Narrativa straniera Romanzi La ballata di Adam Henry
 

La ballata di Adam Henry La ballata di Adam Henry

La ballata di Adam Henry

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Fiona Maye, giudice dell'alta corte di Londra specializzata in diritto di famiglia, alla soglia dei sessant'anni vede il proprio matrimonio sgretolarsi. In tribunale la attende un nuovo caso complicato: i genitori di Adam Henry, un ragazzo di diciassette anni e nove mesi malato di leucemia, rifiutano le trasfusioni per non contravvenire alle convinzioni dei testimoni di Geova. L'ospedale ha chiesto con urgenza l'intervento della corte: il ragazzo rischia di morire. Ascoltate le parti in aula, Fiona decide di andare a fargli visita. Sarà un momento decisivo, l'incontro tra due solitudini che lascerà una traccia indelebile nell'esistenza di entrambi. Grazie alla sentenza di Fiona, Adam sopravviverà, ma il suo mondo verrà irrimediabilmente sconvolto. La gioia dei genitori di fronte alla decisione che lo ha salvato senza che nessuno di loro fosse costretto a scivolare nel peccato lo allontanerà dalla fede e dalla comunità. Gli esiti saranno catastrofici e travolgeranno anche Fiona, ponendo l'integerrima interprete della legge di fronte all'irrimediabilità dei suoi abbagli.

Recensione della Redazione QLibri

 
La ballata di Adam Henry 2014-12-02 20:33:06 Maso
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Maso Opinione inserita da Maso    02 Dicembre, 2014
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Orogenesi dell'audience

Il lettore, l’assiduo praticante della carta stampata e degli abissi e degli intrecci e delle vicende, acquisisce inevitabilmente delle competenze. È trasportato in perpetuo verso un incremento esponenziale, più o meno lento, della coscienza e del ragionamento sul gusto. Se è esatta l’evocazione artaudiana dell’uomo che si « conquista per schiarite successive » è forse altrettanto vero che una spinta all’avvenire di queste schiarite può provenire dalla letteratura e dalla sua linfa. Ci sono libri, qualsiasi sia la loro natura formale, che nella loro conformazione compatta riescono a conficcarsi talmente tanto opportunamente, profondamente e precisamente nella distesa di supponenze (e acquisizioni) da arrivare a sfiorare direttamente il nostro Primo Strato. Un Primo Strato che è, inevitabilmente, la base primigenia ed elementare di una geologia stratificata e personale. La prima delle tante coperte che indossiamo, l’infarinatura, il requisito minimo, fondazione ingenua e in espansione di una cultura letteraria in nuce.
Il nuovo McEwan, entrando nello specifico, è una punta di freccia silicea, compressa, vitrea, dura, affilatissima e simmetrica. Proviene dall’oltremanica senza emettere alcun sibilo, fende carni e roccia e si deposita sotto il mantello che indossiamo, là dove ogni lettore (o meglio ogni essere alfabetizzato) non fatica a riconoscere il magistero di eleganza e correttezza di chi sa fare indiscutibilmente il proprio mestiere.
“La ballata di Adam Henry” è questa freccia. Come mi capita spesso di dire, lo Chef d’oeuvre è ben lungi dal palesarsi. Ma non è nemmeno misurabile – come la stragrande maggioranza delle opere letterarie odierne – con un metro assoluto, onnicomprensivo e super partes. È, relativamente, però, in grado di situarsi in un luogo, nei nostri interni, apparentemente in sua attesa. Sembra quasi sia stato studiato per riempire alla perfezione un alloggiamento appositamente creato e appositamente pronto ad accoglierlo. Un’infinitesimale sensazione di pienezza, il “click” noetico più soddisfacente che ci avverte di un avvenuto, microscopico, accadimento indotto. Ed è un ingranaggio che scatta perché quella che narra McEwan è una storia di tutti. Di tutti perché rifugge il semplicismo illustrativo delle storie adolescenziali e delle croci che si portano appresso, perché rifiuta la catalogazione dei più frusti paradigmi della crescita. Perché va oltre e mostra, grazie ad Adam Henry, diciassettenne leucemico che rifiuta le cure in nome dei dogmi di Geova, il bisogno d’amore, di attenzione disinteressata che ha smesso di essere appannaggio esclusivo dell’adolescente per divenire universale. Il surmoderno è un luogo tetro e non sono solo gli Adam Henry ad avere bisogno di due orecchie che ascoltino e di due braccia che confortino. Oltre alle diatribe ideologiche, etiche, religiose, oltre ad un immenso paraocchi fatto di paraocchi, ci siamo tutti quanti in quel letto, non leucemici ma comunque mendicanti.
Ma le tinte fosche di un’interpretazione (chiedo venia) magari errata non debbono oscurare un messaggio ben più lucido e illuminato, quello di McEwan che tenta di porci davanti a una lezione basilare, importantissima e tanto poco scontata in quanto data per scontata. Ascoltare, ascoltare e ascoltare. E poi ascoltare ancora e ritardare, procrastinare la parola e farla giungere solo quando si è perfettamente sicuri di aver compreso le parole di chi ha parlato. Quelle del giudice Fiona Maye sono anche le nostre orecchie in questa vicenda. Sono le orecchie di una sessantenne in crisi coniugale, sono orecchie che stanno ai lati di un cervello brillante ma sovraccarico, che doneranno attenzione ad Adam, che lo sentiranno suonare stentatamente le note di una malinconica romanza di Britten, che lo sentiranno pontificare sul volere divino di Geova. Fiona farà il suo mestiere con la medesima competenza dell’autore da cui essa è nata. Entrambi coglieranno i frutti e constateranno quali conseguenze avrà portato il loro agire. Per quanto riguarda le conseguenze dell’agire di McEwan, si dà il caso che siamo precisamente noi lettori a deciderle. Noi riscontro pubblico, noi audience stratificato, noi persone che ricaviamo le nostre conclusioni e i nostri accrescimenti, le nostre teorie, le nostre vanità che abbiamo voglia di urlare ai quattro venti per soddisfarci, gonfiarci ed ammiccare. Noi che a nostra volta, come tutti, necessitiamo con impellenza di un pubblico per vivere, animali sociali incorreggibili e spesse volte in-corretti. Un pubblico che annuisce, acquiescente e benpensante, o che arriccia il naso di fronte alla proiezione di sè stesso. Ma il moralismo è un cacciatore abilissimo, ed è tempo si sfuggire alla tagliola. Parlino gli altri. Parli Palahniuk, e con esso parli David Fincher. Ce lo ripetano altre mille volte quanto sia importante trovare qualcuno che ci sappia ascoltare e che, invece, non finga mentre aspetta il suo turno per parlare. Non basta mai. Come non bastano mai queste storie, che con porzioni cronometriche e ipperrealiste di realtà fittizie – equipollenti ad altre che di falso non hanno nulla - si rivelano come gli ultimi baluardi di civiltà, umanità e principi ormai desueti.

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La ballata di Adam Henry 2016-03-10 07:12:58 68
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68 Opinione inserita da 68    10 Marzo, 2016
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Il senso della vita

La vita di Fiona May, giudice dell' Alta Corte britannica, ormai sessantenne, per anni moglie devota, irreprensibile lavoratrice e stimata professionista, puntigliosa nell'applicazione della legge, si trascina un po' stancamente nella routine e nei propri molteplici impegni quotidiani, quando, improvvisamente, è' travolta e stravolta da vicende personali e lavorative che ne segneranno i contenuti in profondità'.
Da una parte il fallimento del proprio matrimonio a causa del marito Jack, docente universitario in cerca di nuove '' emozioni'' sentimentali, dall' altra un tormentato caso legale che è' chiamata a risolvere riguardante un diciassettenne gravemente malato ( Adam Henry ) e bisognoso di urgenti cure mediche salvavita contrarie al proprio e famigliare precetto religioso.
La giusta decisione '' legale'' definira' rapporti umani ex novo, speranze per il futuro, sensi di colpa, così' come la propria vita famigliare verrà' sciolta e riannodata in una ridefinizione complessa.
L' ultimo McEwan affronta un tema delicato e controverso, ovvero quel confine sottile tra soggettivita' ed oggettivita', libero arbitrio e legalità', auto-determinazione e diritto alla vita, eta' e capacità' decisionale, religione ed etica.
Lo fa in uno psico-dramma che è' perfetta alternanza di vicende personali e riflessioni sul senso della vita, calma apparente e turbinio emozionale, proprio ed altrui, sullo sfondo di una Londra al solito grigia e piovosa.
E la pioggia continua a cadere, tra le pagine, incessante, lenta, penetra i corpi e cosparge le membra, accarezza il pallore di Adam, definendone i tratti, scavati, quegli occhi così' scuri e penetranti, il viso segnato dalla sofferenza, e bagna il tormento di Fiona, segnando il rumore del silenzio e la solitudine di quella casa fredda, svuotata dal proprio fallimento matrimoniale, da un amore spento e sepolto sotto la grigia quotidianità'.
La compostezza, l' estrema ratio, la decisione corretta, un mondo di leggi, ordinanze, responsabilità' morali e civili, contrapposto al proprio passato, al proprio reale sentire, a quell' enorme vuoto generato dalla necessità' di indirizzare la vita degli altri sempre con la scelta più' giusta.
Fiona ricerca un senso che forse non c'e', scavalcando un dogma religioso obsoleto ed incongruo in nome di qualcosa di più' grande, quella legge naturale e morale che privilegia e protegge l' individuo ed il proprio essere nel mondo, espressione del proprio io più profondo e di un giusto fine insito in noi.
McEwan bilancia ed alterna racconto e desiderio, realta' ed emozione, oggettivita' e spiritualita', vivendoli intensamente nei due protagonisti, Adam e Fiona, solo apparentemente antitetici per eta', esperienza, inclinazioni, emozioni, ma talmente vicini da vivere ed assaporare la ricerca interiore che cosi' espressamente rincorrono, ovvero il senso, il gusto e la passione per la vita e l' amore.
Li unisce la ricerca del bello, la poesia, la musica, i misteri dell' universo, lei un giudice intransigente, lui un geniale, giovane poeta, aspirante violinista, ed entrambi sanno e percepiscono, sfiorandosi, che quel legame è espressione di profondita' totalizzante.
Il loro incontro segna la fine di un' epoca ed una fenice, uno stravolgimento emotivo ed esistenziale nella essenza di vita, e la certezza che tutto è' cambiato.
Adam deve vivere, perché' ogni dogma, amore genitoriale stupidamente votato ad un precetto religioso, ad un Dio cosmogenico totalizzante, ad osservanze nebulose, astruse o cervellotiche , non giustificherebbe la sua morte, così' come il desiderio di indirizzarne e prevaricarne la vita e tutto quell' amore, talento, passione e forza che egli possiede, esprime in ogni singolo respiro e porterà' con se' in un futuro prossimo.
E' quello stesso amore di cui Adam si nutre, viscerale, romantico, adolescenziale, estremo, totalizzante, a determinarne l' inizio e la fine, ad indirizzarne l' esistenza, a segnarne la strada.
I temi toccati sono molteplici e di somma importanza, concernono la religione, l' etica, il buon senso, la morale comune, la legge, lo stato, la responsabilità' genitoriale, medica, i protocolli di cura, tutti elementi oggettivamente presenti e fonte di acerrima discussione legale.
Ma vi è' un altro tema, altrettanto importante, spesso sottovalutato, sfuggente, ma determinante per indirizzare una vita, ed è' il significato di una esistenza che sia reale ed autentica espressione di noi, ragione quotidiana, che segua passioni ed inclinazioni individuali, che spinga la mente all' eterno ed alla autorealizzazione, che oltrepassi la semplice oggettività' ed il bene legale o voluto da altri, accecati da ragioni invadenti e che sottendono incomprensibili ed asfittiche questioni prettamente burocratiche.
Perché' e' giusto che Adam continui a vivere, al di là' di cervellotiche dissertazioni e guerre intestine genitoriali o precetti religiosi astrusi ed invadenti?
E Fiona, ritroverà' se stessa, scossa da una decisione tanto importante, da un amore finito ed un altro negato, solo sfiorato ed immaginato, da un senso di smarrimento, da un nuovo se' per anni sopito, dimenticato, indirizzato nella certezza del legiferare?
Ed il nuovo equilibrio segnera' un inizio diverso o il semplice retaggio di un passato irrisolto?
E che cosa succederà' quando la forza dell' amore libererà' il desiderio dell' altro ed una nuova visione del mondo?
Al termine della lettura sono molti gli interrogativi irrisolti, ma non è' confusione narrativa, è' solo abbondanza di temi, ed è' voluta.
McEwan ha affollato e accatastato un locale disadorno di una moltitudine di tracce e di storie che sta a noi scoprire, riflettere, collegare, approfondire, sviscerare.
Una risposta c'è', tra le righe, potrebbe essere un sunto o solo un' altra fonte di riflessione, ovvero: " Adam era venuto a cercarla, chiedendo quello che volevano tutti e che soltanto l' umana liberta' di pensiero e non il soprannaturale aveva da offrire'. Un senso".

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Agli amanti di McEwan e di quella scrittura precisa che coniuga racconto, personaggi e tematiche esistenziali
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La ballata di Adam Henry 2016-02-23 08:20:36 Paolo70
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Paolo70 Opinione inserita da Paolo70    23 Febbraio, 2016
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Alla ricerca dell'imprevedibile

Mi avvicino a questo McEwan con il carico e l'aspettativa di recensioni e opinioni che partono dall'entusiasmo sfrenato in su. Il rischio è grande. La delusione può essere dietro l'angolo.
Invece, niente. Il romanzo funziona. Funziona alla grande. In pratica lo ho divorato in un fine settimana. Scivolando da una pagina all'altra con la leggerezza che si deve ad una scrittura tanto affascinante quanto cristallina e a una storia semplice che semplicemente racconta l'imprevedibilità del nostro cuore e delle nostre anime.
La storia del giudice Fiona Maye e del giovane Adam Henry non è una cosa che si dimentica facilmente. Il loro incontro è una parentesi che si apre in due mondi, in due storie tanto diverse quanto accomunate da una medesima traiettoria di vita: pianificata, costretta entro margini che ci diamo nel timore di non sbandare, di non perdere il filo della matassa nel caos di questa marmellata di atomi impazziti che è l'esistenza.
McEwan racconta così la piccola guerra quotidiana che con la musica, la poesia, il cuore, il coraggio combattiamo ogni giorno per svincolarci dalle convenzioni e dalle convinzioni che ci vengono cucite addosso dalle nostre società, dai nostri "credo" religiosi, politici e famigliari.
E spesso è una battaglia persa che, comunque, vale la pena di combattere.

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La ballata di Adam Henry 2014-12-27 10:27:37 manuelaagosto
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manuelaagosto Opinione inserita da manuelaagosto    27 Dicembre, 2014
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Quando i sentimenti prevalgono sul cinismo

Fiona Maye, giudice dell’Alta Corte britannica, vede la sua vita composta, imbrigliata da regole, abitudinaria e disciplinata, sconvolta dall’incontro con Adam, giovane quasi maggiorenne, malato di leucemia che, in forza del suo credo religioso – è Testimone di Geova – rifiuta le trasfusioni che potrebbero salvargli la vita. Fiona, prima di emettere la sentenza, incontra Adam all’ospedale e rimane contagiata dalla voglia di vivere del ragazzo, dalla sua ingenuità nell’affrontare la inevitabile morte, dalla sua profondità, così rara in ragazzo tanto giovane. Il rigido giudice si ritrova a cantare con Adam che strimpella il violino. Naturalmente emette la sentenza a favore delle trasfusioni e Adam, senza saperlo, e forse senza volerlo, rinasce e insegue Fiona fino nel Newcastle, adorante, per stare con lei, per ringraziarla per il dono che gli ha fatto. Nel trambusto dei saluti – Fiona lo manda via – un bacio destinato alla guancia si appoggia sulle labbra. Il giudice che sa sempre come comportarsi, che sa analizzare i casi ed emettere sentenze equanimi, non sa spiegarsi l’eco che quel bacio ha scatenato in lei.
Mc Ewan riesce ad analizzare le due personalità principali con la stessa capacità con cui Fiona studia i suoi casi ed emette le sentenze, con una prosa incalzante che rivela, dietro a un suo svolgimento apparentemente formale, la forza dei sentimenti che li agitano.

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La ballata di Adam Henry 2014-12-02 09:57:55 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    02 Dicembre, 2014
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Diritto e coscienza

Spesso scegliere non è facile. Specialmente quando la scelta investe la sfera morale, coinvolge la coscienza, mette in gioco la vita degli altri. Avere ruoli e responsabilità importanti è altrettanto difficile. Non è un luogo comune affermare che il successo si paga e che a farne le spese il più delle volte sono la famiglia, gli amici, gli affetti.
Il giudice Fiona Maye, la protagonista dell’ultimo romanzo di Ian McEwan, La ballata di Adam Henry, ha sacrificato se stessa e la sua vita privata per realizzare un fine di perfezione professionale e di successo personale. Alla soglia dei sessant’anni, stimata, rispettata e ossequiata, si trova di fronte a una crisi coniugale che le riesce difficile gestire e che le impone di rimettere in discussione tutte le scelte fatte fino a quel momento. Contemporaneamente le si presenta un caso molto difficile da giudicare, al quale dovrà dedicare tutta se stessa per procedere nel massimo rispetto della deontologia professionale e della propria coscienza.
Il giovane Adam Henry, quasi maggiorenne, è gravemente ammalato di leucemia e rifiuta ogni intervento trasfusionale, come gli impone la sua religione che lo vuole, insieme ai genitori, ortodosso testimone di Geova.
La decisione del giudice sarà una sentenza di vita o di morte. Qui dunque si pone il primo quesito morale: fin dove è lecito decidere di lasciar morire un individuo per rispettare la sua fede religiosa o viceversa fin dove può spingersi l’autonomia del giudice nell’ignorare questa fede per salvare una vita.
Il discorso potrebbe riguardare ogni integralismo religioso, ogni fede che non consideri la vita come l’evento più importante, nella sua unicità, nell’esistenza dell’uomo. La paura della morte è talmente innata nell’individuo, che ogni forma di fanatismo che ne sottovaluti la drammaticità diviene innaturale. D’altra parte il progresso scientifico stesso è inteso e volto al miglioramento delle condizioni di vita e al suo prolungamento.
La decisione del giudice, dunque, valuterà l’importanza del punto di vista religioso, ma non ne sarà condizionata. Fiona Maye deciderà a favore della vita di Adam, sollevando, paradossalmente, gli stessi genitori di ogni responsabilità.
Ciò che si può scatenare nella psiche di un giovane restituito alla vita appartiene all’imponderabile. Un senso di ribellione nei confronti di un credo estremamente rigoroso, che nega la possibilità di godere di tutte le opportunità che offre la vita, può a volte scatenare uno squilibrio momentaneo o duraturo. Le certezze del giudice Maye vengono sconvolte dal giovane Adam che a lei si era rivolto in cerca di aiuto. Un appello rimasto incompreso e dunque non raccolto. Qui si palesa ancora una volta l’abilità dell’autore nel creare un gioco di metafore contenute nella ballata che Adam scrive e invia a Fiona. La drammaticità del finale del romanzo è accentuata da una sorta di crescendo musicale che accompagna i pensieri della protagonista.
Ciò su cui ci si interroga, in ultima analisi, è fino a che punto si abbia il diritto di sostituirsi agli altri, imponendo, sia pure in buona fede, il proprio punto di vista o se invece, non sia più giusto lasciare a ciascun individuo la libertà di decidere della propria vita e della propria morte. E soprattutto quali e quanti rischi si corrono nello scardinare principi basilari di ideologie, culture, religioni e tradizioni diverse senza avere alcunchè di valido da sostituire ad esse?
Il romanzo di McEwan pone questi interrogativi, senza avere la pretesa di dare una risposta, anche perché una risposta non esiste. Sta alla coscienza individuale trovare una soluzione per ogni caso, senza l’arroganza di credere che essa sia l’unica giusta in assoluto.

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