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Splendore

Letteratura italiana

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La presentazione e le recensioni di Splendore, romanzo di Margaret Mazzantini edito da Mondadori. "E davvero accadde. E fu contro natura. E davvero vorrei sapere che cos'è la natura." Avremo mai il coraggio di essere noi stessi? si chiedono i protagonisti di questo romanzo. Due ragazzi, due uomini, due incredibili destini. Uno eclettico e inquieto, l’altro sofferto e carnale. Una identità frammentata da ricomporre, come le tessere di un mosaico lanciato nel vuoto. Un legame assoluto che s’impone, violento e creativo, insieme al sollevarsi della propria natura. Un filo d’acciaio teso sul precipizio di una intera esistenza. I due protagonisti si allontanano, crescono geograficamente distanti, stabiliscono nuovi legami, ma il bisogno dell’altro resiste in quel primitivo abbandono che li riporta a se stessi. Nel luogo dove hanno imparato l’amore. Un luogo fragile e virile, tragico come il rifiuto, ambizioso come il desiderio. L’iniziazione sentimentale di Guido e Costantino attraversa le stagioni della vita, l’infanzia, l’adolescenza, il ratto dell’età adulta. Mettono a repentaglio tutto, ogni altro affetto, ogni sicurezza conquistata, la stessa incolumità personale. E ogni fase della vita rende più struggente la nostalgia per quell’età dello splendore che i due protagonisti, guerrieri con la lancia spezzata, attraversano insieme. La voce narrante del protagonista ha la limpidezza poetica, l’ingenua epicità dei grandi inetti della letteratura, s’impenna funambolica, s’immerge tragica e gioiosa nelle mille insenature di questo romanzo che è insieme classico e sperimentale. Un romanzo che cambia forma come cambia forma l’amore. Scortica pregiudizi, ci espone alla vertigine, ci libera. Ha la solitudine, l’audacia, la virulenza malinconica di tutti gli amori non perdonati, che inseguono l’illusione di uno splendore possibile. Un romanzo che non somiglia a nessun romanzo, perché una storia d’amore non somiglia a nessun’altra storia d’amore. Ma la storia di Guido e Costantino è anche un viaggio attraverso i molti modi della letteratura, un caleidoscopio di suggestioni che attraversa l’archeologia e la contemporaneità... una Roma ventriloqua, lacustre, gli echi della mitologia greca, e una Londra turbìna di stravaganze. Osa addentrarsi nelle pieghe più scomode dell’amore, che sovrasta gli uomini stessi che lo provano, quello che gli artisti da sempre cercano di catturare perché trova nella propria bellezza la ragione di esistere, al di sopra di ogni giudizio. Margaret Mazzantini ci affida un romanzo ipnotico, dotato di una luce che ti fucila alle spalle, che avanza con l’urgenza folle e anticonformista di un narratore che rivendica il diritto di trasformare la vergogna in bellezza. Il diritto della letteratura, quello di risvegliarci lasciandoci nello stupore di un fragoroso sogno. Perché il vero scandalo sarebbe non aver cercato se stessi. E alla fine sappiamo che ognuno di noi può essere soltanto quello che è. E che il vero splendore è la nostra singola, sofferta, diversità.

Margaret Mazzantini è nata a Dublino. Ha scritto Il catino di zinco, Manola, Zorro, Non ti muovere (premio Strega 2002, premio Grinzane Cavour 2002), Venuto al mondo (premio Campiello 2009), Nessuno si salva da solo e Mare al mattino. Vive a Roma con la sua famiglia.

Recensione della Redazione QLibri

 
Splendore 2013-12-05 09:10:52 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    05 Dicembre, 2013
Ultimo aggiornamento: 09 Ottobre, 2014
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Splendore di Margaret Mazzantini

“E davvero accadde. E fu contro natura. E davvero vorrei sapere cos’è la natura”.
È tutto in questo interrogativo il dramma esistenziale e umano di Guido e Costantino, due giovani coetanei, appartenenti a due ceti sociali diversi, che condividono l’infanzia e l’adolescenza e frequentano lo stesso liceo. Tra loro nasce un’attrazione che si trasformerà in amore col passare del tempo. Entrambi vivranno questo sentimento con un senso di colpa che li farà sentire ai margini della società di cui fanno parte. Ed è qui il vero dramma: sono Guido e Costantino stessi a considerarsi trasgressori di quel codice che condiziona i loro principi morali. L’omosessualità è vissuta come peccato e pertanto va tenuta nascosta. Da qui l’esigenza di crearsi un’esistenza di facciata, rispettabile e stimata, per consumare nell’ombra un rapporto clandestino sentito come oltraggio al mondo circostante.
Il vero quesito, dunque, non sembra vertere su cosa considerare secondo natura o contro natura, quanto piuttosto su come fare accettare la propria diversità quando per primi si sente l’esigenza di nasconderla e negarla. C’è chi dell’omosessualità rivendica la dignità, chi la soffoca e la respinge: il dramma del rapporto con la società può essere anche vissuto solo interiormente, al di là dell’aggressività e della violenza esterna.
Nel suo racconto in prima persona Guido descrive l’evoluzione del suo sentimento per Costantino e tra le righe lascia trasparire il suo senso di colpa, in ogni istante, fino al punto da far intendere che in questo rapporto è la trasgressione che alimenta il sesso e non l’amore.
La problematicità dei due personaggi sembra simbolicamente accentuata dalla sterilità di Guido e dalla paternità infelice di Costantino. La loro vita dunque non sembra destinata a perpetuarsi nel tempo, quasi una tacita condanna.
Gli anni dell’adolescenza e della giovinezza dei due ragazzi trascorrono a Roma, sono gli anni dello studio e della cultura classica, delle gite scolastiche in Grecia, mentre la Londra spregiudicata e multietnica accoglie Guido adulto e avviato alla carriera universitaria: l’incontro con Izumi darà un po’ di sollievo alla sua perenne inquietudine.
La violenza del mondo esterno esplode durante il viaggio in Italia, quando colti di notte durante un amplesso in un luogo appartato sul mare tra la Calabria e la Puglia, i due amanti vengono ferocemente aggrediti. Qui sembra si vogliano sottolineare i pregiudizi di una terra ancorata a vecchi principi. In realtà gli unici momenti felici della vita di questi personaggi sono quelli trascorsi in seno alle famiglie tradizionalmente costituite. Lo “splendore”, dunque, intravisto a tratti da Guido e Costantino, che coincide sempre con una visione rasserenante o di un campo di grano dorato o di un panorama, non è altro che un breve bagliore che sfuma repentino come un sogno.
Non siamo qui di fronte a un romanzo che descrive la problematica del rapporto diverso - società, dal punto di vista della sola società, siamo qui di fronte a una problematica ben più ampia che è quella che riguarda la sfera intima del diverso stesso: quest’opera sembrerebbe ipotizzare che c’è ancora molto cammino da percorrere perché sia il diverso stesso ad accettare con dignità e senza vergogna la sua condizione. Lo stesso concetto di diversità sia esso applicato alla sfera sessuale, come a quella sociale, etnica o fisica, dovrebbe essere coraggiosamente abolito anche se il raggiungimento di tale fine richieda a volte un percorso duro e doloroso e non sempre vincente. Mi piace ricordare a questo proposito una bella frase tratta da “Il buio oltre la siepe” di Harper Lee: "[...] Avere coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare egualmente e arrivare sino in fondo, qualsiasi cosa succeda."
La conclusione del romanzo riserva un piccolo colpo di scena, che comunque non cambia molto l’impianto complessivo dell’opera. Le ultime pagine sono certamente le migliori, con poche figure retoriche di cui la Mazzantini fa un uso, a mio parere, eccessivo, nella prima parte del racconto. Il tempo è scandito dagli avvenimenti storici e politici a cui si fa riferimento senza l’ausilio di date, cosa che se certamente evita un noioso susseguirsi di numeri, d’altro lato però richiede un’applicazione suppletiva da parte del lettore per individuare il periodo esatto in cui si svolge l’azione.

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Splendore 2014-07-11 11:55:35 marie
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marie Opinione inserita da marie    11 Luglio, 2014
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storia...vera

La storia di una vita intensa vissuta all’ombra di una venerazione quasi mariana di un amore puro e limpido, indistinto, neutro; è la storia di Guido, un giovane e brillante uomo che riesce a svincolarsi dall’inerzia delle contorsioni relazionali di una famiglia appartenente alla Roma Bene per inseguire il suo sogno intellettuale a Londra. Uno sposo alla ricerca di matrimonio, di un unione assoluta ed unica di spirito e carne, dettata dalla sola voglia di impegno reciproco, immaturo e acerbo, senza regole esterne o limiti. Un esistenza raccontata all’insegna dei percorsi storici della rivoluzione omosessuale, descritta dall’autrice nel bivio vivo tra modernità londinese di uno spirito sessuale schiuso, sfaccettato da perversioni, eccessi e riconoscimento civile e sociale del senso più profondo della libertà e bigottismo omofobo italiano, tormentato da sensi di colpa e violenze perpetrate in virtù di una virilità “cattolica del pene". Un romanzo folle, poetico, stereotipato dalle costrizioni sociali tipici del nostro contemporaneo e decorato da un delicato sentimento indistinto verso una donna, un uomo, un padre e una madre. Una valanga che travolge.

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Splendore 2014-06-02 10:51:57 Alessandro
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Opinione inserita da Alessandro    02 Giugno, 2014

Tutto fa un po' male... e quanti stereotipi!!

Sicuramente il libro più duro della Mazzantini.. duro, nudo e crudo.. anche troppo... a volte, soprattutto nella prima parte, si aggrappa a troppi stereotipi (sesso occasionale, paura del contagio, uso di droghe leggere, pregiudizi della società, eterosessualità simulata..)... la seconda parte è più libera, più lirica... l'esperimento della Mazzantini di assumere il punto di vista degli omosessuali è riuscito in minima parte... Tutto fa un po' male, un po' troppo, troppo è dolore, sofferenza e violenza… non c'è solo questo nella vita dei gay, è stereotipato.. A tratti non mi è sembrato di riconoscere una vita, la mia o quella di chiunque altro, mi è mancato il fiato per una totale e ingiusta mancanza di leggerezza che ha permeato interamente il libro... Cos'è questo accanimento su queste due fragili esistenze? Non vi pare eccessivo? Il tentativo di far apparire i protagonisti come eroi è fallito Margaret... Alla fine l'unico atto di eroismo lo compie Guido ma di certo non come coronamento di una vita di fulgido splendore come l'autrice vuole far credere... Cos'è splendore? Solo qualche morso di felicità in una vita intera? La vita di un omosessuale può essere appagante in modo assoluto cara Margaret, non come nel nefasto quadro da te assemblato nel libro. Poi la donna come figura salvifica è un po' troppo rimarcata proprio come la fatale autodistruzione dei protagonisti. Alla fine il messaggio più nobile sarebbe che siamo tutti angeli senza genere piuttosto che fare abuso di parole come "frocio, invertito, perverso" come l'autrice fa in alcune parti del libro (e in generale nelle sue ultime opere in cui il lessico è spinto oltre il licenzioso ma poi per ottenere che cosa? Avere uno slang che piaccia ai giovani?). I gay sono alieni tormentati agli occhi impietosi dell'autrice che solo raramente sembra avere uno sguardo benevolo verso i protagonisti per niente eroici ma ingiustamente condannati a un calvario insensato (per fortuna l'ambientazione è anacronistica). La rivelazione dell’abuso sessuale vuole essere un colpo di scena a effetto ma si rivela l’ennesimo luogo comune di cui è già pieno zeppo il libro. Discorso a parte per la parte finale del libro in cui Guido ha il suo vero riscatto e decide di perseguire un senso di libertà assoluto, di lottare davvero per il suo amore impossibile, e diventa quindi un personaggio molto più interessante e complesso. Anche il finale senza "lieto fine" non mi è dispiaciuto (era tutta la sofferenza che c'era prima ad essere esagerata!) anche se reputo che il gesto estremo di Guido nell'elemento marino in cui tante volte si era fuso insieme a Costantino (relegato in un altrove quasi ultraterreno) rinforzi ulteriormente un amore immaginato e mai raccontato fino in fondo dall'autrice.

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Consigliato a chi ha letto...
la solitudine dei numeri primi.
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Splendore 2014-05-22 09:24:06 mia77
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mia77 Opinione inserita da mia77    22 Mag, 2014
Ultimo aggiornamento: 28 Settembre, 2014
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Splendore di Margaret Mazzantini

“E davvero accadde, e fu contro natura, e davvero vorrei sapere cos’è la natura…”
Questa frase, a mio avviso, racchiude il senso di questo romanzo.
Un’altra perla di Margaret Mazzantini che, come al solito, scrive con grande maestria e con una scrittura violenta e incisiva, scavando nel profondo dell’animo umano e trattando tematiche attuali, difficili e molto toccanti. In questo caso tratta i temi dell’omofobia, dell’accettazione della diversità, del bisogno di essere sé stessi e di accettare la propria natura e – come sempre – dell’amore, in tutte le sue sfumature (amore romantico, amore filiale, amore carnale e passionale).
Il lettore può essere d’accordo o meno con l’opinione dell’autrice sui temi trattati, ma non si può non prendere atto dello spessore di Margaret Mazzantini e della sua grande capacità di comunicare ed analizzare la profondità dei sentimenti dei suoi personaggi. Anche in questo romanzo, i protagonisti non sono persone perfette, ma personaggi ammaccati e soli, con un grande bisogno di capire chi sono (sono identità frammentate, come le tessere di un mosaico) e cosa vogliono essere. Come negli altri romanzi dell’autrice, anche qui uno dei protagonisti principali è il dolore: stavolta per la scoperta della propria diversità e la difficoltà di accettarsi e di farsi accettare dalla famiglia e dalla società.
Il vocabolario Treccani definisce splendore: luminosità intensa e viva, culmine, magnificenza.
Il vero splendore, nella vita, sarebbe avere il coraggio di essere sé stessi, a dispetto di tutto e di tutti, anche se il percorso per arrivarci è arduo e sofferto.
Nel romanzo troviamo molte dicotomie: morale e libertà, isolamento e famiglia, eros e tanathos, mondo ateo e mondo cattolico, borghesia e proletariato, modernità e provincialismo, che l’autrice ci offre come spunti di riflessione, per capire cosa noi pensiamo a riguardo. Mi piace indugiare fra le pagine dei romanzi di questa superba scrittrice e cercare di immergermi completamente nella storia, a prescindere dalla sua interpretazione personale, per capire cosa io penso delle tematiche trattate. Questo, secondo me, è il senso di un romanzo di questo tipo: quello di pormi degli interrogativi e incitarmi a darmi delle risposte. In questo, l’autrice ha soddisfatto la mia richiesta.
Ciò non toglie che anch’io, come molti altri lettori, sia rimasta un po’ delusa dal finale: avrei preferito un finale diverso, ma sta allo scrittore decidere la trama del suo libro.

Le frasi o le espressioni che mi sono piaciute:
“Amava intensamente mia madre, la guardava come me, allo spasmo di sé stesso: un uccello esotico entrato per errore in quella casa, il tempo di sbattere un po’ tra quelle mura, di toglierci il respiro”;
“Spiate da dietro le persone portano il peso del loro destino, come se nella parte che non possono vedere di sé stesse si addensassero tutte le sofferenze, i pensieri, le speranze individuali e quelle di tutte le generazioni precedenti che paiono accanirsi contro l’ultimo testimone, lo spingono avanti ma intanto sembrano ridere di lui, della sconfitta che egli ripeterà”;
“Ci si innamora quando si fa l’amore, la carne è l’unica spiaggia che le anime hanno”;
“I segreti sono i nostri migliori amanti, i più spregiudicati e tonici. Ci frustano, ci risvegliano di colpo”;
“La strinsi, faticai a trattenere le lacrime. Le sussurrai che lei non era affatto debole, era straordinariamente fragile e potente come tutte le persone forti e profonde”;
“Ma ogni uomo è se stesso sono nel momento in cui smette di ragionare;
“Rivederlo è semplicemente ricongiungermi con la mia vita”;
“Mi sporgevo a guardare il nostro futuro, ma poi arretravo”;
“Io e Costantino non avremmo mai potuto avere un figlio nostro… Sapevo che l’unica persona al mondo con la quale avrei desiderato fare un figlio era lui… E mi sembrava d’ accogliere un urlo molto più profondo, l’impotenza di tutti gli uomini che fanno l’amore e sanno che il loro orgasmo non potrà mai fecondare la creatura che amano”.
Bello, lo consiglio a tutti: soprattutto ai professori delle scuole secondarie di secondo grado, da far leggere ai propri alunni, per iniziare a eliminare l’omofobia delle nostre teste bigotte!

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Splendore 2014-05-21 13:59:57 Frida Pane
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Frida Pane Opinione inserita da Frida Pane    21 Mag, 2014
Ultimo aggiornamento: 21 Mag, 2014
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Amore mio oltre le tempeste e i sogni, amore mio

Già, è tempo di “staccare un lavandino dal muro e spaccare un vetro per fuggire dalla menzogna”. E ancora, “è tempo di andare, di lasciare lo spazzolino da denti al suo dentifricio, il pettine alla sua custodia, l’ordine alla sua follia.” Perché il “quadro” siamo noi. ‘Non smettiamo di cercare il nostro sguardo. L’oltraggio è solo uno, non aver cercato se ne avevi la possibilità. Il coraggio contempla sempre una indecenza, un errore che ti corre incontro per avviarti a una nuova verità.’
Solo nostra, scevra da condizionamenti, schemi e convenzioni.
Perché se “la vita è una lampadina sporca appesa a una fune elettrica il cui unico generatore di corrente è l’amore, come possiamo pensare di definire “recinti sessuali”.
Lo so, non è facile. “L’importante è scegliere, dopo devi solo dare gas.”
Ma “non vergogniamoci del viaggio” perché per dirla con Vasco, “ la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia, per vivere davvero ogni momento con ogni suo turbamento, come se fosse l'ultimo”.
Davvero, in tutto il suo splendore.

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Splendore 2014-05-08 12:20:16 mariac
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mariac Opinione inserita da mariac    08 Mag, 2014
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SPLENDORE

La Mazzantini, con questo romanzo, gioca con la tristezza e la malinconia offrendoci un racconto in cui la riflessione è d’obbligo. Lotta contro il pregiudizio sessista e ti costringe ad accompagnarla lungo questo cammino. Con l’intento di creare un forte legame tra il lettore e i personaggi, usa le armi della retorica convenzionale facendone, a mio parere, un uso intensivo. Pur collocando la vicenda in un periodo la cui individuazione ci è consentita solo attraverso riferimenti storici e culturali legati al nord Europa, il ricorso costante a luoghi comuni rischia di far sprofondare, almeno, la prima parte della storia nella banalità. Ed è proprio nella fase iniziale in cui si avverte fatica per la lettura. Non ho compreso perché la Mazzantini abbia sentito la necessità di dipingere la famiglia borghese come atea e anaffattiva e al contrario quella indigente come timorata di Dio e perché, inoltre, caricare sulle spalle di entrambe i personaggi il macigno di una violenza per aprire in loro stessi il dubbio dell’omosessualità.
I protagonisti come è comprensibilmente immaginabile crescono senza avere mai piena consapevolezza di se e senza mai trovare il coraggio di affrontare il necessario per trovarla. Si lasciano portare avanti dagli eventi, indossano la veste dell’arrendevolezza. Si cercheranno per anni senza mai veramente trovarsi, si accontenteranno di rubare l’amore anziché condurlo a qualcosa di più grande. E’ estremamente romantico e altrettanto fatalista mantenere una fedeltà di sentimenti nel tempo e loro lo fanno. Sapere che l’amore è possibile solo quando sono insieme. L’amore, che attraversa i decenni, è scandito dalle rivoluzioni culturali che interessano solo una parte del mondo e non certo l’Italia a cui sono inesorabilmente e solidamente ancorati e da cui subiranno il colpo finale e vedere cosi affossare l’agoniato progetto di vita su cui nessuno dei due ha mai creduto fino in fondo.
Il lettore spera fino all’ultima riga di sapere Guido e Costantino finalmente in pace con se stessi e anche in questo caso la Mazzantini sfrutta la docilità dei caratteri e la caparbietà del condizionamento del mondo esterno.
Se è possibile poter rimproverare all’autrice di aver lasciato una grande amarezza e senso di solitudine non posso smettere di pensare a quanto questa storia sia realistica e verosimilmente vissuta da quanti hanno condotto e ancora conducono una vita di apparenze, quanti cedono senza nemmeno lottare per la propria identità sessuale. Il mondo è discriminante, l’uomo lo è, è impaurito ed è appiattito dagli stereotipi. Sente il bisogno di specificare in una discussione che il collega, l’amico o il vicino di casa è omossessuale, ha necessità del coming out, ha bisogno di essere rassicurato prima di affezionarsi ad un cantante o ad un attore. Avverte a sua volta il pregiudizio per essersi schierato a favore o contro certe evoluzioni.
Ho trovato lo stile molto simile a “Nessuno si salva da solo”, il ritmo incalzante della narrazione, il ricorso ai flash back, l’introspezione e l’autocritica sono tratti comuni ma alla Mazzantini posso perdonare qualsiasi cosa. Scrive delle storie piene di dignitoso dolore, decoroso e annientato orgoglio, sempre singolari per l’uso della retorica e originali per la costruzione dei periodi.

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Splendore 2014-04-09 11:26:39 Jane Marple
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Jane Marple Opinione inserita da Jane Marple    09 Aprile, 2014
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«Tutto era già accaduto, molto tempo prima»

CONTIENE SPOILER
Splendore è il tempo dell’amore senza categoria. Senza età, sesso o classe sociale, ciò che resta dell’individuo è solo la necessità di condividere quel che si è scoperti di essere.
Guido e Costantino vivono agli antipodi, ai poli di una scala che separa senza mai farsi ponte.
Guido è il figlio della borghesia, della solitudine e dell’assenza. Rinchiuso nella sua prigione dorata, all’ombra di una famiglia sfatta ma scagionata dal mito, Guido si aggrappa ai sensi per fiutare la vita: ascolta le voci che dall’androne salgono fino alla sua porta, si avventa sul cortile lanciando un mosaico dalla finestra, annusa di nascosto quel calore domestico che esala dalla guardiola.
Lì, oltre le grate, vive il figlio del portiere: Costantino. È un bambino robusto, educato al cattolicesimo e alla reverenza, schiavo di un’esistenza segnata e in attesa di un riscatto sociale.
Guido e Costantino sono agli antipodi, eppure mai così vicini nel rifuggire il riflesso della propria innocenza violata. Una fuga che arriva sino agli smarrimenti dell’adolescenza quando, al pari dell’ultimo anno di scuola, questa è in procinto di volgere al termine. A riempire i giorni della giovinezza un viavai di volti con i quali prendere tempo, rinnovando indelebili ricordi e attendendo incontri ormai prossimi.
Sulle soglie della maturità, senza più viltà e senza più coraggio, Guido e Costantino si scoprono finalmente vivi, liberi, amanti.
Come le onde, però, anche le vite sono flussi in movimento, facili prede delle correnti e in balia delle maree. Nel rifiuto di sé è semplice perdersi così come è naturale ritrovarsi seguendo l’eco di un richiamo senza nome né scampo. Qui, nel vortice delle apparenze e dei sotterfugi, tra illusioni e rinnegamenti, si compiono le stagioni di una felicità a fasi alterne che non riesce a sopravvivere alla prevedibilità delle convenzioni, alla meschinità della violenza, all’ipocrisia del ravvedimento.
Il ritorno agli antipodi è talvolta l’unica direzione possibile, anche quando la consapevolezza di aver perduto la parte più autentica di sé si fa certezza, in un viaggio a ritroso, verso l’infanzia e lungo tutta una vita che non ha mai smesso di cercare se stessa nell’eterno splendore dell’innamoramento.
A distanza di dodici anni da Non ti muovere, Margaret Mazzantini riscrive l’amore controverso che non segue logiche né calcoli, ma si abbandona all’istinto più puro e irragionevole. Fulcro dell’intero romanzo è il mare che segna le tappe cruciali della vita del protagonista per diventare metafora dell’esistenza stessa. Seguendo uno schema circolare, la vita sentimentale e sessuale di Guido si apre tra le onde e qui vi ritorna sul finale del romanzo, attraverso il ricordo di un moto perpetuo che ora è posto al di fuori di sé, nella contemplazione di un altro innocente stregato dalla stessa corrente.
La complessità dei personaggi e la difficoltà dei temi purtroppo non preservano l’autrice dalla banalità e così il lettore incorre continuamente in immagini stereotipate, in luoghi comuni e in una fabula fin troppo scontata. A farne le spese è soprattutto Costantino e il finale della sua storia, laddove il matrimonio di facciata, il figlio malato, il pestaggio e la redenzione nella comunità ecclesiale lo riducono a semplice manichino senza qualità. La focalizzazione interna, invece, salva Guido e solleva gli astanti che gli ruotano intorno – dalla moglie Izumi alla figlia adottiva Leni – a cammei di gran lunga più suggestivi.

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Splendore 2014-03-11 09:43:10 luvina
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luvina Opinione inserita da luvina    11 Marzo, 2014
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Splendore

Dopo aver molto amato altri due libri della Mazzantini “Non ti muovere” e “Venuto al mondo” e un po’ meno “Ognuno si salva da solo”, ho acquistato quest’ultimo romanzo con grandi speranze anche perché mi attirava molto il suo tema portante: l’amore omosessuale.
Peccato però che ne sia rimasta delusa. So di andare magari controcorrente ma credo che ogni lettore abbia un suo metro di giudizio, un’empatia nei confronti dei personaggi, un piacere nel leggere lo stile e la scrittura di un determinato autore. Ecco, a parte la sempre splendida e musicale costruzione delle frasi della Mazzantini, per il resto questo romanzo ha tradito le mie aspettative. L’autrice ci conduce attraverso la voce narrante di Guido, uno dei due protagonisti, lungo un periodo che va dai primi anni ‘60 ai giorni nostri; attraverseremo gli anni del liceo, la contestazione giovanile, gli hippies, gli anni ’80, ci sposteremo dalla Grecia classica delle gite scolastiche alla Londra multietnica e vitale ferita dall’Aids e dagli attentati, ad una Roma molto borghese. Ci sono vari richiami all’ellenismo, età dell’oro dell’omosessualità, a cominciare dal modellino di guerriero chiamato da Guido acheo come Achille e Patroclo e acheo diverrà poi per lui Costantino, fino allo scegliere la Grecia, il suo mare, le sue spiagge come luogo simbolo di iniziazione, di libertà e sogno di vita (il chiosco bar).
E’ la storia di due bambini, poi ragazzi, poi uomini, Guido e Costantino, la storia del loro amarsi, lasciarsi, ritrovarsi, perdersi di nuovo; è anche la storia di due vite che scorrono parallele a migliaia di chilometri l’una dall’altra. Ecco, questa per me è una delle pecche del romanzo: non è l’amore che li fa ritrovare ogni volta dopo anni ma la mancanza di coraggio di mostrarsi agli altri per quel che si è e allora si cerca la persona che ci conosce e che ci è simile, che millanta come noi. Questa mancanza di coraggio è accresciuta dai rispettivi matrimoni etero, il nascondersi dietro sentimenti e vite “normali”. A mio avviso il fulcro del romanzo è la differenza intesa come sessuale, di ceto, sociologica; l’autrice svela subito già nell’incipit –“Era il figlio del portiere”- la differenza di origini che si ripercuoterà per tutto il romanzo fino alla fine mentre la differenza sociologica è affidata sia al contrasto fra la Londra moderna, cosmopolita, i campus universitari inglesi e l’ambiente chiuso e provinciale dell’Italia sia al modo in cui verrà metabolizzata (accettata??) l’omosessualità dei rispettivi mariti da Izumi, moglie di Guido e da Rossana, moglie di Costantino. E siamo arrivati ad un altro motivo del mio disamore, l’aggressione: è vero che l’omofobia nella società attuale è lungi dall’essere stata debellata ma perché farla accadere in Italia? Perché in uno dei luoghi più belli e turistici del nostro Paese? Mi ha dato l’impressione che l’autrice abbia indugiato sul luogo comune che vede il Sud come arretrato, violento e maschilista. Bisogna nascondere la nostra gioia per non offendere gli dei e quindi Guido e Costantino vengono aggrediti proprio quando si sentono felici e apparentemente padroni del loro futuro; col passare degli anni Guido ha imparato ad accettare la sua omosessualità e pensa di poter vivere liberamente il suo amore mentre Costantino non ci riesce e resta ancorato alla sua vita di provincia anche per il legame forte che lo lega al figlio disabile. Il personaggio di Costantino è sempre delineato per tutto il romanzo come quasi inferiore a Guido, fisicamente, intellettualmente, nulla lo riscatta; Guido è il perenne ignavo però borghese, progressista, è lui il vero ed unico protagonista. Non ho apprezzato Guido né tantomeno Costantino, i personaggi più interessanti per me sono stati l’amico Knut e Leni, figlia acquisita di Guido, splendido esempio di giovane solida, aperta, moderna.
Il finale del libro è l’apoteosi degli stereotipi, di quell’ipocrisia tutta italiana (non me l’aspettavo proprio dalla Mazzantini), della mancanza assoluta di coraggio. L’incontro finale dei due in una comune non meglio identificata fra un Costantino ormai vinto, rassegnato, catturato dalla ragnatela appiccicosa del perbenismo, da una religione (???) che tutto perdona a patto che ci si annulli fisicamente e psicologicamente e un Guido ormai quasi libero e ancora capace di sognare che viene egoisticamente tirato dentro questa nuova vita new age per essere messo a conoscenza del segreto che dovrebbe “salvare” il suo amico (altra enorme ipocrisia credere che omosessuali si diventi per cause esterne, dobbiamo allora credere che questo amore non sia mai esistito come sentimento in sé). Concludendo, tutto il romanzo mi è sembrato un po’ troppo pretenzioso con un finale decisamente sconcertante; qualsiasi riferimento allo splendore (??) mi è parso forzato, nebuloso, quasi come se l’autrice abbia scelto il titolo per poi adattarci il romanzo. Non ho ancora capito dov’è ne cos’è lo splendore in questa storia.
(P.S. In realtà il romanzo mi è sembrato una riedizione più lunga in chiave italiana di quel capolavoro di sole 47 pagine che è “Brokeback Mountain” al quale non si avvicina neanche lontanamente)




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Splendore 2014-02-28 12:36:22 Doctor Feelings
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Opinione inserita da Doctor Feelings    28 Febbraio, 2014

Splendore

Di questo grande romanzo resta il ricordo di una storia semplice e comune, vissuta però con l'intensità unica di tutti gli amori. Lodevole che la scrittrice si sia cimentata nel raccontare l'amore omosessuale, con quella particolare acuità e profondità che la contraddistinguono. Lo stile è tipicamente Mazzantini, rapido, frenetico, impulsivo come la storia di Guido e Costantino, scanzonato e, purtroppo, volgarmente facile.

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Splendore 2014-02-03 19:09:30 Maybe
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Maybe Opinione inserita da Maybe    03 Febbraio, 2014
Ultimo aggiornamento: 03 Febbraio, 2014
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Splendore

Margaret Mazzantini è un'autrice che amo molto perché riesce sempre a ferire il lettore con maestria. Affila la lama o la penna (nel suo caso) e poi ti trafigge.
“Splendore” inizialmente l'ho trovato faticoso, ripetitivo e pesante.
Lo stile mi era sembrato forzato e poco fluido a differenza delle altre volte. Oltretutto ho avuto l'impressione di trovarmi davanti un mix di Fabio Volo e Moccia. Ovviamente mi sbagliavo.
L'ho lasciato da parte per un certo periodo e poi l'ho ripreso in mano, curiosa di sapere che fine avrebbero fatto Guido e Costantino, i due protagonisti del romanzo.

La sensazione che mi è rimasta una volta terminata la lettura è stata sicuramente la tristezza. La tristezza fa da sfondo a tutte le vicende che si susseguono. La tristezza di due persone che si amano ma possono farlo solo di nascosto e in silenzio, con colpevolezza. Perché queste due persone non sono un uomo e una donna. Sono appunto Guido e Costantino. Due bambini che crescono e coltivano un sentimento profondo, un amore forte e tumultuoso, fatto perlopiù di ostacoli. Ostacoli che la nostra società ci mette di fronte ogni giorno. Ostacoli che vincolano le nostre scelte, i nostri modi di essere, che sono tutti diversi. Ostacoli che sono i giudizi che noi diamo agli altri, dall'alto delle nostre presunzioni, del nostro modo di pensare. Molti dicono che non si sceglie di chi ci si innamora. Io invece dico di sì. Guido ha scelto di innamorarsi del suo amico Costantino e il suo amico Costantino ha scelto di innamorarsi di Guido. Lo hanno scelto loro questo amore, questa sofferenza. In questa storia violenta, piena di dolore e passione che quasi si possono toccare, l'autrice ha voluto farci scavare e ciò che ne emerge è l'affetto. Perché è una storia che racconta più affetti. Quello di un padre per i suoi figli. Quello di una madre. Quello di due amanti. E più amanti ancora. Tutti i personaggi sono descritti magistralmente, come solo la Mazzantini è in grado di fare.

"Splendore" secondo me è una storia soprattutto di vigliaccheria. La vigliaccheria che ci portiamo addosso tutti, come una croce, pesantissima. La vigliaccheria di essere noi stessi, che sembra quasi uno sgarbo alla società benpensante in cui viviamo. E quindi preferiamo vestire ruoli più adatti, più consoni. Le emozioni che proviamo le dobbiamo accantonare per fare spazio a ciò che è più a modo. Così, pur non smettendo di amare e di amarci, preferiamo non farlo vedere, per non intaccare gli occhi dei nostri giudici, che possono essere i nostri figli, i nostri insegnanti, gli spazzini, noi stessi.

Ecco quindi che ci neghiamo lo “splendore” della vita, preferendo non viverla come vorremmo, ma vivendola come vorrebbero gli altri.

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Splendore 2014-01-31 11:34:27 AndCor
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AndCor Opinione inserita da AndCor    31 Gennaio, 2014
Ultimo aggiornamento: 31 Gennaio, 2014
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Due gocce brillanti in un oceano stanco e opaco

Guido e Costantino sono i due protagonisti omosessuali di questo romanzo dai toni forti e pungenti. Due protagonisti dai caratteri e dalle esperienze di vita opposte, ma ai quali il destino sussurrerà la necessità di legarsi in un rapporto unico ed indissolubile che nessuna componente fisica dovrà mai scalfire.
E la penna della Mazzantini è contemporaneamente infida, perfida e mediatrice nel far conoscere i due ragazzi, nel farli dichiarare l'un l'altro e nell'iniziare così un vorticoso trovarsi, perdersi, ritrovarsi, riperdersi, per poi rincontrarsi e riallontanarsi nuovamente. Come se un destino masochista voglia spudoratamente prendersi gioco dei due amanti, burattini da manovrare mediante invisibili fili che si allungano e si accorciano a proprio piacimento.
Almeno sino a quando non sopraggiunge un finale contraddittorio, più amaro che dolce, che inevitabilmente spiazza un lettore ormai attento ed affezionato ai due amanti, ma che tuttavia vuole lasciarci con una lezione di vita basata sulla speranza, sul sogno e sulla certezza che tutto questo non può e non deve finire.

La drammaturga italiana cuce le vicende del suo libro regalandoci un affascinante tour intercontinentale: toccheremo sporadicamente l'America, attraverseremo una Londra rilucente, descritta dal narratore Guido come 'Un luogo aperto e caotico dove potermi nascondere e respirare...', passando per una Roma in abito da sera e brulicante di vita, fino ad una Matera sfuggente e ad un lembo di terra calabro-lucano tradizionalista e tanto, troppo integralista per accettare un rapporto così 'diverso' dai consueti canoni prestabiliti. Sempre che si possa parlare di schemi e di razionalità in un argomento irrazionale e imprevedibile quale è l'Amore.

Parafrasando il titolo, lo stile, indubbiamente splendido, si può definire come il "miglior punto di forza" del romanzo.
Perché il ritmo è fluido, il lessico è accattivante e ricco di fascino, il linguaggio varia in maniera perfetta dal colloquiale al formale sino al lirico, e l'esperienza cinematografica dell'autrice regala quel tocco di charme in più ad una lettura davvero piacevole e qualitativa.
Focalizzandoci sugli aspetti prettamente tematici, possiamo parlare di un'indignata Mazzantini che vuole tanto provocare noi lettori quanto denunciare una società moderna tanto, troppo esasperata ed ancorata alle maschere novecentesche del Pirandello che fu.
Perché i due protagonisti si chiedono con sofferenza e rabbia se 'Avremo mai il coraggio di essere noi stessi?', ma è un quesito che l'autrice vuole allargare anche a ciascuno di noi. Per farci comprendere appieno quale sia il valore delle nostre idee, dei nostri usi e costumi, delle nostre qualità, dei nostri pensieri e dei nostri modi di essere. Mettendo da parte, per una benedetta volta, il confronto conformistico col mondo per poter così apprezzare ogni singola sfaccettatura della nostra esclusiva soggettività.
Semplicemente 'Perché il vero scandalo sarebbe non aver cercato se stessi. E alla fine sappiamo che ognuno di noi può essere soltanto quello che è. E che il vero splendore è la nostra singola, sofferta, diversità.".

Un libro di ricerca interiore, di analisi esistenziale, che vuole stimolarci ad abbattere le barriere di una vuota e anonima retorica al fine di scavare a fondo e recuperare la nostra essenza più pura, il nostro noumeno più recondito. Il tutto circondato da una linda introspezione e da una immensa sensibilità della Mazzantini nello scandagliare una questione tanto attuale quanto delicata che accompagna non solo il protagonista lungo tutta la sua vita, ma che è oggi parte integrante di tante persone senza nome e senza volto costrette spesso a sopportare in silenzio i pregiudizi di una società ipocrita ed improntata su un concetto di 'rispetto ed accettazione del prossimo' alquanto discutibile. Senza dimenticare le magiche ambientazioni di sfondo, delle quali una penna di grandissima qualità lascia indelebili tracce tanto nei personaggi quanto in ogni persona che legge questo romanzo.

Perché 'è su questo tavolo di metallo sporco che si consuma l’amore, è su questo mare silenzioso e rapito come noi, è tutto questo il nostro splendore'.

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Splendore 2014-01-27 14:25:57 stella79
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stella79 Opinione inserita da stella79    27 Gennaio, 2014
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ATTIMI DI SPLENDORE

Parto col dire che non ho un particolare apprezzamento per lo stile della Mazzantini, pur riconoscendone l'indiscutibile valore. L'uso insistito del linguaggio aulico risulta certe volte faticoso, soprattutto quando va a cozzare con immagini forti, molto dure, come avviene nel caso di questo libro. Pensavo di trovare una storia d'amore, e invece mi sono scontrata con il racconto di un dolore disperato. Un dolore senza sbocco, rasserenato appena da alcuni attimi di splendore, così rari ed episodici che ti scordi anche di averli intravisti. I due protagonisti si allontanano continuamente, chiusi nel loro personale senso di inadeguatezza, troppo soli e distanti per amarsi veramente. La figura di Costantino, così delicatamente delineata nella prima parte del romanzo, progressivamente si ingrigisce fino al finale che, sinceramente, non mi è apparso all'altezza delle potenzialità del libro. Un tema così delicato e profondo come l'amore tra persone dello stesso sesso viene risolto in modo amaro, scontatamente triste, addirttura banale.
Non posso dire che il libro non mi sia piaciuto, ma trovo che dalla penna della Mazzantini ci si potesse aspettare di più, non tanto a livello stilistico o di intreccio, ma da un punto di vista più generale. La speranza non traspare mai, come se non esistesse un punto di vista diverso. Peccato: avrebbe potuto essere un capolavoro, è un buon libro.

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...a chi ama Margaret Mazzantini!
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Splendore 2014-01-09 12:56:04 serena gargano
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Opinione inserita da serena gargano    09 Gennaio, 2014

il dolore della violenza contro se stessi

Per quanto apprezzi la precedente produzione dell'autrice, ho iniziato a leggere quest'ultimo romanzo della Mazzantini priva di qualsiasi "pregiudizio positivo", considerata soprattutto la delusione patita per il suo precedente, farraginoso, "Nessuno si salva da solo".
Ed ho alfin concluso che "Splendore" sia un libro bellissimo.
Non certo piacevole nel senso di rincuorante, ma estremamente vero, capace di farti sentire in modo palpabile le forti emozioni più o meno represse dei suoi protagonisti, con le loro caratteristiche psicologie, con il loro particolare carattere, con le loro opposte specificità che si incontrano con la massima naturalezza nella loro irresistibile storia d'amore.
Inizialmente, pur apprezzandolo da subito, non ne ero particolarmente entusiasta perché la trama aveva il difetto di assomigliare troppo alla storia narrata nel pur bellissimo film "Brokeback mountain" di Ang Lee; mi suonava di già detto, di già sentito, pur nella verità trasudante dalla narrazione.
Ma la seconda parte del romanzo si distacca dalla scoperta dell'omosessualità - su cui in fondo si incentrava la parte principale e migliore del film - per seguire, con una commossa partecipazione che coinvolge anche il lettore, l'evoluzione contrastata della storia quarantennale tra Guido e Costantino.
Magistrale ed emozionante è il contrasto tra l'ambiente "costruito" - che sia la Roma caciarona o piuttosto una Londra a volte psichedelica a volte campagnola - in cui i due uomini faticano ad affermarsi con la propria personalità, e invece il contesto naturale dell'acqua, del mare in cui più volte - nei momenti topici della narrazione - i protagonisti si immergono per ritrovare tutta la naturalezza della propria persona, sentire almeno per un momento la speranza di poter splendere nella verità del proprio essere, potersi liberare di ogni inutile condizionamento che impedisce quella felicità a cui tutti dovrebbero aver diritto.
E poi mi ha colpito moltissimo la constatazione che il libro è pieno di dolore - contenuto e sopportato con dignità da tutti, anche dai personaggi minori costruiti con maestria dalla penna della Mazzantini, come la moglie giapponese di Guido - ma che contemporaneamente non si può parteggiare per nessuno, non ci sono "buoni" o "cattivi" in questa storia, tutti hanno le loro ragioni e questa sofferenza non è davvero addebitabile a nessuno dei personaggi della storia.
Infatti - al di là di figure di sfondo (il vecchio, i ragazzacci di paese) che non sono nemmeno persone, ma espressioni materializzate della stolta cattiveria immanente nella sclerotizzata "cultura" degli uomini - tutti fanno quello che possono, quello che devono, quello che ritengono giusto e possibile per vivere al meglio la vita propria e far vivere al meglio la vita degli altri.
Ma nonostante ciò tutti soffrono ineluttabilmente, non riuscendo ad imboccare subito e senza condizionamenti la difficilissima strada stretta di un abbandono senza riserve ai propri sentimenti.
L'ingiustizia della loro storia mi è rimasta dentro per giorni, come un dolore quasi personale.
Se la buona letteratura serve a far ragionare e ad emozionare, questo romanzo è un ottimo romanzo perché centra entrambi questi obiettivi.
Consigliatissimo, complimenti alla grande sensibilità di Margaret Mazzantini.

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Splendore 2013-12-29 15:15:50 bucintoro
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bucintoro Opinione inserita da bucintoro    29 Dicembre, 2013
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splendore

quando si dice mazzantini si dice alta qualità di lettura. ho letto tutto della nostra e libri come non ti muovere o venuto al mondo non possono lasciare indifferenti . in questo caso, pur con la solita maestria e bellezza di scrittura, non mi soddisfa pienamente. mi spiego meglio: tratta di un argomento attualissimo e di delicata natura, l'omosessualità. è il finale che lascia alquanto interdetti, troppo duro e triste. ottima invece l'idea di parlarne e di scriverne sempre di più ,nella speranza che un giorno si possa considerare del tutto normale l'amore tra persone dello stesso sesso. ciò che conta è l'amore, a prescindere !!.

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Splendore 2013-12-29 14:44:41 MBovary
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Opinione inserita da MBovary    29 Dicembre, 2013

Lo Splendore della rassegnazione

Un romanzo in grado di suscitare, parola dopo parola, un complesso miscuglio di emozioni. Empatia, rabbia, tristezza, delusione. Una storia che racconta anni e anni di lunghi e dolorosi avvenimenti, bugie, amori, rancori. E' forte la denuncia sociale nei riguardi dell'omosessualità, bistrattata, soffocata, malmenata e malcelata, vissuta in prima persona dal protagonista. Risulta difficile non lasciarsi trascinare dalle vicende raccontate e dalle emozioni descritte. Ho letto questo libro in poche ore. Mi sono immersa nela trama, per poi incorporare in pieno il senso reale del titolo. Lo Splendore dell'amore fine a se stesso, dei sogni impossibili da realizzare, del domani che non potrà arrivare mai, della rassegnazione massima, che prende serenamente, alla fine, il posto del coraggio e della speranza.

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Splendore 2013-12-19 08:48:26 piquadro
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piquadro Opinione inserita da piquadro    19 Dicembre, 2013
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Dov'è la speranza?

Attenzione contiene spoiler!

Ho divorato questo libro. Mi piace lo stile della Mazzantini, mi colpisce il cuore. La storia è intensa e struggente, mi sono commossa e ho sentito forte la rabbia per l'ingiustizia di una società che non accetta l'amore omosessuale. Poteva essere una meravigliosa storia d'amore, un libro di speranza, non solo per i protagonisti ma anche per tutti noi. Invece mi delude, mi delude moltissimo il finale, così triste e ingiusto. Ma la cosa che ho odiato di più è stato l'associare una meravigliosa storia d 'amore a uno stupro, l'insinuare l 'idea che la violenza possa aver portato Costantino sulla strada dell 'omosessualità, dalla quale poi guarisce (o fugge). Probabilmente è un'interpretazione dettata dagli stessi stereotipi che rifuggo, che odio e combatto. Ma secondo me la Mazzantini ha perso un'occasione. Mi lascia con l 'amaro in bocca, mi lascia senza la speranza.

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