Babilonia Babilonia

Babilonia

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In un posto chiamato Deuil-l'Alouette (che, tradotto alla lettera, sarebbe «Lutto-l'Allodola»), un posto qualunque nella periferia di Parigi, una donna qualunque, con un buon lavoro, un marito, un figlio, una sorella e dei vicini di casa, si lascia coinvolgere, nel corso di una strana notte di quasi primavera, in una faccenda che potrebbe costarle assai cara. Per affettuosa solidarietà con un uomo di cui non sa molto, tranne che è solo, profondamente solo. O forse perché, di colpo, ha voglia, foss'anche per un'ora, di respirare fuori dalla soffocante banalità del quotidiano, di farsi un giro «on the wild side» – di immergersi in una «dimensione di tenebra». Tirando con la consueta, stupefacente maestria le fila di una vicenda in cui il comico e il tragico si mescolano in maniera inestricabile come in una sorta di perverso vaudeville, Yasmina Reza dà voce alle angosce più segrete, e mette in scena il suo beffardo teatrino della crudeltà scavando ancora una volta in quello spazio di connivenze e mostruosità che può diventare la coppia; e ci ricorda che – non diversamente dagli ebrei, che «sulle rive dei fiumi di Babilonia» sedevano e piangevano «al ricordo di Sion» – ciascuno vive in esilio: da se stesso, da ciò che avrebbe voluto essere, e dagli altri.

Recensione della Redazione QLibri

 
Babilonia 2017-05-23 19:18:58 Elena72
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Elena72 Opinione inserita da Elena72    23 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 25 Mag, 2017
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il dolore della solitudine

“Non avere nessuno significa non avere nemmeno se stessi. Chi ti ama ti rilascia un certificato di esistenza” (p.121)

Élisabeth, sessantadue anni, un lavoro soddisfacente e una famiglia tranquilla, sente che la vita le sta sfuggendo di mano, senza emozioni, senza gioie, nel rimpianto di un amore giovanile che le ha trasmesso la passione per la fotografia; le piace sfogliare “The Americans”, di Robert Frank, “il libro più triste del mondo”: osserva i volti, gli oggetti, il paesaggio, incantata dal fascino dello scatto fotografico che pietrifica ed immortala ciò che è destinato a dissolversi.
Jean-Lino Manoscrivi, uomo mite e pacifico, “con la biro e il suo giornale e soprattutto il suo cappello”, è un amante delle corse dei cavalli che, nella monotonia della routine, gli danno un brio altrimenti inesistente; non prende mai l'ascensore, Jean-Lino, perché soffre di claustrofobia. Si incontrano così, coinquilini in un palazzo della banlieue parigina, salendo e scendendo le scale, lei fino al quarto piano per tenersi in forma, lui fino al quinto.
Sono entrambi coniugati: Élisabeth con il posato Pierre, Jean-Lino in seconde nozze con la stravagante Lydie, nonna di un pestifero nipotino, Remi, con cui Jean-Lino vorrebbe instaurare un'intesa affettuosa. Con il vicino di casa, Élisabeth ha un rapporto di cortesia -si danno del lei- ma anche di reciproca simpatia e confidenza, in una parola: di amicizia.
Per “creare legame” e vivacizzare la quotidianità, Élisabeth organizza una festa di primavera, un'occasione di condivisione per stare in allegria. Invita anche Jean-Lino e sua moglie a cui chiede la cortesia di prestarle delle sedie. Tutto procede tranquillamente, anche troppo: la festa non decolla, la conversazione languisce; Lydie, animalista convinta, chiede l'origine del pollo che è stato servito e Jean-Lino ne approfitta per fare delle battute e qualche pantomima sulle idee, a suo parere ridicole, della moglie. Terminata la serata e congedati gli ospiti, Élisabeth e Pierre, già a letto, sentono suonare il campanello: è Jean-Lino che, sconvolto, afferma di aver commesso un omicidio. Élisabeth, per curiosità, per incoscienza, ma anche per un sincero affetto nei confronti dell'amico, si lascia coinvolgere dalla richiesta di aiuto di Jean-Lino.
A questo punto il romanzo si tinge di nero: alla descrizione del crimine fanno seguito gli interrogatori e le indagini giudiziarie di cui, ovviamente, è bene non anticipare nulla per non rovinare il piacere della lettura. Una precisazione: i toni sono quelli della commedia grottesca, con situazioni paradossali in cui al dettaglio macabro si associa un sorriso.

“Babilonia”, della nota e premiata drammaturga, scrittrice e sceneggiatrice francese Yasmina Reza, è un romanzo a metà strada tra il filosofico e il poliziesco, un testo in cui, più dei fatti, contano i pensieri, i sentimenti, la fine analisi psicologica dei personaggi e le motivazioni consce e inconsce che li spingono ad agire. Le tematiche affrontate sono molteplici: l'ineluttabilità dello scorrere del tempo, il peso e l'influenza dei ricordi, l'incomunicabilità nella coppia vista solo come vano "tentativo di colmare la propria solitudine con un'altra solitudine", l'assurdità di un'esistenza costruita sulle illusioni e su quelli che l'autrice definisce “concetti vuoti” (creare legame, tolleranza, dovere della memoria, elaborazione del lutto); amara la riflessione sul linguaggio, sul peso e sul potere che le parole hanno di ferire in un modo più subdolo e crudele di un'arma. Parole che possono però anche consolare e conferire “un senso di appartenenza a un insieme oscuro”, come i versetti del salmo che Jean-Lino, da bambino, sentiva leggere da suo padre “Sulle rive dei fiumi di Babilonia ci sedemmo e piangemmo al ricordo di Sion” (p.112). L'autrice resta sempre super partes, si limita a scattare istantanee sulla realtà, facendo propria l'affermazione del fotografo G. Winogrand "Il mondo non è affatto ordinato. E' un casino. Io non cerco mai di metterlo a posto".

“Babilonia” è un testo scritto in prima persona da una voce narrante, quella di Élisabeth, che dapprima getta le premesse della vicenda, poi ricostruisce i fatti riferendo la confessione di Jean-Lino, infine conclude riportando l'interrogatorio della polizia; ai vivaci dialoghi si alternano flashback e profonde riflessioni in una prosa efficace, incisiva, sferzante, capace di strappare un sorriso amaro di fronte alle miserie e alle follie dell'uomo.

Ho trovato questo romanzo molto avvincente, l'ho letto tutto d'un fiato; mi hanno coinvolta soprattutto i personaggi: Élisabeth, intraprendente, positiva e capace di gesti di sorprendente bontà ha catturato fin da subito la mia simpatia, mentre per Jean-Lino, carnefice e vittima di un assurdo destino, non si può che provare compassione e tenerezza; un testo che mi ha fatto riflettere sui piccoli grandi drammi che ognuno di noi vive nella monotonia di ogni giorno, drammi che rischiano di sconvolgerci l'esistenza, ma di cui, forse, talvolta sentiamo il bisogno perché, come afferma un'amica di Élisabeth, "le tragedie della vita quotidiana ti riempiono la giornata" (p. 30)





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