La certosa di Parma
Editore
Stendhal, pseudonimo di Henri Beyle, nasce a Grenoble il 23 gennaio 1783 e muore a Parigi il 23 marzo 1842. Convinto sostenitore della rivoluzione, alla caduta di Napoleone assume un atteggiamento di condiscendenza con la restaurazione intervenuta, in contrasto con le sue idee, ma indispensabile per poter vivere; preferisce soggiornare lontano dalla Francia, in Italia, dove svolge l'attività di Console, di scarso interesse, ma abbastanza remunerativa per consentirgli di dedicare la maggior parte del suo tempo alla narrativa. Fra le sue opere ricordiamo Lucien Leuwen, Cronache italiane, La badessa di Castro, Dell'amore, la Certosa di Parma e la sua migliore Il rosso e il nero.
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Vizi e virtù dell' Italia alle soglie del Risorgim
Amore, duelli, guerra, politica, intrighi, invidie, gelosie, veleni. Gli ingredienti per un’ ottima storia ci sono tutti e infatti questo romanzo merita la fama internazionale che lo circonda da quasi due secoli. Se si supera un inizio lento e pieno di riferimenti storici e una prosa per forza di cose un po’ antiquata si ha la possibilità di leggere un libro bello e piacevole che rappresenta una pietra miliare della letteratura europea. Stendhal ci guida in un' Italia alle soglie del Risorgimento attraverso le vicende di Fabrizio del Dongo, giovane figlio di un marchese ultraconservatore che tradirà gli ideali paterni per amore di Napoleone andando in Francia per arruolarsi nell' esercito guidato dal grande generale corso. Ma questa avventura non andrà secondo i suoi sogni e al ritorno in patria comincerà per lui una vita di esilio, fughe e pericoli in cui conoscerà la galera ma anche l’ amore, l’ amicizia e la fama. Attorno a Fabrizio troviamo un nugulo di personaggi molto diversi per estrazione, modo di vivere e carattere, attraverso i quali l' autore traccia un preciso ritratto delle classi sociali, della vita e delle consuetudini dell' Italia dell' epoca dimostrando un grande amore per il Bel Paese e per i suoi abitanti. Secondo Stendhal infatti gli italiani sono l' unico popolo d' Europa capace di farsi guidare nella vita dalla passione e dai sentimenti, d' amore o d' odio che siano, e non esclusivamente dalla sete di denaro. Da sottolineare le figure del conte Mosca e soprattutto della bellissima zia di Fabrizio, Gina, legata al nipote da un fortissimo sentimento d' amore che sfiora la morbosità pur restando comunque platonico. Questi due personaggi saranno fondamentali nella vita del protagonista e aiuteranno il lettore a capire gli intrallazzi e i sotterfugi del potere, le tresche e le rivalità di corte, l' importanza delle alleanze politiche e l' influenza che certe donne riuscivano ad avere nella vita pubblica. Un romanzo da leggere non solo per la sua fama ma anche perché interessante, intrigante e divertente, in cui è facile trovare vizi e virtù che fanno ancora parte della vita contemporanea.
Indicazioni utili
Una ferma condanna della politica
Quando lessi per la prima volta questo romanzo è stato all’incirca una quarantina di anni fa; all’epoca ero uno studentello che si sentiva quasi importante per avere fra i suoi autori preferiti Henry Beyle e la Certosa di Parma aveva tutto quanto può rendere interessante la lettura a un giovane spensierato: passione, intrighi, duelli, insomma un cappa e spada in piena regola.
A distanza di così tanto tempo la rilettura è andata quasi inconsciamente a cercare un’altra visione dell’opera, perché troppo semplicemente era facile attribuirle i connotati di un romanzo d’avventura, fuori dai canoni letterari propri di Stendhal.
E allora mi sono soffermato su quelle pagine che da giovane mi avevano destato minor interesse e così ho scoperto l’autentica grandezza di quest’opera, scritta in poco più di un mese e mezzo quasi alla fine della vita del suo autore.
Stendhal non aveva affatto l’intenzione di realizzare solo un romanzo d’avventure; il suo scopo è stato ben più elevato e non a caso l’ambientazione è in uno stato assolutista quale era il Ducato di Parma. La sua è una ferma condanna della politica, che tutto piega alla ragion di stato, tanto che mi verrebbe spontaneo dire, rifacendomi a quanto osservò Balzac, entusiasta dell’opera, La Certosa è il romanzo che avrebbe scritto il Macchiavelli se fosse vissuto a quell’epoca e fosse stato messo al bando dai poteri imperanti.
Insomma, secondo me, tutti i romanzi di Stendhal, ma soprattutto questo, sono delle vere e proprie dissertazioni di amoralismo politico.
E ciò è tanto più vero se si osservano i tre personaggi principali:
Fabrizio Del Dongo
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Vive come distaccato dalle azioni che compie, è un essere per certi versi più spregevole del Julien Sorel de Il rosso e il nero, perché, benché ne abbia tutte le opportunità, reputa di scarso peso occupare una nicchia ben precisa nell’umanità, al punto, anche, di essere incapace di amare.
La Sanseverina
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E’ una romantica pura, passionale al massimo, nel suo amore per Fabrizio che si accresce tanto più quando deve essere protettiva e allora sboccia immediata l’arguta trama politica, intesa sì come una necessità per porre rimedio ai gesti inconsulti del giovane Del Dongo, ma anche come gioco necessario per poter a pieno titolo essere parte di un mondo di sottili intrighi, di rivalità, di capovolgimenti di fronte, di alleanze tradite e riprese.
In poche parole per essere colei che conduce la politica.
Il conte Mosca
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Il politico per eccellenza che si adopera per accontentare tutti senza scontentare nessuno. A suo modo è una figura simpatica e sembra di vederlo questo aristocratico cavalcare le varie fazioni con la dignità che gli è propria, ma la mancanza di rispetto per se stesso. Preciso che la personalità del Mosca è quella di una brava persona, ma che manca di ideali, tanto che, fedele servitore del Principe, finisce con il suggerire soluzioni inapplicabili, in modo che qualche cosa abbia momentaneamente a cambiare per riconfermare alla fine l’immobilismo più assoluto.
Questi tre personaggi, apparentemente diversi nel comportamento, finiscono con l’essere accomunati dalla tragicità di non credere a nulla, di vivere il loro rapporto a tre come se al mondo esistessero solo loro, in una totale mancanza di ideali a cui cercano di supplire tramite i rapporti personali, alla ricerca di una felicità impossibile in chi può far progetti e invece vive, o meglio vegeta, alla giornata.
C’è, inoltre, un quarto personaggio a cui Sthendhal guarda con la più viva simpatia, desiderando in cuor suo di potergli somigliare: Ferrante Palla, un liberale condannato a morte in contumacia, un po’ vanesio, se non pazzo, e che del politico è esattamente l’opposto, con una fede incrollabile nel suo ideale, tanto da esser disposto a tutto, anche a sacrificare la vita. E’ innamorato della Sanseverina, anche se sa che questo sentimento sarà senza speranze, ma è egualmente felice, perché, come crede nei suoi principi liberali, crede anche fermamente nel suo amore. Da notare che questa figura, simpatica nelle sue vesti di Robin Hood, assume toni ridicoli, quasi a diventare una parodia della libertà e della giustizia, a cui solo chi non è savio di mente può credere come realizzabili, sembra dirci Stendhal.









