Una giornata di Ivan Denisovic
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Opinioni inserite: 7
Ultimo aggiornamento: 10 Febbraio, 2012
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SENZA PIETAS
Come un Verga, privato della sua pietas, Solzenicyn si eclissa dietro l’alienazione dei suoi personaggi: la brutalità del totalitarismo comunista toglie alla letteratura le qualità catartiche e consolatorie, relegandola al ruolo di documentazione neutra di un esistente immobile, senza prospettiva di futuro. La condanna di Ivan Denisovic consisterà infatti nel reiterare fino alla morte la sua giornata nel campo di lavoro staliniano. Ed è un'eternità, dominata dall’ossessione di ripararsi dal freddo, di placare la fame e il bisogno di sonno: ricordi, emozioni e pensieri sono scomparsi dalla mente di Ivan. La soppressione dell’individuo ha depauperato anche lo scrittore che dovrebbe cantarne in qualche modo l’epopea: cosi lo stile non è altro che una registrazione fredda, persino monotona, di momenti insignificanti. Se Ivan è una vittima, il protagonista del terzo racconto “Alla stazione”, il tenente Zotov, “l’uomo sovietico” sta dalla parte dei carnefici: anche qui i diktat dell’ideologia corrodono la coscienza fino a costringerla alla più disumana delle azioni. “La casa di Matrjona”, racconto posto al centro della trilogia, è la ricerca di un’alternativa alla distopia staliniana nella mitezza della vecchia contadina Matrjona, simbolo dell’anima russa, il “Giusto senza il quale non esiste” la terra nostra: il suo destino è segnato però dall’emarginazione, persino le esequie di lei offrono un triste spettacolo della meschinità della natura umana. Il male è più forte del bene, lo dimostra la Storia, ma di entrambi se ne serba memoria, anche se le voci sono “rauche” e “ discordi”
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una lunghissima giornata
E' il racconto di una giornata in questo campo di lavori forzati... Il freddo penetrante, la fame, l'assenza di liberta'... questo libro ti trascina di peso dalla tua realta' e ti catapulta in questo campo con le sue dinamiche, le sue leggi, la lotta costante per sopravvivere... ma non voglio dire altro lo dovete leggere....
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Una giornata di Ivan Denisovic
Propedeutico ad Arcipelago Gulag, il capolavoro Alexander Solzenicyn
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Una giornata di Ivan Denisovic
Ivan non odia, Ivan non impreca, Ivan non accusa...semplicemente...Ivan vive...
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triste
Molto bello ma triste. Lo lessi anni fa: si legge velocemente e ti resta dentro per sempre. A ricordo di cosa un uomo può fare ad un altro uomo, di quanta sia la misura della sua misericordia quando si tratta di sopravvivere o morire. Toccante. Da far leggere nelle scuole.
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Piu` successo di quello che meritava
Solgenicyn ha avuto un successo enorme in Occidente, sposando la causa dell'antisovietismo. Le sue denunce sono servite a far luce sugli orrori dello stalinismo, ma ha sempre usato la letteratura in modo strumentale. Arcipelago Gulag e` un buon libro di denuncia, ma ha poco a che fare con la grande letteratura russa. Le sue posizioni politiche, il suo nazionalismo spinto non gli fanno certo onore. Altri scrittori russi hanno denunciato l'orrore dei gulag senza giungere al Nobel. Uno su tutti: Shalamov.Lui si sicuramente da leggere.
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La Sinistra non capì
"La storia di Aleksandr Solgenitsin dimostra di cosa può essere capace un uomo, dotato di coraggio e di talento, quando le circostanze storiche sono propizie. Non fu certo il primo a denunciare il vero volto del regime comunista sovietico. Già alla fine degli anni Quaranta diversi dissidenti scappati dall’Urss descrivevano gli orrori del regime di Stalin, senza tuttavia suscitare la dovuta attenzione nell’opinione pubblica occidentale. Solgenitsin apparve al momento giusto. Dopo la morte di Stalin, dopo l’insurrezione di Ungheria, nel pieno dell’era del disgelo avviata dall’allora segretario generale del Comitato centrale del Pcus Krusciov.
E fu pubblicato per la prima volta in Unione Sovietica. La sua prima opera, Una giornata di Ivan Denisovic, non poteva essere considerato un libello di propaganda anticomunista proprio perché uscì, nel 1962, su una rivista letteraria russa. E fece l’effetto di una bomba. Aveva un grande valore letterario, ma al contempo simbolico, perché ben diverso dai saggi di denuncia scritti da altri sopravvissuti dai gulag. Era una testimonianza, una descrizione precisa di come funzionava la cittadella del comunismo, delle sue costrizioni, delle sue miserie, della sua disumanità. E proprio l’oggettività della narrazione la rendeva unica, impossibile da ignorare. Sublimava un’epoca, scuotendo le coscienze, sia a est sia a ovest..."
Dal commento alla notizia della morte dell'autore:
"Ma in Occidente l'intellighenzia di sinistra non capì il suo valore"
Max Gallo
Il Giornale
5 agosto 2008









