La peste
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Albert Camus nacque in Algeria, dove studiò e iniziò a lavorare come attore e giornalista. Affermatosi nel 1942 con il romanzo Lo straniero e con il saggio Il mito di Sisifo, raggiunse un vasto riconoscimento di pubblico nel 1947 con La peste. Oltre a questi titoli, di Camus sono usciti per Bompiani Caligola, Il rovescio e il diritto, Tutto il teatro, La caduta, L’uomo in rivolta, Il primo uomo e Taccuini 1935-1959. Nei Classici Bompiani è disponibile il volume delle Opere.
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Opinioni inserite: 4
Ultimo aggiornamento: 22 Agosto, 2012
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Il flagello di Oran
Ottima la partenza. Camus ha saputo attirare la mia attenzione sin dalle primissime righe con un'accurata descrizione della brutta città di Oran e dei suoi abitanti nel 194... Il realismo critico di cui si serve l'autore come tecnica narrativa è palpabile, non vi è spazio alcuno per l'astrattismo.
Il flagello che si abbatte su Oran è devastante, assistiamo gradualmente ad un peggioramento delle condizioni e abbiamo la percezione di un mondo che crolla... La peste cambia tutto ed inevitabilmente. I personaggi affrontano in maniera assai differente il corso dell'epidemia, il dottor Rieux è l'incontrastato protagonista. Sono vari ed interessanti, ma non vanno molto 'oltre' secondo la mia personale ottica, poichè è la narrazione in sè che non consente un approfondimento psicologico.
Peccato che dopo le prime più o meno cento intense pagine (i dettagli della sindrome della malattia, bubboni duri e sanguinanti, febbre alta e macchie...sono una parte che adoro per i dettagli anche macabri a tratti..) il libro si blocchi in un vortice di pensieri già detti e ridetti in precedenza, e la cui lettura mi è stata tediosa...Nelle ultime cinquanta pagine abbiamo un finale degno del principio dove la peste scompare (forse?!) e l'inizio dell'incubo sembra solo un vago ricordo.... Tutti percepiscono che nulla potrà mai essere come prima, ed i nostri personaggi sono cambiati (se sopravvissuti :P)
Intriso di filosofia, il libro offre una cronoca molto valida, ma decisamente non è il mio genere...
Immaginiamo a come avremmo reagito noi ad un'epidemia simile, imprigionati nella città e impossibilitati alla comunicazione esterna... grazie a Camus abbiamo la particolare ed interessante testimonianza di Rieux, Tarrou, Grand, Cottard, Rambert et les autres....
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Ultimo aggiornamento: 05 Settembre, 2011
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Cos'è la peste?
Difficile parlare de “La peste” di Albert Camus senza fare cenni al pensiero esistenzialista del filosofo (se non proprio all’esistenzialismo) oppure all’epoca in cui venne concepito il romanzo.
Ma non farlo significherebbe omettere molto. Si può vedere il romanzo come sintesi del pensiero di Camus, o al contrario, dal romanzo trarre il profilo di un scrittore definito “dell’assurdo”. Ma perché dell’assurdo? In cosa e dove consiste questa assurdità?
Ecco, allora, che romanzo e pensiero si fondono in un unico elemento e l’uno diventa indispensabile all’altro.
Non avere tra le mani i dovuti strumenti (momento storico, ambito filosofico…) toglie molte delle bellezze al romanzo, le cui frasi e i cui personaggi assumono bellezza e profondità solo grazie a queste conoscenze. Non è una spiegazione al romanzo (non ce ne possono essere), ma è come possedere una mappa, delle coordinate grazie alle quali muoversi in un territorio dove il pensiero prende forma in immagini.
Orano, città dell’Algeria, anni ’40. La città (già la particolarità è significativa) è “senza uccelli, senza alberi, senza giardini, senza battiti d’ali, senza frusciare di foglie…” In effetti come immaginare un luogo simile, dove la primavera è annunciata dai fiori portati da fuori? Che luogo è questo? Dove siamo?
È evidente che non possiamo essere in una città reale, ma in un “luogo neutro” come anticipa lo scrittore fin dalla prima pagina. Magari un luogo dell’animo. O meglio, della mente.
La città, comunque, è colpita dalla peste, che prima uccide topi a migliaia, ma poi diffonde il suo virus anche agli uomini.
Bernard Rieux, medico, ci racconta di questo diffondersi della malattia e della sua lotta per debellarla. Vivrà questi giorni e questa lotta a fianco di Jean Tarrou, un intellettuale che ha rinnegato una sua precedente professione forense, e Raymond Lambert, un giornalista che dopo aver pensato di scappare dalla città rimane per sostenere le ricerche del medico.
L’epidemia dilaga fino al punto da costringere le autorità a isolare la città, a chiuderne le porte.
Nonostante la peste, molti continuano indifferenti la loro vita, nelle loro bassezze, nei loro godimenti. Altri invece, vengono colti dalla paura e si rinchiudono in casa.
La prima domanda che verrebbe da chiedersi, in maniera abbastanza elementare e sommaria, è Ma cos’è questa peste? E infatti quello che si chiesero molti alla prima pubblicazione del romanzo, dando poi una superficiale spiegazione allegorica con ciò che era accaduto pochi anni prima in seguito al dilagare del nazismo in Europa. Ma l’intenzione di Camus non era quella di fare un libro storico. Avrebbe scelto altre strade, altre riflessioni, sicuramente più efficaci. Lo scrittore stesso invitava a non tradurre così rapidamente il significato del romanzo, a guardare oltre.
Più che tentare di capire cos’è la peste (io ho una mia idea, ma non è interessante che dica la mia: il bello della letteratura è che in ognuno si formi il proprio pensiero) proviamo a vedere cosa non può essere. È un qualcosa che non ha a che fare né con l’amore, né con l’amicizia, né con la vita, né con la solidarietà tra gli uomini. Verrebbe da dire che stiamo parlando della morte, ma non è proprio così, sebbene sia un concetto alquanto vicino.
A riguardo trovo significativa una frase del romanzo: “La peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi”.
Un mondo senza futuro, una vita senza futuro cos’è? Non è esistenza. È buio. Davanti. Cosa fare, allora, rassegnarsi? Lottare. Ecco, l’unica via è lottare. È rischioso, come lo è per il medico che per curare un malato o per trovare la giusta medicina si espone al contagio. Ma non è ancor più rischioso affidare la propria vita al caso, alla possibilità di contrarre o meno una tale malattia? Ecco allora l’assurdo, si vive per lottare. Ed è la forza che ci fa andare avanti. Rieux fissa questa idea dicendo “Quello che odio è la morte e il male… noi siamo insieme per sopportarli e combatterli”. Insieme. Basta solo questa parola a dare unità al tutto, a indicare la strada non per il singolo uomo, ma per l’intera “esistenza”, una strada forse che non porta a nulla, ma che di certo fa poggiare saldamente i nostri passi sul senso del vivere, dell’esistere.
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Ultimo aggiornamento: 02 Aprile, 2012
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Il Nobel non fa lo scrittore
Quando un libro non mi è piaciuto faccio molta fatica a scrivere una recensione decente ma, siccome tentar non nuoce, tento: inizio col dire che sono stata obbligata a leggere "La peste", in quanto trattasi di un compito assegnatomi per scuola. Purtroppo tutte le volte che la scuola mi ha costretto a leggere un libro, questo non mi è mai piaciuto e, come avrete ben capito, è successo anche questa volta. Prima di tutto lo stile oggettivo e privo di sentimentalismi di Camus mi ha delusa profondamente, provocandomi un senso di torpore, totale distaccamento e freddezza, nonostante il narratore stesso spieghi che questo modo di scrivere era necessario per non inventarsi pensieri o emozioni inesistenti relativi ai vari personaggi e avvenimenti. Sarà che sono una persona alquanto sentimentale, ma questa storia mi ha fatto venire freddo anche con quaranta gradi di temperatura.
Inoltre questo romanzo è un mattone colossale e anche se ha appena duecentotrentacinque pagine, ho impiegato quasi un mese per terminarlo: la storia non coinvolge, non appassiona, gira sempre su stessa e racconta sempre le stesse cose senza cambiare praticamente mai nulla e l'unica cosa un po'interessante sono i dialoghi e alcuni eventi che però svaniscono subito come ghiaccio al sole. Insomma una noia pazzesca, tant'è che mentre leggevo provavo forti sensi di nausea e mal di testa quasi avessi preso anch'io la peste leggendo questo libro.
Questa storia di questa città isolata dal resto del mondo, con migliaia di persone che muoiono ogni giorno a causa di questa malattia considerata appartenente ai secoli passati, mi ha dato uno spiacevole senso di profonda e tediosa tristezza.
Quando l'ho finalmente terminato, mi sentivo come una prigionera (rinchiusa ingiustamente) che è stata liberata dalla sua cella.
Mio caro Camus, avrai anche vinto il premio Nobel ma con me non ha funzionato. No, non ha funzionato per niente. Se l'abito non fa il monaco, allora il Nobel non necessariamente fa lo scrittore.
In compenso se potessi votare per l'utilità darei un cinque pieno: con quel libro ci ho ammazzato tutte le zanzare che mi ronzavano intorno.
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Eppure mi dispiace..
Caro Camus, è vero, secondo te, quando si dice che a sbagliare si è sempre in due?
Vale anche per noi questa frase cotta e ricotta?
Colpa mia, perchè ho iniziato a leggerti in un periodo tormentato: esami di maturità, studio compulsivo, ansia da prestazione (non essere malizioso!) e via discorrendo..
Colpa tua, perchè ….sei tu, Camus.
Credo che se ti avessi letto in un altro periodo della mia vita, avrei provato le stesse emozioni, ma almeno sarei riuscita a concludere la lettura; mentre adesso, per cause esterne e non, ho dovuto cedere (ed ecco che la mia autostima viene calpestata).
E' interessante quel che dici, giuro, ma...
… sei come una conferenza o un convegno in cui si discute di politica o della condizione femminile in Afghanistan: da un punto di vista contenutistico vuoi conoscere, ma dopo un po' inizi a pensare al tacchino che hai lasciato nel forno, oppure alle robe stese (pioverà, me lo sento!).
E' piatto ciò che racconti; interessante, ma piatto. Come quando un professore spiega filosofia: se trova il metodo giusto, gli studenti lo seguono come Poldo segue i panini, mentre se non riesce ad essere interessante, non può aspettarsi che gli allievi gli vengano incontro, anzi!..Sta tutto nel metodo, e su questo, caro Camus, scarseggi un po'.
Alcuni passaggi sulla peste sono formidabili, ma ahimè, non reggono tutta la baracca. Forse fare filosofia-romanzata non è una buona idea..
E' il secondo romanzo “filosofico” che leggo, ed è il secondo che fa cilecca. Ora, sono io il problema (quasi sicuramente) o e il genere che non riesce a catturare la mia stramba attenzione? …..
La peste è un argomento che ha sempre avuto una certa influenza su di me, ma questa volta mi è mancata l'aria. Ho dovuto riporre quelle pagine giallastre e cambiare..
Non ti offendere, ok? Nulla di personale.
Scusate, questa recensione è..strana, ma non riesco ad esprimere qualcosa di diverso se penso a “La peste”. Mi mancano le parole. Vorrei una spina speciale per attaccarla al cervello, o dove vi pare, per trasmettervi direttamente le mie sensazioni, che ahimè, non riesco ad esternare... purtroppo non si può...
Aspetto a fiotti i pomodori!!
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