Un cappello pieno di ciliegie
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Letteratura italiana
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Uno scrigno di ricordi
E' con prudenza ed un pizzico di timore che mi accingo a parlare di quest'opera , di quest'autrice la cui memoria non poteva essere custodita in modo migliore. - “Il mio bambino”- queste le parole da lei usate per descrivere questo scrigno di ricordi , di paure, di amori, di trasgressioni.
Ottocentoquarantasette pagine di emozione e non solo quella, in questo caso mia in quanto lettrice, ma anche della stessa scrittrice e degli stessi protagonisti che pur vissuti secoli fa ci sfilano davanti, con le loro storie e le loro personalità, in modo lucido.
Poche parole, poche righe bastano per catapultarti in un mondo lontano, nel mondo di Oriana... nel mondo della coraggiosa e intraprendente Caterina, nel mondo del contadino Carlo, nel mondo avventuriero del marinaio Francesco, nel mondo rivoluzionario di Giobatta e Mariarosa, nel mondo di un misterioso uomo di potere di cui Oriana non vuole e non può citarne il nome, nel mondo stravagante di una donna di cui il mondo non ne conosce l'esistenza.... da un mondo all'altro, da una famiglia all'altra, da un storia d'Amore all'altra.
Oriana non lascia nulla al caso: rivisita ogni posto in cui parti di lei hanno vissuto in passato , lasciando trasparire la delusione quando edifici o strade per lei importanti non sono più lì. Descrive ogni posto, ogni città in un modo così dettagliato che non puoi fare a mano di sentirti parte integrante della storia raccontata.
Chi starà leggendo questa recensione si starà sicuramente chiedendo come sia possibile che sino ad ora nemmeno un difetto abbia disturbato la perfezione di queste pagine.... che dirvi?
Se anche ci si trova davanti a quello che soggettivamente può sembrare un difetto (come ad esempio i troppi approfondimenti storici nel mio caso ritenuti un po' noiosi) grazie al suo linguaggio scorrevole ma ricercato, si riesce tranquillamente ad andare oltre , incapaci di ritrarsi a quel vortice di vite ed intrighi di coraggiosi uomini e donne che hanno dato vita ad una delle scrittrici che più stimo. Una scrittrice che è riuscita a creare qualcosa di veramente innovativo in un periodo in cui l'innovazione e l'originalità sembrano ormai un optional.
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Un capolavoro!!!
Questo libro è un capolavoro! Una descrizione e ricostruzione delle origini della famiglia Fallaci attraverso la storia dei suoi antenati a partire dal Settecento, inquadrati nella cornice storica che a tratti sembra essere la vera protagonista. La giornalista riesce a trasmettere la simpatia personale nei confronti di alcuni di questi personaggi nei quali si possono ritrovare anche tratti caratteriali tipici dei Fallaci di oggi.. la forza e la sfrontatezza di Caterina Zani e il coraggio e la drammaticità di Anastasìa Ferrier. Molto significativo il tema dell'alfabetizzazione che si ritrova in ogni generazione come chiave di riscatto sociale. Suggestiva inoltre la figura dell'Innominato, il bisnonno aristocraticissimo e talmente importante da non potere e volere (per una promessa fatta a sua nonna) svelarne l'identità. Gli indizi lasciati nel corso del romanzo lasciano supporre che si tratti del re Vittorio Emanuele II...
Forte si rivela il senso della famiglia, simboleggiato dalla cassapanca appartenuta all'ava Caterina e contenente i cimeli familiari, passata di generazione in generazione fino alla scrittrice.
Un romanzo come pochi, ultimo regalo dell'inconfondibile penna di una grande giornalista.
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Grazie Oriana
Quest'ultimo romanzo della Fallaci, nasce dal bisogno dell'autrice di andare indietro nel tempo alla ricerca delle proprie origini, “dei cromosomi” come dice lei stessa più volte nel corso della narrazione, dando vita ad un'opera strepitosa, che definisco connubio perfetto tra saga familiare e romanzo storico.
Vengono narrate le vicissitudini di quattro nuclei familiari coprendo temporalmente un periodo che va dalla fine del Settecento al Risorgimento. Personaggi vivi e genuini sembrano prendere vita da queste pagine, ritratti con un realismo sconvolgente, grazie ad uno studio sopraffino degli usi e costumi dell'epoca, delle condizioni di vita sia del mondo agricolo sia di quello urbano.
Uomini e donne colti nelle mille sfaccettature della vita; gli amori, le gioie, i sacrifici, le avversità, le fortune e le disgrazie. Impossibile non amarli, non commuoversi, non divenire partecipi delle storie che li vedono protagonisti.
Straordinarie le figure femminili, donne caratterizzate a tutto tondo, psicologicamente studiate nei particolari, dipinte con una forte intensità nei momenti difficili della vita, pronte ad affrontare qualsivoglia problema con coraggio e spirito di sacrificio, fino ad apparire come vere e proprie eroine.
Magistrale anche la ricostruzione storica che fa da sfondo al racconto, in quanto regala al lettore una fotografia nitida dell'Italia, offrendogli la possibilità di rivivere avvenimenti salienti come le guerre d'Indipendenza, la presenza di Napoleone sul suolo italico,il dominio austriaco, il regno dei Savoia.
Gli eventi politici che hanno portato alla nascita della nostra nazione accompagnano l'intero racconto, ma grazie ad una amalgama sapiente e ben dosata col filone narrativo, risultano gradevoli e di notevole interesse.
Le ottocento pagine del romanzo scorrono ad una velocità incredibile,animate da uno stile brioso e frizzante,e supportate dalla penna inconfondibile della Fallaci, maestra nel trasmettere l'anima, scavare nei sentimenti, tanto da incatenare il lettore.
Leggendo questo romanzo non ho rilevato alcun intento auto celebrativo da parte dell'autrice, come si legge in qualche critica; tutt'altro. E' un libro di grande contenuto, elaborato al termine di un lungo lavoro di ricerca per consolidare le notizie già in possesso della famiglia, sviluppandole poi in un flusso narrativo che unisce realtà e immaginazione; insomma l'epopea degli avi costituisce solo lo spunto per lasciare un ultimo grande lavoro al pubblico.
Ottima lettura
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Il sonno della ragione...
Povera Oriana Fallaci...come è distante questo stile autocelebrativo ed autoincensante dalla dinamicitè e dalla freschezza di "Un uomo"...
Spero che il nipote, titolare dei diritti, ne tragga giovamento, ma questo libro, davvero, dagli "Arcavoli" alla "Giacoma" di turno...è una delusione continua.
Un passato fossile, uno stile vagamente pseudostorico,un'evidente manipolazione della realtà sono,chiaramente, gli ingredienti di questo malloppone completamente inutile.
Un parere personale: era meglio non editarlo.
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veramente piacevole
Molto gradevole e piacevole,talune volte può essere lento, mi sento di consigliarlo.Forse è un opera incompiuta.......
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bello!
Ho ritrovato la Fallaci dei tempi migliori, dopo averne conosciuto aspetti sicuramente comprensibili ma non sempre condivisibili (La rabbia e l'orgoglio).
Passione, lucidità, amore per la propria terra e la propria famiglia (nonostante i difetti inevitabili e non nascosti), fantasia e capacità di immedesimazione.
Saga familiare ma anche romanzo d'avventura.
Unica pecca: un ritmo meno teso verso la fine.
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Una bella scoperta
Vuoi perchè le mie origini si perdono tra la Toscana e il Piemonte, vuoi perchè il carattere incisivo dell'autrice ha reso la lettura particolarmente avvincente, l'ho letto in un soffio. La mole di pagine è stata appena sufficiente a placare la mia brama di leggerlo.Un capolavoro.
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un cappello pieno di ciliege
a volte è un pò lento, la divisione in quattro parti, del resto necessaria, non ne facilita la scioltezza; poco legato, ma essendo un'opera postuma solo Dio sa come sarebbero andate le cose se la stesura fosse stata completata cpme si deve.
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mille emozioni
Bello, avvincente, storico, vero, fantastico, emozionante, malinconico, struggente...mille altre cose si potrebbero dire di un romanzo con tutti gli ingredienti per essere un capolavoro, senza però la leziosità e la pesantezza dei libri cosiddetti "seri". Le figure di Caterina e Anastasia sono tra le più affascinanti, intense e compelte che io abbia letto. E poi sono quasi sempre d'accordo con le idee che traspaiono dalle narrazioni. Peccato sia postumo e non abbia goduto questo enorme successo. Così è bello imparare la storia.
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Grandioso
Oriana Fallaci rende interessante e avvincente qualsiasi cosa metta su carta. è una maga. perchè con le sue opere non è mai morta.
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Una grande storia da una grande scrittrice
Devo dire che all' inizio ero scettica, vista la mole dell' opera e visto che non ho apprezzato " La Rabbia e l'Orgoglio", ma dopo poche pagine la storia di Carlo mi ha fatto entrare nella Toscana di fine '700.Una grande storia da una grande scrittrice.
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Un Cappello pieno di ciliege
Incredibile Oriana. E commovente , molto commovente nella quarta parte. Non solo perchè la figura di Anastasia è particolarmente bella commovente e interessante , ma perchè non credi proprio che con la sua morte il racconto finisca .Non credi che la grande falciatrice non le abbia lasciato il tempo di raccontare i nonni e i genitori. E li lasci con l'amaro in bocca i poveri Antonio e Giacoma , uniti da un legame quasi incomprensibile per chi non sa fino a che punto le generazioni dei nonni si "educavano" ad amarsi . Lo sfondo storico non stanca mai , semmai accende il desiderio di reimparare , di ricordare i molti eventi risorgimentali spesso dimenticati o confusi .Lo stile è eccelso ma questo me lo aspettavo , Oriana è maestra di stile e contenuto .Grazie Oriana
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storia d'italia
al di la della tanto discussa figura di oriana, questo libro è un capolavoro alla pari dei precedenti all'11 settembre, sia per stile, che per la cura della metrica e dei tempi di narrazzione tipici di Oriana. ammetto solo che odio il bilinguismo che usa in tutto il parlato. si, ti dà la senzazione vera di quello che si è detto, ti entra nel figurativo della mente, ma alla lunga stanca e se il francese non lo sai salti... mi hanno fatto sorridere le bucoliche avventure di caterina e commosso quelle di monserrat, ma la cosa che lo rende un vero capolavoro è che con i racconti tramandati dai suoi genitori lei è riuscita a raccontare un pezzo di storia d'italia. il risorgimento! visto con gli occhi dei contadini, dei marinai, dei nobili e dei politicanti. è entrata nello specifico di note bataglie e sull'effetto che hanno avuto su città e persone che a scuola non ti insegnano. ci ha raccontato di noi. questo libro parla di noi italiani. se penso che lo leggerranno anche a l'estero, che conosceranno la nostra gloriosa storia anche a l'estero... Grazie Oriana.
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Un cappello pieno di ciliegie
Più che la saga della famiglia Fallaci-Laurano-Cantini, quest’opera di grande respiro, è un romanzo di avventure. Laddove la giornalista finalmente usa la fantasia e il suo accentuato intuito femminile per l’empatia che dimostra nel descrivere le figure di Carolina, Montserrat e Anastasìe. Molti, forse troppi i riferimenti storici che tuttavia ci raccontano una storia di un’Italia minore, ma non per questo meno importante di quella che ci hanno ammannito nelle scuole degli anni del dopoguerra.
I personaggi principali sono così ben delineati anzi, in certi casi, così rabbiosamente tratteggiati, che bucano letteralmente le pagine.
Nella quarta parte, magnifica e amara la storia di Anastasìe con la quale l’autrice s’identifica. Romantica fine di una grande donna che intravedeva la Falciatrice venirle incontro a passi risoluti.
Grande affresco di vita italiana e romanzo-capolavoro che sarà di riferimento per le generazioni future.
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un libro buono come le ciliegie...
...una pagina tira l'altra...e vorresti quasi che quelli fossero i tuoi di avi, vorresti avere anche tu una cassapanca da cui estarre preziosi cimeli, vorresti aver conosciuto Caterina, vorresti aver visto l'aspide di Anastasia, vorresti aver salvato i fratelli Launaro e vorresti fare una carezza al volto sfigurato di Giobatta...e intorno a loro la storia dell'Italia, la nostra storia, quella che quasi ci eravamo dimenticati, che sembrava rilegata alle pagine dei libri delle superiori e che riaffiora, parola dopo parola, più chiara e coinvolgente di quanto non lo fosse mai stata...peccato per il senso di rammarico che ti lascia quando il libro finisce, non ci sono più pagine da sfogliare,ciliegie da gustare, avresti voluto che la voce narrante ti accompagnasse ancora e ancora, attraverso le vicissitudini dei suoi personaggi nella prima guerra mondiale, poi nella seconda, avresti voluto sapere della resistenza e di quando era saltata in aria la casssapanca nel 1944.. il nostro tempo con Oriana si è fatto corto, ma è stato prezioso!
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rivivere il passato
Un libro si piacevole, ma non adatto a chi si aspetta un romanzo romantico. Pieno di eventi storiografici che tendono a dilungarsi e diventare talvolta prolissi ma comunque inevitabili per poter cogliere il senso più profondo e vero della trama e dei suoi personaggi, un romanzo che coinvolge e che necessita di una lettura attenta e paziente e che inevitabilmente di rimane dentro e ti suscita la voglia di conoscere i tuoi arcavoli con la speranza che anch'essi abbiano avuto una vita avventurosa come quella dei Fallaci, dei Launaro, dei Cantini o della grande avventuriera Anatasìa! Ben scritto, coinvolgente e impegnativo!
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l'innominato di Oriana
l'innominato di Oriana
(ATTENZIONE: QUI VIENE ANTICIPATA PARTE DELLA TRAMA)
nel suo libro "un cappello pieno di ciliege", la Fallaci ci racconta la storia dei suoi nonni, bisnonni ed arcavoli (come li chiama lei).
Con un "innominato" del quale non può fare il nome avendolo giurato, sul letto di morte, alla sua nonna Giacoma, che glielo ha rivelato.
Però, in tutto il libro, traspare la voglia di farcelo sapere ...
Ci dice, infatti, che si trattava di un "celeberrimo e ultraristocratico" personaggio (sic!) che nel 1864 mise incinta la sua bisnonna Anastasia.
Dandoci due date 1816-1878 (inserite nell'albero genealogico che appare nella seconda di copertina), Oriana intende darci due indizi che però non possono, non devono, non vogliono essere determinanti.
Sarebbe troppo facile inserire le due date su google e trovare il nome di un "famoso" personaggio.
Se le due date fossero veritiere.
Allora facciamo una ricerca "a rovescio": prendiamo il più famoso personaggio (celeberrimo e ultraristocratico) dell'epoca e vediamo come potrebbero quadrare proprio quelle date.
E' lui: Vittorio Emanuele II, re d'Italia.
Che (nel 1864) avrebbe certo potuto incontrare "Anastasia" in uno chalet fuori Torino.
Che - come ci racconta Oriana a pagina 592 - aveva una moglie gelosa ed una prole numerosa (nel 1864, anno nel quale sono vissuti i sei mesi del grande amore di Anastasia, il re aveva già sette figli!)
Che la differenza d'età fosse di più che vent'anni (Anastasia era nata nel 1846, il re nel 1820).
E allora facciamole quadrare quelle due date: 1816 e 1878.
Sul 1878, anno della morte, non c'è niente da scoprire: Vittorio Emanuele II muore il 9 gennaio 1878.
Quindi questo dato è esatto.
Sul 1816, anno della nascita ... invece c'è il trucco: non potendo indicare l'anno esatto (1820) che, altrimenti, avrebbe reso la ricerca fin troppo facile, Oriana ha preso l'anno in cui Vittorio Emanuele II è diventato Re d'Italia, che era il 1861 ... ed ha semplicemente inverito le ultime due cifre (1816) per rendere attendibile la data di nascita riportata nell'albero genealogico.
Insomma, l'enigma è risolto ed oggi possiamo affermare che il sangue dei Savoia scorreva anche nelle vene di Oriana Fallaci!
Paolo Federici
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Le ciliegie di Oriana
Quando il futuro si fa corto, perché la malattia minaccia la vita, si ripensa al passato, al senso della propria esistenza. E si cerca una risposta alla domanda: chi sono? Per capire chi siamo, dobbiamo forse risalire ai sogni e alle speranze di chi ci ha preceduti nella storia della nostra famiglia. Una storia di cui siamo eredi in ogni senso. Biologico e culturale. Parte da qui il nuovo romanzo della Fallaci, “Un cappello pieno di ciliege” (Rizzoli, pp. 860, euro 25, uscita prevista per mercoledì 30).
«Naturalmente - scrive Oriana - sapevo bene che la domanda perché-sono-nato se l’eran già posta miliardi di esseri umani ed invano, che la sua risposta apparteneva all’enigma chiamato Vita, che per fingere di trovarla avrei dovuto ricorrere all’idea di Dio. Espediente mai capito e mai accettato».
Mentre la Fallaci scava nella propria storia, incontra ovviamente anche la Storia d’Italia, perché le vicende personali sono sempre intrecciate e condizionate dai grandi eventi, quelli che conducono all’Unità d’Italia.
È un percorso tribolato, da cui emerge una Fallaci patriota e risorgimentale, anarchica e socialista, illuminista e anti-clericale (ma non irreligiosa).
Dunque non sorprende che i primi eroi del romanzo siano la strana coppia composta da Carlo Fallaci e Caterina Zani, vissuti a cavallo fra il Sette e l’Ottocento. Lui, Carlo, molto credente dopo una gioventù da mangiapreti, è il primo della famiglia a essersi ribellato al giogo imposto dai nobili e dalla Chiesa. Grazie alla cultura: è il primo della famiglia, infatti, ad aver imparato a leggere e scrivere. Lei, Caterina, alter ego della scrittrice, è un personaggio straordinario: discendente di un’eretica sui generis mandata al rogo per aver cotto «un coscio d’agnello» in un giorno di quaresima; analfabeta decisa a imparare a leggere, scrivere e fare di conto; lavoratrice instancabile; esperta di erboristeria e medico autodidatta; atea che rimane incantata da una Madonna di Giotto; al centro della vita sociale perché capace di recitare a memoria brani dell’Inferno e dell’Orlando Furioso.
L’odioso “Nappa” Bonaparte
È lei il motore della famiglia, ed è in lei che con tutta evidenza la Fallaci si rispecchia. È Caterina ad aggredire Napoleone per le vie di Firenze nel 1796. La Fallaci descrive così gli onori coi quali venne accolto il finto liberatore: «Gli stessi onori che, come vedremo, la pronipote della nostra eroina (cioè la Fallaci stessa, ndr) avrebbe visto tributare a Mussolini e Hitler nel 1938». È Caterina a voler cacciare i soldati francesi, una tirannica forza di occupazione che agisce in contrasto col motto “Libertà, Fraternità, Uguaglianza”.
La famiglia patriottica resiste all’invasore Napoleone, ed è chiaro il parallelismo con l’altra Resistenza, quella che la scrittrice vivrà in prima persona come staffetta partigiana. Caterina e Carlo parteciperanno all’assalto della gendarmeria di Panzano, presidio francese. Col forcone in mano e gridando «Viva Gesù» in faccia a quei senza dio di francesi che tutti chiamano «nuvoloni» per via delle prime due parole di ogni editto «Nous-voulons», noi vogliamo.
I narcisistidell’Unità
C’è poi, nella seconda parte, la sventurata sorte degli avi del ramo materno, in particolare di Francesco Launaro (1750-1816) e María Ignacia Josepha Montserrat (1770-1814). Francesco, nostromo di lungo corso, è figlio di uno schiavo prigioniero dei barbareschi e cerca vendetta.
Improvvisamente pacificato dopo aver sgozzato venti arabi, mette la testa a posto. Ma si trova costretto a fare un lavoro che detesta, sulle navi dei negrieri, per mantenere la splendida moglie, figlia (rinnegata) di un Grimaldi, nobile genovese e diplomatico alla corte di Spagna.
Nella terza e quarta parte, il Risorgimento è protagonista di moltissime pagine: gli antenati della scrittrice hanno combattuto per liberare la patria dallo straniero «per la giustizia e la libertà, sogni di cui i bugiardi di oggi si servono per dare la scalata al potere».
Sono soprattutto i Cantini, ramo della famiglia da cui discende il nonno materno Augusto, a trovarsi coinvolti nelle guerre napoleoniche, poi nella carboneria e infine nelle guerre d’Indipendenza. Giovanni Cantini segue la sorte di un’intera generazione di toscani e di italiani. Prima carne da macello per l’esercito di Napoleone, detto Nappa, in Spagna e in Germania. Quindi carbonaro (convinto dalle parole del nobile inglese a cui fa da segretario: Percy Bysshe Shelley) e patriota. Nei convulsi rivolgimenti politici, la Fallaci sembra rintracciare un filo comune, un filo forse mai reciso, che potrebbe condurre fino ai nostri giorni.
Il «problema grosso» infatti, a ogni giro della ruota, sono gli eterni voltagabbana italiani. Ecco dunque ex giacobini riciclarsi come restauratori dopo la cacciata dei francesi dalla Toscana. Ma non sono solo aristocratici e funzionari a cambiare casacca con velocità. «Quanto al popolo, guarda: nel voltagabbanismo batteva addirittura i signori», annota Oriana. Ed emergono anche altre caratteristiche della politica nazionale che non sembrano averci mai abbandonati. Ecco quindi Filippo Buonarroti allearsi con La Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. Ed ecco le due primedonne accapigliarsi immediatamente. «Appena firmato il patto era esploso l’alterco ideologico sulla parola Uguaglianza. Anzi più che un alterco una rissa accompagnata da reciproci furti di adepti, reciproci insulti, reciproche calunnie ed accuse (...) Porca miseria, che razza di lotta era una lotta i cui capi si azzannavano come cani idrofobi? Che senso aveva sacrificarsi se dai loro sicuri rifugi all’estero quei vanesi seminavano zizzanie e alimentavano meschine rivalità?».
E ancora l’irresponsabilità dei capi: i primi a levare le tende quando le cose si mettono male, come a Livorno nel 1848, quando l’esercito austriaco provvede a ristabilire l’ordine. «Indovina chi fu il primo a svignarsela? (...) Quasi tutti i paladini della resistenza a oltranza. Gli intellettuali, i giornalisti. I discepoli di Mazzini e di Garibaldi e di Marx. Per imbarcarsi sulle navi che a prezzi scandalosi garantivan l’asilo e l’espatrio, da domenica 6 maggio s’erano procurati il passaporto». A difendere Livorno da 25 mila austriaci restarono in 600. Gli altri si erano dileguati.
Poi, nell’ultima parte del libro, incompiuta (alcune pagine sono rimaste manoscritte), c’è l’America, che per Oriana era un’altra patria. E c’è la avventurosa vita della valdese Anastasìa, la bisnonna di Oriana dalla parte del padre. Una vita avventurosa da emigrata prima a New York e quindi all’Ovest, partendo da Torino in cui vigeva la «tirannia della Chiesa sposata allo Stato». Una vita avventurosa come quella della nipote Oriana Fallaci. Anche se il racconto non arriva, come sembrava dovesse essere e come senz’altro era nel progetto iniziale, almeno alla Resistenza, dalle storie degli avi esce proprio Oriana: innamorata della libertà e dell’Italia e dell’America; atea ma attenta alla religione. Intollerante verso chi si riempie la bocca di nobili princìpi al fine di ottenere il potere.
Alessandro Gnocchi
LIBERO
22 luglio 2008










Opinione inserita da Jan 04 Marzo, 2011