La presentazione e le recensioni di "Nata viva", opera di Zoe Rondini pubblicata da Il Filo. “...Tutti i dottori si affrettano a rianimarmi, ma rimango cinque minuti completamente senza respirare. Si tratta solo di cinque minuti, ma sono i primi della mia vita”. Poi Zoe comincia a respirare. E a vivere. Quei cinque minuti dopo rispetto agli altri neonati - a causa di un respiro intrappolato per un tempo infinito in un corpo troppo piccolo - la costringeranno a confrontarsi, fin dai primi mesi, con una vita che è cominciata sì cinque minuti più tardi, ma che pian piano non tarderà a essere così tanto desiderata da consentire a Zoe di superare qualsiasi ostacolo, senza rinunciare a nulla, a costo spesso di immane fatica e incomprensione da parte degli altri. Zoe imparerà con suoi tempi a camminare, a parlare, a leggere e all’età di nove anni scoprirà la inesauribile passione per la scrittura, cominciando a scrivere i suoi primi racconti. Ma è all’età di tredici, che per superare il momento più difficile della sua vita - a causa di lutto doloroso - intraprende l’avventura più importante, e un po’ per bisogno, un po’ per caso, un po’ per scelta, decide di dare vita ad un racconto autobiografico che l’accompagnerà per ben dodici anni. Lungi dall’essere un trattato o un saggio autobiografico sulla disabilità, “Nata viva” vuole essere un racconto appassionato e antipedagogico di una ragazzina e poi di una ragazza che, tra luci e tenebre, ha saputo lottare per raggiungere e conquistare quella serenità che tutti bramiamo, non dando mai per scontato nulla e soprattutto non accontentandosi mai del buon quieto vivere che spesso la società assegna alle persone disabili. Nel suo stile rapsodico, squisitamente discontinuo, frammentario e spesso profondamente ironico, Zoe si fa cantore e testimone, con la sua voce, dell’incontro sorprendente tra limite e prospettiva, civiltà e pregiudizio, presenza e invisibilità, costruendo, capitolo dopo capitolo, la propria visione del mondo, dove la normalità sembra non appartenere a nessuno, per fortuna. Ne nasce un racconto a suo modo epico in cui riconoscersi, popolato da personaggi indimenticabili, amici e nemici che Zoe sa tratteggiare con sapiente tocco tra familiari, compagni di scuola, dottori, fisioterapisti, maestri, insegnanti, docenti universitari, presidi, babysitters, viandanti, incontri fortuiti. E insieme a lei, anche noi riviviamo il nostro essere stati bambini o adolescenti incompresi, in famiglia come a scuola, dentro o fuori dal gruppo, allontanati e maltrattati spesso inconsapevolmente, a volte con una certa presunzione da chi non la pensava o non poteva essere come noi. Nel suo romanzo di formazione Zoe costringe il lettore a non dimenticare mai lo scarto enorme che c’è tra vivere ed esistere, inchiodandoci all’idea che per nascere veramente, ad ogni occasione, bisogna sentirsi vivi, gridarlo e raccontarlo al mondo intero.
Zoe viene al mondo alle tre di un caldo pomeriggio di settembre, una nascita fortemente desiderata, un evento atteso felicemente; nulla hai mai lasciato immaginare, neppure lontanamente, ciò che in realtà è accaduto nella sala parto di quell’ospedale. Ma Zoe lotta tenacemente, lotta dai suoi primi attimi di vita e continuerà a farlo per sempre. Di qui un’autobiografica ricostruzione di un’esistenza segnata profondamente da soli cinque, ma interminabili minuti di silenzio, un lasso di tempo apparentemente insignificante, ma che costringe la piccola Zoe a fare ogni giorno i conti con un destino difficile ad accettarsi. Il coraggio di una bambina aggrappata ai suoi pantaloni che cresce sfidando ostacoli, avversità, indifferenza, pregiudizi; una bambina che affida i suoi ricordi, le sue esperienze ad un racconto lungo sedici anni, un viaggio fuori e dentro se stessa per capire e maturare: perdite dolorose, rapporti conflittuali, battaglie quotidiane, ma anche affetti, viaggi meravigliosi, conquiste inaspettate. Zoe ha acquisito nel tempo consapevolezza dei suoi limiti e delle sue possibilità, aprendo dinanzi a sé nuove prospettive ed insegnandoci a non negare mai ciò che siamo. Del resto ciascuno di noi è a suo modo “diverso”.