La confraternita dell'uva La confraternita dell'uva

La confraternita dell'uva

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La confraternita dell'uva, di seguito riportiamo la trama del romanzo e la presentazione dell'editore. «Me ne sto seduto nella mia stanza piccola e sudicia a succhiarmi il pollice cercando di scrivere un romanzo... La storia di quattro italiani vecchi e ubriaconi di Roseville, un racconto su mio padre e i suoi amici». Il romanzo è La confraternita dell'uva, pubblicato per la prima volta nel 1974 e destinato a diventare, assieme a Chiedi alla polvere, il libro piú letto di John Fante. Al centro si erge massiccia, granitica, ingombrante la figura del padre, il vecchio tirannico e orgoglioso primo scalpellino d'America - cosí almeno lui crede di essere. Fante scrive in questo romanzo la piú dissacrante e commovente elegia alla figura paterna: l'immigrato di prima generazione Nick Molise nel quale, come nella ciurma dei suoi indimenticabili «compagnoni paesani, Fante ha saputo racchiudere il ritratto piú perspicuo della prima generazione italoamericana, quel mondo di uomini di incontenibile e testarda virilità, guardati con inorridita inquietudine dai sangue blu americani persuasi "che gli italiani fossero creature di sangue africano, che tutti gli italiani girassero col coltello, e che la nazione si trovasse ormai nelle grinfie della mafia"»

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La confraternita dell'uva 2010-12-19 11:21:07 Frax90
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Frax90 Opinione inserita da Frax90    19 Dicembre, 2010
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"Che dreadful imbroglio!"

Fante in questo romanzo ha racchiuso la più micidiale e tormentosa elegia, non solo della figura paterna ma anche dell'immigrato italoamericano della prima generazione.Nick Molise(uno dei protagonisti del romanzo)rappresenta l'archetipo di dissoluzione e dissacrazione di qualsiasi volore cristiano e familiare:vino(di Angelo Musso naturalmente), donne e gioco d'azzardo sono le colonne portanti del suo "curriculum vitae".Questa figura , che si erge massiccia,tirannica, ed ingombrate per tutta la durata dell'opera, non rappresenta soltanto l'atavico padre di famiglia ,granitico e perennemente legato ai valori trasmessi dal lavoro manuale(infatti non considererà mai il mestiere del figlio,lo scrittore, come una vera e dignitosa professione per guadagnarsi il pane), ma è anche l'emblema della prima generazione di italiani emigrati in America, generazione infangata, oppressa e sommersa dai biechi pregiudizi dei sangue blu americani :"creature di sangue africano, che girano con il coltello, figli di una nazione nelle mani della mafia".
Accanto alla figura paterna, si snoda lungo tutto il corso della narrazione, l'immagine di Henry Molise,scrittore e uomo "arrivato nella vita"(considerando gli standard di arrivismo e lo status societario della famiglia Molise posso proprio permettermi di definire Henry come "uomo arrivato"), che tuttavia non riesce a scrollarsi di dosso le radici intricate della sua famiglia, che lo riporteranno a rivivire sensazioni ed emozioni di cui ormai era diventato profano.Riportato a "casa" a causa di un imminente e velleitario tentativo di divorzio tra i genitori, Henry verrà coinvolto dal padre(ah già ,quasi dimenticavo, "il più grande scalpellino d'america"),in un disperato , orgoglioso, malsano e grottesco tentativo di rivalutazione della propria autostima,tramite la costruzione di un affumicatoio destinato alla cottura della carne di cervo. Restio e disgustato dal pensiero di riunirsi a quella "sgangherata" famiglia, Henry, cercherà di fuggire dai luoghi e dalle persone che sono state i tratti somatici della sua infanzia.Questo tentativo di fuga sarà un buco nell'acqua,infatti la riscoperta di suoni, emozioni , odori e sentimenti archiviati nel dimenticatoio, trascinerà il nostro protagonista, in un gorgo di squallida passione(signorina Quinlan)e fino ad allora rimosse virtù, che lo porteranno a sentirsi sempre più vicino alle proprie radici e concezioni, dalle quali risulterà essere eteronomo ed inseparabile. (questo punto si comprenderà meglio durante la morte del padre). La grande ed immagignifica capacità scrittoria di John Fante ci riporta in un'epoca passata, di vecchie bettole, di amore per la materialità e di uno smisuarato(alle volte quasi ridicolo) senso del dovere. In tutto ciò, si coglie distintamente,come ,nonostante le avversità che la vita para di fronte a questi uomini,valori come l'amicizia, l'unione ed il rispetto(nonostante tutto)siano il collante dell'anima delle persone, malta senza la quale le nostre esistenze crollerebbero come muri (o affumicatoi se preferite) mal costruiti.

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La confraternita dell'uva 2009-04-27 13:57:18 A.Menghini
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A.Menghini Opinione inserita da A.Menghini    27 Aprile, 2009
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Fante, e gli italiani anteguerra

Leggere Fante riporta alla memoria le antiche osterie, senza arredi, quelle dove si poteva ordinare "mezzo litro"(non c'èra neanche bisogno di specificare di cosa) e mezza porzione di "pasta e facioli".

Quelle delle quali mi parlava mio padre.

Leggere Fante a tratti mi commuove, con quella sua Italianità scapigliata e ruspante che era dei nostri nonni, e che forse siamo in pochi a ricordare con affetto.

Questo libro a suo modo è una porta su quel mondo, sconosciuto, amato, deriso o rimpianto che sia.

Consigliatissimo.

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