L'altra figlia L'altra figlia

L'altra figlia

Letteratura straniera

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In un'assolata domenica d'estate una bambina ascolta per caso una conversazione della madre, e la sua vita cambia per sempre: i geni- tori hanno avuto un'altra figlia, morta ancora piccola due anni prima che lei nascesse. E una rivelazione che diviene lo spartiacque di un'infanzia, segna il destino di una donna e di una scrittrice, e infiamma l'intensa prosa di questo romanzo breve. «Per lasciarsi alle spalle il fuori fuoco del vissuto» Annie Ernaux intraprende una lettera impossibile a quella sorella sconosciuta. Rivivono cosi i sensi di colpa e i moti d'orgoglio, le curiosita taciute e le inconfessabili gelosie, il peso del confronto e il privilegio di essere amata. Ancora una volta la grande autrice francese intesse una prodigiosa corrispondenza di sensi tra vivi e morti, scolpendo in una scrittura perfetta la storia di una relazione fragile, preziosa e irrimediabile come ogni esistenza umana.

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L'altra figlia 2017-06-18 08:23:52 Elena72
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Elena72 Opinione inserita da Elena72    18 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 18 Giugno, 2017
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dolore inesprimibile

“I genitori di un figlio morto non sanno ciò che il loro dolore fa a quello vivo” (p.52)

Una lunga lettera destinata ad una sorellina morta nel 1938, a soli sei anni, di difterite; un tentativo di saldare un debito perché, se Annie è nata, lo deve a lei, a Ginette, la bimba di cui nessuno in famiglia osava parlare, “una santa”, “più buona di quella lì” e “quella lì” era lei, Annie.
Solo a distanza di molto tempo (il testo è del 2010) l'autrice decide di rielaborare un ricordo sconvolgente: la scoperta casuale, a dieci anni, di aver avuto un'altra sorella, scomparsa due anni prima della sua nascita. Annie è dunque “l'altra figlia”, quella venuta al mondo per compensare una perdita incolmabile, per sanare una ferita inguaribile. Di Ginette, Annie non sa quasi nulla, ne conserva solo qualche fotografia; non ha nemmeno mai osato chiedere, perché un tempo certi argomenti in famiglia erano tabu inviolabili.
Annie in questa lettera ci parla soprattutto di sé e dei suoi genitori, del disagio che ha vissuto nel rapporto con sua madre:
“Scriverti significa parlare di lei in continuazione, lei, la padrona del racconto, colei che ha proferito il giudizio e con la quale il combattimento non è mai terminato, se non alla fine (…). Tra lei e me è una questione di parole” (p. 41)
La prima di queste parole, la più ricorrente è “dolore”: per la consapevolezza di essere nata per sostituire la sorella, per aver creduto di essere amata per quello che era mentre forse, per i suoi genitori, rappresentava solo una replica mal riuscita, un vano tentativo di rimpiazzare un originale perfetto.
Dolore per tutto ciò che non è mai stato detto, per quella barriera che, di fatto, aveva creato un'incolmabile distanza: “con il silenzio proteggevano anche se stessi. Proteggevano te. Ti mettevano fuori dalla portata della mia curiosità, che li avrebbe torturati” (p. 52).
Dolore respirato da Annie in tutto ciò che la circondava: “il loro dolore l'ho sentito a lungo senza identificarlo, l'ho conosciuto senza riconoscerlo” (p.57) nel modo in cui sua madre cantava durante le processioni, nel suo mutismo, nell'apprensione e nel rimprovero per ogni minimo ritardo.
Dolore per essersi sentita una figlia sbagliata ed incompresa, costretta a fuggire altrove: “non sono buona come lei, sono esclusa. Dunque non sarò nell'amore, ma nella solitudine e nell'intelligenza” (p. 74-75)
Dolore per non aver mai proferito una parola davanti alla lapide di Ginette, per non essere riuscita ad amare una sorella cui avrebbe dovuto essere grata, ma per la quale ha invece nutrito per molti anni solo un sordo risentimento: “Forse ho voluto saldare un debito immaginario dandoti a mia volta l'esistenza che la tua morte mia ha dato. Oppure farti rivivere e rimorire per liberarmi di te, della tua ombra. Sfuggirti. (p. 80)

“L'altra figlia” è un testo che, come “Il posto”, ho apprezzato molto sia per le tematiche trattate, sia perché testimonia il potere evocativo e terapeutico della scrittura che apre ferite, ma è anche in grado di sanarle e consente di fare pace con i fantasmi del passato. Un libro che mi ha colpita per la capacità dell'autrice di scavare dentro se stessa come se si osservasse dall'esterno, con freddezza, ma a mio avviso con grande efficacia.
La prosa della Ernaux è incisiva, scarna ed essenziale: non usa mai una parola di troppo, ma quelle che scrive si incidono nell'anima.

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L'altra figlia 2017-06-09 20:29:27 lapis
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lapis Opinione inserita da lapis    09 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 09 Giugno, 2017
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L’altra sono io

Dieci anni. Una domenica d’estate. Una conversazione origliata per caso tra la propria madre e una conoscente occasionale. È così che Annie Ernaux scopre che, prima di lei, è esistita un’altra figlia, Ginette, morta di difterite a soli sei anni, amatissima e sempre rimpianta.

"«Era più buona di quella lì». Quella lì sono io.”

Poche parole, non destinate alle proprie orecchie, ma che, una volta ascoltate, producono uno squarcio straziante nel proprio scenario familiare. Perché l’infantile ricerca di approvazione e amore da parte dei genitori, da quel momento, si traduce per Annie in una competizione. Ma è impossibile confrontarsi con un ricordo idealizzato, con quella bambina santificata dal dolore e privata di un futuro. È una lotta persa in partenza.
Eppure non si può più ignorare la verità di quell’impronunciabile segreto. Chi è la figlia e chi l’altra? Prima, Annie era l’unica, la sola, libera di sbagliare, di essere scontrosa, ribelle, diversa. Ma ora deve fare i conti con la sensazione di essere l’altra, nata per sostituire, viva nello spazio di un’assenza, destinata a rincorrere un modello irraggiungibile. Quelle parole si traducono così in una fiamma muta capace di propagarsi su una vita intera.

"Non sono buona come lei, sono esclusa. Dunque non sarò nell'amore, ma nella solitudine e nell'intelligenza".

Questo breve romanzo è una lettera che l’autrice scrive, ormai anziana, proprio a Ginette. Non ci sono più genitori con cui provare a fare quello che allora sarebbe stato impensabile, parlare apertamente. Anche la vita ormai è trascorsa. La scrittura diventa quindi l’unico modo per provare a curare quella ferita mai rimarginata, dando finalmente un volto a quell’ombra, sconosciuta e silenziosa, che ha fatto da sfondo invisibile alla propria esistenza.

“È forse dallo scrivere che sei rinata, da quello scendere a ogni libro dentro ciò che non conoscevo in anticipo, come qui, ora, dove ho l’impressione di scostare dei veli che si moltiplicano senza sosta lungo un corridoio infinito?”

Con una penna limpida e asciutta, Annie Ernaux ci accompagna in un viaggio autobiografico attraverso frammenti di ricordi, fotografie, interrogativi. Ricostruisce le dinamiche familiari che hanno caratterizzato la propria infanzia, riempiendone lacune e silenzi, per comporre quello spazio intricato e complesso in cui si è costituita la propria identità di donna e scrittrice. Nonostante una scrittura sintetica ed essenziale, che tiene sempre a freno le note emotive, e una certa severità di tono, vagamente respingente, il dramma esistenziale evocato arriva comunque con forza al lettore. Un romanzo intimo, doloroso, vero.

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