Il processo
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Opinioni inserite: 5
Ultimo aggiornamento: 15 Agosto, 2012
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Magnifico incubo
Il processo narra la storia di Josef K., un uomo di successo, che viene messo al corrente, un giorno qualsiasi e inaspettatamente che è in stato di arresto.. niente di straordinario si potrebbe pensare, se non per un piccolo dettaglio: il motivo è sconosciuto. Anche il signor K., come Gregor Samsa, il commesso viaggiatore trasformato in scarafaggio ne La metamorfosi, si trova improvvisamente, una mattina, a dover accettare un' assurda e ostile realtà che lo porterà giorno per giorno al logoramento. K. passerà dal voler combattere per scoprire i motivi del suo arresto, alla tormentata esistenza di un condannato che cerca di discolparsi..anche se non sa da cosa! Quella delineata da Kafka è una realtà estremamente negativa, sordida. Il protagonista si muove tra gente corrotta e viscida, assurdi tribunali. Il lettore è portato ad immedesimarsi in K. e così come il povero imputato, finisce per accettare la folle situazione in cui si viene a trovare come fosse un dato di fatto, non si chiede più quale possa essere l'accusa ma la si accetta impotenti. Almeno a me ha fatto quest'effetto. Mi sono sentita totalmente coinvolta e partecipe degli eventi. La lettura non è piacevole, mi spiego meglio, la sensazione che ho avuto nel leggerlo è stata di straniamento, ansia quasi e impotenza. E' un libro che mi ha coinvolta ma non è di certo una lettura facile nè leggera. Il processo è un libro cupo che, per le sensazioni che mi ha dato nel leggerlo, mi sento di associare a 1984 di George Orwell e a Gente di Dublino di James Joyce, in particolare per la sensazione di immobilità e impotenza che mi ha trasmesso. Lo stile è freddo ed essenziale, si tratta di un'analisi puntuale e disincantata del "marcio" del sistema burocratico e della società nella quale vive K.
L'impossibilità di agire
Con Kafka ci avventuriamo nei meandri dell’alienazione mentale, remissiva al controllo di un vettore, istituzione, o più specificatamente della collettività; anch’essa alienata da altri connotati esterni.
Il Processo, libro postumo dello scrittore praghese, pubblicato nel 1925, si presenta come un’esemplificazione della solitudine sofferta dall’individuo nei confronti della burocrazia.Joseph K., alterego di Kafka e protagonista della vicenda, percorsa da dialoghi che sfociano in una narrazione da teatro dell’assurdo, è processato e poi condannato per una colpa non commessa, ignota al tribunale stesso.Egli stesso cercherà di far luce nei confronti dell’accusa, vagando da stanze chiuse a luoghi vorticosi, da aprassia ideativa a impossibilità della confutazione giudiziaria.
Lo stile del libro è volutamente straniante, reso mediante la ricerca di un linguaggio spersonalizzante.Ecco che allora i personaggi divengono totalmente scarnificati, incapaci di un’espansione affettiva, i quali possono essere riconducibili alla cinematografia di David Lynch.Un buco nero circondato da una parete di specchio, dentro il quale diventa difficile lasciare spazio all’emozione, cancellata da un supplizio che crea spazi claustrofobici, labirinti della mente e soprattutto un evidentissimo spaesamento del proprio diritto di difesa nei confronti della società accusatrice.
Einaudi ci propone l’edizione tradotta da Primo Levi, quando il libro sembra offrirsi come un’allegoria alle dolorose sevizie inflitte agli ebrei durante il secondo periodo bellico che trascinò il mondo nel novecento.
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Ricordo di un bacio mai dato
Partendo dal presupposto che commentare Kafka è come commentare uno di quei sogni che hai fatto la notte ma che al mattino poi non ricordi del tutto bene , penso che non ci sia da scrivere molto su questo libro anche perché le cose a cui ti fa realmente pensare non le scriveresti mai. Un dolore fortissimo dalla prima all'ultima pagina , un'ansia continua e interminabile , una tristezza paradossale , ma che bella tristezza ! Josef K. , il protagonista impiegato di banca , la mattina del suo trentesimo compleanno riceve la visita di due uomini sconosciuti che gli comunicano che è in arresto e che è iniziato un processo a suo carico. Da questo momento in poi Kafka non svende la sua arte al mercatino delle pulci dell'erotismo ma si abbandona all'assenza di desiderio , alla contemplazione da oggetto a oggetto , al riguardarsi in atteggiamenti osceni ." Il più grande pornomane, pornografo, è Franz Kafka, non è Sade. Va assolutamente sottratto all' Eros e restituito a quello che è: l'unico , il vertice del porno , da Adamo a voi."
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Nonsense!
è il primo libro di Kafka che leggo e non c'è che dire,pazzesco!
Lo stile non riflette l'angoscia che in realtà il racconto racchiude, ci lascia sempre in sospeso come se alla fine ci dovesse essere un lieto fine o comunque un calo di tensione narrativa.
La storia è ciò che di più assurdo ho letto dopo Lewis Carrol, in realtà non riusciamo mai ad arrivare veramente a capo della questione.
Gli spazi descritti sono claustrofobici e inquietanti così come i personaggi vari incontrati dal protagonisti ci scoraggiano e ci opprimono spesso senza una reale motivazione.
Il libro si sa rendere piacevole pur non essendo per nulla ameno.
Per apprezzare questo libro, però, bisogna avere un buon background letterario.
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Ultimo aggiornamento: 05 Dicembre, 2011
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"Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K."...
Con lo stile semplice che gli è proprio, quasi con noncuranza, come se narrasse una piccola disavventura capitata ad un uomo qualunque in un giorno qualunque, Franz Kafka racconta l'incubo, l'angoscia, i passi insidiosi e inesorabili di qualcosa che si impadronisce della vita di un promettente impiegato di banca. Quello che all'inizio sembra essere solo uno scherzo di cattivo gusto, col passare del tempo si rivela un peso opprimente da cui è difficile liberarsi e che suscita vergogna. E' un dito puntato contro, un'accusa non meglio specificata contro la quale Joseph K., il protagonista, deve difendersi. Il tribunale che tratta la sua causa - lo stesso imputato non osa dirlo ad alta voce - si trova in un solaio, a cui si accede attraverso un labirinto di corridoi dall'aria irrespirabile. Nessuna certezza su ciò che è giusto o sbagliato fare, nessun appiglio che dia garanzie di affidabilità. Così, pur professandosi innocente, K. appare sempre più rassegnato al destino che giudici sconosciuti hanno deciso per lui. Nel libro c'è l'assurdo tipicamente kafkiano, che a volte fa persino sorridere, ci sono personaggi (fino a che punto coinvolti non è dato sapere) che se ne escono a sorpresa con frasi inquietanti, lasciando intravedere una verità che aleggia fin dalle prime pagine: la condanna, se non è già scritta, è quasi certa. Il finale è agghiacciante, un autentico pezzo di bravura. Qualcuno ha visto in quest'opera una premonizione della Shoah (lo scrittore boemo apparteneva ad una minoranza ebraica di lingua tedesca), ma è solo una delle chiavi di lettura di un romanzo che mette implacabilmente in luce le paure più profonde dell'essere umano.










Opinione inserita da Efix 22 Marzo, 2012