Un uomo mite
Letteratura italiana
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solitudine e follia
La follia e la solitudine. Consigliato a chiunque qualche volta abbia creduto di imazzire per essere stato (sentito) troppo solo.
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L'abbandono e la follia
“Spesso m’interrogavo su quanto fosse strano recarmi così spesso in un cimitero senza che vi fosse al suo interno nessuna persona a me cara. Poi, improvvisamente capii. Forse era proprio in quel piccolo cimitero che io andavo a trovare quella parte di me che era morta insieme al borbottio della Panda di Marta, che oltrepassava il cancello della casa, sigillando la fine della nostra storia.”.
Un abbandono, il lutto che ne segue, e l’incapacità di riprendersi, di risollevarsi, di ricominciare a “funzionare”, a ragionare, produrre ed interagire come l’ingranaggio sociale richiede. Non resta che il lento, inesorabile declino, un viaggio graduale verso la follia, lo sconfinamento oltre quel territorio sicuro che chiamiamo normalità. O forse no. Forse il Pietro Corsetti di “Un uomo mite” ha trovato il suo luogo. La storia di Pietro si legge tutta d’un fiato, con la curiosità e l’angoscia che si prova di fronte ad uno specchio che riflette una paura universale, quella di arrendersi alle proprie ombre, fino a perdersi, e ritrovarsi oltre il confine, fuori dalla ragione, dalla normalità.
Nella sua seconda opera, Maurizio Carletti non ha perso piglio ironico e leggerezza che caratterizzavano i suoi “Racconti Scamuffi”, con l’aggiunta, in questo caso, di un tono più partecipato, sofferto, quasi riuscisse a farci entrare nel dolore del protagonista che, inespresso, si trasforma in mosca immaginaria, che ronza all’infinito, fino a farlo impazzire.









