American Gods
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Opinioni inserite: 7
Ultimo aggiornamento: 15 Settembre, 2011
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Un viaggio meraviglioso
Chi non ha mai guardato supercar e gli sarebbe piaciuto essere il passeggero sulla mitica KITT? chi non ha mai esplorato a fondo il mondo di GTA San Andreas ascoltando Xradio? Chi non ha mai desiderato fare la Route 69 su un'Harley? Ecco questo libro è per voi!
Sono tanti gli spunti di interesse di questo magnifico pezzo di letteratura.
innanzitutto un piccolo riassunto della storia: Shadow esce di galera. Rimasto senza famiglia e senza lavoro decide, suo malgrado, di lavorare per un tizio ambiguo che si fa chiamare Wednesday. Quest'ultimo si rivela essere Odino e cerca l'aiuto di Shadow per preparare una battaglia che riunirebbe le vecchie divinità (ormai senza veneratori) contro le nuove (Televisione, Tecnologia ecc).
DA subito si nota la bellezza con cui Gaiman sviluppa i personaggi: tutti molto dettagliati e unici; ognuno dotato di morale propria e incredibilmente singolare.
La storia, anche se a volte un pò pomposa e prolissa, si rivela interessantissima fino al colpo di scena finale.
Ma la cosa che rende questo libro un masterpiece è il suo viaggio nell'americanità. Gaiman ricrea quell'America che va oltre New York e Los Angeles, la sua è l'America vera: quella dei piccoli paesini che tengono sul cartellone il numero di abitanti e sono ultra orgogliosi dei piccolli successi della locale squadra di pallavolo di 13enni, quella dove i vecchi del paese raccontano solo storie di pesca e di caccia, quella delle macchine a buon mercato e di ristoranti tutti uguali. Quella che come diceva Ned Flanders è "Quell'inutile distesa di terra tra Los Angeles e New York chiamata America".
Questa è una visione reale, scritta su una storia fantastica (nel senso di basata su fantasia), di un paese che forse dovremmo conoscere meglio senza l'ausilio delle varie sit-com della FOX.
PS: Neil Gaiman è la versione Americana di Victor Pelevin, e viceversa costui è la versione Russa di Gaiman, se vi siete appassionati a questo libro date una chance anche a Pelevin
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Gaiman, tra mito e fantasia
C’era una volta Neil Gaiman, uno scrittore che scriveva da dio e che aveva deciso di scrivere un libro sugli dei. C’è riuscito, e il risultato del lungo lavoro è “American Gods”.
Prendete un uomo comune, un po’ incolto, detenuto da tre anni in carcere per amore (la moglie lo convinse a partecipare ad una rapina), senza sogni nel cassetto e con poca voglia di vivere. Fatelo uscire dal carcere per fine della pena e dategli due brutte notizie: la moglie in sua assenza l’ha tradito felicemente con il migliore amico di lui, Robbie, e i due (moglie e amico infedele) sono morti in un incidente stradale. Fate incontrare Shadow – questo è il suo nome, questo è il suo stile di vita, un’ombra ("Uno è soprattutto ciò che gli altri pensano che sia")– sull’aereo di ritorno con Wednesday, un tipo strano che gli offre un lavoro altrettanto strano e misterioso. Infilatevi nella mente di Shadow e vivete con lui gli strani e quanto mai vari incontri con gli amici sgangherati di Wednesday, tutti provenienti dall’Europa, che continuano a ripetergli che “la tempesta sta per arrivare”. E la tempesta non è niente meno che la lotta tra gli antichi dei (primi tra tutti Wednesday, oops, Odino) e i nuovi dei: internet, televisione, carta di credito e via dicendo. Non aggiungo altro alla trama, sia mai vi venisse in mente di leggerlo.
La storia avrebbe potuto evolversi in un milione di modi, dalla lotta fino all’ultimo sangue tra gli dei all’approfondimento psicologico del processo sociale di cambiamento degli dei da venerare, fino ad una connotazione più ‘gothic’, visto che il libro stesso si presenta come una ‘gothic novel’. Ciò su cui Gaiman si concentra, a sorpresa, è invece il viaggio itinerante di Shadow e di Wednesday in un’America provinciale intelligentemente dissacrata e sconsacrata, quasi come fosse dimenticata (apparentemente) dagli dei; un viaggio che serve a Wednesday per reclutare tutti i vecchi dei in attesa della battaglia. Ed è proprio questa attesa che rende la lettura concitata e permette a Gaiman di non esaminare troppo le dinamiche tra gli dei.
La storia è geniale e lo sviluppo particolare che ne consegue mi è piaciuto, ma se dovessi trovare un difetto a questo libro indicherei l’approfondimento psicologico presente ma che basta in parte al lettore, non solo della moglie defunta o degli dei (a volte stereotipati, ma spesso descritti con un’abilità introspettiva travolgente) ma anche dello stesso Shadow.
In ogni caso, il libro risulta piacevole alla lettura ed è pregno di significati velati narrati in una ‘novel’ con le caratteristiche di una favola ma con un ritmo surreale e onirico.
Ancora una volta Gaiman ha codificato un nuovo genere, e ancora una volta gliene sono grata.
C’era una volta Neil Gaiman.
Errata corrige: c’è Neil Gaiman, e da lui mi aspetto ancora tanti, tantissimi libri!
"La narrativa ci permette di entrare in altre menti, in altri luoghi, di guardare con altri occhi. E poi nel racconto ci fermiamo, prima di morire, op-pure un sostituto muore per noi, che restiamo in buona salute, e nel mondo di là della storia voltiamo pagina o chiudiamo il libro, tornando alla nostra esistenza.
Una vita che come ogni vita è uguale e diversa da qualsiasi altra"
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american gods
E' un libro che ho gustato realmente,che ti prende dalle prime pagine.
L'idea di base su cui si sviluppa la trama mi è piaciuta moltissimo, ho trovato davvero accattivante la descrizione delle vecchie divinità pagane che senza l'adorazione dei loro fedeli cercano di tirare a campare come possono, ricorrendo anche a mezzi piuttosto discutibili, e anche quella delle nuove divinità; rappresentazioni dei nuovi oggetti di culto di cui la società moderna è imbevuta.
Anche se alcune parti mi hanno annoiato nell'insieme questo romanzo rimane davvero gradevole.Da leggere se si cerca un fantasy dallo stile un po' più maturo
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omaggio alla mitologia degli indiani d' america
Scanzonato. La memoria -forse un poco edulcorata, della figura del trickster americano; la lettura è godibile ma posso comprendere molto bene il commento di qualcuno che consigliava "piuttosto" di leggere Farmer.
Tutto sommato da leggere quando si è appena lasciato un romanzo che ha lasciato un segno.
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notte di luce, philip j. farmer
john carter di marte, burroughs
la musica del caso, paul auster
Ultimo aggiornamento: 11 Mag, 2010
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Una volta è pure troppo...
Ammetto che non si tratta del mio genere preferito e che l'ho letto spinto dai commenti entusiasti degli altri...
In definitiva tra dei veri o presunti, morti che ritornano in vita, animali che parlano e altre cosucce l'ho trovato piuttosto stucchevole, la trama è banalissima e scontata, fantasioso si ma la fantasia non vola.
Provate a leggere Philip J. Farmer o Dan Simmons del ciclo di Hyperion e capite cosa intendo per fantasia che "vola"...
Rileggerlo in continuazione ? Per me una volta è anche troppo...
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Spettacolare
Con "Nessun Dove" il suo migliore libro, da non perdere.
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E' uno dei miei libri preferti...
E' stupendo! Forse ho esagerato col voto, ma è uno dei miei libri preferiti. Lo vorrei rileggere in continuazione.









