasciato, non riuscendo neppure a capire bene se nel complesso mi è piaciuto o no.
Lagioia ha talento, questo sicuramente, e lo ostenta fin troppo. Con questo romanzo decide di rischiare: mescola il noir al dramma familiare al romanzo ad impronta giornalistica/di denuncia; utilizza a più non posso flashback, passa continuamente da un piano temporale ad un altro, da un punto di vista all'altro; usa metafore, frasi talvolta contorte, lo stile a volte si fa troppo artificioso, si fatica a seguirlo.
Il tema portante in definitiva è quello della speculazione edilizia, che ha distrutto e continua a distruggere la nostra terra in nome del dio denaro. Lagioia si inventa (ma neanche poi troppo) una storia di pura finzione e tutta privata come quella di Clara e della famiglia Salvemini, per denunciare e raccontare cose reali, ed è un'intenzione nobile la sua. Ma tutto sommato non ci dice nulla di nuovo; e anche la trama familiare che imbastisce, il racconto del degrado morale di una famiglia della buona borghesia, il rapporto tra i due fratelli Clara e Michele, non riescono a coinvolgere e a convincere fino in fondo. Ad una prima impressione, l'opera di Lagioia sembra originale ed ambiziosa; ma quando arrivi verso la fine, ti rendi conto che hai faticato un po' e che in fondo non ti ha convinto davvero.
Il libro comunque si lascia leggere, e io che sono pugliese ho apprezzato particolarmente i richiami, sia in positivo che in negativo, alla mia terra, vera protagonista forse del romanzo. Insomma, quest'opera di Lagioia vuol essere un romanzo di denuncia, vuol raccontare un mondo feroce e spietato, dove la ferocia è capace di travolgere tutto, la terra così come i rapporti tra le persone...eppure a me, quando ho girato l'ultima pagina, ha lasciato addosso un senso di incompletezza e di non totale soddisfazione, che non saprei rendere meglio con le parole.

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La ferocia 2015-08-04 16:04:48 ferrucciodemagistris
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ferrucciodemagistris Opinione inserita da ferrucciodemagistris    04 Agosto, 2015
Ultimo aggiornamento: 05 Agosto, 2015
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Pregiudizio ingannevole

Sì, proprio un pregiudizio ma questa volta nell’accezione positiva del termine; voglio dire che il fatto di aver vinto il Premio strega 2015 mi ha influenzato all’acquisto di questo romanzo il cui autore era per me uno sconosciuto. Ho dovuto purtroppo ricredermi dopo aver letto le prime decine di pagine…mi sono chiesto: è vero che ” De gustibus non est disputandum” in linea di massima e, quindi, quando leggiamo qualsivoglia letteratura; d’altro canto il suddetto premio ha evidenziato scrittori di chiara fama tra i quali, quelli che ho letto e molto apprezzato, Ennio Flaiano – “Tempo di uccidere”, Umberto Eco – “Il nome della rosa”, Giuseppe Tomasi di Lampedusa – “Il gattopardo”, giusto per menzionarne alcuni.

Ora la trama e lo stile del romanzo in questione: un dramma familiare in una famiglia agiata la cui fortuna è dovuta ad arricchimenti illeciti nel campo minato del settore edilizio; un “palazzinaro” Salvemini con moglie e quattro figli dei quali uno nato da relazione extra-coniugale. Uno spaccato di vita familiare che cela una disperazione interiore comune in tutti i componenti della famiglia con vicissitudini diverse e travagliate; l’accumulo di ricchezza, proveniente spesso da azioni illecite, l’apparente benessere che si palesa con beni di lusso, non è sufficiente a colmare il male di vivere e, quindi, la ricerca costante di qualcosa di appagante che sconfina in un terreno accidentato, causa di estremi drammi e tragedie.

Una trama, a parer mio, non eccezionale con lo svantaggio di uno stile pesante, continui flashback che diventano ostacoli alla fluidità narrativa e argomentazioni ridondanti; nessun thriller, nessun noir ma solo un continuo intercalare di accadimenti e storie personali che hanno luogo nella Puglia dei nostri giorni.

In definitiva un romanzo che non rientra nelle mie corde, ma, come già scritto all’inizio, de gustibus!
La mia personale valutazione sconsiglia la lettura ma, nel frattempo, ritengo giusto che il futuro lettore si accinga comunque a leggerlo e valutarlo secondo il proprio punto di vista.

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La ferocia 2015-07-23 17:39:41 ant
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ant Opinione inserita da ant    23 Luglio, 2015
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Bari, Clara e i giorni nostri

La morte sospetta di una ragazza di buona famiglia(Clara) dà il là a un romanzo che è , a mio avviso, un mix tra critica spietata(e feroce, da cui il titolo del libro)alla voglia di arricchirsi a tutti i costi dei tempi moderni e uno spaccato di una famiglia benestante, in cui componenti del nucleo familiare sono tanti mondi a sè stanti e non comunicano affatto. La location dove si svolgono i fatti è Bari, narrata in modo apparentemente surreale, invece i legami della famiglia Salvemini con tutte le classi sociali della città fanno sì che la descrizione del capoluogo pugliese si riveli più verosimile possibile.
Uno spaccato che mi ha colpito, per concludere, a riguardo delle reazioni alla morte di Clara:
..""quando moriva un sedicenne le chiese erano invase da eserciti di ragazzini..quando ad andarsene erano i sessantenni, accorrevano i colleghi di lavoro. I novantenni erano specializzati nel trascinarsi dietro interi paesi. Ma erano i trentenni come Clara la tragedia. I trentacinquenni, non di rado i quarantenni. Non c'erano colleghi di lavoro perché spesso non c'era un lavoro. E quando il lavoro c'era, i colleghi erano troppo impegnati nella lotta per la sopravvivenza. Gli amici-quelli veri, quelli che un tempo lo erano stati-erano lontani, persi nelle città del Nord, dentro i pantani delle loro vite. Forse la notizia era arrivata anche a loro, e il cordoglio(da centinaia , forse migliaia di chilometri)provocava minuscole torsioni nelle fiamme delle candele elettriche""...
Particolare, anche se il premio Strega tra la cinquina finalista lo avrei dato alla Ferrante

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La ferocia 2015-07-16 10:15:45 Cristina72
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Cristina72 Opinione inserita da Cristina72    16 Luglio, 2015
Ultimo aggiornamento: 16 Luglio, 2015
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“Ma il mio dolore è amputato”

"Chiamarlo inconscio, un secolo prima, era stato già un errore, un sistema per contenere in un canone linguistico forze di segno opposto”.
Il romanzo Premio Strega 2015 parla di sentimenti basici come odio e amore, senza trascurare l'estesa zona grigia che sta nel mezzo, ma individua nell'anestesia dei sentimenti la piaga principale della nostra epoca.
Viene in mente Jonathan Franzen per l'analisi impietosa di certe dinamiche familiari e, risalendo ai classici, si pensa ai Buddenbrook di Thomas Mann.
Perché il marcio viene proprio dalla famiglia, fonte primaria di conflitti irrisolti, di amore che non trova espressione (ma c'è poi davvero, l'amore?), di rancori che trovano sfogo nei modi più disparati, dall'autolesionismo all'affetto posticcio che fagocita tutto ciò che è autentico:
“Ma il mio dolore è amputato”.
Non mancano passaggi un po' ostici e poco masticabili che costringono il lettore a tornare sul concetto: l'impressione è che lo scrittore eriga a volte tra sé e chi legge un muro che lascia fuori chi non riesce ad oltrepassarlo, ma nonostante questa sporadica chiusura lessicale si resta incollati alle pagine grazie ad una buona dose di suspense opportunamente distribuita.
Ci vuole bravura, del resto, per riuscire a conferire un certo fascino noir ad una città come Bari, “senza grandi tradizioni a parte l'intraprendenza delle imprese edili e la tenacia degli studi legali”.
Lagioia è bravo, sì, ma anche talentuoso, capace di fotografare con precisione un volto e quello che ci sta dietro (“sorrideva gonfio di tristezza”) e di dare voce alla potenza della comunicazione non verbale in mezzo all'inutilità delle parole.
Parole inutili come quelle tra Clara e Michele, uniti da un amore fraterno e puro, troppo fragile per stare al mondo ma forte abbastanza per andare oltre la morte.
Si perde una madre, una sorella, un animale domestico, si perde l'innocenza e si cerca a tentoni una strada:
“La totale inconsapevolezza del male, e il fatto di trovarcisi davanti all'improvviso. Era sempre in fondo solo questo”.

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La ferocia 2015-07-15 15:45:45 Marco
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Opinione inserita da Marco    15 Luglio, 2015

Lagioia, uno stile vacillante per un libro triste

Confesso che non mi aspettavo molto da un premio strega di cui già si sentono dire cose raccapriccianti, ma da uno che è il glorioso selezionatore della narrativa italiana di minimum fax e che in virtù di tale compito divino pubblica per einaudi, almeno una sintassi esemplare me la sarei aspettatta. Non voglio entrare nel merito citando le frasi del libro che potete tranquillamente sfogliando il libro, ma un adolescente che voglia apparire colto agli occhi dei suoi genitori e amici dei suoi genitori scrive più o meno come è scritto questo libro, ovvero errori nei tempi verbali, pieno di aggettivazioni inutili, forzature che non stanno in piedi, lunghissimi ed estenuanti periodi, masturbazioni frastornanti e inconcludenti, insopportabili parentesi, per poi non dire nulla. Perchè la sintesi di questo romanzo è proprio il nulla, come lo stile di Lagioia che è pretenzioso e noioso, anzi letale. Ogni giudizio positivo credetemi è formulato da amici e di amici o da uffici stampa che viziano il mercato italiano facendo vincere premi inutili a libri inutili come chi li scrive. Non c'è nessuna gioia in questi libri. Buonanotte editoria italiana.

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La ferocia 2015-03-29 07:57:05 pirata miope
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pirata miope Opinione inserita da pirata miope    29 Marzo, 2015
Ultimo aggiornamento: 29 Marzo, 2015
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ROCOCO'

Le prime pagine dell’ultimo romanzo di Lagoia ti fanno lo stesso effetto di certi tetri edifici barocchi, ove le forme si attorcigliano in una sontuosità frastornante, cupa, respingente. Non c’è leggerezza nelle pagine di “La ferocia”, c’è al contrario pesantezza e fatica. Difetto o pregevole aderenza al putridume del contesto umano-animalesco della provincia italiana contemporanea? Sta di fatto che metafore attorcigliate e ossimori non delineano un percorso lineare, cronologico, si soffermano alla periferia dei pensieri dei protagonisti, e si arrendono all’impossibilità di coglierne l’essenza autentica. Sopravvivono intatti nel magmatico racconto i fondali, le superfici, i riflessi, la deformazione degli sguardi e dei gesti. Un surrogato di verità penzolante nel vuoto, lo svisceramento della pura apparenza su cui si ingegna Lagoia. La trama del romanzo è di fatto un eco di tanti episodi di corruzione ed arricchimento facile che costituiscono la parte più corposa delle nostre cronache: il fragile equilibrio della famiglia del palazzionaro Salvemini viene sconvolto dallo strano suicidio della figlia Clara, trovata morta sulla statale Bari-Taranto. Ma chi è davvero Clara e i chi sono i Salvemini? Il padre Vittorio è un imprenditore edile che partendo dal nulla edifica un impero intrecciando rapporti con il potere politico economico ed accademico: il Don Gesualdo di oggi si mimetizza perfettamente in un contesto accogliente per affinità di valori e comportamenti fino a diventare paradigma. Dunque il virus è condiviso, diffuso, nessuno ne è immune, e se occorre trovargli un termine questo non può essere che ferocia. Non c’è altro modo per definire la smania autodistruttiva che accumuna Clara e coloro attorno a cui gravita il suo universo: sesso estremo, cocaina, attaccamento morboso al limite dell’incesto, la nevrosi di un tormentato edonismo. Impossibile alzare lo sguardo a un Dio per averne almeno la pietà: persino i pivieri, stramazzando a terra, hanno perso l’innocenza del volo.

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