Ninfee nere Ninfee nere

Ninfee nere

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A Giverny in Normandia, il villaggio dove ha vissuto e dipinto il grande pittore impressionista Claude Monet, una serie di omicidi rompe la calma della località turistica. L'indagine dell'ispettore Sérénac ci conduce a contatto con tre donne. La prima, Fanette, ha 11 anni ed è appassionata di pittura. La seconda, Stéphanie, è la seducente maestra del villaggio, mentre la terza è una vecchia acida che spia i segreti dei suoi concittadini da una torre. Al centro della storia una passione devastante attorno alla quale girano le tele rubate o perse di Monet (tra le quali le Ninfee nere che l'artista avrebbe dipinto prima di morire). Rubate o perse come le illusioni quando passato e presente si confondono e giovinezza e morte sfidano il tempo. L'intreccio è costruito in modo magistrale e la fine è sorprendente, totalmente imprevedibile. Ogni personaggio è un vero enigma. Un'indagine con un succedersi di colpi di scena, dove sfumano i confini tra realtà e illusione e tra passato e presente. Un romanzo noir che ci porta dentro un labirinto di specchi in cui sta al lettore distinguere il vero dal falso.

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Ninfee nere 2017-04-17 14:42:02 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    17 Aprile, 2017
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Vite rese.

Giverny. Tre donne. Una, la più anziana, ha ottantaquattro anni, è quasi vedova, veste sempre in nero, è la più determinata, vive nel tornione di un grande mulino in riva ad un ruscello sul Chemin du Roy e possedeva un quadro. La seconda ha 36 anni, si chiama Stephanie Dupain, è insegnante, non ha mai tradito il marito eppure si trucca per l’amante e adora l’arte. La terza, di anni 11, si chiama Fanette Morelle, vive con la madre in rue du Chateau, sa dipingere molto bene, gira per la cittadina con svolazzanti trecce e tutti ne sono innamorati tanto è irresistibile il suo fascino. Tutte e tre vogliono andarsene dalla ville dei pittori, ma chissà se almeno una di loro ce la farà? Un omicidio ab initio ed un altro a conclusione, in un arco temporale di soli 12 giorni; dal 13 al 25 maggio 2010.
E’ con queste premesse che ha avvio il romanzo di Michel Bussi, un romanzo che nel mistero ci invita a riflettere sulla vita a domandarci se esiste un ufficio per quelle esistenze rese, trascorse, inesorabilmente perdute. Un elaborato che sulle tinte di Claude Monet si apre con un delitto, quello di Jerome Morval, oftalmologo casanova del luogo, che viene rinvenuto privo di vita con una triplice modalità di assassinio. L’ispettore Laurenç Sérénac, occitano motociclista finito in Normandia per mettere quanti più chilometri possibili tra lui e la sua famiglia, è investito del caso. Al suo fianco un braccio destro preciso e meticoloso interpretato dalla figura di Sylvio Bénavides e una squadra pronta a seguire le sue direttive, anche le più folli, le più visionarie (quali requisire tutti gli stivali della cittadina). Le indagini hanno così principio in quella che è un’alternanza di io narranti, di ricerche storiche ed artistiche, di pezzi di un puzzle che non vuol combaciare.. Seguire l’istinto? Oppure, arriva a chiedersi Laurenç, ha preso una cantonata perché i suoi sentimenti sono offuscati da quegli occhi color malva che tutto il paese non può far a meno di amare (marito geloso marcio compreso)?
E così, pagina dopo pagina, il lettore/Laurenç segue quegli indizi disseminati qua e la, si fa rapire dalle ambientazioni, dal laghetto di Monet, dalla ricostruzione della sua vita, delle sue opere, della sua famiglia, credendo, dopo aver seguito quella pista di molliche alla Hansel & Gretel, di aver capito tutto, di aver scovato l’artefice del/dei misfatto/i ed invece…. Invece no! Proprio quando i giochi sembrano essere fatti, ecco che Bussi rimescola tutte le carte in tavola, sorprendendo chi legge con un epilogo che non delude e che al contrario fa venire meno quelle sensazioni di deja-vu che gli amanti del genere possono aver provato durante lo scorrimento delle vicende. D’altra parte, chi di gialli ne legge tanti, non può far a meno di individuare nello stilato de qua delle similitudini con i caratteri comuni di molte di queste opere. La sua bravura è quella di saper sfruttare il potenziale, la base della sua storia al massimo, sorprendendo.
Avvalorato da una penna fluente ed accattivante, ambientazioni suggestive, un enigma tutto da scoprire che intriga dalla prima all’ultima battuta, “Ninfee nere” si dimostra essere un elaborato che funziona, ben strutturato e che sa far ben leva su quelle che sono le sue potenzialità sottese. Forse, un po’ lento nella parte centrale, ma d’altra parte lo scrittore come avrebbe altrimenti potuto sviluppare la sua indagine? Bussi ha saputo ben giocare le sue carte, dimostrandosi un ottimo regista.

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Ninfee nere 2017-04-07 14:17:27 Nonsense Lover
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Nonsense Lover Opinione inserita da Nonsense Lover    07 Aprile, 2017
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Ninfee un po' sbiadite

Ci ho messo un mese a leggere Ninfee Nere, sebbene non sia un tomo da 1000 pagine. Il problema a mio avviso sta nella lentezza della storia e nella mancanza di quel brivido che mi aspetto da un romanzo giallo. I personaggi principali, in particolar modo il poliziotto "bello e tenebroso", sono un po' troppo stereotipati e li ho trovati talvolta irritanti nei loro cliché.
Tuttavia, il grande pregio di questo romanzo, che lo salva da una recensione più negativa, è il sorprendente finale, che mi ha molto colpito (non ci sarei mai arrivata!) e mette in luce il talento narrativo dell'autore.

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Ninfee nere 2016-11-20 13:12:29 Anna_Reads
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Anna_Reads Opinione inserita da Anna_Reads    20 Novembre, 2016
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L'Ufficio delle Vite Perdute.

Esiste un ufficio delle vite perdute?

Convinta da un paio di recensioni folgoranti mi sono lanciata su questo romanzo giallo piena di aspettative. Che non sono andate deluse.
Va detto che il mio rapporto con il genere è ambiguo.
O meglio. Mi piacciono i gialli, ma non mi piacciono la maggior parte dei gialli che leggo; a mio avviso semplici pretesti per narrarci le gesta di “detective” belli & dannati/fatti & strafatti/tormentati & tormentanti, denunciare turpi realtà, ammannire ricette, metterci una bella (?) scena talamica, descrivere paesaggi e dialetti della nostra bella italia (e non solo) et similia.
Tutte cose carine, graziose e lecite, per carità.
Ma perché SEMPRE il pretesto del giallo che poi la gonza ci crede e si aspetta gli indizi, l’indagine, la trama che si dipana e poi ci rimane male?

Qui abbiamo un giallo ambientato a Giverny, Normandia, il buen retiro di Claude Monet.
Uno stimato medico del posto, appassionato di arte ed impenitente dongiovanni, viene ucciso brutalmente, a pochi metri dallo stagno delle ninfee.
Indaga il fascinoso (e a tratti un po’ troppo convinto del suddetto fascino) ispettore Laurenç Sérénac, occitano, finito in Normandia – pare – per mettere abbastanza chilometri fra sé e la sua famiglia. Al suo fianco l’immancabile ligio gregario, Sylvio Bénavides.
La storia viene narrata attraverso gli occhi di tre personaggi: una scorbutica vecchia signora (“La portinaia del paese. Un riccio senza eleganza”), una maestra bellissima ed inquieta ed una bambina piena di talento (ovviamente per la pittura).
Non sembra uno dei succitati stucchevoli cliché dei suddetti finti gialli?
Per dire Laurenç c’ha pure il giubbotto di pelle e gira in moto e diciamo che fa qualcosa più di un pensiero poco casto sulla maestra che, da parte sua, non sembra schifata dalla cosa.
Invece no.
Va detto che come giallo non è completamente “onesto”, ma ha quello che ai miei occhi è un merito straordinario: che ad un certo punto hai l’impressione di aver capito tutto (e ti senti anche intelligente per questo, ma sbuffi annoiato "un ecco lo sapevo!").
E Invece no.
Ma proprio no.

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