Narrativa italiana Romanzi Orfani bianchi
 

Orfani bianchi Orfani bianchi

Orfani bianchi

Letteratura italiana

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“Voglio misurarmi con una storia nuova e un personaggio femminile. Una donna. Una donna unica che sconvolge i vecchi equilibri di una buona famiglia borghese romana. E che ha alle spalle un’altra vita.” Antonio Manzini. Dopo i romanzi di grande successo con protagonista il vicequestore Rocco Schiavone, questa volta Manzini racconta un personaggio femminile indimenticabile, che combatte contro un duro destino e che commuove per la sua umanità. Dagli occhi di una donna straniera, costretta a vivere lontana da suo figlio, il ritratto toccante e sincero di come siamo fatti, il sentimento della nostra epoca.

Recensione della Redazione QLibri

 
Orfani bianchi 2016-11-01 07:54:33 lapis
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lapis Opinione inserita da lapis    01 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 01 Novembre, 2016
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Lacrime amare

“Caro Ilie, ora mamma ti racconta un fatto”. Iniziano così le email piene di vita che Mirta invia al figlio dodicenne rimasto a migliaia di chilometri di distanza, a quell’adolescente che quando ha lasciato era poco più di un bambino e che non ha potuto vedere crescere, a quegli occhi neri che l’hanno fissata inespressivi mentre lei si allontanava, alla persona che rende possibile ogni sforzo, ogni sofferenza, ogni umiliazione quotidiana. Sono lettere che rimangono senza risposta, eppure provare a raccontare è l’unico modo che rimane per cercare di fargli capire che, anche se è solo e vive in un orfanatrofio, lui una mamma ce l’ha. Una mamma che l’ha lasciato per potergli dare un futuro diverso, una mamma che sopravvive solo grazie al suo ricordo e alla speranza un giorno di ricucire la famiglia.

E allora prova a parlargli di questo strano paese in cui lavora, un paese in cui la gente sembra avere tutto tranne il sorriso, in cui la ricchezza sembra aver alzato muri tra le persone e all’interno delle stesse famiglie, in cui si paga qualcuno per prendersi cura dei propri vecchi senza rubare tempo alla propria quotidianità. Prova a raccontargli delle anziane signore che si trova ad accudire, dei loro scortesi capricci, delle loro malattie, delle loro desolate solitudini. Prova a spiegargli cosa significhi vivere pigiati in venti in un appartamento troppo piccolo, disposti ad accettare qualsiasi lavoro perché la fame non ammette orgoglio e nemmeno dignità, costretti a sentire i piedi della gente sulla faccia senza poterseli togliere di dosso.

La realtà trattata in queste pagine è una verità lacerante e straziante che si consuma a due passi da noi, la vita di tante donne costrette a partire dalla disoccupazione dilagante e dalla mancanza di possibilità, ragazze madri costrette ad abbandonare i figli a parenti o istituti, donne che si prendono cura delle nostre famiglie e delle nostre case, sapendo di avere nel cuore il dolore e il senso di colpa. Perché i pacchi pieni di vestiti, giochi e denaro non potranno mai sostituire un abbraccio, una voce, una carezza.

Le parole di Antonio Manzini fanno più di qualunque articolo di denuncia sociale perché, con una straordinaria forza empatica ed emotiva, sono capaci di farci vestire i panni di una giovane donna su cui la vita si è accanita, una giovane donna seria e buona che sa davvero cosa significhi la disperazione. E allora i piccoli problemi e le lamentele quotidiane sbiadiscono perché non possiamo più fare finta di non sapere cosa accade dietro la porta accanto. Perché questa non è finzione, purtroppo.

Complimenti a Manzini, che con questa lettura ha saputo portare all’attenzione un tema sociale così attuale e scabroso con una capacità di immedesimazione e con un’emozione che non possono lasciare indifferenti. E alla fine non si può fare altro che piangere.

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Orfani bianchi 2016-11-15 05:32:31 68
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68 Opinione inserita da 68    15 Novembre, 2016
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Vita, speranza, nessuna certezza....


Il lascito della lettura di " Orfani bianchi " è un romanzo della contemporaneità con tematiche vaste ed una trama dalla costruzione lineare, piuttosto scarna, che si serve di un linguaggio semplice e colloquiale.
Vi si narra la storia di Mirta, giovane moldava, costretta ad emigrare in Italia ( a Roma ) lasciando in patria l' amato figlio Ilie che non riesce a mantenere, per affrontare una quotidianità difficile, esasperante, anche ripugnante, con l' improvvisa mancanza di una occupazione e l' obbligo, per sopravvivere, di cercarsi un lavoro qualsiasi, spesso sottopagato, con orari impossibili ed ai limiti della sopportazione fisica.
Poi la svolta, un' assistenza privata ad Eleonora, novantenne colpita da ictus, immobilizzata su una carrozzina, afasica, ricca, figlia di un mondo altolocato e spocchioso che non vuole e non può occuparsi di lei. Finalmente un buono stipendio, la possibilità di una rinascita, anche se il futuro le riserverà una relazione difficile, un mondo lontano da se', l' altrui diffidenza, l' ineguaglianza socioeconomica ed una vita privata scossa ed imprevedibile.
La trama intessuta da Manzini attraversa un mondo che è sotto gli occhi di tutti. Temi sociali, migrazione, fame, miseria, impossibilità di mantenersi in patria, abbandono dei propri affetti, inospitalità, disuguaglianza, razzismo, temi umanitari, crudeltà , diffidenza, avarizia, insensibilità, solitudine, disprezzo, senso della famiglia, amore, amicizia, temi etici, il disagio della malattia, la dignità del vivere e del morire, oltre che filosofici, la coscienza di se', il contrasto ideale-reale, arte-vita.
Tracce sconfinate, facilmente riconducibili e riconoscibili nella nostra quotidianita', basterebbe una passeggiata in un qualsiasi nucleo urbano, percorrendo quartieri più o meno abbienti, sostando su una panchina, in un parco, addentrandosi in un bar del centro ed in un locale della periferia, incrociando volti affamati ed infreddoliti, imbattendosi in individui macerati in fila in attesa di un pasto caldo, zigzagando tra corpi indistinti riversi sui marciapiedi, incrociando braccia questuanti ai semafori e, per contro, rischiando di essere investiti dalle potenti macchine di guidatori distratti, scontrandosi con giovani microfonati e monologanti, avvolti in capi firmati, o donne impellicciate che discorrono al cellulare di borse e gioielli. Basterebbe solo osservare e riflettere, nulla di più.
Ritroveremmo inevitabilmente temi e realtà del romanzo, donne dalle vite dimenticate, uomini con storie altrettanto complesse, ed una elite privilegiata e snobistica, così intrisa di ricchezza esibita ed indifferenza manifesta.
Poi, potremmo visitare una casa di cura, ed incontrare altre Eleonora, sradicate dalla propria quotidianita', abbandonate dagli affetti piu' cari, costrette a vivere una esistenza che non sentono propria, in un corpo disfatto, con una mente corrosa dagli anni e mutilata dalla malattia, affidati alle cure ( spesso amorevoli ) di estranei che divengono la propria " famiglia ", ma questo ci introdurrebbe in un altro complesso mondo ed idea di mondo ( perché non sempre è così ed una realtà ogni volta diversa si cela oltre l' apparenza ).
Ecco, le vite di Mirta ed Eleonora sono unite da un comune senso di disperazione e di abbandono, da una migrazione coatta, chi dalla propria patria, chi dal proprio corpo straziato in un senso non senso, in una vita non vita.
Nel frattempo si è conclusa la nostra passeggiata urbana ed è come avere riletto la trama, respirato le stesse emozioni, che peraltro ci sono ogni giorno, quando si varca la porta di casa e ci si confonde nel mondo. Rimane un senso di indignazione, rabbia, sconforto, pena, dolore, rassegnazione, ed una certa autocritica, laddove si ritorna al proprio vissuto rischiando di dimenticare o di scansare cio' che, chiusa quella porta, forse non sentiamo appartenerci così in profondità.
Manzini affronta l' oggi attraverso la storia di Mirta, ma non credo ciò possa bastare.
I temi trattati necessitavano di un approccio diverso, più specifico ed interiorizzato, evitando uno sguardo sociale così ampio con inevitabile superficialità e banalizzazione, approfondendo i sentimenti ed i rapporti interpersonali, ( Mirta-Eleonora ) solo in parte trattati, distillando, nella narrazione, l' attualità, separando situazioni e contesti.
Allontaniamoci dai soliti cliché, non sempre ricchezza equivale ad egoismo ed indifferenza, povertà a sensibilità ed amorevolezza ne' l' essere anziani e malati è sinonimo di inutilità, abbandono, solitudine, desiderio di morte, occorrerebbero opportuni distinguo.
In sostanza meno temi indistinti e più indagine psico-sociale, analisi del particolare, scavando nelle situazioni e nei sentimenti che nascondono mondi all' apparenza insondabili.
Questo romanzo, infatti, è trasposizione personale del reale, ma ad esso comunque si ispira, al dì la' di facili tematiche strappalacrime ed ovvietà in cui facilmente riconoscersi e specchiarsi.
In altro modo si rischia di cadere nella banalità e superficialità emozionale, quel mal di pancia che, senza una attenta riflessione ed introiezione, inevitabilmente è destinato a passare.
Ma qui, ovviamente, sta al talento ed alla profondità dell ' autore intervenire, indicando al lettore sentieri letterari apparentemente ovattati e silenti, in realtà pulsanti e definenti carattere e unicità di una storia altrimenti impalpabile e generalista.

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Orfani bianchi 2016-11-04 15:26:32 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    04 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 04 Novembre, 2016
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Fino a quando? Quanto ancora?

Mirta Mitea, anni trentaquattro, di origine Moldava, è una donna che come troppe altre, ha dovuto abbandonare la propria famiglia e la propria terra natia, per dare un futuro a Ilie, figlio adorato. Le circostanze della vita non solo le hanno prematuramente sottratto la madre, venuta a mancare a causa di un incendio determinato da una vecchia e malridotta stufa, ma l’hanno anche obbligata a chiudere il bambino in un “internat”, un istituto che corrisponde ai nostri orfanotrofi. Ed è così che il dodicenne si ritrova ad arricchire le file degli “orfani bianchi”, ovvero di quei ragazzi che seppur ancora con i genitori in vita sono costretti a crescere da loro distanti perché il dio denaro non perdona, le spese sono tante ma il desiderio di donare un futuro migliore a quella prole apparentemente condannata alla disgrazia e alla fame, non muore mai. Perché, come sempre Tatiana ricordava a Mirta, tu padre, tu madre, “sei il presente” mentre Ilie/figlio “è il futuro”.
Roma. La donna giorno dopo giorno è costretta a rimettersi in gioco passando da lavori quali badante alla signora Olivia, a operaia in una specie di impresa di pulizie per 4,50 Euro l’ora, a nuovamente badante/infermiera della ricchissima signora Eleonora. Il tempo passa e non perdona. Il distacco da quegli occhi neri che ha lasciato in Moldavia non l’abbandonano mai, sente che qualcosa non va, cerca di stare vicino a quell’adolescente abbandonato a sé stesso, tenta ininterrottamente di far sentire la sua presenza nella quotidianità del piccolo uomo ma sa benissimo di non riuscirvi perché migliaia di chilometri li separano e per di più in un’età critica quale quella dell’adolescenza. Nessun padre, nessun nonno, nessuno zio può lenire alla solitudine di quella madre che lotta per un futuro insieme, nessun padre, nessun nonno, nessuno zio, può lenire alla solitudine di quel bambino rinchiuso in una struttura inospitale tra sconosciuti e regole ferree.
E’ in questo scenario che si apre il nuovo romanzo di Antonio Manzini, un elaborato in cui molteplici sono le tematiche che spiccano. L’autore ci pone infatti di fronte a due dilemmi. Da un lato abbiamo quello di queste donne che sono costrette a pagare un prezzo altissimo; quello di lasciare i propri affetti per prendersi cura di quella degli altri. Quanto cosa effettivamente questa scelta? Qual è la vera portata della stessa? Cosa questa realmente comporta? Di convesso il secondo, non meno importante, quesito: gli anziani, quegli uomini e quelle donne che ormai non più autosufficienti finiscono col sentirsi o col diventare un peso per chi hanno accanto, per la società. Sono vissuti come una ingombrante presenza, vivono con la consapevolezza di essere organismi in decadimento, percepiscono il fluire del tempo come una condanna che mai finisce con l’essere espiata. A quando la morte, perché questa sembra non voler sopraggiungere mai? Espressione di detta realtà è Eleonora che, colpita da un ictus, è obbligata alla sedia a rotelle, è tenuta a sopportare sulla sua pelle le mani di estranei, è costretta alla volontà altrui. E’ vita questa? Sembra chiederci.
Due verità drammatiche messe egregiamente a confronto, due vite forse non così tanto agli antipodi.
Non solo, il tutto è trattato nell’atmosfera di un pregiudizio che non muore mai, semplicemente si sposta. E se negli anni settanta/ottanta toccava il popolo italiano del meridione che migrava al nord in cerca di prospettive migliori, negli anni duemila approda allo “straniero” venuto in Italia per “rubare” il lavoro agli italiani, lo straniero che non è visto nella sua singolarità ovvero quale essere umano prima di tutto, ma come insieme: non conta che sia una persona magari buona e perché no, anche di sani principi; esso/essa verrà sempre e comunque etichettato quale colpevole dei più svariati misfatti perché la sua “razza” di appartenenza quella è e quella resta.
Manzini si supera e crea – con una penna nettamente più poetica di quella che abbiamo conosciuto nella serie di Rocco Schiavone – in questo romanzo, un personaggio concreto, tangibile con mano, che suscita empatia in chi legge. E’ uno scritto, infatti, che tocca le corde del conoscitore, che arriva nel profondo e nulla risparmia, tantomeno nel suo epilogo.

«La fame te lo toglie l’orgoglio. E ti toglie l’amor proprio e la dignità. Come si fa a sopportare di essere colpevole di cose che non hai mai pensato? Solo perché altri quelle cose le fanno. Tutti i giorni. E quindi per riflesso le fai anche tu? Sarebbe mai arrivato il giorno in cui sarebbe stata considerata né più né meno che una donna e giudicata per le sue azioni? Fino a quando ce l’avrebbe fatta? [..] Odiava Ciasullo, la signora, i poliziotti e gli occhi degli italiani. Ma non perché la trattavano così, loro erano i vincitori e si sa che i vincitori non provano pietà per i vinti, ma perché con gli sguardi e le parole le riportavano alla mentre sempre quella domanda: fino a quando?» p. 143/144
«Quanto costa questo lavoro, Nina? Il prezzo qual è? E’ alto, te lo dico io. Quello che lasciamo pesa cento volte di più di quello che otteniamo.» p. 171

« Non erano più le sue mani. Dov’erano finite le sue mani? In quale angolo di strada si erano perdute? E se loro avevano dimenticato tutto, perché la sua testa no? Quella era come se fosse passato un solo pomeriggio dall’ultima volta che aveva suonato. La testa non si arrende mai. E’ il corpo che si ferma e ti saluta. E la cosa peggiore era avere la coscienza del proprio decadimento. Della propria disgrazia. Un rumore la fece voltare verso la porta del salone. Ferma e silenziosa, impenetrabile sulla sua sedia a rotelle, c’era la vecchia. Che la guardava. Ma lo sguardo era cambiato, parlava. » p. 181

«”Le mie dita? Ah, si… le dita una volta sapevano suonare.. ora sono un po’ incastrate. Non si muovono come dovrebbero. Faccio fatica. E anche un po’ pena”. La signora alzò appena un lato della bocca. Era un sorriso. Si indicò il petto e poi le mani di Mirta. “Non capisco. Lei? Lei e le mani… le servono le mie mani?” Eleonora ripetè i gesto. Allora Mirta capì. “Lei è… le mie mani?”. La signora Ferlaini Strozzi chiuse gli occhi soddisfatta.»

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Orfani bianchi 2016-10-30 09:45:24 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    30 Ottobre, 2016
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Due scomode realtà.

La fortuna e il destino dell’uomo dipendono in gran parte dal luogo in cui nasce, dal periodo storico, dall’etnia alla quale appartiene. Si ha un bel dire che tutti gli uomini sono uguali, la realtà con la quale ogni giorno ci dobbiamo confrontare ci insegna che l’umanità è sempre tristemente divisa tra forti e deboli, ricchi e poveri. Lungi dal diminuire con il progresso e l’emancipazione dei popoli, il divario va sempre accentuandosi, per molte ragioni, che siano politiche, economiche o religiose. Il fenomeno della migrazione delle genti, antico quanto il mondo e in questo periodo storico ripreso in maniera massiccia sta mutando il nostro modo di vivere, le nostre abitudini, il nostro atteggiamento, non sempre disponibile alla tolleranza e all’ospitalità.
Nel suo ultimo romanzo “Orfani bianchi”, Manzini ci racconta la storia di una donna moldava, giunta in Italia per trovare lavoro e inviare soldi alla madre rimasta nel paese di origine, per il mantenimento del figlio, avuto con uno sciagurato presto scomparso dalla sua vita. L’esistenza di Mirta è dura, come quella di tutte le persone nelle sue condizioni, costretta a cambiare spesso lavoro, mal pagata e rassegnata a essere trattata come una serva, se non come una schiava. Alla morte improvvisa della madre consegna il figlio dodicenne ad un internat, un orfanotrofio, con la speranza di poter racimolare tanto denaro col lavoro in Italia, da avere poi la possibilità di portarlo via con sé. Così suo figlio va ad ingrossare le fila dei cosiddetti “orfani bianchi”, bambini e ragazzi abbandonati da genitori che non sono in grado di mantenerli. Mirta dunque, con qualche stratagemma discutibile, riesce finalmente, dopo lavori faticosi e sottopagati, a trovare una sistemazione come badante di una vecchia signora inabile, molto benestante, della cui cura il figlio e la nuora non hanno alcuna intenzione di occuparsi. Ed è qui il quesito principale che Manzini pone a se stesso e al lettore, come è evidente nella quarta di copertina del libro: “quanto costa rinunciare alla propria famiglia per badare a quella degli altri?” Troppo spesso infatti non ci si pone questo problema, non ci si rende conto che il prezzo è altissimo, che chi viene in cerca di speranza e sopravvivenza spesso assiste al disfacimento della propria famiglia, con la conseguente perdita di ogni affetto e di ogni equilibrio psicofisico.
L’altro tema, non meno importante, di questo romanzo si concentra sulla difficile situazione di quegli anziani non più in grado di essere sostegno per la famiglia e a volte per la società. Essi sono un peso, come la ricca Eleonora del romanzo di Manzini, che, consapevole della sua inutile e ingombrante presenza, vorrebbe morire. La malattia la incattivisce e agisce con disprezzo e malversazione nei confronti di chi la accudisce. Dunque due esistenze drammatiche si trovano a confronto, si sfidano, si misurano ognuna con le sue debolezze e con la volontà di sopraffare l’altra. Ecco dunque come ormai è cambiata la nostra società. Le famiglie sono sempre meno il luogo di rifugio per gli anziani inabili, per ragioni che a volte sono anche comprensibili, visti gli impegni di lavoro e i ritmi frenetici della vita, ma che ci riportano a un concetto di progresso disumanizzato, tipico di questa “società liquida”, per citare Umberto Eco (Papè Satan Aleppe).

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