Due sorelle Due sorelle

Due sorelle

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'Due sorelle' si presenta come racconto di nobili amicizie. Anzitutto quella fra Otto Falkhaus, il giovane protagonista – un tempo sognatore, e dilettante di violino, ora ereditiere e illuminato agricoltore –, e Franz Rikar, un uomo infelice, nerovestito e pallido, che tutti chiamano Paganini. Iniziato in un albergo di Vienna, il sodalizio condurrà Otto in Italia, alla ricerca dell’amico. Con potenti pennellate, il grande paesaggista Stifter descrive la natura aspra e selvaggia in cui si incastona la novella: acque sciabordanti e rocce a picco sul lago di Garda, forre, montagne rosse e picchi innevati, moderne colture di fiori e frutti e ferrigne pietraie. In questo microcosmo lontano dal mondo, Rikar è scampato ai rovesci della vita. E qui, nella casa sul lago alla cui malìa non riuscirà più a sottrarsi, Otto incontra le due figlie dell’amico: Maria, forte e generosa creatura di terra che la terra sa far fruttificare, Camilla, minata nell’anima da un cruccio segreto e, nel fisico, dall’arte cui sacrifica se stessa. Elemento catalizzatore in questo gioco a quattro delle passioni e delle intelligenze è Alfred Mussar, bel giovanotto dallo sguardo raggiante, prezioso amico e consigliere di famiglia – finché una sua profferta non vi porterà lo sconvolgimento. Una corrente pulsa ininterrotta fra i poli opposti di arte e vita, amore e rinuncia, metropoli e natura in questa lunga e ariosa novella, la cui armonia compositiva a tratti si increspa e impenna nell’improvviso irrompere del mistero, del caso, della passione.

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Due sorelle 2017-08-07 17:07:50 viducoli
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viducoli Opinione inserita da viducoli    07 Agosto, 2017
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SE STIFTER DÀ IL PEGGIO DI SÉ

Vagando in rete ho trovato un giudizio tranchant formulato su Stifter, oltre un secolo dopo la morte, da uno dei più grandi scrittori austriaci del secondo novecento: Thomas Bernhard. Eccolo: ”Stifter è insopportabilmente loquace, ha uno stile scadente e, ciò che è più riprovevole, uno stile trascurato; è, inoltre, l’autore più noioso e ipocrita della letteratura tedesca. La prosa di Stifter, ritenuta precisa e concisa, in realtà è vaga, impotente e irresponsabile, di un tale sentimentalismo e di una tale pesantezza piccolo-borghesi che (…) viene il voltastomaco.
Devo dire che le precedenti letture di questo autore non mi avevano portato ad un giudizio così negativo sulla sua opera, anzi in alcuni casi, in particolare nel racconto L’antico sigillo, avevo ravvisato i canoni del piccolo capolavoro. Più indietro nel tempo mi ero cimentato nella lettura di alcuni dei suoi racconti più noti, facenti parte della raccolta Pietre colorate, dei quali avevo comunque apprezzato lo stile minimalista, pur rilevando evidente l’intento pedagogico di esaltazione dei valori semplici della ruralità, intesa come contesto ambientale nel quale si esprimono i buoni sentimenti di una società piccola, in armonia con la natura, rinchiusa su se stessa in una sorta di autosufficienza morale.
L’ultima lettura dell’autore boemo, le Storie della Vecchia Vienna, aveva confermato questo mio sentimento ambivalente: da un lato l’indubbia capacità di scrittura, dall’altro la bonomia, il paternalismo con il quale egli descrive il mondo in cui vive, quello della restaurazione post-napoleonica, del tentativo dell’aristocrazia di andare contro il corso della storia riconquistando quel potere assoluto che le armate francesi avevano messo in discussione. Espressione di questo contraddittorio periodo, destinato a terminare con le rivoluzioni del 1848, è lo stile Biedermeier, di cui Stifter fu uno degli esponenti letterari più organici. Rimando a quella recensione per un breve approfondimento rispetto agli stilemi del Biedermeier nei vari campi delle arti, anche applicate.
Insomma, avevo in mente uno Stifter da prendere con le pinze, sicuramente portatore di una visione reazionaria della società, ai cui sussulti reagisce rifugiandosi negli idilli campestri, ma tutto sommato dotato di una capacità di scrivere e di innervare le sue storie anche di tratti di problematicità ed enigmaticità, quei tratti che lo hanno fatto apprezzare da intellettuali al di sopra di ogni sospetto, quali Nietzsche, Mann ed un lontanissimo – letterariamente parlando – Franz Kafka.
La stroncatura di Thomas Bernhard mi sarebbe quindi apparsa ingiusta, ancorché perfettamente nello stile del grande dissacratore della sua terra, se non avessi letto questo Due sorelle, che posso pensare essere stato una delle cause principali dell’anatema Bernhardiano.
Il breve romanzo è del 1846, appartenendo quindi alla fase più feconda della produzione di Stifter, quella della quale fanno parte gli Studi e le Pietre colorate, di poco posteriori, ma a mio modo di vedere si distacca nettamente in negativo dalla sua migliore produzione, accentuando in maniera quasi caricaturale i citati limiti culturali e politici dell’autore. Sembra del resto che lo stesso Stifter sia cosciente della posizione in qualche modo minore che quest’opera occupa nel panorama della sua produzione, del suo essere portatrice di un intento pedagogico ancora più evidente di quello presente in ciò che ha scritto sino allora, perché nella brevissima prefazione che precede la storia ci dice: ”Presenteremo nelle pagine seguenti non una di quelle storie semplici che ci è piaciuto raccontare fino a qui, ma qualcosa di ancor più tenue”. L’introduzione, oltre a fornirci l’intento programmatico dell’autore, serve ad informare il lettore che i fatti sono accaduti ad un amico dello scrittore, che glieli ha narrati senza infiorettature e abbellimenti di sorta, e che lui si è limitato a trascrivere la narrazione, anche se le sue parole non possono serbare la freschezza e l’originalità di chi quella vicenda ha vissuto in prima persona. I successivi capitoli, nei quali si dipana la vicenda, sono narrati in prima persona dal protagonista, tranne il brevissimo epilogo, nel quale torna in campo lo scrittore.
La vicenda narrata è come vedremo più che tenue, e per certi versi anche sconnessa, e per comprenderlo è necessario narrarne il sunto.
Durante un viaggio in diligenza il protagonista, un giovane viennese che scopriremo solo verso la fine chiamarsi Otto Falkhaus, divide i posti con un anziano signore dall’aria mesta e vestito di nero, che egli scherzosamente chiama per il suo aspetto Paganini, e con due giovani ragazze accompagnate da una silenziosa governante. Qualche tempo dopo i due alloggiano nello stesso albergo di Vienna, divenendo amici pur senza rivelare quasi alcunché di sé, ed Otto assiste l’anziano durante un periodo di malattia. Una sera vanno a teatro ad un concerto delle sorelle violiniste Milanollo che scoprono essere le ragazze con cui hanno condiviso la diligenza: il signore anziano si commuove sino al pianto. Dopo alcune settimane Franz Rikar, l’anziano, che ha perso la causa che lo tratteneva a Vienna, riparte, invitando Otto ad andare a trovarlo a Merano, dove abita.
Negli anni successivi Otto diviene ricco grazie all’eredità di una zia, e trasforma la tenuta ricevuta in una redditizia azienda agricola. Decide quindi di intraprendere il viaggio in Italia a lungo sognato, e di fermarsi prima a Merano per far visita a Rikar, di cui non ha più avuto notizie. Lì giunto, scopre che è piombato in estrema povertà e ora vive a Riva del Garda. Decide quindi di cercarlo sul lago e lo trova in una casa sperduta tra i monti sopra Riva, dove vive con la moglie e due giovani figlie. Non è affatto in miseria, vivendo dei prodotti agricoli dei terreni circostanti, che la figlia maggiore, Maria, coltiva molto razionalmente. Spinto dall’amicizia della famiglia si ferma a lungo presso Rikar, ed un giorno questi gli racconta la sua storia: per la causa persa a Vienna aveva perso tutto il patrimonio, tranne quella casa isolata tra i monti, che però era quasi diroccata. Si prospettava una nera miseria, ma Maria aveva avuto l’idea, apparentemente folle data la scarsa fertilità dei terreni, di coltivare fiori e frutti, rivendendoli sul lago. L’aiuto di un giovane amico, Alfred Mussar, anch’egli agricoltore poco lontano, le aveva fatto conoscere le tecniche di miglioramento agronomico ed in poco tempo gli affari avevano cominciato ad andare bene, permettendo di risistemare la casa, comprare mobili nuovi e ampliare le coltivazioni assumendo salariati.
L’altra figlia di Rikar, Camilla, è al contrario di Maria un temperamento artistico: suona il violino bene come le sorelle Milanollo, si consuma per l’arte ed è innamorata di Mussar. Quando questi rientra da un lungo viaggio a Parigi chiede però la mano di Maria, che rifiuta, confessando ad Otto che lo fa per non dare un dolore fatale alla sorella. Otto prosegue il suo viaggio in Italia quindi rientra in patria, ma torna dopo due anni, deciso a chiedere la mano di Maria, della quale l’hanno molto colpito l’energia e lo spirito pratico. Trova Camilla sposata felicemente con Alfred ma non ha il coraggio di dichiararsi, rientrando mesto alla sua tenuta e terminando il suo racconto dichiarando di accettare il suo destino solitario. C’è però, come detto, un epilogo in cui ricompare come narratore lo scrittore che ha trascritto la vicenda di Otto: egli ci informa che quest’ultimo tornerà a Riva e salirà alla casa della brughiera, sposando Maria ed avendo poi una schiera di floridi bambini.
Credo che da questo sunto si capiscano già molte cose. Siamo di fronte ad una vera e propria fiaba per adulti, nella quale ci sono solo buoni sentimenti e personaggi totalmente positivi. Il protagonista si affeziona a Franz Rikar e lo assiste amorevolmente durante la malattia a Vienna; Rikar accoglie come un fratello Otto nella casa della brughiera; la moglie ama teneramente Rikar e si profonde in lodi per l’ospite e non lo vuole più lasciare andare via. Maria è l’artefice del benessere della famiglia e si sacrifica con il sorriso lasciando Alfred alla sorella; Camilla eccelle nel violino e si rivela un’ottima moglie; Alfred è generoso e leale: riempie di regali da Parigi la famiglia e accetta serenamente il no di Maria. Persino i personaggi di contorno, su alcuni dei quali torneremo, sono sempre sorridenti e lieti. Insomma, questa piccola comunità rurale è una sorta di paradiso in terra, conquistato però grazie al lavoro ed allo spirito di intraprendenza: il male può venire dall’esterno – la causa persa da Rikar gli era stata intentata da un lontano parente – ma l’iniziativa individuale può far riconquistare la serenità, il cui presupposto è sempre la prosperità economica. Colpiscono a questo proposito i passi economici del romanzo, quali la descrizione delle tecniche di coltivazione introdotte da Maria grazie ai consigli di Alfred e la cura con cui Stifter ci informa che venivano coltivati i prodotti più richiesti dal mercato e che questi vengono commercializzati come i prodotti del Monte San Gustavo. Stifter affianca ai valori del mondo rurale in cui crede ciecamente quelli dell’intraprendenza borghese: si noti che Riker e la moglie sono nati a Milano, figli della borghesia commerciale, ma solo in questo isolamento, in questa piccola comunità tra i monti, nel giusto rapporto con la natura hanno trovato serenità e prosperità. È quindi evidente il tentativo di Stifter di conciliare lo spirito dei tempi, la coscienza dei nuovi valori borghesi, con la conservazione dello spirito di piccola comunità che costituisce per l’autore l’ossatura del mondo austriaco, il tentativo (vano) di esorcizzare l’inevitabile scontro tra questi due mondi valoriali.
La natura gioca un ruolo centrale nel romanzo: nel piccolo mondo di Stifter la natura selvaggia, quella che Otto attraversa per giungere la prima volta alla casa di Rikar, non è più la grandiosa rappresentazione tangibile dell’assoluto romantico: essa, sia pur decritta con l’amore del pittore paesaggista quale in effetti Stifter era, è scialba, minima (il torrente chiamato Acqua dell’Inferno è in realtà un insignificante rivoletto, un solo stentato albero cresce su un sasso) ma soprattutto è vuota, inutile, sinché non è resa produttiva dalla sapienza dell’uomo (in questo caso di una donna). Quando Otto torna dopo due anni la prima cosa che ammira sono infatti i nuovi terreni messi a coltura.
Un altro elemento d’interesse del romanzo è la sua ambientazione italiana. Siamo nel 1846, quindi non solo il Trentino, ma anche Lombardia e Veneto sono austriaci. I pochi italiani che compaiono nel romanzo hanno ruoli subalterni e sono fortemente stereotipati, essendo bruni, con i capelli arruffati, poveri, loquaci e allegri. Il solo barcaiolo Gerardo svolge un certo ruolo nella vicenda, divenendo amico di Otto, che però all’inizio lo sospetta di essere un ubriacone. Quando lo lascia in riva al lago per salire da Rikar lo rivede da lontano già disteso in fondo alla barca: ”Si godeva allegramente in questo modo il dolce riposo che per le persone del suo ceto e del suo Paese rappresenta, dopo il nutrimento del corpo o forse addirittura prima di quello, il sommo bene”. Quando lo rivede a Riva ci tiene a sottolineare che la casetta in cui vive con la sorella è molto pulita, come fosse un’eccezione.
Le due sorelle che danno il titolo al romanzo non sono, come parrebbe in un primo tempo, le violiniste Milanollo, che spariscono nel nulla in questa storia come detto un po’ sconnessa, ma ovviamente Maria e Camilla, che altrettanto ovviamente vorrebbero rappresentare la contrapposizione tra lo spirito pratico e lo spirito artistico: senonché nel mondo armonioso di Stifter entrambe vivranno felici e contente, anche grazie alla facilità con cui il generoso Alfred passerà da una all’altra. Per completare la fiaba, Stifter si preoccupa nell’epilogo di stemperare anche l’unico elemento problematico della storia, l’insuccesso di Otto con Maria: sembra quasi abbia avuto paura di offuscare l’aura di assoluta serenità che promana dalle pagine del romanzo.
La storia è narrata con una scrittura minuziosa attenta ai dettagli, che se in altre opere rappresentava uno dei valori della prosa di Stifter, qui sfocia in una sorta di pedanteria fine a sé stessa, che accentua il quasi nulla di cui composto il romanzo.
Limitando la lettura di Stifter a questo romanzo si potrebbe concordare con la stroncatura di Bernhard citata all’inizio: fortunatamente l’autore ci ha fornito anche prove che un critico definirebbe più convincenti, pur situate nell’alveo di una ideologia di fondo fortemente consolatoria e reazionaria.

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