La donna dal cappotto verde
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Edith Bruck, di origine ungherese, è nata in una povera, numerosa famiglia ebrea. Nel 1944, poco più che bambina, il suo primo viaggio la porta nel ghetto del capoluogo e di lì ad Auschwitz, Dachau, Bergen-Belsen. Sopravvissuta alle deportazione, dopo anni di pellegrinaggio, approda definitivamente in Italia, adottandone la lingua. Nel 1959 esce il suo primo libro Chi ti ama così, un'autobiografia che ha per tappe l'infanzia in riva al Tibisco e la Germania dei Lager. Nel 1962 pubblica il volume di racconti Andremo in città, da cui il marito Nelo Risi trae l'omonimo film. È autrice di poesia e di romanzi come Le sacre nozze (1969), Lettera alla madre (1988), Nuda proprietà (1993) e Lettera da Francoforte (2004). Nelle sue opere il più delle volte ha reso testimonianza dell'evento nero del XX secolo. Nella lunga carriera ha ricevuto diversi premi letterari ed è stata tradotta in più lingue.
Recensione Utenti
Opinioni inserite: 1
Qui ci vuole Anitra wc!
Sicuramente questo è il peggior libro che io abbia mai letto sull'Olocausto.
Tanto per cominciare in bellezza, la parola chiave (almeno in teoria) "Shoah" in questo romanzo viene scritta come "Shoà". So perfettamente che è un dettaglio insignificante, ma se si vuole scrivere un libro su questa tematica, mi si faccia il favore di scriverlo in lingua originale! Tra l'altro l'autrice è una sopravvissuta a questa catastrofe, quindi la cosa risulta ancora più deprimente. E'un po' come scrivere "I love you" come "ai lov iu", e se un romanzo non rispetta grammaticalmente il suo contenuto, è praticamente morto in partenza.
Ma la vera bruttezza giunge fin dalle prime pagine, a cominciare dalla protagonista scrittrice che paragona il blocco dello scrittore alla stitichezza, propinandoci una decina di pagine (e in totale sono centodiciannove!) in cui descrive che un gabinetto è fatto per espellere le feci (ma dai! Mi hai aperto un mondo! Grazie, Edith Bruck!) e dove discute con il marito su chi deve urinare per primo e su filosofiche questioni riguardanti l'apparato escretore.
Inutile dire quanto siano superflui questi deliziosi particolari, tra l'altro tutto il libro è accompagnato da un gergo forzatamente volgare, una volgarità che in alcune situazioni è assolutamente fuori luogo.
Quando poi la nostra protagonista incontra questa misteriosa donna, si trasforma in un essere paranoico, schizofrenico e terribilmente ansioso e odioso sguinzagliando per tutta la città poliziotti e agenti per trovare questa presunta kapò polacca e tutto quanto diventa un mediocre giallo da due soldi, che si conclude con un brutto evento che capita a Lea (che preferisco non dire, per paura di fare spoiler) e allora tutti i suoi amici e parenti cominciano a starle attorno come vespe sull'aranciata, sputando monologhi, confessioni, rimpianti...
E questo tanto esaltato incontro tra Lea e quella donna? Semplice: si risolve in due paginette!
Meno male che era piccolo, l'ho letto molto rapidamente e altrettanto rapidamente lo dimenticherò. Veramente brutto. Sconsigliatissimo.
Mi è venuta voglia di prendere un cappotto verde. Per pulirmi la bocca dal vomito.









