Narrativa italiana Romanzi La più amata
 

La più amata La più amata

La più amata

Letteratura italiana

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Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quarantaquattro anni e non trovo pace. Voglio scoprire perché sono questo tipo di adulto, deve esserci un'origine, ricordo, collego. Deve essere successo qualcosa. Qualcuno mi ha fatto del male. Ricordo, collego, invento. Cosa ha generato questa donna incompiuta?

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La più amata 2017-09-09 17:09:31 ornella donna
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ornella donna Opinione inserita da ornella donna    09 Settembre, 2017
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Riscoprire il passato per comprendere il presente

Teresa Ciabatti pubblica per la casa editrice Mondadori La più amata, un libro finalista al Premio Strega, un’autobiografia alquanto discussa.
“Scrivo di mio padre e di mia madre, ricostruisco la storia di famiglia per arrivare a me. Scrivo, ricordo, invento).”
Cosa significa essere la figlia di uno dei personaggi più rilevanti in Toscana e in Italia, luminare della medicina, ma anche personaggio “calcolatore, vendicativo, amante del potere”? Senza dubbio, significa essere tra i pochi ad avere una piscina, a potersi permettere lusso e regali strabilianti; e appena si nomina Lorenzo Ciabatti, porte chiuse a doppia mandata che si aprono improvvisamente. Significa vedersi perdonare marachelle altrimenti punite, o conquistare ruoli che sarebbero andati ad altre ballerine. Insomma, per dirlo con l’io narrante protagonista,
“come protetta da un mantello che rende invisibili, non ci sono conseguenze per me, sempre salva.”
Le regole del potere e i conseguenti squilibri nei rapporti sociali diventano molto presto chiari alla giovanissima Teresa Ciabatti, incontentabile ma anche profondamente inquieta, oscillante tra l’amore istintivo per il padre e l’invitabile crisi adolescenziale di chi desidera contraddire l’autorità:
“Mi spiace, Professore, tua figlia fa quello che vuole lei, non quello che dici tu. L’unica al mondo a non fare quello che dici tu.”
E’ proprio l’adolescenza il momento in cui Teresa si accorge che qualcosa nell’equilibrio familiare è rotto: d’altra parte, l’infelicità di sua madre, dottoressa, si era già palesata in precedenza, al punto da dover sedare per un anno la donna seguendo una terapia del sonno speciale, che avrebbe dovuto placare la depressione. Ed era stato un anno in cui la piccola Teresa e il fratello avevano dovuto affrontare tutto da soli e assistere impotenti alla bella madre addormentata. Ma anche ora, durante l’adolescenza, Teresa si accorge che la depressione della madre è di nuovo dietro l’ngolo. Eppure la ragazza resta concentrata sulle sfide che la riguardano da vicino: il sovrappeso, con cui sembra autopunirsi, i vestiti lussuosissimi per essere almeno la più elegante, se non la più bella alle feste. Intanto, il rapporto tra i genitori si incrina e il padre, rapito per un breve periodo e per motivazioni ben poco chiare, riappare mutato e più guardingo nei confronti del mondo. Ed ecco che tutto precipita: un investimento sbagliato e la fortuna dei Ciabatti scompare. Le abitudini di Teresa e dei familiari si ridimensionano e tutto diventa più difficile, i rapporti si denudano degli orpelli e si mostrano nella loro scabra verità. Anche se i segreti più grandi, va detto, saranno scoperti solo molto più avanti, da una Teresa adulta, che avverte la necessità di indagare il passato per poter andare avanti. Da qui nasce la poderosa auto fiction, in cui Teresa Ciabatti non vuole mitizzare i suoi affetti, ma anzi guarda se stessa e gli altri con una penna impietosa, che cerca di analizzare e comprendere tutto, a costo di affondare la lama della verità nel tessuto omogeneo e rassicurante del passato. Spesso l’autofiction cade nell’auto-apologia? Ecco, qui siamo all’opposto: Teresa Ciabatti scava con le unghie in un terreno compattato dal ricordo; non le importa di ferirsi con le pietre dello scandalo che troverà, ma continua ad affondare le dita alla ricerca di oggetti, rivelazioni, chiarimenti. E anche il lettore assiste a questa indagine approfondita, sempre filtrata dalla Teresa di oggi, adulta sì, ma alla ricerca della sé stessa di allora per liberarsi dalle ombre del passato.

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La più amata 2017-07-31 14:55:16 ant
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ant Opinione inserita da ant    31 Luglio, 2017
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Padre e figlia

Un'autobiografia senza sconti, la protagonista analizza tutti gli elementi della sua famiglia, soprattutto suo padre, figura emblematica del libro..e poi trae le sue conclusioni, arrivando a definirsi, lo dice lei, una cattiva persona. I tratti e le caratteristiche del padre della protagonista farebbero presupporre tutt'altre vicissitudini e considerazioni, da parte della figlia, invece pagina leggendo vengono fuori le peculiarità di un affermato e stimato dottore, che in realtà si comportava non proprio in modo idilliaco. Libro da leggere con calma, perchè cattura e fa immedesimare i lettori con le traversie della protagonista. Concludo estrapolando un passaggio che mi ha colpito, l'adolescente dell'epoca che parla si suo padre:
"Non che li dispiaccia tanta gratitudine, tutt’altro. Cambiare la vita delle persone, salvarle, è un modo di legarle a sé, di costruirsi una schiera di debitori. Di più: adepti.""
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La più amata 2017-07-05 16:06:25 Pelizzari
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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    05 Luglio, 2017
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UN’ADULTA INCOMPIUTA

Questo libro narra una storia personale. Penso, leggendo anche le ultimissime pagine, molto vera e quindi, di fatto un’autobiografia. Cominci la lettura e tutto ti sembra quasi un non-sense. Sei alle prese con una scrittura nervosa, fatta a scatti, ma anche densa e, a modo suo, affascinante. E’ un modo di scrivere che un po’ ti spiazza, ma ti attira. Più quello che non la storia. Quando poi alla fine la riscopri una storia vera, la riconsideri e la apprezzi di più. E’ un grande ritratto di una famiglia dell’alta borghesia italiana, dipinto dal punto di vista in una figlia. Con momenti di serenità familiare che si alternano alla guerra fredda. Ne esce un quadro a tratti destabilizzante, che ti fa entrare un po’ nella testa di una giovane donna, che, attraverso la ricerca della ricostruzione della propria storia, forse vuole cercare di ricostruire un po’ anche se stessa. A modo suo è un bel libro, ma per apprezzarlo pienamente, bisogna essere capaci di entrare in sintonia con l’autrice e, all’inizio, non è semplice. Consiglio di leggerlo e di non desistere. Perché io alla fine l’ho apprezzato molto di più.

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La più amata 2017-05-29 08:49:21 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    29 Mag, 2017
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Je suis Teresa Ciabatti.

«Io sono la regina, mi rimiro nello specchio. Mi chiamo Teresa Ciabatti, ho quarantaquattro anni, e a ventisei dalla sua morte decido di scoprire chi fosse davvero mio padre. Diventa la mia ossessione. Non ci dormo la notte, allontano amici e parenti, mi occupo solo di questo: indagare, ricordare, collegare. A quarantaquattro anni do la colpa a mio padre per quello che sono. Anaffettiva, discontinua, egoista, diffidente, ossessionata dal passato. Litio ed Efexor prima, Prozac e Rivotril poi, colpa tua, solo colpa tua, papà» p. 33

Non è semplice parlare di questo romanzo autobiografico. Non è semplice valutarne le emozioni, le contraddizioni, le sensazioni. Perché. Perché a tratti lo si odia, a tratti lo si ama. A tratti si è in simbiosi con la protagonista, madre e figlia alternativamente, a tratti si è in totale dissonanza con esse. Non le si comprende, risultano sfuggenti. Altrettante vengono percepite quale prigioniere di un universo dimostratosi più grande del previsto, ed ancora risultano indisponenti; la prima per la sua incapacità a reagire, la seconda per la sua ostentazione del lusso avuto e perduto.
Ma chi è Teresa Ciabatti. E’ la figlia del professore, è la figlia di Francesca Fabiani, è la sorella gemella eterozigota di Gianni Ciabatti. E’ prima una bambina viziata, regina indiscussa del suo castello ad Orbetello, prima in tutto per grazia divina, per grazia di nome, per padre dirigente dell’ospedale ove il regno è instaurato e dove egli è considerato uomo buono al cui passaggio si aprono frotte e frotte di fedeli seguaci e ammiratori e stimatori perché ha studiato in America, perché è un luminare, perché a Lorenzo Ciabatti (1928-1990) basta un semplice cenno del capo per ottenere quel che vuole, basta una semplice telefonata per smuovere mari e monti, di poi, un’adolescente fragile, complessata dall’essere in sovrappeso, scossa dall’assenza ingiustificata di un padre che è sinonimo di impero, ricchezza, lusso, prestigio, vittima di una madre, Francesca (1939-2012), anestesista che ha lasciato tutto perché, come dicevano in ospedale, non si può essere madre e medico, almeno negli anni ’70 e soprattutto se donna, ed ancora adulta egoista, anaffettiva, disincantata, diffidente, egocentrica.
Una donna che vuol sapere chi era Renzo, che vuol capire perché è diventata l’adulto incompleto che è. E’ una sopravvissuta, una persona che nei suoi quarantaquattro anni di vita si sente fallita, incapace, inadatta. Una donna che sa che la colpa della sua condizione è da attribuire solo e soltanto a quei genitori, ed in particolare a quel babbo, così misterioso, silenzioso, ricco di segreti. Tanti i perché, tante le domande, pochissime le risposte. Diventa un’ossessione per Teresa. La verità prima di tutto. La verità le spetta. E’ suo diritto. E’ suo dovere. Dovere perché un domani dovrà a sua volta spiegare a sua figlia perché sua madre è così. Perché sua madre non è riuscita a donarle affetto. Perché sua madre è stata incapace di garantirle un futuro adeguato ma soprattutto ricco di emozioni e sentimenti. Il motore dell’uomo. La valvola dell’essere. Questo è il chiodo fisso della Ciabatti, la sua missione, l’obiettivo primario suo e per riflesso del lettore.
Ammirevole il coraggio, discutibile il tentativo. Perché a più riprese chi legge si chiede inesorabilmente il perché di questo romanzo. E’ una confessione sincera atta a mettersi a nudo? E’ l’ennesimo espediente letterario di una figlia viziata di attirare attenzione su di se? E’ un tentativo di ottenere successo mediatico? Brama di fama di essere una nota scrittrice, lei che ha quattro romanzi di – a suo dire – non successo alle spalle? Questo è in parte il pensiero che naturalmente sovviene a chi legge. Perché è innegabile che nello scorrere delle pagine il dubbio c’è. Una motivazione è necessaria poiché altrimenti non è giustificabile per il diretto conoscitore delle vicende questo tripudio di ostentazione, di ricchezza, di futilità, questa rabbia per il paradiso perduto, per un’inadeguatezza ereditata. Questa attribuzione di colpe e questa mancanza di auto-responsabilità, questa ingiustificabilità del non essere riuscita a crescere, di essere rimasta una bambina nei panni di un’adulta.
Eppure per l’avventuriero conoscitore è al contempo impossibile lasciare a metà lo scritto. Subentra la componente psicologica, l’analisi, la voglia di entrare nella mente di questa autrice eclettica. Si cerca così di andare oltre le apparenze, di valutare quel che vi è dietro la facciata, quel che vi è dietro quel bisogno di avere quando forse quel che veramente ella ha sempre desiderato è un po’ di semplice e genuino affetto. Meno sfarzo, più presenza. Un genitore vero, concreto, partecipe, tangibile, capace di brontolarla quando vi era da brontolare, di stimarla quando vi era da lodare. Chissà… Sta di fatto che purtroppo Teresa difficilmente riuscirà a trovare risposta a tutti i suoi quesiti, troppo tempo è passato, quante carte sono sparite, cadute nell’oblio di silenzi e sotterfugi. Non le resta che consolarsi sulla scia del fatto che “il pesce puzza dalla testa” o ancora sull’assunto che “le colpe dei padri ricadono sui figli”.
Tuttavia alla fine di questo viaggio nello ieri e nell’oggi, in questa ricostruzione di infanzia felice, fragile, turbolenta, cosa resta se non l’immagine riflessa in uno specchio, una donna che deve ripartire da un punto perché dopo quel poco che è venuta ad apprendere non può restare ferma ma non può nemmeno andare avanti? Cos’altro fare se non cercare di ripartire, di darsi una mossa, se non cercare di diventare quegli adulti che tanto sono mancati?
Stilisticamente l’opera si dimostra intelligente, acuta nonché caratterizzata da uno stile mutevole, graffiante, incisivo, impulsivo, nervoso. Si ama e si odia. Si ama o si odia. Smuove, destabilizza, si incunea, si fa strada desiderosa di farsi conoscere. Di fatto, dunque, a prescindere dalla apprezzabilità o meno, non lascia indifferenti.

«Marilyn allora sospira: sai quante ne ho raccolte in vita mia. Creatura speciale, risplende di luce propria, occhi, capelli, pelle. Pelle bianchissima, come… come un cadavere. Ogni volta che papà ricorda l’incontro, ogni volta che rievoca la bellezza di Marilyn, ogni volta che torna con la memoria in quell’ascensore, io chiedo: gli somiglio un po’? E ogni volta, scrutandomi con attenzione come se non mi avesse mai vista prima, lui risponde: no» p. 25

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La più amata 2017-04-03 17:38:55 lapis
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lapis Opinione inserita da lapis    03 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 03 Aprile, 2017
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Mi chiamo Teresa Ciabatti

“La più amata” è un romanzo originale, incisivo e potente, destinato ad essere amato o odiato, ma che difficilmente lascerà il lettore indifferente.

Dimostra sicuramente coraggio, Teresa Ciabatti. Il coraggio di prendere in mano, a quarant’anni, uno specchio lucidato con il fiele e guardarsi con occhio duro, spietato, implacabile. E il coraggio di confessare, a se stessa e alle pagine di questo libro, la verità dell’immagine che vede riflessa. Una persona inquieta, aggressiva, egoista, disperata. Una bambina mai cresciuta. Una mamma anaffettiva, incapace di prendersi cura della propria figlia. Una moglie che non sa coltivare amore. Ma come si diventa una donna così, incompiuta? C’è un motivo, un colpevole?

Inseguendo queste risposte, Teresa comincia a scavare nel proprio passato e nella storia della propria famiglia, disseppellendo segreti e ipocrisie, nel tentativo di ricostruire la propria identità.

Ecco allora Teresa bambina, viziata e megalomane, nella sua infanzia opulenta e felice. Teresa, principessa indiscussa dell’immaginario regno di Orbetello; gioia e orgoglio del suo re, il Professore, suo padre. Ma chi è davvero il Professore? Un uomo generoso e buono, dicono i pazienti dell’ospedale di cui è primario. Un uomo ricchissimo, avvolto da un’aura di potere, ossequiosità, a tratti venerazione. A distanza di anni, dietro la sua potenza, Teresa leggerà una verità fatta di massoneria, di affari senza scrupoli, di fascismo. E di bugie, tantissime bugie. E’ Lorenzo Ciabatti il colpevole di questa storia?

“Mi chiamo Teresa Ciabatti. Che lo sappiate tutti - paesani, poveri, invidiosi - voi che vi fermate a salutarlo, e lui che vi risponde con un semplice cenno del capo, come il papa, come dio, lui che risponde alle vostre celebrazioni, tenendo per mano la sua bambina. Solo lei. Solo me. La più amata.”

Ecco poi Teresa adolescente, fragilissima e aggressiva, a misurare l’amore dei genitori con le proprie pretenziose richieste. Teresa, povera paesana appena trasferitasi a Roma dopo la separazione dei genitori. Teresa, piena di accuse e odio verso la madre. Per averla privata del suo bellissimo regno, per essersi arresa alla depressione, per non aver saputo vedere o combattere. E’ Francesca Fabiani la colpevole di questa storia?

Teresa Ciabatti inizia questo viaggio alla ricerca di colpevoli e moventi. Rimesta nel passato, privato e pubblico, e ne fa bocconi amari, che contengono gli episodi di un’infanzia di inganni, di sentimenti traditi, di misteri e figure ambigue che raccontano alcune delle pagine più oscure della storia italiana. Bocconi raccontati con una penna sferzante, impulsiva, nervosa. Bocconi che non vengono conditi di sentimentalismo e serviti al lettore su una tavola ben apparecchiata, ma gettati in pasto nella loro spietata crudezza.

Ma, alla fine di questo sofferto viaggio, si scopre che non ci sono colpevoli e moventi. Solo la verità della propria immagine riflessa, da affrontare senza attenuanti, da accettare con una nuova comprensione e da cui ripartire. Perché solo così si può cercare di diventare adulti.

“Mi chiamo Teresa Ciabatti. E sono una donna incompiuta.”

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