La paura del saggio La paura del saggio

La paura del saggio

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La scheda e le recensioni di "La paura del saggio", romanzo di Patrick Rothfuss, edito da Fanucci. Questa è la storia di un uomo che insegue la verità di una leggenda e strada facendo diventa egli stesso una leggenda. Il giovane Kvothe è ancora alle prese con gli studi all’Accademia e con i suoi esperimenti, ma il carattere, focoso e ribelle quanto la sua chioma, e una lingua tagliente, affilata come una spada, gli hanno procurato diversi nemici. La rivalità crescente con un influente membro della nobiltà lo costringe a lasciare l’Accademia e a cercare fortuna altrove. Solo, alla deriva e senza un soldo, si reca nel regno di Vintas, dove si lascia coinvolgere dagli intrighi di corte, scopre il fallito tentativo di un assassinio e, a capo di una truppa di mercenari, indaga il mistero di chi – o cosa – minacci i viaggiatori della King’s Road. Nel frattempo, prosegue la sua incessante ricerca su Amyr e Chandrian. E mentre Kvothe muove i primi passi come eroe, scopre quanto sia difficile la vita per un uomo che, dopo aver acquisito poteri strabilianti grazie alle esperienze rischiose e straordinarie che ha vissuto, sta diventando una leggenda del suo tempo.

Patrick Rothfuss è nato nel 1973. Nel 2002 ha vinto il concorso Writers of the Future con il racconto The Road to Levinshir, estratto dal romanzo The Song of Flame and Thunder, fino ad allora rifiutato da diversi editori. Dall’opera è stato tratto il romanzo Il nome del vento, primo episodio della saga Le Cronache dell’assassino del Re, a cui seguirà il secondo volume: La paura del saggio.

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La paura del saggio 2012-03-19 09:24:16 kobe
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kobe Opinione inserita da kobe    19 Marzo, 2012
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Genesi di una leggenda

Forse mi prenderete per pazzo, ma è la prima volta in vita mia che mi sono rifiutato di finire un libro perché non volevo staccarmi dalle sue pagine coinvolgenti e magnetiche, non volevo “uscirne”…perché io in questa trilogia ci sono letteralmente caduto dentro!
Non mi interessava sapere come finiva, mi interessava solo “viverlo”. Sì perché leggere La paura del saggio, così come prima Il nome del vento, significa soprattutto essere catapultati in una storia da cui è davvero difficile non essere fagocitati.
Il problema poi è che non riesco ad iniziarne uno nuovo senza aver terminato il precedente e così, per evitare di non leggere più per il resto della mia vita, alla fine ho dovuto capitolare.
Adesso che ho concluso il secondo capitolo di questa meravigliosa trilogia, non so davvero come fare. Mi sento solo, abbandonato, mi manca il mondo di Kvothe, dei suoi viaggi e delle sue avventure. Mi manca la terra di Ademre e dei suoi incredibili abitanti, gli Adem, che comunicano le proprie emozioni con i gesti, che custodiscono i segreti della nobile arte di combattere, che considerano barbari il resto della civiltà, che vivono con etica, orgoglio, senso del dovere seguendo il “Lethani”, una sorta di filosofia che guida le loro azioni e la cui comprensione permette di sapere cosa e come ci si dovrebbe comportare in ogni circostanza. Tra le pagine più belle e profonde di tutto il romanzo.

Ne “Il nome del vento” facciamo conoscenza del giovane Kvothe, della sua infanzia, di come arriva all’Accademia e di cosa lo spinge e motiva ad imparare con avidità e determinazione discipline che per gli altri studenti, ricchi e pigri, sono perlopiù un passatempo.
Nel secondo assistiamo alla genesi della sua leggenda.
Chissà cosa ci aspetta nel terzo.

Ma, come detto, non mi interessa conoscere il finale, non mi interessa raggiungere la meta, mi interessa solo il viaggio necessario per arrivarci.
“Nessun uomo può definirsi coraggioso se non ha camminato per cento miglia. Se vuoi conoscere la verità su chi sei, cammina finché nemmeno una persona conosce il tuo nome. Il viaggio è la grande livella, il grande insegnante, amaro come una medicina, più crudele dello specchio. Un lungo tratto di strada ti insegnerà più su te stesso che cento anni di quieta introspezione”.

Grazie Patrick (Rothfuss), un semplice grazie per la tua immensa e impagabile fantasia.

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La paura del saggio 2011-10-26 18:54:40 Andrea
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Opinione inserita da Andrea    26 Ottobre, 2011

Tra Tolkien e Gemmell...

Il titolo del commento rappresenta quello che penso, Patrick Rothfuss riesce a particolareggiare la storia e i personaggi con un'accuratezza degna di Tolkien ( anche se, parere personalissimo, Tolkien tende un po' a pesare a volte ), e mette nella storia e nei personaggi una potenza narrativa pari al grande David Gemmell ( chi non lo conosce ha perso qualcosa, chi lo conosce sà di cosa parlo).
Magistrale, lascia solo l'amaro in bocca per la consapevolezza dell'attesa per il libro successivo..Sperando non faccia passare altri anni!
Voto 11/10

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Il nome del vento...Il signore degli anelli, David Gemmell e Fantasy in genere
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La paura del saggio 2011-10-12 10:58:35 piero70
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piero70 Opinione inserita da piero70    12 Ottobre, 2011
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Leggetelo

1200 pagine. Tante? No. Troppe? Neanche.
In realtà non so bene nemmeno io da che parte attaccare il commento a questo libro.
Potrei dilungarmi in lodi iperboliche, ma sarebbe troppo semplice.
E poi saprebbe decisamente di “déjà vu”.
Vorrei cercare di spiegare il mio stato d’animo. Farvi comprendere quello che ho provato leggendo questo libro, perché, secondo me, è questo che una recensione dovrebbe trasmettere, al di là dei freddi giudizi formali.
Quindi liquiderò subito quest’ultimo aspetto. Quest’uomo sa scrivere. E bene. La trama non concede un attimo di respiro e i capitoli, corti il giusto, non affaticano la lettura, concedendoti il lusso di interromperla a tuo piacimento, dopo 3, come dopo 30 o 300 pagine, senza perdere il filo del discorso. La sua fantasia non ha limiti. Ha creato un mondo, dei personaggi, incredibili. Perfetto in tutti i minimi particolari. Curatissimo. Dalla moneta corrente, alle razze diverse che coesistono in questo universo fuori dal tempo e dallo spazio.
Per non parlare di lingue, usi e costumi di questa gente, della precisione con cui descrive le materie che studiano gli Arcanisti all’Accademia. Tutto perfetto.
Ecco, se mi permettete un paragone scomodo, per questo aspetto oserei citare Tolkien, come ho già fatto nella recensione del primo libro della saga. Il mondo creato da Rothfuss, per precisione e profondità delle descrizioni, è paragonabile a quello descritto dal Maestro ne Il Signore degli Anelli e ancora prima ne Lo Hobbit.
Ma non si tratta di questo, o meglio, non solo di questo. Altrimenti sarebbe una fredda descrizione etnico-sociale.
Quello che mi ha stupito, preso, rapito, rivoltato come un guanto, è stata la sua capacità di descrivere gli stati d’animo delle persone e quella di dare voce, di raccontare, anche quei vuoti che forzatamente la narrazione, talvolta, propone tra due eventi narrativi.
Farò un esempio con una citazione, ancorché io non sia tanto d’accordo con le citazioni nelle recensioni, quindi mi scuso per l’appesantimento, ma secondo me serve a farvi capire quello che intendo.

“Era di nuovo notte. La locanda della Pietra Miliare era in silenzio, e si trattava di un silenzio in tre parti.
La parte più ovvia era una quiete vuota, riecheggiante, formata da cose che mancavano. Se ci fosse stato del vento, avrebbe spirato attraverso gli alberi, fatto scricchiolare l’insegna della locanda sui suoi cardini e spazzato via il silenzio lungo la strada come vorticanti foglie autunnali.
Se ci fosse stata una folla o anche solo un gruppetto di avventori, questi l’avrebbero riempito con conversazioni e risa, il fracasso e gli schiamazzi che ci si aspetta da una taverna nelle buie ore notturne. Se ci fosse stata musica...ma no, ovviamente non c’era alcuna musica. In realtà non c’era nulla di tutto ciò, perciò rimaneva il silenzio.
All’interno della Pietra Miliare alcuni uomini erano radunati a un angolo del bancone. Bevevano con calma determinazione, evitando serie discussioni di notizie preoccupanti. Nel fare ciò essi aggiungevano un piccolo, cupo silenzio a quello, vuoto, più grande. Formava una sorta di lega, un contrappunto.
Il terzo silenzio non era facile da notare. Se foste rimasti in ascolto per un’ora, avreste potuto cominciare a sentirlo nel pavimento di legno sotto i piedi e nei ruvidi barili scheggiati dietro il bancone.
Era nel peso del focolare di pietra nera che tratteneva il calore di un fuoco spento da molto. Era nel lento andirivieni di un bianco panno di lino che sfregava le venature del bancone. Ed era nelle mani dell’uomo che se ne stava lì in piedi a pulire un tratto di mogano che già risplendeva alla luce delle lampade. L’uomo aveva capelli di color rosso vivo, come fiamma. I suoi occhi erano scuri e distanti, e lui si muoveva con la sottile certezza che proviene dal conoscere molte cose.
La Pietra miliare era sua, proprio come il terzo silenzio.
Era appropriato, dato che dei tre era il silenzio più grande, che avvolgeva gli altri.
Era profondo e vasto come la fine dell’autunno. Era pesante come una grossa pietra levigata dal fiume. Era il paziente suono di fiori recisi, di un uomo che sta aspettando di morire.”

Ecco. Ora non so a voi, ma a me questo incipit ha fatto commuovere fino al midollo.
Quest’uomo ha oro e argento nelle mani!
Per non parlare delle descrizioni degli stati d’animo dei personaggi! Come in ogni fantasy che si rispetti, e per di più di “cappa e spada” come questo, ci sono morti, tradimenti, amori che sbocciano, altri che non ci riescono, solide amicizie, ecc…
L’eccellenza di Rothfuss si evidenzia prepotentemente anche in questi frangenti, quando ci parla di quello che i suoi personaggi provano.
Mi sono perso, sognante, nella descrizione dello sguardo di uno dei personaggi femminili allorquando capisce, o meglio, inizia a capire ma non se ne rende ancora bene conto, di essersi innamorata dell’uomo che ha di fronte.

“Vidi lei voltare la testa per guardarlo, quasi sorpresa di vederlo seduto lì, No, era come se fino ad allora, lui avesse semplicemente occupato dello spazio attorno a lei, come un pezzo di mobilio. Ma stavolta quando lo guardò lo vide davvero. Lasciate che vi dica questo: solo assistere a questo momento valse tutto il tempo noioso e irritante passato a perlustrare gli Archivi. Valeva, sangue, sudore e paura della morte, vederla innamorarsi di lui. Solo un poco. Solo il primo lieve alito d’amore, così leggero che probabilmente lei stessa non se ne rese conto. Non fu drammatico, come una saetta seguita da un rombo di tuono. Fu più come quando una pietra focaia colpisce l’acciaio e la scintilla scompare quasi troppo velocemente per essere vista. Però sai che è lì, dove non puoi vedere, pronta ad accendere qualcosa.”

Capito cosa intendo? Quante volte abbiamo assistito dal vero a una scena del genere? O ne siamo stati noi stessi protagonisti? Avreste mai potuto descriverla in modo migliore?
Ed è solo uno degli innumerevoli esempi che avrei potuto citarvi.
Rothfuss riesce a penetrare con mani di velluto fino all’essenza delle cose (siano esse sentimenti, persone, o… silenzi), a tirarla fuori e a descriverla con parole fatate.

Insomma, magico!
Leggetelo, vi prego. Ma non fatelo per me. Non fatelo per quello che ho scritto. Fatelo per voi stessi, per non commettete il torto di negare, al vostro cuore e alla vostra sete di buone letture, queste pagine meravigliose.


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