Estasi culinarie
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Estasi culinarie.
"Il punto non è mangiare nè vivere, è sapere perchè".
Un critico gastronomico che in punto di morte ripercorre la sua vita attraverso i sapori e le delizie che ha mangiato, è alla ricerca di quel gusto che gli farà chiudere gli occhi con tranquillità ed eccolo lì il bignè del Carrefour!
Ironico, sofisticato, artefatto, chic e raffinato lo stesso stile che ritroveremo poi nell'"Eleganza del Riccio", ma nel suo complesso secondo me inconsistente, fiacco e scialbo: mi ha fatto venire solo una grande voglia di mangiare!
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Ultimo aggiornamento: 22 Settembre, 2009
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Estasi culinarie di Muriel Barbery
Estasi culinarie di Muriel Barbery
Ed. E/O
Monsieur Arthens, il più grande critico gastronomico del mondo, a sessantotto anni, sta per morire. Per ironia della sorte, per un’insufficienza cardiaca, lui che aveva sempre rimproverato agli altri di non mettere abbastanza cuore nella loro cucina e nella loro arte, alla fine manca proprio a lui. Ma morire non ha importanza, solo una cosa gli interessa: cercare e trovare un sapore che gli frulla nel cuore. Un sapore dell’infanzia o dell’adolescenza, una pietanza primordiale e sublime, annidato nel più profondo di se stesso e che, alle soglie della morte, si manifesta come l’unica verità che in vita sua sia stata detta. Nel palazzo lussuoso di rue de Grenelle ( lo stesso de L’eleganza del riccio), si consuma, si fa per dir, questa spasmodica ricerca del “Sapore per eccellenza”. Attraverso la memoria, va a ritroso, nel suo passato Monsieur Arthens, ripercorrendo le tappe più importanti della sua vita: dai piatti poveri dell’infanzia alle prelibatezze di haute cuisine. Le testimonianze a più voci ( i famigliari, l’amante, l’allievo, il gatto, la portinaia Renèe…), ciascuna delle quali prende la parola ed esprime il suo punto di vista sulla grandezza dell'uomo pubblico e sulla miseria dell'uomo privato. Lui, in prima persona, celebra se stesso, di aver elevato un’arte minore, quella culinaria, ad una disciplina tra le più prestigiose e di aver assaporato il profumo inebriante del potere creando e demolendo reputazioni; con la sua penna ha dispensato sale e miele ai quattro venti attraverso giornali, trasmissioni e dibattiti… Uomo dispotico e pieno di sé, ama tra tutti i famigliari solo un nipote, Paul, a lui solo e alla moglie ha confidato la sua angoscia. Il romanzo è l’esaltazione del gusto per il cibo, le ricette sfavillano nei loro colori davanti ai nostri occhi e i profumi quasi pare di sentirli, per non parlare del gusto, dolce e salato; frammenti voluttuosi, poesia precisa, la cucina: un’opera d’arte tra le più sontuose e magnifiche in quanto comprende tutti i sensi…( il pasto si rivela decisamente sinestetico). Un uragano di emozioni, come bolle d’aria che risalgono rapide verso la superficie dell’acqua e, liberate, scoppiano in uno scroscio di applausi. In un finale imprevedibile, Arthens trova quel gusto indefinibile, un sapore ritrovato in un’apoteosi di desiderio autentico e piacere incontrastato!
Le pagine di questo romanzo zampillano di immagini, sensazioni e percezioni quasi erotiche del cibo, tanto sono intrise di emotività ed estasi…(calpestavo l’erba secca e folta del giardino, e in questo sogno di fiori e ortaggi mi inebriavo di profumi). Alcune similitudini di pag. 46 “L’orto” ricordano delle poesie di Pablo Neruda…Il libro presenta, a mio avviso, due pregi: il primo la tecnica narrativa di far parlare i personaggi ciascuno dal proprio punto di vista; il secondo lo stile ricco e sontuoso, ogni parola è cesellata come metallo prezioso e plasmata in un trionfo di modulazioni musicali e poetiche.
L’autrice Muriel Barbery, nata a Casablanca nel 1969 da genitori francesi, ha insegnato Filosofia in un istituto universitario di formazione per insegnanti. Questo è il suo primo romanzo scritto nel 2000 (Una golosità, edito da Garzanti nel 2000 e ora ripubblicato da e/o con il nuovo titolo Estasi culinarie). Ma il suo romanzo successivo L’eleganza del riccio, è stato un vero caso letterario in Francia e un grande best-seller anche in Italia, è stato tradotto in 31 lingue ed insignito di numerosi premi. Ora, l’autrice vive in Giappone, a Kyoto, e sta preparando il suo prossimo libro, probabilmente ambientato in Giappone.
Arcangela Cammalleri
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Estasi culinarie
Il libro è poco impegantivo e molto piacevole. Stupisce non tanto la storia quanto la capacità dell'autrice di portare alla mente del lettore, attraverso la scelta di parole e paragoni azzeccatissimi, sensazioni volatili e eteree come quelle riferibili alla sfera del gusto. Un Libro che fa venire l'acquolina in bocca..
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Come le ciliege
Questo libro ha i capitoli come le ciliege: uno tira l'altro finchè non finiscono.
L'ho trovato molto originale, nella trama e nell'intreccio dei personaggi.
Mi è piaciuto molto leggere tutti i punti di vista delle persone a cui era "legato" il protagonista.
Le descrizioni così vivide, precise e minuziose rendono l'immagine così reale quasi da sentirla in bocca.
E poi, sprigiona una fame! Eheheh
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Ultimo aggiornamento: 13 Ottobre, 2008
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Un libro straordinario
Dopo di avere letto il libro in oggetto e la recensione sul link qui appresso evidenziato, mi sento del tutto inadeguato a farne una io. Mi permetto, perciò di fare un copia e incolla offrendolo al gusto di chi legge questi divertissement di scritture e segnalazioni.
Le parole. Che siano benedette. A volte sono proprio dei maghi. Capaci di vestire le cose con abiti da sera, o comunque di far parlare le persone e le emozioni dove c’è anche l’ombra.Ho sentito una grande scrittrice dire che le parole l’hanno aiutata a catturarla, quell’ombra. Quello che c’è di indicibile forse si può imprigionare soltanto in una grande musica, però. Perché anche le parole a volte incontrano un limite, una barriera pietrosa oltre la quale non riescono ad andare.
In questo libro, storia delicata di un grande gourmande che sta per morire, le parole hanno un’anima. Ed il romanzo lo sente. Di libri ne vengono scritti a iosa. Pochi risuonano come arpe nel vento. L’autrice la conoscete. L’eleganza del riccio ha spopolato le classifiche di vendita. Io non l’ho ancora letto, per la verità. Me ne sono tenuto lontano in modo deciso. Ora, però, dovrò leggerlo. Se la delicatezza è la stessa, è cosa da fare. Estasi culinarie, in francese Une gourmandise, è un pasticcio delicatissimo di rognoncini e foie gras saltati in padella, è un’ostrica mangiata cruda, salata come una vulva selvaggia e rorida, è una torta alle mele con una pasta briseè sottile come uno stradivari.E’ un intrico delle emozioni umane che esplodono e vengono fuori senza più limiti, quando si muore. IN quei momenti le inibizioni si spengono, e gli animi scoppiano. C’è sempre qualche parente che spara a raffica quando un altro muore. La morte non conosce forme. Soltanto, ti uccide. E’ un viaggio in punta di piedi nel paradiso della culinaria, però. Ogni piatto che il grande tasteur ricorda è legato alla semplicità. Un pomodoro alla terra. E’ terra lui stesso. Calore del sole, calore di un ventre che l’ha fatto nascere e crescere grande e rosso e pieno di semi, e con un sugo faraonico che scende quando lo addenti. In campagna. Lì capisci che quel frutto della terra è un regalo del sole all’uomo. Come la zia sola che – senza istruzione – capiva quando era maturo come gli altri frutti dell’orto. La semplicità. Quella che usa chi fa nascere un crudo da un pesce pescato da poco. Il pesce crudo diventa una creatura silenziosa, a metà tra l’aereo ed il materiale, che si scioglie dentro la bocca. Ed il mare senti ancora stormire nell’orecchio. Così come lo zio scapolo riesce a cucinarsi piccoli, minuti, gamberi in padella con un goccio di cognac, e poi li mangia davanti ad un bicchiere trasparente in cui versa un gran vino. Quello che fa la differenza è la semplicità. E la vita. Vivere è cosa importante. Anche qui la scrittrice fa capire quanto importante sia giocarsi la partita quando sei al mondo. E lo fa con una grande dose di entusiasmo e di carnalità. In queste pagine che servirebbero a molti commentatori di cucina dei giorni nostri, c’è posto anche per la materia. Quella più grassa di certi pittori fiamminghi dove l’opulenza è veramente umana. Ogni capitolo viene fatto recitare da un personaggio diverso. E’ come se cento occhi diversi vedessero la stessa situazione e la giudicassero diversamente. La cameriera ci fa sapere che lei stima il suo signore perché gentile con lei e perché scorreggia a letto. Dice che l’uomo che lo fa, ama la vita. La delicatezza però sta anche qui.La Barbery è scrittrice che non bada all’effetto soltanto per sé. Parla di cose profonde. Con semplicità. Quando parla del whisky scrive la storia di una bevuta che tutti i santi bevitori dovrebbero leggersi. Quando il whisky ti scende giù e senti una tempesta in bocca, e poi un colpo secco ma preciso al plesso solare, e poi iodio in bocca, beh, sei sicuro che l’oceano è entrato in te. Ecco perché i vini sono strass scintillanti ed amabili, donne da carezzare su di una coscia mentre l’aria si rinfresca, ma il whisky – e poi la birra – diventano gli scalmi di un uomo entro i quali riporre con fiducia due remi spessi come legni.
Il viaggio continua.E’ sempre diverso. Anche se a parlare è persino un gatto, che poi ricomparirà in L’eleganza del riccio. E’ un romanzo stereofonico, dove le voci sono diverse ma tu puoi ascoltarle tutte insieme. Perché ciò che le unisce è comunque un uomo capace di amare la vita e di darle una bella manata in faccia. Ti accorgi di una cosa, ogni volta. Quando arrivi in alto, ti guardi sempre in giro per ritrovare quello che forse hai paura di aver lasciato indietro.I sorbetti all’arancia, od al mandarino, sono come quelli di tua nonna. I gusti che ricerchi sono proprio quelli che avevi sulla lingua quando eri piccolo. E’ un ritorno all’infanzia questo diario di un viaggio spietato verso la morte. E’ un libro che sta a metà tra Ratatouille – vi ricordate la figura del critico che gusta la ratatouille appunto come la mangiava da bambino – e Vi presento Joe Black dove un uomo viaggia verso la morte. Consapevolmente e con la certezza che essa arriverà quanto prima e lo chiamerà per farglielo sapere. Anche se un uomo come lui non dovrà aver paura.Ed anche se ciascuno di noi non è niente senza gli altri. L’importante non è vivere, o vivere per mangiare, l’importante è sapere perché.
A questo conduce il viaggio culinario. Ad una ricerca tra i mille risvolti di una bella vita. Un uomo che ha avuto tutto si ritrova a morire e chiedere un bignè. Non un prete ma una semplice pasta. In cui prova a trovare Dio, quello contro cui aveva scritto per tutta una vita. E’ una conversione in extremis e vissuta oltretutto con un bignè del supermercato. Neanche di una pasticceria raffinata, o di nicchia. No, di un comunissimo supermarchè. Ciò che torna è quindi soltanto questo. Puoi girarci intorno, puoi vestirti con il cachemere, puoi mangiare caviale beluga a sciami, puoi bere Cristal e Dom Perignon a fiumi, ma sul letto di morte non conta un cazzo di niente. Vuoi tornare ad essere bambino e vuoi vicino a te tutto ciò che da bambino ti è piaciuto. E ti ha scaldato la vita. Un pomodoro oppure un bignè che ti mangiavi quando uscivi da scuola. Sul letto di morte torni da dove sei arrivato. Ed è subito sera. Non c’è tristezza, però. C’è soddisfazione per avere capito quello che un’intera vita di gourmandise ti aveva fatto perdere. La bellezza di stare insieme. Semplicemente. Tutto qui. Niente di più. Niente di meno. La vita.
Alberto Pezzini
Lunedì 13 Ottobre 2008
http://www.sanremonews.it/it/internal.php?news_code=72883
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