Viaggio al termine della notte Viaggio al termine della notte

Viaggio al termine della notte

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La trama e le recensioni di Viaggio al termine della notte, romanzo di Louis-Ferdinand Céline edito da Corbaccio. A ottant’anni dalla sua pubblicazione e a cinquanta dalla morte del suo autore, Viaggio al termine della notte si impone come il romanzo che ha saputo meglio capire e rappresentare il Novecento, illuminandone con provocatoria originalità espressiva gli aspetti fondamentali. «Céline è stato creato da Dio per dare scandalo», scrisse Bernanos quando nel 1932 il romanzo diventò un successo mondiale, suscitando entusiasmi e contrasti feroci. Lo «scandalo Céline», che dura tuttora, è la profetica lucidità del suo delirio, uno sguardo che nulla perdona a sé e agli altri, che ha il coraggio di affrontare la notte dell’uomo così com’è. L’anarchico Céline, che amava definirsi un cronista, aveva vissuto le esperienze più drammatiche: gli orrori della Grande Guerra e le trincee delle Fiandre, la vita godereccia delle retrovie e l’ascesa di una piccola borghesia cinica e faccendiera, le durezze dell’Africa coloniale, la New York della «folla solitaria», le catene di montaggio della Ford a Detroit, la Parigi delle periferie più desolate dove lui faceva il medico dei poveri, a contatto con una miseria morale prima ancora che materiale. Totalmente nuovo, nel panorama francese ed europeo, è stato poi il suo modo insieme realistico e visionario, sofisticato e plebeo con cui Céline ha sputo trasfigurare questa materia incandescente. Per lui, in principio, è l’emozione, il sentimento della vita: di qui l’invenzione di un linguaggio che ha tutta l’immediatezza del «parlato» quotidiano, capace di dar voce, tra sarcasmi e pietà, alla tragicommedia di un secolo. Questo libro sembra riassumere in sé la disperazione del Novecento: è in realtà un’opera potentemente comica, esilarante, in cui lo spettacolo dell’abiezione scatena un riso liberatorio, un divertimento grottesco più forte dell’incubo. Oggi il Viaggio, nella classica traduzione di Ernesto Ferrero, scrittore particolarmente attento al «colore» dei linguaggi, si offre a nuove generazioni di lettori con l’intatta freschezza di un «classico» che non finisce di stupire per la sua modernità.

Louis-Ferdinand Destouches nasce a Courbevoie (un sobborgo di Parigi) il 22 maggio 1894. Figlio di Fernand Destouches, un modesto impiegato, e di Marguerite Guillou, merciaia, trascorre quasi tutta la sua infanzia a Parigi, ove conseguita la licenza elementare esercita per vivere modesti impieghi, preparando privatamente il baccalauréat, che consegue nel 1917. Nel 1912 si arruola volontario e nel 1914, nelle Fiandre, riporta una grave ferita alla testa che gli provoca un'invalidità permanente. Viene inviato nel 1916 in Camerun nei servizi di occupazione delle antiche colonie tedesche e nel 1917 a Londra nei servizi logistici. Rientrato in Francia nel 1918, s'iscrive alla facoltà di medicina di Rennes, sposa la figlia del direttore della facoltà, da cui si separerà pochi anni dopo, e si laurea nel 1924. Dal 1924 al 1928 lavora per la Società delle Nazioni che lo invia a Ginevra, a Liverpool, poi di nuovo in Africa, negli Stati Uniti, in Canada e a Cuba. Rientrato in patria nel 1928, si stabilisce nei quartieri più poveri della periferia di Parigi, ove esercita quasi gratuitamente la professione di medico, lavorando contemporaneamente al suo primo romanzo Viaggio al termine della notte (1932), che pubblica sotto lo pseudonimo di Céline. Nel 1936 scrive Morte a credito, il romanzo sulla sua infanzia, che lo consacra definitivamente scrittore rabbioso e nichilista. Nel 1937 redige Mea culpa, un'invettiva contro la Russia sovietica e lavora a Bagatelle per un massacro, libello che assieme a La scuola dei cadaveri gli costerà pesanti accuse di antisemitismo. Durante la seconda guerra mondiale, considerato traditore e collaboratore dei nazisti, e condannato a morte dalla Resistenza, è costretto a riparare in Danimarca, dove rimane fino al 1951, scontando nel frattempo quattordici mesi di carcere. Rientrato in Francia nel 1952 al seguito di Pétain, Céline si stabilisce con la moglie Lucette a Meudon, dove rimarrà sino al termine della sua vita. Muore nel 1961, senza ricevere alcun riconoscimento da parte della critica, che ne riscopre le opere solo alcuni anni dopo la scomparsa. Oltre alle opere già citate, si ricordano: Pantomima per un'altra volta (1952), Normance (1954), Colloqui col professor Y (1955) e la «trilogia tedesca» (Da un castello all'altro, 1957; Nord, 1960; Rigodon, 1968).

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Viaggio al termine della notte 2012-05-08 08:46:26 Cristina72
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Cristina72 Opinione inserita da Cristina72    08 Mag, 2012
Ultimo aggiornamento: 08 Mag, 2012
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La strada del nulla

E' un romanzo che rivela fin dalle prime battute l'impronta dello scrittore di razza, capace di passare senza perdere mordente dal vernacolo a frasi magistralmente cesellate.
Quella di Céline è una scrittura che lascia il segno, originale, intensa e ammantata di menefreghismo.
Il protagonista, Ferdinand Bardamu, ricorda un po' l'Huckleberry Finn di Mark Twain, ma è più cupo, più sarcastico, e certamente più infelice.
Al cinismo del libro fa da contrappunto, fortissima, la percezione del dolore peggiore, quello di creature innocenti, bambini e animali, bersagli perfetti dell'abiezione umana.
Per tutti gli altri resta solo una vaga pietà e un po' di disprezzo.
Si parte dalla paura della morte in guerra, con buona pace di impavidi e patrioti, per arrivare, nelle ultime pagine, al desiderio di diventare almeno “un eroe raccogliticcio” e morire per un' idea qualunque che dia un senso all'intera esistenza.
Impresa ardua per un eroe-antieroe che ha viaggiato inquieto per anni collezionando per lo più un meschino campionario di umanità, stanco di una stanchezza morbosa che provoca insonnia: “Ci basta ormai mangiare un po', farsi un po' di caldo e dormire più che si può sulla strada del nulla”.
L'humour del romanzo sta soprattutto negli ambigui rapporti tra i personaggi, uniti dalle circostanze, compagni nella “notte” ma sempre (non a torto) diffidenti gli uni con gli altri.
Per esempio Robinson, figura controversa (probabilmente l'autore stesso nella sua parte peggiore), ricorre continuamente nella narrazione e finisce per diventare amico di Ferdinand, senza peraltro suscitare in lui un briciolo di affetto.
I baracconi di una fiera, tratteggiati in pagine da antologia, con la loro allegria monotona e posticcia sono il malinconico emblema di una vita che si fa presto a rimettere in piedi dopo un disastro, ma che si trascina ormai senza più illusioni.

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Viaggio al termine della notte 2012-04-14 17:25:30 enricocaramuscio
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    14 Aprile, 2012
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Povertà morale e materiale dell’ uomo

Cèline ci guida in un viaggio travolgente ed altamente sarcastico nella precaria condizione morale e materiale dell’ uomo nei primi anni del ventesimo secolo. Protagonista del romanzo è Ferdinand Bardamu, giovane anarchico studente di medicina che si ritrova a vivere diverse esperienze in giro per il mondo. Dagli orrori della prima guerra mondiale vissuta al fronte in prima linea alla dura vita nelle colonie africane dove le nuove leve dell’ imprenditoria cercano di far soldi con i più squallidi e cinici mezzi; dall’ alienante esperienza lavorativa nelle fabbriche americane, simbolo di un capitalismo che in cambio di uno stipendio ti ruba anima e personalità, al ritorno in Francia dove, terminati gli studi e diventato medico, si ritroverà a lavorare nelle zone più povere e degradate, spesso gratis o comunque mal pagato, circondato da gente pronta a compiere le più impensabili bassezze. Bardamu vivrà queste esperienze con un distacco e un’ indifferenza sempre maggiori, restando sempre più disgustato da ciò che l’ uomo riesce a fare o ad essere e perdendo man mano la fiducia e la stima nella razza umana. Cèline usa uno stile che varia a seconda delle esigenze: per rendere più realistico il racconto durante la narrazione delle vicissitudini di Ferdinand e dei vari personaggi che lo accompagnano il linguaggio è gergale e sgrammaticato, scurrile e blasfemo. Ma spesso tra un fatto e l’ altro ci sono dei momenti di riflessione in cui vengono fuori veri e propri virtuosismi letterari. L’ autore inoltre è bravissimo nel riuscire a mischiare l’ ironia alla denuncia e nel condannare la condotta degli uomini senza moralismi né retorica, fornendo la precisa fotografia di un’ intera epoca che, confrontata con quella attuale, dimostra quanti pochi progressi abbia fatto l’ umanità in un intero secolo.

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Viaggio al termine della notte 2012-02-06 22:38:21 Giovannino
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Giovannino Opinione inserita da Giovannino    07 Febbraio, 2012
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Un Capolavoro.

Un cazzotto nello stomaco. La stessa identica sensazione. Quando arrivi alla fine del libro e ripensi a quello che hai letto, è un vero e proprio cazzotto nello stomaco, ti lascia senza fiato, e senza parole. Ebbene si, se Cèline scrivendo questo romanzo cercava lo scandalo, lo scalpore, beh...c'è riuscito in pieno...È un viaggio che si percorre in due direzioni. La prima è quella del viaggio reale, i viaggi veri e propri che il giovane Ferdinand ( o Bardamu) fa. Prima come giovane studente di medicina che combatte al fronte nella guerra delle Fiandre,non amando la guerra e cercando più volte di disertare. Poi quando parte nelle colonie africane, al servizio del crudele tenete Grappa e del buon Alcide (la contrapposizione dei due personaggi è splendida nell’esprimere la distanza che passa tra “i buoni” e i “cattivi”, come li definisce lui ). Dopo ancora quando va a cercare fortuna in America. Ed infine quando una volta laureato, esercita la professione, inizialmente nei quartieri poveri e poi in una clinica privata. Ed è proprio in quest’ ultima parte, in cui i personaggi danno il meglio del loro repertorio. Con l’onnipresente Robinson che per guadagnare qualche soldo arriva perfino ad uccidere, e con la furba Madelon, donna subdola e senza scrupoli, pronta a tutta pur di non perdere il suo uomo. Poi c'è il secondo viaggio, che è quello che l'autore compie all'interno dell'uomo. Ed è qui che si concretizza il capolavoro di questo libro. È un viaggio nella parte più nera, più cupa, più triste dell'uomo. Un viaggio attraverso la povertà che prima di essere materiale, è spirituale. È la povertà dei valori quella che Cèline racconta in questo romanzo, quella che fa trasparire l'uomo come un animale, guidato dall'istinto nella maggior parte dei casi, e quasi mai dalla ragione. Homo homini lupus come direbbero i latini. E quello che ti manda fuori di testa, quello che ti lascia basito, senza parole è la semplicità con cui riesce a raccontare tanta violenza, fisica e psicologica, senza battere ciglio. Come se tutto ció fosse normale. Perchè poi ti accorgi che anche se in molti casi, da determinati comportamenti era rimasto sconvolto e ne aveva preso le distanze, alla fine, questi comportamenti appartengono anche a lui, così come a tutti gli uomini. Non se ne sottrae Cèline. Un viaggio attraverso il cinismo, l'ipocrisia, la falsità, la bassezza morale, la cattiveria e tutto ció che di negativo c'è nell' "animale uomo". Un romanzo che proprio per queste caratteristiche potrebbe essere anche un saggio. Unico piccolo neo è la scrittura, che essendo di inizio 900 risulta a tratti un pó lenta, ma è veramente una piccolezza. Un romanzo che non puó e non deve mancare in nessuna libreria del mondo.

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Viaggio al termine della notte 2011-12-24 15:54:47 floria di tosca
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floria di tosca Opinione inserita da floria di tosca    24 Dicembre, 2011
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Viaggio al termine della notte

« ...je ne peux m'empêcher de mettre en doute qu'il existe d'autres véritables réalisations de nos profonds tempéraments que la guerre et la maladie, ces deux infinis du cauchemar. »
Louis-Ferdinand Destouches (Celine) nasce a Courbevoie un sobborgo di Parigi il 22 maggio 1894 da Fernand Destouches, un modesto impiegato, e Marguerite Guillou, merciaia.
L’anarchico Céline, che amava definirsi un cronista, aveva vissuto le esperienze più drammatiche, gli orrori e le ferite della Grande Guerra,le trincee delle Fiandre, la vita godereccia delle retrovie e l’ascesa di una piccola borghesia cinica e faccendiera, le durezze dell’Africa coloniale, la New York della «folla solitaria», le catene di montaggio della Ford a Detroit, la Parigi delle periferie più desolate dove lui faceva il medico dei poveri, a contatto con una miseria morale prima ancora che materiale. Totalmente nuovo nel panorama francese ed europeo il suo modo insieme realistico e visionario fu considerato una vergogna per la letteratura francese. Eppure l’intatta freschezza di un «classico» che non finisce di stupire per la sua modernità si offre a noi nell'interezza della sua opera prima...seppure datato 1932...

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Viaggio al termine della notte 2011-08-30 14:32:19 Giovanni Baldaccini
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Giovanni Baldaccini Opinione inserita da Giovanni Baldaccini    30 Agosto, 2011
Ultimo aggiornamento: 30 Agosto, 2011
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Un'ipotesi interpretativa

Azzardo un’interpretazione. Mi sono sempre chiesto come un essere abietto, quale Céline era, un collaborazionista, un simpatizzante nazi-fascista, e tralascio altre definizioni sgradevoli, abbia potuto scrivere un capolavoro, un’odissea sublime, come Viaggio al termine della notte. Un enigma all’apparenza insolubile.
Pure una soluzione c’era. Per trovarla, occorreva considerare il libro come tale, ma soprattutto come uno specchio dell’uomo che lo ha scritto. Dunque, una complessità, non un semplice libro. Per orizzontarsi in questa complessità occorre uno sforzo: non lasciarsi andare alle parole e a ciò che esprimono attraverso uno stile meraviglioso, ma ricordarsi sempre allo stesso tempo di chi le ha scritte.
Il romanzo racconta la storia di un perfetto imbecille che, per compiere un atto apparentemente privo di qualsiasi senso, si ritrova immerso negli orrori della guerra. Questo imbecille è Céline stesso. Il giovane Céline: guascone, irriflessivo, con la tendenza a disperdersi nell’esteriorità del vino, delle donne, dell’assenza di ogni significato. Un essere totalmente esteriorizzato, privo di qualsiasi contatto con la propria interiorità. Che tuttavia c’era e gli ha dichiarato guerra.
Da qui l’incredibile. Assistiamo infatti, nello svolgersi del romanzo, alla più impensabile delle trasformazioni: da perfetto idiota a santo. Come è possibile? Il personaggio di Céline, dunque Céline stesso, attraverso l’orrore impara a muoversi nel non senso, a prenderlo in considerazione. Si accorge che l’orrore c’è, esiste, e non è soltanto la guerra: è la vita. E in quell’orrore bisogna muoversi, vivere, imparare a sopravvivere. Quell’orrore va curato, e il medico che quell’imbecille era se ne prende infinitamente cura. Di sé si prende cura finalmente, dell’orrore che è, e in quel prendersi cura riscatta la frattura nella quale ha vissuto da sempre.
Un romanzo straordinario: una cura. Peccato che tutto ciò sia avvenuto a un livello non percepito, potrei dire soltanto immaginato. L’uomo Céline è rimasto quello che era: lontano dall’artista.
Fu considerato una vergogna per la letteratura francese: non se ne vergognò mai. Il personaggio del romanzo avrebbe tutte le ragioni di non vergognarsi; Céline no.

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