Volevo tacere Volevo tacere

Volevo tacere

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«Volevo tacere. Ma il tempo mi ha chiamato e ho capito che non si poteva tacere. In seguito ho anche capito che il silenzio è una risposta, esattamente come la parola e la scrittura. A volte neanche la meno rischiosa». In questo terzo pannello, incompiuto, delle sue memorie (che per anni si credeva disperso) Márai racconta – in uno stile asciutto ed efficace, ma senza in alcun modo celare l’amarezza di fondo – i dieci anni che vanno dal giorno in cui ebbe luogo l’Anschluss, quando lui era ancora un autore e un giornalista à la page, a quando è costretto a scegliere l’esilio: e non perché non gli sia consentito scrivere, ma perché dai nuovi padroni dell’Ungheria, i sovietici, non gli è consentito tacere.

Recensione della Redazione QLibri

 
Volevo tacere 2017-05-19 18:05:18 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    19 Mag, 2017
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“Niente istiga alla violenza quanto un tacito diss

Tacere o rendere manifesto il proprio dissenso fu il dilemma che si pose Sandor Marai nel vivere e subire gli eventi storici che travolsero il suo paese a partire dal maledetto giorno in cui Hitler portò a compimento l’esecrabile disegno dell’Anchluss. In questo intenso libro di memorie e considerazioni dal titolo “Volevo tacere”, Marai opta per un resoconto obiettivo dei fatti, ricostruisce la storia dell’Ungheria, analizzando le cause che impedirono il vero progresso del paese dalla fine dell’impero austroungarico, cause da rinvenire nella mancata riforma agraria che lasciò il paese in un immobilismo economico di tipo feudale, per troppo tempo. Marai ripercorre le vicende della Repubblica dei Consigli, che si era formata con Bela Kun dopo la caduta dell’impero, rievoca l’intervento dell’esercito controrivoluzionario di Horthy che d’autorità ripristinò la monarchia e stabilì un regime autoritario. Ciò al fine di offrire al lettore quelle basi necessarie per capire quanto sia stata travagliata la storia di questo paese, già prima dell’ annessione dell’Austria alla Germania. Marai si sofferma con un chiaro sentimento di profonda nostalgia su quanto felice fosse nel momento dell’Anschluss la sua condizione di intellettuale, giornalista e scrittore di successo, accolto con entusiasmo nei salotti della Budapest che contava, ignaro di ciò che il destino andava preparando per il suo paese. Eppure l’Ungheria conobbe un periodo di anomala tranquillità proprio quando tutt’intorno infuriava la guerra. Il nazismo tuttavia minò gradualmente ogni libertà di pensiero e di opinione, rendendo gli organi di stampa mezzi di informazione pilotata. La vera tragedia dell’Ungheria inizia dunque, secondo le memorie di Marai, con la dichiarazione di guerra alla Unione Sovietica, e, in seguito, agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna. E qui si inserisce un bel ritratto di Laszlo Bardossy, che all’epoca governava il paese, un uomo che aveva sorpreso Marai anni prima per la sua cultura e che era sembrato un sincero liberale. Gli eventi tuttavia trasformarono anche lui, come molti altri in un collaborazionista del regime nazista. Ma il tragico destino dell’Ungheria non avrebbe avuto termine con la caduta di Hitler. L’Unione sovietica impose il suo regime con altrettanto spietato rigore, attaccando quella classe borghese già abbastanza fustigata. Qui Marai si lascia andare ad un’analisi interessante sulle cause che hanno individuato proprio nella borghesia il bersaglio della destra populista prima e della sinistra rivoluzionaria poi. “I detrattori desiderosi di annientare la borghesia portavoce dello squadrismo intellettuale, politico ed economico prima fascistoide e poi comunista, rappresentavano il borghese come nelle vignette satiriche: un grassone dalle dita inanellate…” “Il borghese veniva attaccato da ogni parte, in maniera aperta o velata, come se non fosse altro che uno sfruttatore e un difensore del sistema capitalista. C’è da credere che questi fustigatori della borghesia non avessero mai sentito parlare di come la borghesia europea si è formata, di come ha sviluppato il suo mondo e il suo pensiero, delle grandi esperienze dell’umanesimo e del Rinascimento.” Ed è con rincrescimento che Marai osserva come con il tempo il termine borghese si fosse trasformato in epiteto ingiurioso. Egli conclude queste osservazioni con un auspicio: “ è mia convinzione che, nel mondo massificato, il sistema di produzione capitalistico potrà offrire una vita soddisfacente agli individui e alla collettività soltanto stringendo un’alleanza umanista con il socialismo.” Una realtà da cui siamo ancora molto lontani.

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