Narrativa italiana Romanzi La locanda dell'Ultima Solitudine
 

La locanda dell'Ultima Solitudine La locanda dell'Ultima Solitudine

La locanda dell'Ultima Solitudine

Letteratura italiana

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Libero e Viola si stanno cercando. Ancora non si conoscono, ma questo è solo un dettaglio. Nel 2007 Libero ha prenotato un tavolo alla Locanda dell'Ultima Solitudine, per dieci anni dopo. Ed è certo che lì e solo lì, in quella locanda arroccata sul mare costruita col legno di una nave mancata, la sua vita cambierà. L'importante è saper aspettare, ed essere certi che "se qualcosa nella vita non arriva è perché non l'hai aspettato abbastanza, non perché sia sbagliato aspettarlo". Anche Viola aspetta: la forza di andarsene. Da anni scrive lettere al padre, che lui non legge perché tempo prima, senza che nessuno ne conosca la ragione, è scomparso, lasciandola sola con la madre a Bisogno, il loro paese. Ed è a Bisogno, dove i fiori si scordano e da generazioni le donne della famiglia di Viola, che portano tutte un nome floreale, si tramandano il compito di accordarli, che lei comincia a sentire il peso di quell'assenza e la voglia di un nuovo orizzonte. Con ironia leggera, tra giochi linguistici, pennellate surreali e grande tenerezza, Alessandro Barbaglia ci racconta una splendida storia d'amore.

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La locanda dell'Ultima Solitudine 2017-04-18 17:07:52 ornella donna
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    18 Aprile, 2017
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Due sentite solitudini alla Locanda

Benvenuti alla Locanda dell'Ultima Solitudine. Ma prima scrutiamo due vite, due solitudini. La prima è quella di Libero, che vive nella Città Grande in una casa vuota con le pareti dipinte di blu. L'unico a fargli compagnia è il suo cane, "Vieniqui". Quando la sua vicina di casa trasloca gli lascia un baule, nel cui fondo trova un bigliettino della Locanda dell'Ultima Solitudine, e lui telefona prenotando un tavolo, ma ..... per dieci anni dopo! E' certo che lì e solo lì, in quella locanda arroccata sul mare, costruita col legno di una nave mancata, la sua vita cambierà. L'importante è saper aspettare.
Anche Viola aspetta: la forza di andarsene. Da anni scrive lettere al padre, scomparso anni prima, lasciandola sola con la madre a Bisogno. Ed è lì, dove i fiori si scordano e da generazioni le donne della famiglia di Viola, che portano tutte un nome floreale, si tramandano il compito di accordarli, che sente il peso di un'assenza e la voglia di rinnovamento.
Ecco che appare la Locanda: "E' tutta il legno, la Locanda, alterna le pareti scure alle finestre piene di luce da cui entra sempre un po' di vento. (...) se sai arrivarci, facendo tutto quel sentiero al buio che ci vuol poco a perdersi, quello è il posto più bello del mondo!". Due storie così semplici, raccontate in modo originale e sorprendente. Una locanda come luogo di passaggio, dove transitano coloro che hanno bisogno di far pace con il passato, prima di incamminarsi verso il futuro.
Il libro è un racconto onirico, intenso ed appagante, capace di fluttuare attraverso mondi fantasiosi e realtà vicine al lettore, costruendo con lui una forte empatia ed inevitabile connessione con i suoi protagonisti e le sue umane emozioni. Catturati da un paesaggio incantevole ed artistico, vivo come una tela appena dipinta. Lo stile linguistico dell'autore non tradisce, conferendo alla lettura la forza di un dialogo intenso, sincero e diretto con il lettore, legato a doppio filo ad una storia che parla di persone sconosciute e luoghi mai visitati, ma che narra anche un po' di sè attraverso una prosa che è capace di incantare ed ammaliare.

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Consigliato a chi ha letto Chiara Gamberale, Qualcosa.
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La locanda dell'Ultima Solitudine 2017-04-09 06:32:24 Pelizzari
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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    09 Aprile, 2017
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Lettere al padre

E’ strana la prosa di questo libro. Sembra una poesia. E’ fatta di associazioni di immagini, di frasi brevi, ritmate. E’ impalpabile. Come una poesia. E la sua lettura non è facile, all’inizio ti affascina, dopo un po’ ti stanca, perché ti sembra di perdere il filo, poi quando ritorni a capire ed a collegare, ti riaccende, per poi sfilacciarsi di nuovo. Ti rimane addosso un senso di vuoto. L’impronta del silenzio. Bellissima la favola del cane Nero, in cui trovi tutta la magia di una bambina. Le sue lettere al padre sono una delle parti che più mi ha colpito, perché in tanti punti emerge prepotente il rapporto bimba-papà. Questo papà che le accarezza l’anima, arrivando al centro piccolo e prezioso di quel suo essere bimba. Sono state per me le parti più emozionanti, che hanno messo decisamente in secondo piano la locanda.

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