L'insostenibile leggerezza dell'essere
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Opinioni inserite: 19
Ultimo aggiornamento: 08 Mag, 2013
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Nietzsche e la 'Primavera di Praga'
Se siete grandi appassionati di Nietzsche ed avete voglia di mettere alla prova le impressioni, positive o meno, che la sua filosofia vi ha lasciato, allora questo è il libro cucito su misura per voi. E ci penserà già l'ossimorico titolo a mettere in crisi i filosofi meno 'ferrati'.
Kundera ha il grande merito di comporre un romanzo in cui miscela omogeneamente le componenti filosofica e storia, riuscendo a costruire una solida trama pur senza porre grandi attenzioni alle vicende vissute dai suoi personaggi;
Si parte con una riflessione sul dualismo 'leggerezza-pesantezza', con l'autore che si prodiga per sostenere esplicitamente le teorie anti-relativiste, avvicinandosi ad abbracciare la teoria nietzschiana dell'"eterno ritorno", anche se non disdegnerà affatto nel muovergli un paio di critiche.
Questa digressione lascia poi spazio al nocciolo principale dell'intero romanzo: la ricerca di un significato 'noumenico', di un vero significante, di un'essenza profonda, di un senso concreto alla vita terrena, aborrendo totalmente i concetti estemporanei (fino a quanto?) di 'coincidenza' e di 'casualità'.
E' inutile aggiungere che le conclusioni tratte dal Kundera sono tutt'altro che superficiali ed aleatorie, e questo risulta essere un altro punto a favore per giudicare positivamente questo romanzo.
Altri temi secondari, ma comunque trattati con grande puntigliosità, riguardano il contesto storico-sociale della 'Primavera di Praga', l'amore in chiave anti-romantica ed un continuo riferimento al pensiero di Nietzsche, che si risolve spesso in un giudizio positivo, ma non per questo non contradditorio.
In riferimento a quest'ultimo punto, voglio farvi notare la struttura 'circolare' del romanzo: i primi due capitoli vedono protagonisti Tereza e Tomas, mentre il terzo si dedica alle vicende amorose fra Sabina e Franz. La prima coppia ritornerà poi protagonista nei due successivi capitoli, poi il sesto vedrà presente tutto il quartetto, ed il settimo, conclusivo, vedrà nuovamente in scena Tereza e Tomas, come a voler chiudere ciclicamente un cerchio che dovrà poi ripetersi e ripetersi fino all'infinito.
Ma, a confutazione di questa ipotesi, Kunderà stesso scriverà che 'Il tempo umano non ruota in cerchio ma avanza veloce in linea retta. E' per questo che l'uomo non può essere felice, perché la felicità è desiderio di ripetizione'.
Quindi, mi sorge spontanea una provocazione: non è che il romanzo, sin dal titolo, vuole essere un implicito 'scimmiottamento' del pensiero del solito Nietzsche? La risposta la troverete leggendo il testo, non posso dirvi di più.
Un sentito ringraziamento alla mia cara amica Martina per avermene consigliato la lettura.
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Eleganza e abilità introspettiva
La definizione "sopravvalutato" non deve essere un fattore che ci allontani in modo decisivo dalla lettura,ma un ulteriore stimolo ad affrontarla,cercando di trovare in questa nuovi significati che possano discostare il nostro giudizio da quello comune. Esiste soddisfazione più grande di quella piccola sensazione di unicità che proviamo noi lettori dinanzi al contatto con i nostri libri?
Kundera ne è la dimostrazione concreta:un libro non ha un valore positivo o negativo,ma è,nel bene e nel male.
La grande commedia umana viene rappresentata dall'autore ceco mediante la descrizione di quattro poli,che si attraggono e si respingono reciprocamente,fino a ritrovarsi totalmente isolati dinanzi al confronto finale con la vita.
Il giudizio del lettore si discosta dagli iniziali presentimenti di masturbazione intellettuale(che partono dal titolo e sono alimentati dalla "leggerezza" dei riferimenti filosofici delle prime pagine) arrivando a riconoscere la grande abilità dell'autore nella lucida e fredda analisi dei protagonisti,dall'alta abilità tecnica e dallo stile elegante e raffinato (che non rinuncia a una piccola dose di estetismo).
L'evasiva Sabina e il sognante Franz,il "leggero"(in senso kunderiano) Tomàs,legato alla drammatica figura di Tereza da una compassione schopenhaueriana:i protagonisti della vicenda si fondono nel drammatico scenario dell'occupazione russa di Praga. Proprio in questa parte del romanzo arriva la conferma definitiva dell'abilità stilistica dell'autore: la tragicità dell'evento storico viene affrontata dall'interno dei protagonisti,in un meccanismo diametralmente opposto a quello a cui siamo abituati ad assistere. Realtà e aspirazioni dei personaggi si unificano alla spietata analisi dell'evento,che riflette il difficile rapporto che ancora associa Kundera con la propria patria.
Sorprendentemente l'autore cerca di fornirci anche una soluzione all'estrema complessità del carattere umano,concludendo il romanzo con un omaggio alla fedeltà,unico elemento che riesce ad allontanarci dalla disperazione del resoconto finale,in una summa dell'esistenza idealizzata nella semplicità del mondo rurale,rifugio dagli estremi viziosi della Storia.
Appare proibitivo dare un'interpretazione lineare al romanzo:le sfumature percepite da Kundera sono molteplici,labili. L'autore ci fornisce un disegno della estrema complessità dell'animo umano,fatto di mille colori:caldi,freddi,sfumati,così confusi da non distinguerli l'uno dall'altro.
Un quadro di rara abilità stilistica.
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Ultimo aggiornamento: 07 Mag, 2013
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Leggerezza o Pesantezza?
Le prime pagine di questo libro mi hanno subito colpita appena le ho lette, ma ne è trascorso di tempo prima che riuscissi a finirlo.Infatti ho provato e riprovato a leggerlo in passato, ma dopo poche pagine abbandonavo la lettura. Poi è arrivato IL momento... Era un periodo un po' cupo, di quelli che ti sorprendono a chiederti "come mai mi sento così triste se non mi manca niente in particolare?". Ed ecco il destino, il karma, il fato, o come meglio preferite chiamarlo che si prende la briga di portarmi LA risposta a quella domanda. Ed è meraviglioso quando trovi la soluzione a quel dubbio che ti era venuto troppe volte, ancor più meraviglioso se la soluzione la si trova all'interno un libro: è una magia, un incantesimo. E' una delle cose più belle che ti possa capitare, sopratutto quando vivi un momento pieno di tante cose, ma allo stesso tempo vuoto... vuoto di quel di cui realmente hai bisogno. "L'insostenibile leggerezza dell'essere" mi ha donato LA RIVELAZIONE. Una volta finito mi sono sentita più umana, perchè Kundera ha scritto ciò che ognuno di noi prova, ma non azzarda dire... ha scritto a proposito dei nostri desideri più reconditi, delle nostre emozioni più segrete. Non le accettiamo, perchè Amorali, Anormali, Anomale...ma questo siamo noi. La vertigine, quella paura che proviamo quando ci troviamo "in cima" alla montagna, in cima nella propria carriera, in cima alla gerarchia sociale, in cima alle emozioni, non è "paura" di scivolare nel burrone che guardiamo dall'alto, ma è VOGLIA... terribile voglia di caderci in quel burrone, scivolare, perdere l'equilibrio e essere travolti dalle onde, mettendo a rischio la nostra vita, la nostra dignità, i nostri valori. Perchè solo così siamo umani: solo vicino alla terra, o ancor meglio...sotterrati dalle paura, dai dubbi, dalle angosce. Solo così ci sentiamo vivi davvero ed ecco la ragione per cui, appena iniziamo a staccare i piedi dal suolo, un richiamo primordiale ci supplica di tornare ad essere chi siamo davvero: UMANI. . E' un libro che arricchisce, e, almeno nel mio caso, porta risposte.
E' stupefacente come una lettura possa cambiare il nostro modo di pensare: dopo che l'ho finito mi sono posta una domanda "cosa preferisco io? La pesantezza o la Leggerezza?"
La mia risposta è stata inequivocabilmente una:
LA PESANTEZZA.
Buona Lettura.
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Divulgazione dei sentimenti (filosofici) in prosa
Milan Kundera ripercorre per certi versi quella ch'era la tradizione antica, ovvero divulgare mediante un'opera lettararia (un poema, quasi sempre) teorie filosofiche. L'opera di Kundera è qualcosa che oscilla tra la filosofia o, meglio, la divulgazione filosofica letta in chiave moderna e la narrazione dal tempo prettamente sfasato dove ricorrono analessi e prolessi senza una regola precisa e i protagonisti sono travolti dai loro sentimenti e dagli avvenimenti storici letti proprio come qualcosa di soffuso e sotteso che porta gli animi dei protagonisti a rincorrersi e a cercarsi nelle avversità. Sicuramente il lavoro ch'è stato svolto per una trama del genere non è poi così complesso penseremmo se non tenessimo presente la grande circolarità mentale che Kundera deve aver necessariamente tenuto con tutti quelle sue prolessi e analessi in gioco; ma in se per se la trama del romanzo si rivela semplice. Quello che L'insostenibile leggerezza dell'essere porta tra le sue pagine è un elevato valore filosofico; Kundera piega la filosofia (specialmente quella antica di marchio greco) e la lascia insinuare nei sentimenti dei protagonisti, un pò ci ricorda l'opera di Lucrezio, il De rerum natura, però scritto in prosa; comunque la lettura per chi è un pò inesperto di filosofia risulta per certi passi criptica, perfino ostica. Difficile inquadrare con certezza l'opera in un genere letterario codificato, probabilmente questo è uno dei pochi esempi di letteratura contemporanea che, mediante una storia, una trama, un romanzo, diviene anche fonte di confronto tra le diverse filosofie che ci circondano o che inconsciamente la nostra mente adotta perchè erede di un pensiero antico e fondamentale per tutto l'Occidente e, probabilmente, per tutto il mondo.
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Ultimo aggiornamento: 07 Settembre, 2012
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Leggerezza
Molte cose vengon dette, eppure.... eppure sento di non aver imparato nulla.
Non ho un'idea chiara neppure su quello che mi sto cingendo a scrivere in questa recensione, perchè questa lettura ha trattato vagamente di molto, ma in realtà non mi è rimasto impresso un granché.
Andiamo con ordine: cioè che svilisce il libro, a mio avviso, è la tecnica narrativa. L'alternanza fra saggio filosofico e romanzo non mi ha incuriosita, anzi, la sentivo come un ostacolo! Quando la storia diventa interessante, e desidero saperne di più sulle vicende dei personaggi, ecco che arrivano a raffica digressioni filosofiche che, seppur interessanti, si frappongono tra me e il filo logico del racconto (mi è capitato di dimenticare episodi che ho dovuto ricontrollare in seguito).
Lo scopo del romanzo mi è quindi ignoto, o posso solo supporre: i personaggi con le loro storie sono solo dei mezzi di cui Kundera si serve per la sua spiegazione: leggerezza-pesantezza, anima-corpo. Non ho apprezzato il metodo con cui spiega ogni situazione: mi si spiega dettagliatamente la ragione di alcuni comportamenti, il perchè delle scelte, mi si spiegano persino i sentimenti e si enuncia una conclusione. Non lascia parlare i fatti, mentre avrei preferito utilizzare la mia personale intuizione.
Il mio istinto, però, si è legato irragionevolmente ad alcuni particolari che mi hanno reso questo romanzo indimenticabile. In Primis, la figura di Tereza. E' un'eroina romantica, appare con Anna Karénina in mano (libro che è restato nel mio cuore), ama con passione Tomas, nel contempo detesta sé stessa così simile alla madre... Un personaggio unico che non si può non amare. Anche Tomas mi è caro, sebbene non capisca come possa non stancarsi mai delle sue scopate (donne giovani, brutte, strane...) e non riuscire ad apprezzarne UNA SOLA. Ama davvero Tereza? Non saprei. Non so come possa amarla, o cosa intenda allora per amore. Ero dal parrucchiere quando ho letto della morte del cane Karenin, e mi sono sentita così stupida a singhiozzare in pubblico, guardando il mio viso riflesso nello specchio. Finalmente qualcuno concorda con me nel tenere un maiale come animale addomesticato ^*^ Mefisto!
Non esiste nessun Ess muss sein, tutto è assolutamente casuale. Casualmente mi sono imbattuta in questo libro, la leggerezza.
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Leggerezza e pesantezza
Ogni istante, ogni azione, ogni gesto è irripetibile. Eppure non ce ne rendiamo abbastanza conto. Questo libro appare come un testo in continua mutazione, è un continuo gioco tra presente e futuro, presente e passato, leggerezza e pesantezza, presenza e assenza. E' un libro costruito ad arte ed è molto armonioso, ti prende per mano, fa emozionare e fa riflettere su noi stessi, sulle debolezze, sui sogni, sulla profonda differenza fra l'idea che abbiamo di noi stessi e quella che gli altri hanno di noi. E' un libro che si presenta come una fusione di tre stili: romanzesco, storico, filosofico. Lo stile che mi ha dato più spunti di riflessione è stato quello filosofico perchè ci sono profondi conflitti dvanti ai quali il lettore è contrapposto. Sicuramente consigliata anche la rilettura, dopo circa dieci anni: quando lo rileggi, ti dà ancora qualcosa di nuovo.
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Il peso dell'eterno ritorno
Un romanzo dove l'impostazione filosofica appare chiara fin dalle prime pagine, la dottrina dell'eterno ritorno evocata fin dall'incipit sarà una sorta di filo conduttore dell'intera vicenda. Dall'eterno ritorno Kundera fa derivare la responsabilità etica delle nostre azioni, se tutto è destinato a ripetersi eternamente è chiaro che sull'individuo pesa una responsabilità enorme mentre agisce, dovendo eventualmente sopportare un senso di colpa altrettanto eterno. Un romanzo scorrevole e intriso di filosofia che trascinerà il lettore nei meandri dell'interiorità umana.
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saggio o romanzo?
La tecnica e l’idea di fondere il saggio al romanzo non sempre sortisce risultati gradevoli. Un buon esempio è “Il mondo di Sofia” di Gaarder (ultimo letto del genere); un cattivo esempio è questo di Kundera.
L’aggettivo “cattivo” fa intendere già un giudizio sul libro, che però vorrei scindere in più parti. La prima riguarda il romanzo vero e proprio, la storia d’amore, per intenderci, tra i due protagonisti Tereza e Tomas (insieme e intrecciata all’altra di Sabina e Franz). La mia opinione è che non siamo di fronte a storie indimenticabili, forse anche perché tutto viene inframmezzato ripetutamente da osservazioni di carattere filosofico (non sempre apprezzabili) e da analisi politico-ideologiche, visto che la trama ha come contesto principale Praga e l’invasione del regime comunista in Cecoslovacchia.
Ciò che meno ho apprezzato, però, è l’impostazione saggio/romanzo. Ma ci arrivo subito. Ancora un attimo.
Cult degli anni ’80, l’opera di Kundera è probabilmente uno di quei romanzi sopravvalutati, vuoi per una serie di circostante (non ultima un’abile promozione), vuoi per l’eccellente scelta del titolo (dicono che anche “La solitudine dei numeri primi” deve molte delle sue vendite all’effetto di trascinamento del titolo), vuoi per il contesto politico degli anni ’80 che consentiva ancora analisi ideologiche come quelle presenti nel libro.
Ma veniamo al problema saggio/romanzo.
Qui non funziona affatto e non per i limiti di questa spesso ardita operazione di fusione delle due tecniche, ma perché Kundera applica le tecniche proprie del saggio (enunciazione, spiegazione, conclusione) anche al romanzo, cosa che avvilisce spesso il lettore, sminuendone le possibili (e seppur minime) capacità intellettive e prosciugando la narrazione di ogni fascino legato al “territorio aperto” in cui accompagnare il lettore e lasciarlo, salvo chiare indicazioni, libero di peregrinare come vuole.
Mi spiego. Passo a qualche esempio perché i soli concetti astratti talvolta offrono poco.
Per non dilungarmi vorrei fare riferimento a numeri di pagine per le citazioni, ma le diverse edizioni non consentono questo metodo. Un po’ di pazienza, allora.
Kundera ad un certo punto scrive (tralascio il motivo per cui lo scrive) “Questa situazione mostra con evidenza che nella madre l’odio verso la figlia…” Bene, un autore, almeno secondo la mia idea di romanzo, non dovrebbe “spiegare” ciò che scrive, ma lasciar parlare i fatti, sempre che questi per contenuto e costruzione siano in grado di parlare da sé. Pertanto, non ho bisogno di uno che mi dica “cosa” mostra con evidenza una situazione.
Non è un passaggio isolato quello che ho proposto.
Perché Kundera insiste.
S’incontrano spesso delle domande nel corso del romanzo, domande alle quali non sono i fatti a dare risposte (come dovrebbe) ma l’autore. Ad esempio, scrive “Perché, allora, si ripeteva ogni giorno che la sua amante voleva lasciarlo? Non riesco a spiegarmelo se non col fatto che per lui…” oppure “E perché era proprio Tomas a sparare, e perché voleva sparare anche a Terza? Perché era stato proprio lui a mandare Terza tra di loro. È questo ciò che il sogno voleva dire…” (spiegazioni addirittura dei sogni; a questo punto mi leggo un saggio di Freud…)
L’apice Kundera lo raggiunge quando a un’affermazione di Tereza (“Voglio che tu sia vecchio. Più vecchio di dieci anni. Di vent’anni!”) imperterrito aggiunge “Con questo gli voleva dire: Voglio che tu sia…”
Insomma, il romanzo paga un forte tributo a questa tecnica di narrare, finendo per indispettire il lettore (almeno me, come lettore). E questo porta a venare la narrazione di crepe la cui dimensione aumenta proporzionalmente col numero di pagine e che svilisce alcuni buoni intenti del saggio e del documento politico-ideologico.
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Ultimo aggiornamento: 22 Agosto, 2011
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L'insostenibile leggerezza dell'essere
Mha, non lo considero un Capolavoro con la C maiuscola, ma non mi trovo d'accordo neanche con qualche recensione precedente, davvero troppo severa. Tralasciando di riassumere la trama, riconosco che lo stile non sia dei più elaborati, ma non sempre uno stile cavilloso è sinonimo di contenuto valido. Piuttosto rimprovero all'autore di aver voluto giocare troppo su interpretazioni "psicanalitiche" un po' sempliciotte riguardo alla natura dei personaggi. Nel complesso comunque si tratta di un buon romanzo, piuttosto scorrevole, con uno stile misurato ma piacevole, e un contenuto interessante, che ogni tanto tra le pagine dispensa qualche verità non troppo scontata sui meccanismi che si innescano nelle relazioni umane. Non è un libro destinato a una ristretta elite di intellettuali, questo no. Non è un libro che ha le carte in regola per essere annoverato tra i grandi classici della letteratura, no. E' solo un libro piuttosto intelligente, che tutti possono capire. E' un romanzo che trae dei presupposti da alcune teorie filosofiche, ma non pretende di essere un trattato di filosofia. Nonostante ciò ha delle pagine interessanti, per esempio quelle riguardo alla teoria del "diabolico dono della comprensione" che spesso unisce gli amanti e li condanna a "patire" insieme, a portare il proprio dolore o le proprie emozioni sulle spalle, aggravate dalla perfetta e lucida comprensione anche del dolore e dell'emozione dell'altro. Ripensandoci ora, a distanza di circa un anno dalla lettura, riconosco che più che per la vicenda in sè o per lo stile, questo libro si fa ricordare come un'ottima fonte di citazioni. Però su...abbiamo letto tutti decisamente di peggio. Lo consiglierei, assolutamente. Senza farvi troppe illusioni, però leggetelo.
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Di insostenibile, qua, c'è solo il libro
Tutto qui?
Il tanto decantato “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, libro-culto degli anni ’80 con tanto di quarta di copertina - nell’edizione Adelphi - di Italo Calvino, è davvero solo questo?
Modesto nella trama (che si può ridurre al quadrilatero Tereza ama Tomas, Tomas ama Sabina, Sabina è amata da Franz ma non sa cosa vuole dalla vita), sempliciotto nello stile: ho letto di gente che l’ha trovato ostico. Dove, di grazia? Sembra scritto da un bambino! Si procede per coordinazioni, la sintassi è poco sviluppata e la frase più lunga che ho letto è di due righe e mezzo (il mezzo è importante, eh). Per non parlare del lessico; ma quello può essere ‘colpa’ della traduzione: ho attivato l’opzione ‘beneficio del dubbio’, se ve lo stavate chiedendo.
Non so, mi ha delusa. Tutta la bellezza promessa dalla fama che lo precede si ferma al titolo. Il resto è solo un presunto e spicciolo pistolotto filosofico di stampo esistenzialista che sostanzialmente gira a vuoto. Il libro si basa sul motto tedesco “Einmal ist Keinmal”, e cioè ciò che si verifica una sola volta è come se non fosse mai accaduto. Spunto interessante sviluppato nel peggiore dei modi: secondo Kundera – che ce lo fa sapere in mezzo capitoletto – ognuno di noi compie delle scelte nella propria vita che non servono a modificare il corso dell’esistenza, in quanto sono leggere.
Perché, mi chiedo, fermarsi alla teoria e non approfondire?
Perché Kundera è pigro, o forse non sa scrivere. O forse è talmente bravo che sa come si fanno i soldi. Perché Kundera è il papà di Coelho, abile nel vendere a peso d’oro banalità disarmanti.
Ho trovato classici dell’Ottocento molto - molto! - più moderni di questo libro scritto un ventennio fa. Per cui parliamoci chiaro e non diciamo che all’epoca le idee erano geniali, e che adesso chi lo legge lo può giustamente trovare ‘passato’. L’epoca in questione è vent’anni fa, svegliamoci.
Leggete piuttosto Hugo o Tolstoij, loro sì che scrivevano in un’epoca diversa dalla nostra e, guarda un po’, sembra di leggere qualcuno che abbia scritto ai giorni nostri.
Non sprecherò altre parole su questo libro.
Concedetemi solo un ultimo aggettivo: sopravvalutato.
Se ne avete sentito parlare (e molto bene, suppongo) non fatevi cogliere dalla curiosità insaziabile e fatene a meno. Mi ringrazierete.
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Ultimo aggiornamento: 15 Novembre, 2010
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L'insostenibile pesantezza di Kundera
Si tratta di un testo molto intenso che non lascia certo indifferenti.
Nel libro la storia d'amore di Tomas e Tereza e quella di Sabina e Franz si sviluppano parallelamente e si incastrano nel contesto storico-politico della cecoslovacchia nei primi anni ottanta.
Kundera analizza le correlazioni tra il pensiero politico imposto da un regime ditatoriale comunista e la vita dei personaggi e loro modo di pensare.
Compone un quadro psicologico estremamente reale dei protagonisti, analizzando le motivazioni che determinano i loro comportamenti e i loro pensieri, rivelando dietro a decisioni importanti una semplicità fredda e disarmante.
Ne risulta un testo pesante, di una tristezza indescrivibile.
Si susseguoni immagini strazianti (mi viene in mente l'emblematica cornacchia seppellita), muoiono tutti, compreso il cane, al termine di una lenta agonia fisica o psicologica che rende la lettura faticosa e lascia perennemente il lettore in uno stato di angoscia.
E forse è proprio questo il pregio-difetto di questo testo: ha la capacità di penetrare nel profondo dell'animo e di trasmettere sensazioni forti, purtoppo tutte negative.
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- sì
- no
Non mi ha entusiasmato...
So di essere una voce fuori dal coro, ma a me Kundera non piace.
Dopo anni che sentivo lodi sperticate nei confronti di questo romanzo, l'ho letto e non mi è sembrato così indimenticabile.
Probabilmente per capirlo meglio avrei dovuto documentarmi sulla situazione politica della Praga dipinta da Kundera, ma dato che le vicende narrate sono di carattere prettamente esistenziale, anche il documentarsi non sarebbe servito a granché...
Questi quattro personaggi si dibattono in relazioni infelici ma senza riuscire a capire cosa vogliono veramente.
Tereza e Tomas sono una coppia come ne esistono tante, destinata allo sfacelo, ma che resiste in virtù di non si capisce bene che cosa.
Tomas, libertino fino al midollo, rinuncia alla carriera pur di stare con Tereza ma le infligge una sequela di tradimenti.
Tereza, che riscuote una forte simpatia ed empatia per la sua storia un po' triste, il suo ingenuo romanticismo e il pessimo rapporto con la madre, anziché liberarsi di lui persevera.
Franz è un personaggio estremamente noioso, non si capisce davvero quale sia la sua funzione.
Sabine parrebbe l'unica che non si racconta stupidaggini: lievemente cinica e disincantata, sembra manifestare, a un certo punto, l'esigenza di scoprire il calore di affetti semplici, anche se è solo un barlume, in un romanzo che specula tanto e dice poco.
Mi dispiace di aver letto anche "L'immortalità" di Kundera, perché sembra di vedere le stesse dinamiche relazionali riproposte in salsa diversa.
Forse dovrei rileggerlo, per capire meglio, ma non riesco a osannarlo come fanno in tanti.
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L' insostenibile leggerezza della vita
Kundera riesce finalmente a farci emozionare, farci emozionare così tanto da far sembrare ogni altro libro superfluo e banale.
Nel libro troviamo molte citazione riguardo alla musica, alla filosofia antica e ai miti della nostra società.
Una storia che, se fosse stata scritta da un qualsiasi altro autore, non avrebbe mai raggiunto un risultato di questo genere; perchè analizzandola, si può ben comprendere che è una storia semplice, la differenza sta appunto nel come viene raccontata da questo grande autore che è MILAN KUNDERA.
Un libro eccezionale da tutti i punti di vista.
(Lo sto leggendo per la terza volta)
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Ultimo aggiornamento: 10 Giugno, 2010
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Un libro fondamentale
Un libro da leggere, rileggere e meditare. Ad una prima lettura l' impressione e' sicuramente molto positiva, un romanzo ironico ma anche drammatico che scuote le nostre convinzioni e ci costringe a pensare. Kundera ha la capacita' di analizzare l'animo umano attraverso l'approfondimento dei suoi personaggi. Nel libro ci sono numerose citazioni e definizioni , come quella dell'amore, che si inesriscone in maniera "leggera" nel contesto del romanzo senza appesantirne la lettura, ma anzi lo arricchiscono e lo rendono unico. Kundera riesce ad unire la filosofia al sentimento,con voli del pensiero leggero nati dalla pesantezza e intensità di emozioni violente,profonde, una miscela esplosiva di pensiero e passione impossibele da controllare. In definitava un capolavoro che ci accompagnera' per tutta la vita con le sue riflessioni capaci di farci vivere con profondita' e maggiore comprensione le nostre esperienze.
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FILOSOFICO, IMPEGNATIVO
Un libro straordinario che non deve mancare dalla propria biblioteca. Kundera è impareggiabile nel descrivere l'inesorabile scorrere delle vite dei protagonisti, in cui vi è l'assurda pretesa di controllare ciò che non può esserlo. Filosofia e storia (siamo nel '68 durante la Primavera di Praga)si intrecciano abilmente per portarci a comprendere che abbandonando ogni potere sulle cose, sulle leggi della natura, l'essere può diventare lieve, leggero -da una parte- ma contemporaneamente dall'altra ci mostra il peso insostenibile dell'esistenza quando si evitano decisioni o posizioni.
Impegnativo ma basilare.
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l'insostenibile leggerezza dell'essere
leggetelo...la leggerezza non è una cosa semplice nè scontata
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Ultimo aggiornamento: 24 Settembre, 2009
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L'insostenibile leggerezza dell'essere
Un possibile vertice della letteratura.
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Ultimo aggiornamento: 23 Settembre, 2009
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L'insostenibile leggerezza dell'essere
Il romanzo è ambientato a Praga alla fine degli anni '60. Scorrono in parallelo le storie di due coppie di amanti.Tomas e Teresa:lei alla ricerca dell'amore vero,lui chirurgo che dedica la vita al lavoro e alle donne,preferendo rapporti liberi e indipendenti piuttosto che creare legami duraturi e soffocanti. Sabina e Franz:lei pittrice in esilio e donna libera,lui professore sposato.
Il concetto che sta alla base dell'opera è che ogni istante della vita è irripetibile e non ci sono seconde possibilità e che quello che inizialmente viene considerato come leggero,rivela presto il suo peso.
Lo stile e il linguaggio di Kundera sono abbastanza complessi così da rallentarne la lettura e da renderne il testo di non facile e immediata comprensione.
Vista la fama dell'autore ci si aspetta qualcosa di più da questo romanzo.
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l'insostenibile leggerezza dell'essere
Impossibile non averlo nella propria biblioteca. Un romanzo che ha fatto la storia della letteratura.









