Il destino dei Malou
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Georges Simenon, nato a Liegi nel 1903, morto a Losanna nel 1989, ha lasciato centonovantatré romanzi pubblicati sotto il suo nome e un numero imprecisato di romanzi e racconti pubblicati sotto pseudonimi, oltre a volumi di «dettature» e memorie. Il commissario Maigret è protagonista di 76 romanzi e 26 racconti, tutti pubblicati fra il 1931 e il 1972. Celebre in tutto il mondo, innanzitutto per le storie di Maigret, Simenon è anche, paradossalmente, un caso di «scrittore per scrittori». Da Henry Miller a Jean Pauhlan, da Faulkner a Cocteau, molti e disparati sono infatti gli autori che hanno riconosciuto in lui un maestro. Tra questi, André Gide: «Considero Simenon un grande romanziere, forse il più grande e il più autentico che la letteratura francese abbia oggi»; Walter Benjamin: «… leggo ogni nuovo romanzo di Simenon»; Louis-Ferdinand Céline: «Ci sono scrittori che ammiro moltissimo: il Simenon dei Pitard, per esempio, bisognerebbe parlarne tutti i giorni».
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Ultimo aggiornamento: 15 Aprile, 2012
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REALISMO DELLA PERCEZIONE
Una macchia nera in fondo agli occhi è il solo marchio indelebile della razza dei Malou: oscure sono le loro origini, considerato che del capostipite la sua stessa famiglia non possedeva neppure una fotografia. Si trattava di un analfabeta, proveniente da un luogo imprecisato dell’Est Europa, che aveva fatto il cavapietre in un paesino della provincia francese e aveva sposato un’ubriacona. Il di lui figlio, Eugène, è un avventuriero, imprenditore senza successo, che accumulando debiti dà alla famiglia un lusso precario. Il suo suicidio costituisce il punto di partenza del romanzo: è il momento in cui entra in scena il diciasettenne Alain, l’ultimo rappresentante della stirpe, colui che costituisce “il terzo anello della catena”, “il futuro, di cui suo padre non sapeva niente”. L’autore nel descrivere il passaggio del ragazzo all’età adulta penetra a fondo lo stato d’animo ondivago di chi sente l’urgenza di costruirsi un’identità in un mondo che non pare offrigli appigli: Alain vive abbandonato a se stesso, respinto dall’egocentrismo edonistico della madre e della sensuale sorella, disprezzato dal paese; cerca pertanto le tracce del genitore defunto, considerandolo l’unico punto fermo in una realtà ambigua e sfuggente. Quello di Simenon è una sorta di realismo della percezione: persone e cose si stagliano nella loro concretezza, ma subito su di esse cala lo sguardo ipersensibile di un osservatore nascoste che ne enfatizza i dettagli emotivamente rilevanti, come ad esempio le luci discrete accese dietro la finestre che fanno pensare alle “candele di un tempo”. L’anonima voce si fa quasi subito da parte per lasciare spazio all’interiorità sofferta del protagonista: i momenti saliente della tragica vicenda sono come avvolti dalla nebbia ed è la vista offuscata dell'adolecente Alain, ovvero di chi da una crescita imposta precocemente dalle circostanza è costretto, dopo aver messo a fuoco sforzandosi oggetti ed individui, a rifiutare o a scegliere. E alla fine del lungo percorso chi diventerà l’ultimo Malou? Un avventuriero come il padre o qualcosa di diverso? Il suo romanzo di formazione non prevede una conclusione, forse per lasciare a chi legge l’illusione che un destino non sia mai prestabilito.









