La strada La strada

La strada

Letteratura straniera

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Un uomo e un bambino, padre e figlio, senza nome. Spingono un carrello, pieno del poco che è rimasto, lungo una strada americana. La fine del viaggio è invisibile. Circa dieci anni prima il mondo è stato distrutto da un'apocalisse nucleare che lo ha trasformato in un luogo buio, freddo, senza vita, abitato da bande di disperati e predoni. Non c'è storia e non c'è futuro.

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La strada 2017-07-16 07:51:01 Elena72
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Elena72 Opinione inserita da Elena72    16 Luglio, 2017
Ultimo aggiornamento: 16 Luglio, 2017
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il coraggio di proseguire la propria strada

“Freddo e silenzio. Le ceneri del mondo defunto trasportate qua e là nel nulla da lugubri venti terreni. Trascinate, sparpagliate e trascinate di nuovo. Ogni cosa sganciata dal proprio ancoraggio. Sospesa nell'aria cinerea. Sostenuta da un respiro, breve e tremante.” (p. 9)

Polvere e cenere, cielo plumbeo, pioggia, neve e freddo. Padre e figlio camminano con una carrello e una pistola in cerca di cibo, entrano in qualche vecchia abitazione distrutta, il padre prende ciò che trova, mangiano, dormono e riprendono il cammino verso sud, verso un mare che poi si rivelerà anch'esso grigio e senza vita. Il mondo è diviso in buoni (pochi) e cattivi che uccidono senza pietà gli altri uomini e se ne nutrono. Uno scenario post-apocalittico in cui solitudine e devastazione hanno cancellato tutto: spazio e tempo si sono annullati, non esiste la speranza che qualcosa possa cambiare. Solo la presenza del bambino dà al padre la motivazione per non arrendersi, la forza per proseguire:

“Nessuna lista di cose da fare. Ogni giornata sufficiente a se stessa. Ogni ora. Non c'è un dopo. Il dopo è già qui. Tutte le cose piene di grazia e bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un'origine comune nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri. Ecco, sussurrò al bambino addormentato. Io ho te" (p. 42)

McCarthy ci presenta un mondo tornato alla preistoria della civiltà, in cui la fame è la caratteristica dominante, popolato da bande di predoni nomadi pronte ad uccidersi pur di mangiare. Non sappiamo cosa sia accaduto prima, quale catastrofe abbia ridotto il mondo in queste condizioni: il padre ha qualche ricordo, talvolta sogna, ma i sogni non possono dare consolazione né speranza e il padre invita il bambino a diffidare dell'immaginazione:

“Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso.” (p. 144)

L'importante è non arrendersi, andare avanti, qualunque cosa accada. Padre e figlio hanno un'unica certezza: sanno di essere “i buoni” e portano il fuoco che in questo testo ha un potente valore simbolico: in un mondo buio, freddo e senza amore è l'elemento che, forse, consentirà di ricreare una civiltà nuova fatta di luce, calore e solidarietà. Il bambino ha questo ruolo: è lui a portare il fuoco perché è l'unico ad aver mantenuto caratteristiche "umane", non vuole uccidere per mangiare, è terrorizzato dal cannibalismo, vuole sempre aiutare chi incontra offrendo il poco cibo disponibile.

“La strada” è un romanzo molto suggestivo, dal forte impatto emotivo, angosciante. L'autore si esprime con una prosa essenziale, incisiva, in forte sintonia con il contenuto, tanto che a tratti risulta destabilizzante. Il testo è ricco di simboli e significati che il lettore è libero di interpretare, non sono mancate letture in chiave religiosa visto che all'inizio si dice “Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato.” (p. 4).

“La strada” è un libro che all'inizio mi ha spiazzata, poi coinvolta e alla fine commossa. Appena terminata la lettura ero perplessa, ho dovuto attendere qualche giorno per metabolizzarne i contenuti e le impressioni, per capirne il significato e per apprezzarne lo stile che, al primo impatto, mi era sembrato eccessivamente monotono. Ora posso dire che, alla fine, "La strada" mi è piaciuto; il mondo descritto da McCarthy non è poi così lontano: l'egoismo, la solitudine e la mancanza di speranza da sempre possono rendere la vita un inferno in cui solo l'amore può darci la forza di alzarci e la determinazione per proseguire nella nostra strada.

“Qual è la cosa più coraggiosa che tu abbia mai fatto?
Alzarmi stamattina, disse.” (p. 207)

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La strada 2017-07-12 15:48:54 Giovannino
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Giovannino Opinione inserita da Giovannino    12 Luglio, 2017
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La strada della vita.

Uno scenario post apocalittico stile The Walking Dead, un uomo/padre, un bambino/figlio, un carrello con un pò di cose, nient’altro. E’ questo in sostanza tutto quello che troverete in questo romanzo, che essendo stato pubblicato per la prima volta nel 2006 può essere considerato forse fonte di ispirazione per certi film o serie tv venute dopo.
Il romanzo parte subito molto stretto sui due protagonisti e non ci viene mai spiegato perché o come il mondo sia stato ridotto ad una landa desolata. Allo stesso modo non ci viene mai detto il nome dei due protagonisti che vengono sempre indicati come “l’uomo” o “il papà” ed “il figlio” o “il bambino”. La storia si svolge molto lentamente, tra una visita in cerca di cibo in un paese abbandonato ed un sogno del padre che spesso ci ricorda com’era la vita prima “dell’armageddon”. Gli unici personaggi che si incontrano nel racconto sono degli altri disperati, che il papà divide in buoni (sostanzialmente delle vittime sacrificali), ed in cattivi (predoni, ladri, pirati ma soprattutto cannibali). L’obiettivo è quello di arrivare al mare e cercare una presunta via di fuga da questo mondo, d’altra parte è significativo quello che dice spesso il bambino: “Noi siamo i buoni Papà, noi portiamo il fuoco”.
Alla fine non andrà tutto come previsto ed il romanzo lascerà la storia aperta così che a questa il lettore possa dare diverse interpretazioni o più semplicemente finali. L’impressione che mi ha dato è stata quella di voler raccontare tramite un’allegoria il percorso padre-figlio, dalla formazione, all’incontro delle difficoltà e relativo superamento, al lasciare il figlio andare per la propria strada quando ormai non si ha più nulla da potergli dare/insegnare.
La scrittura è semplice, i capitoli e i paragrafi sono spesso corti e spezzettati, il linguaggio scorrevole e ricco di dialoghi. La storia in sé non è brutta ed è stato anche molto bravo l’autore a non esagerare con il numero di pagine vista la continua ripetizione di scene, paesaggi e personaggi che avrebbero potuto ala lunga risultare ripetitivi e noiosi. In conclusione è un libro breve e che si legge velocemente anche se a tratti rischia di diventare un monotono. Una lettura leggera di qualche giorno.

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La strada 2017-05-22 11:01:26 Meredith
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Opinione inserita da Meredith    22 Mag, 2017

ATTENZIONE! MANEGGIARE CON CURA!

Approcciatevi alla lettura di questo libro con molta delicatezza. Entrateci in punta di piedi.
Alla fine di questo viaggio vi sentirete diversi, con una consapevolezza nuova verso il mondo che ci circonda e gli esseri che lo abitano. Penserete: in fondo ciascun libro, al suo epilogo, ti lascia qualcosa dentro. È vero, non lo nego. In questo caso, però, l'impatto è forte, tanto forte.
La scrittura di McCarthy è di fronzoli, è "pane al pane, vino al vino", non prevede descrizioni e dettagli che, a volte, possono risultare estenuanti e smorzano il ritmo della narrazione. Non ci sono sfumature nel suo modo di vergare: o è bianco o è nero.
In questo caso è tutto nero, il buio pesto cala come un manto su una cittadina americana, colpita da una catastrofe. La gente del luogo è stata decimata quasi totalmente. È come se la catastrofe avesse spostato l'asse temporale fino all'era primitiva, dove governano gli istinti, soprattutto quello di sopravvivenza. I pochi sopravvissuti sembrano viaggiare a ritroso nel tempo e ne tornano cannibali. Vagano in cerca di vite umane da spezzare per poi nutrirsi dei loro corpi straziati. Che siano adulti o bambini, non fa differenza.
Solo un padre e il suo bambino conservano un animo buono e affrontano l'impervio paesaggio tra pioggia, neve, freddo, fame e febbri da cavallo, stando accorti a nascondersi dai cannibalj nei boschi. Frugando nelle case ormai disabitate, tentano di racimolare cibo, coperte, indumenti, teli di plastica e un po' di benzina per accendere il fuoco. Raccolgono il tutto in un carrello del supermercato.
La natura della catastrofe non viene specificata, l'uomo e il bambino non hanno un nome. Queste omissioni non tolgono alcun valore alla storia.
Vi ho consigliato di entrarci in punta di piedi, perché, è inutile nasconderlo, questo è la disperazione fatta libro. Avrete l'esigenza di sospendere per un po' la lettura, perché farà troppo male, perché vi sembrerà di ingoiare tanti piccolj pezzetti di vetro, perché alcune immagini sono davvero crude.
Vi chiederete se mai arriverà qualche spiraglio di luce in tutta quella cenere, in quel mondo monocromatico. La luce arriva, ma a piccole, piccolissime dosi e sarà come respirare ossigeno a pieni polmoni dopo un tentativo di soffocamento.
Fate attenzione al bambino, fate attenzione ad una frase che l'uomo pronuncia parlando del figlio: "Se non è lui il verbo di Dio, allora Dio non ha mai parlato."
Vi ci imbatterete nelle prime pagine, ma l'apprezzerete fino in fondo solo alla fine.
Il bambino è la chiave, è l'oasi nel deserto, è "colui che porta il fuoco", è il simbolo di una speranza che ancora non si è spenta. Non posso dirvi altro su di lui. Rischierei di non farvi vivere a pieno questa esperienza, perché, si, questo libro è un'esperienza di vita, nella quale, ancora una volta, è un bambino ad indicarti la strada.

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La strada 2016-10-24 07:58:13 CortaZur
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CortaZur Opinione inserita da CortaZur    24 Ottobre, 2016
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Una lunga e grigia delusione

Premio Pulitzer per la narrativa 2007, scritto da uno dei maestri contemporanei della lettaratura americana autore di molti altri scritti di successo, incensato dalla critica trasversalmente.

Con queste premesse ho iniziato questo libro convinto di leggere un sicuro capolavoro, purtroppo la realta` e` stata contraria alle mie aspettative. Un romanzo ambientato in un grigio e nebbioso futuro post-apocalittico dove i due protagonisti, padre e figlio senza nome entrambi, sono gli unici personaggi che appaiono accompagnati da un carrello da supermercato, nella loro costante ricerca di cibo per sopravvivere.
Pochissimi altri personaggi fanno capolino tra le pagine e questi sono perlopiu` accessori ignorabili che aggiungono poco al totale. Un mondo disabitato, dove il cannibalismo e` pratica comune e dove i valori sono stati rovesciati per sopravvivere ad una totale mancanza di ordine.

Lungo la strada, da cui il titolo, si accompagna la coppia e pagina dopo pagina si realizza che il vero protagonista del libro e` il rapporto bellissimo tra padre e figlio; un padre che nonostante tutto continua a instillare un'educazione ai principi sani e giusti del genere umano, attraverso i modi piu` disparati, che conferiscono alla storia i momenti di climax piu elevato visto la tenerezza ed empatia che suscitano.
Oltre a questo poco altro, si continua a leggere aspettando che succeda qualcosa, aspettando un picchio di emozioni, un destino, un qualcosa che non arriva e che lascia quella sensazione di incompiutezza per la quale probabilmente e` stato scritto il romanzo, dove forse lo scrittore ha voluto evidenziare l'importanza dei rapporti familiari piuttosto che distarre con trame accessorie.

Lo stile di McCarthy non mi ha entusiasmato, l'uso costante della terza persona singolare, la descrizione ripetitiva di paesaggi sempre uguali, il non dare nome ai personaggi sono tutti elementi che hanno contribuito a non farmelo piacere e a rendere la lettura pesante.

In definitiva un libro che a mio parere e` sopravvalutato, che promette piu` di quello che mantiene e che mi ha deluso non poco.

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La strada 2016-10-24 07:37:14 martaquick
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martaquick Opinione inserita da martaquick    24 Ottobre, 2016
Ultimo aggiornamento: 24 Ottobre, 2016
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Mai è un sacco di tempo.

Una storia triste e tetra da immaginare in bianco e nero, un papà e suo figlio che cercano la salvezza in un mondo in cui non ce n'è.
Non sappiamo i nomi dei protagonisti ma sappiamo che c'è un forte legame tra i due, il padre che cerca con tutte le sue forze di far sopravvivere lui e il suo bambino, unica purezza e ragione della sua attuale vita.
Sporadiche scene del passato raccontate dal padre che il bambino non può ormai più capire perchè il suo mondo è quello che vivono alla giornata, distese di cenere e paura, tanta paura che corrode la loro vita ma fortunatamente non riesce a uccidere il loro lato umano.
Incontri sfortunati con altri sopravvissuti che sono quasi difficili da leggere e concepire, la scena della botola mi ha lasciato del male dentro.
Una storia che potrebbe riguardare chiunque in un mondo devastato dagli eventi ed il finale è davvero troppo veloce per un libro così sentito.
Lo consiglio a tutti anche se è un romanzo che ti lascia la disperazione addosso.

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La strada 2016-04-29 22:51:07 Antonella76
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    30 Aprile, 2016
Ultimo aggiornamento: 14 Mag, 2016
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Il verbo di Dio


Quanto può fare male un libro?
Quanto mi ha fatto male "questo" libro?
Pensate un numero, il numero più alto che riuscite ad immaginare...la risposta sarà sempre e comunque "di piu". Molto di più.
Può una scrittura essere spietata, asciutta, cruda e allo stesso tempo tremendamente poetica?
Può toglierti il fiato con uno scenario doloroso oltre ogni immaginazione e riscaldarti il cuore con poche parole?
Sì, può.
E di fronte a tutto questo io mi sciolgo come burro al sole.
È tutto finito...il mondo, i colori, i profumi, il cielo, il mare, la luce...e proprio mentre tutto finisce e brucia per non si sa cosa né perché, lui, "il bambino", nasce.
E non saprà mai com'era prima...prima della cenere, del grigio, dell'infinito nulla su cui si ritrova a camminare accanto a suo padre, "l'uomo".
Lei, la mamma, si è arresa...non ce l'ha fatta ad accettare tutto questo.
Neanche per amor suo.
E così ci ritroviamo a seguire questo padre e questo figlio in questa agghiacciante lotta per la sopravvivenza, in questo deserto di anime, dove anche i sentimenti sono stati uccisi, dove o sei buono o sei cattivo...
Tutta la desolazione, la devastazione, la disperazione di un mondo finito, bruciato, apocalittico, è in netto contrasto con la dolcezza e l'intensità dei dialoghi tra padre e figlio, così concisi, ermetici, secchi, eppure così potentemente significativi, traboccanti di amore, reciproca fiducia, reciproca protezione, speranza...
Lui, un bambino che non ha conosciuto il "prima", è portatore sano di un amore senza limiti, di un'umanità che ti fa vergognare delle tue piccole miserie, di un'innocenza che persiste nonostante lo sciacallaggio che la vita gli ha riservato.
Mi sono ritrovata a commuovermi per un sorso di Coca Cola, a tremare di paura per un terremoto, a sentire freddo e fame, fame da morire...
Questo romanzo va oltre la sorda disperazione...mi ha scavato un tunnel dentro che, probabilmente, non riuscirò più a richiudere, e "l'uomo e il bambino" alloggeranno lì per sempre. Dentro di me. Con il loro fuoco, il fuoco della vita.
E faranno di me una "buona".
Leggere "La strada" non è stato semplicemente "leggere", ma piuttosto "vivere un'esperienza"...e come tale, dopo averla vissuta, non potrai più essere la stessa persona di prima.
Io non credo di esserlo.
Ti spezza qualcosa dentro...e ti lascia in eredità tutto il peso della "rinascita".

"Se non è lui il verbo di Dio, allora Dio non ha mai parlato"

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La strada 2016-03-07 18:26:53 LittleDorrit
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LittleDorrit Opinione inserita da LittleDorrit    07 Marzo, 2016
Ultimo aggiornamento: 07 Marzo, 2016
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Il mondo secondo McCarthy

Ho testato sulla mia pelle che addentrarsi inconsapevolmente nella scrittura di McCarthy può portare a serie conseguenze quali: senso di disagio durante la giornata, perdita del senso del tempo e dello spazio, bisogno di isolamento e visioni apocalittiche durante i sogni notturni, o forse sarebbe meglio chiamarli incubi.
Leggere questo autore è davvero un'esperienza al limite dello straordinario.
Il mondo descritto da McCarthy ti buca la pelle come un ago e poi ti si propaga come un siero che ti uniforma agli uomini e alle donne, senza passato e senza futuro giunti lì prima di te, che vagano per luoghi senza nome.
Sai solo di essere in un limbo di terra sospesa tra realtà e paradosso, nel punto esatto dove una mente sana oscilla verso l'insano.
È un libro senza trama ma con una visione.
Un uomo e un bambino, vagano su di una terra senza tempo durante giornate tutti uguali scandite dai loro passi trascinati nella polvere di strade senza nome.
Sono stretti l'uno all'altro e comunicano tra loro attraverso brevi domande e sintetiche risposte a cadenza ripetitiva, come a simulare una litania funebre.
Le loro teste sono sovrastate da cieli di metallo e in lontananza si scorgono orizzonti spettrali, panorami arsi e mari lividi.
L'aria è irrespirabile. Densa. Fumosa.
I loro volti sono emaciati e segnati da un freddo del tutto irriconoscibile che penetra persino nei pensieri del lettore, ghiacciandoli.
Vagano cercando cibo e riparo. Quello è l'unico vero scopo, continuare a trascinarsi su di una terra che non è più quella che conosciamo, quella di cui abbiamo fatto parte e di cui ci hanno raccontato le generazioni precedenti.
Questa terra è stata completamente ridisegnata, quello che c'era non esiste più e gli uomini sopravvissuti sono cambiati.
Sono sagome esangui senza dignità o mostri mascherati da uomini.
Padre e figlio provano a raggiungere la costa.
Il padre è attento a mantenere in vita il figlio e il figlio si aggrappa agli insegnamenti del padre, perché un giorno dovrà cavarsela da solo.
La trama è tutta qui, si annoda e si snoda attraverso il rapporto padre/figlio in un mondo post apocalittico percorso da flashback onirici provenienti da un passato a colori.
Poche pagine che scorrono come oro fuso sotto gli occhi di un lettore paralizzato.
È una lettura psichedelica ed esasperante.
Le parole vanno assaporate goccia a goccia come se si vivesse in un deserto e si necessitasse di acqua.
Lo stile di McCarthy è raffinatissimo, potente, una parabola discendente che si aggrappa ad una speranza che fluttua nell'aria, ma che non si riesce mai ad agganciare del tutto.
Un finale un po' scontato, da movie americano, che mi ha fatto sorgere una domanda: "perché voler a tutti i costi sostenere l'umana speranza quando, per tutto il tempo, la storia mi convince insistentemente che è persa da tempo?
Avrei preferito un finale filosofico e alternativo.
Una via d'uscita che aprisse nuove domande.
Così non è stato ma per me è ugualmente un piccolo capolavoro di scrittura.

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La strada 2016-01-23 05:32:35 Phoenix25
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Phoenix25 Opinione inserita da Phoenix25    23 Gennaio, 2016
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c'è ancora umanità?

Non c'è un luogo specificato. Non c'è un nome pronunciato. Non c'è una speranza concreta. Paradossalmente non c'è nulla di quello che tutti noi agogniamo quotidianamente: dare un nome, avere tutto sotto controllo, sapere dove si sta andando.

Romanzo da togliere letteralmente il fiato, La Strada, si apre su una realtà (forse) post-apocalittica, dove i protagonisti sono un padre e suo figlio che devono andare verso sud. Il bambino rappresenta la speranza e l'animo umano ancora intatto, animo che il padre non ha più e che difende con una pistola nella quale son rimasti solo due proiettili.
Durante il loro cammino incontrano desolazione e cenere e qualche individuo poco raccomandabile, come se insieme alla Terra si fosse estinto anche il sentimento umano (in una scena trovano addirittura delle persone vive tenute prigioniere per diventare i pasti dei loro aguzzini).
Più volte durante la storia il bambino domanda al padre se stiano per morire..e non sempre il padre riesce a mentirgli.

Incisivi ed efficaci i dialoghi privi di qualsiasi punteggiatura e composti da lapidarie e brevi frasi, in alcuni casi solo singole parole. Descrizioni semplici del paesaggio circostante, con elementi costanti, come la cenere, il freddo di notte, la pioggia grigia e tutto bruciato.
Come giustamente ha scritto Arianna nella sua recensione, è un paesaggio in bianco e nero..il lettore stesso non riesce ad immaginarsi i colori. E personalmente non mi sarei mai immaginata di leggere un libro così.

Fondamentalmente i contenuti non sono un granchè, voglio dire, per tutto il romanzo non si fa altro che camminare, fermarsi, dormire, cercare da mangiare..per poi ricominciare da capo, come se il mondo si fosse fermato: eppure McCarthy è stato in grado di scendere così a fondo nell'animo umano da coinvolgere il lettore a livello emotivo, lasciandogli addosso una sensazione di straniamento e smarrimento.

Quasi a volerti dire "prova a pensare se succedesse a te".

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La strada 2015-09-23 12:24:22 Arianna
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Opinione inserita da Arianna    23 Settembre, 2015

Un libro silenzioso, in bianco e in nero

“La Strada”, un romanzo scritto nel 2006 da Cormac McCarthy, è un libro veramente inusuale, mi piace definirlo un libro silenzioso in bianco e in nero. Questi aggettivi, seppur insoliti per un libro, lo rispecchiano perfettamente. McCarthy infatti presenta al lettore una situazione estremamente triste e difficile per i personaggi, dove la gioia, i colori e le persone sono state bruscamente spazzate via, per lasciare il posto ad un’atmosfera cupa e buia dove regna il silenzio e la desolazione.

La trama del romanzo è fondamentalmente semplice: McCarthy narra di uno spaccato di vita, (sempre se vita si può definire), di un padre e di un figlio, che in balia del nulla si trovano giorno dopo giorno a lottare per la loro sopravvivenza.

Un vecchio carrello della spesa dalle ruote arrugginite, un pentolino e qualche coperta bucata, questo è tutto ciò di cui dispongono i due protagonisti.
L’elemento eccezionale che rende unico questo libro è lo sfondo, estremamente cupo e misterioso. Si tratta di un panorama indefinito, forse una regione o una valle, dove tutto è stato raso al suolo, tutto è stato distrutto. Le pianure sono aride, non ci sono animali, non si trova acqua pulita, l’atmosfera è immersa in un gelo penetrante, buio e senza vita. Il background fa pensare alle conseguenze di un’improvvisa apocalisse, una specie di inferno dove regna il silenzio, la diffidenza e dove la pace non è mai esistita.

L’uomo e il bambino vagano per questo panorama desolato in cerca di risorse e di qualcosa di commestibile, ogni tanto vedono un cadavere, ogni tanto un uomo vivo.
Nel primo caso passano oltre, completamente noncuranti della disgrazia, limitandosi a derubarlo in caso di averi considerati preziosi, come un coltello, un filo o un bottone. Nel secondo caso invece, colti alla sprovvista, se possono si nascondono, altrimenti premono il grilletto.

Durante il percorso gli incontri, seppur rari, sono particolarmente significanti, si imbattono una volta in una banda di superstiti, che si trovano più o meno nelle stesso loro condizioni disumane. Il bambino durante questo “incontri” assiste a scene raccapriccianti, che lasceranno un solco profondo nel suo animo fragile: un gruppo di uomini e donne, seduti attorno ad un falò, che cuociono, infilato in un ramo, un neonato. Questa appena riportata è una delle scene più crude e violente del libro, che rende partecipe il lettore, mostrandogli fin dove l’uomo può spingersi nei momenti di disperazione.

Al contrario però ci sono scene estremamente dlci e commoventi, dove il padre nonostante le avversità cerca di crescere il proprio figlio al meglio, sacrificandosi al suo posto, cedendogli la razione maggiore di pane, o l’ultimo goccio d’acqua.

Il tema della morte è una costante ripetuta per tutto il libro, il bambino domanda più e più volte al padre la struggente frase “papà, stiamo per morire?”.I discorsi tra il padre e il figlio sono ridotti a poche battute, i due si parlano solo nei momenti di estremo bisogno o nei momenti di assoluto sconforto, questo conferisce al libro un tono particolarmente silenzioso. Ciò che accentua la sobrietà e semplicità dei dialoghi sono l’assenza di aggettivi e avverbi, e l’assenza di virgolette nei discorsi diretti.

“La strada” è il tipo di libro che mantiene il lettore incollato alle pagine fino alla fine, chi lo legge può sentirsi confuso e anche dopo aver terminato la lettura potrebbe non comprendere il senso del libro. McCarthy probabilmente ha voluto mettere in risalto l’importanza dei rapporti tra le persone, che poco a poco stanno scomparendo silenziosamente. I rapporti e le emozioni si intensificano però nel momento del bisogno, come nel caso del padre e del figlio, sono uno la ragione di vita dell’altro, questo perché sono l’unica cosa che hanno. Ma se invece le condizioni in cui si trovassero fossero diverse? Se non avessero bisogno di percorrere chilometri per mangiare e bere e non avessero bisogno di foglie per non morire di freddo, si sarebbero comunque voluti così bene? Avrebbero capito che l’unica cosa che l’uomo può possedere in eterno è l’amore?
Forse no, non l’avrebbero mai capito, e senza quest’imperdibile lettura molte persone non lo capiranno mai.

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La strada 2015-08-24 03:48:08 Bruno Elpis
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    24 Agosto, 2015
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Mai è un sacco di tempo

“La strada”, premio Pulitzer 2007 a Cormack McCarthy, è un romanzo post-apocalittico con due protagonisti: l’uomo e il bambino (“Il bambino era l’unica cosa che lo separava dalla morte”).

Si è verificata una catastrofe (nucleare?) e il mondo si spalanca desolato (“Impiegarono interi giorni per attraversare quella piana cauterizzata”) e devastato (“Tutto era ridotto in cenere”) davanti agli occhi dei pochi sopravvissuti. Il clima è mutato (“Lungo l’arido crinale, alberi scorticati e neri sotto la pioggia”) e i paesaggi sono desertici e grigi. Il padre intraprende il viaggio (“E stiamo sempre andando a sud”) con il figlioletto: i due sono i buoni, forse sono l’ultima chance per rifondare un’umanità distrutta, spaventata e condannata alla solitudine (“Perché non c’è nessuno a cui fare dei segnali. Giusto?”). Si aggirano con un carrello nel quale ripongono i viveri; una pistola è l’unico strumento di difesa del quale dispongono (“Tieni sempre la pistola con te. Devi trovare altri buoni, ma non puoi permetterti di correre rischi… Non puoi. Devi portare il fuoco”).

Il viaggio si svolge tra pericoli, stenti (“Stavano veramente morendo di fame”) e segnali preoccupanti (“Uno schianto fra gli alberi”). Le soste avvengono in prossimità di case abbandonate o bunker che talvolta celano l’orrore, del quale il bambino prende consapevolezza (“Non sapeva se il bambino avrebbe mai ripreso a parlare”).

Lungo il percorso, i due s’imbattono in esuli solitari o bande di superstiti (“Avanzavano strusciando i piedi nella cenere e dondolando le teste incappucciate. Alcuni portavano maschere antigas. Uno aveva una tuta antiradiazioni”) che spesso praticano il cannibalismo (“Se li mangeranno, vero?”). Quando arrivano al mare, la delusione s’impossessa del bambino (“La pelle cerea del bambino ormai era quasi trasparente”), che si ammala. Anche l’uomo si sente sempre più debole e una tosse insistente lo affligge…

Lo stile dell’autore si tronca in periodi brevi, spesso costituiti da singole parole; i dialoghi sono rapidissimi e mai in forma esplicita. L’atmosfera catastrofica incombe sull’intero romanzo che, nel finale, si squarcia in una prospettiva incerta, degna della luce minacciosa che illumina tutta la storia (“La traccia di un sole smorto che si muoveva invisibile oltre le tenebre”). Che sia avvertimento, futuro possibile o pericolo da scongiurare (“Migliaia di notti a sognare i sogni della fantasia di un bambino, mondi di volta in volta generosi o terrificanti ma mai il mondo che sarebbe stato davvero”), il romanzo entra direttamente nelle vene di chi lo legge. Ed è destinato a rimanervi (“Mai è l’assenza di qualsiasi tempo”).

Bruno Elpis

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La strada 2015-06-29 13:35:18 ferrucciodemagistris
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ferrucciodemagistris Opinione inserita da ferrucciodemagistris    29 Giugno, 2015
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Allucinante realtà tra morte e rovine

Frastornato! Sì, è proprio questa la sensazione che ho avuto durante la lettura ed è rimasta anche alla fine del romanzo; nello stesso tempo ho acquisito notevole consapevolezza su ciò, anche se in maniera remota, potrebbe realmente accadere al nostro mondo. La narrazione è del genere post-apocalittico; due persone, padre e figlio i cui nomi non è dato sapere, camminano lungo un percorso fatto di estremo degrado ambientale, scheletri di città, rovine e morte. Altre persone, molto poche, sopravvissute a una catastrofe termo-nucleare, si aggirano tra la cenere, la nebbia, una natura composta di alberi abbattuti, secchi, anneriti, campi che non producono nulla, strade, sentieri e abitazioni invase da ciò che rimane dopo una distruzione collettiva che, oltre a generare morte, ha cambiato drasticamente la civiltà fino a una immane regressione che ha trasformato i superstiti in fantasmi senza meta, alla ricerca di cibo e di riparo necessari alla sopravvivenza.

Tutto ciò che l’uomo ha costruito negli scorsi millenni, non esiste più; la tecnologia, che ha tanto contribuito al benessere della società, è ormai ridotta a sterili detriti di ferro arrugginito, di chiazze scure a macchia di leopardo, di spunzoni di materiale vario che si ergono verso un cielo plumbeo a similitudine delle dita di innumerevoli mani che cercano un aiuto da qualche superiore entità che non esiste più. I colori sono spettrali e si fondono in un atipico alone di foschia.

In questo cammino di profonda desolazione, padre e figlio cercano di raggiungere una meta che possa dar loro l’esile di speranza di poter ricominciare anche partendo da un nuovo stato primitivo, preistorico; ma devono affrontare l’orrore e le miserie cui gli altri esseri rimasti sono impregnati a causa di una sub-umanità che ha connotazioni più basse e terribili di un animale senza freni inibitori per i quali l’arcano cervello rettiliano ha preso totale possesso.
Il romanzo segue queste grandi linee in un allucinante lotta per la sopravvivenza in luoghi dove la vita ha cessato la sua attività ed è stata sostituita da un vuoto lacerante.

La riflessione è la seguente: ci vuole più coraggio a farla finita con il suicidio oppure continuare a nutrire un barlume di speranza che va conquistato ora dopo ora in situazioni di estrema difficoltà e barbarie?

L’epilogo è un connubio tra una forte tristezza e la possibilità, ancorché teorica, di provare a ricostruire cominciando dall’età della pietra.

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La strada 2015-06-11 13:56:36 Vita93
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Vita93 Opinione inserita da Vita93    11 Giugno, 2015
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L' uno il mondo dell' altro

Quando in libreria ho acquistato “ La strada “ di Cormac McCarthy, la proprietaria mi disse che davanti ad un romanzo del genere si poteva rimanere totalmente assorbiti o al contrario del tutto indifferenti.

“ La strada “ è un libro senza mezze misure di un autore altrettanto estremo.
Il mondo è rimasto colpito da un improvviso ed indefinito cataclisma che ha distrutto tutto radendo al suolo il paesaggio terrestre, ormai ridotto ad un cumulo di ceneri, e decimato la popolazione.
Un padre e un figlio di cui non ci verranno mai svelati i nomi, non che ce ne fosse bisogno, intraprendono un lungo e faticoso viaggio diretti verso un imprecisato Sud, verso il mare.

Tutto ciò che fa parte di questa lettura è estremo.
Lo stile di McCarthy, scarno e privo di ridondanti figure retoriche, è come sempre minimalista, ma sorprende anche stavolta per un’ incredibile vastità lessicale, un vero talento.
“ La strada “ non può lasciare indifferente il lettore, fosse solo per le tematiche che affronta.
La prima, lampante, è l’ amore puro e incondizionato che unisce un padre e un figlio, un legame impossibile da spiegare a parole e che anche nel romanzo gioca molto sul non detto, sugli sguardi e sulla preoccupazione interiore che l’ altro riesca a sopravvivere.
La seconda importante tematica è quella del rapporto tra l’ uomo e l’ ambiente che ci circonda.
Ne “ La strada “ la Terra che tanto sfruttiamo si è “ ribellata “, e subito l’ essere umano privo di una società organizzata, senza regole sociali e con l’ istinto di sopravvivenza come unica molla per andare avanti e non lasciarsi andare, si trasforma in una bestia diffidente del prossimo, pronto a rubare e ad uccidere pur di mangiare.
Fa eccezione il bambino, ancora più del padre, che dimostra in più di un’ occasione pietà e desiderio di aiutare gli altri.
Curioso il fatto che il bambino sia nato dopo il cataclisma, cresciuto in un ambiente già cinico e duro, senza apparente possibilità di coltivare sentimenti positivi.
Invece è il personaggio più umano di tutto il libro, nel vero senso della parola, rappresenta la speranza che anche nelle situazioni più difficili si può sempre scegliere tra l’ essere una bestia e un essere umano.
E’ la Terra, la natura, l’ antagonista della storia, nonostante siano gli sporadici incontri tra i protagonisti ed altri esseri umani a dare al romanzo un qualche barlume di azione.
Tutto il resto è angoscia, timore di non ammalarsi e di non riuscire più a trovare qualcosa di commestibile, terrore di essere catturati dai “ cattivi “ o di essere anche solo derubati.

“ La strada “ è un romanzo importante, che trasmette al lettore un’ emotività superiore alla somma delle singole parti non esenti da pecche e difetti, tra le quali una prima metà del libro estremamente lenta, descrittiva e ripetitiva, di non facile scorrimento, ma certamente funzionale alla storia e al contesto.
E' un libro personale, di cui è difficile parlare, che ci pone di fronte alle domande esistenziali che da sempre si pone l' uomo fin dall' antichità.
Chi siamo ? Da dove veniamo ? Dove andiamo ?

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La strada 2015-03-10 14:19:49 cosimociraci
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cosimociraci Opinione inserita da cosimociraci    10 Marzo, 2015
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Un uomo, suo figlio, il carrello della spesa e una

Un uomo, suo figlio, il carrello della spesa e una strada da seguire.
MI piace immaginarlo come un documentario sulla vera natura dell'uomo. La vita in un mondo dopo una catastrofe non meglio precisata. Se sia stato l'uomo o la natura a cambiare il mondo non è da sapersi ma sicuramente sia l'uomo che il mondo sono cambiati profondamente. La gioia e stata spazzata via insieme ai colori e agli animali. Il cielo è oscurato e per sopravvivere l'uomo rispolvera un cannibalismo che sembrava sepolto da millenni di evoluzione invece è ancora li, quasi a far da padrone per una necessaria sopravvivenza.
L'inizio del libro volutamente ripetitivo e statico da l'idea della quatidianità ormai essenziale dell'uomo e del figlio. Questi rappresentano l'ultimo scampolo d'amore in questo nuovo mondo. Infatti è fortissimo il legame che tiene stretti padre e figlio, figlio che verso la fine del libro sarà quasi venerato dal padre. Il carrello della spesa pieno di coperte e pochi pezzi di cibo in scatola per le emergenze. La strada da evitare perché pericolosa è anche l'unico sentiero da seguire così come è inevitabile seguire il sentiero della vita. Il figlio, che verso la fine del libro sarà venerato dal padre, rappresenta una bella immagine del futuro infatti è l'antropomorfizzazione della speranza che non si rassegna neanche quando l'esito delle loro vite sembra inevitabile. Man mano che il romanzo va avanti prende un po' di ritmo senza picchi eccessivi di interesse.

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Christopher Priest - The Prestige
Stephen King - 22/11/'63
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La strada 2015-02-15 12:39:35 Emilio Berra TO
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Emilio Berra  TO Opinione inserita da Emilio Berra TO    15 Febbraio, 2015
Ultimo aggiornamento: 15 Febbraio, 2015
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Un incubo per le nostre paure

Questo libro ha il dono della semplicità.

Un uomo e il suo bambino vagano quasi senza meta in un mondo devastato, dove nulla è rimasto integro, la morte è dominante; un mondo grigio ("Quanti colori invece nei sogni").
Sembra un incubo, dove le nostre paure prendono forma : noi occidentali, che viviamo nelle comodità, nel benessere e consumismo, se apparentemente tutto questo ci pare naturale e stabile, nel profondo avvertiamo invece che tutto è precario, che ordigni micidiali, nascosti ormai in punti innumerevoli sulla Terra, possono produrre una devastazione mai sperimentata nella Storia.
Per questo la vicenda ci tocca particolarmente, tanto più che il personaggio adulto non deve solo provvedere alla propria sopravvivenza, ma è costantemente teso all'amorevole e trepidante protezione del suo bambino, che qui assume progressivamente il ruolo di vero protagonista. Le parti che ho trovato più vibranti sono proprio i dialoghi fra i due :
" Noi moriremo ?
Prima o poi sì. Ma non adesso. (...)
Che cosa faresti se io morissi ?
Se tu morissi vorrei morire anch'io.
Per poter stare con me ?
Sì. Per poter stare con te ".

La storia narrata è piuttosto lineare. Ho però trovato le descrizioni collaterali un po' ripetitive, tanto che in più punti ho avvertito una certa monotonia, benché sempre sostenute da uno stile di grande qualità.
Quando un libro, che si ritiene bello, non ci appassiona nella lettura, forse significa che non l'abbiamo affrontato nel momento giusto.

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letteratura americana contemporanea
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La strada 2015-01-13 14:09:12 Riccardo76
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Riccardo76 Opinione inserita da Riccardo76    13 Gennaio, 2015
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Un uomo e un bambino

Un lunghissimo cammino di cenere, terra, catrame e morte. Il libro è quasi completamente scritto in “bianco e nero”, le scene che lo compongono lasciano pochissimo spazio ai colori, i colori sono dei pochi ricordi pre-apocalisse e del finale, dove i colori sono appena accennati.
Favoloso il clima che lo scrittore riesce a creare, porta il lettore ad un livello tale di interesse, che si è sempre in attesa che succeda qualcosa di eclatante, di sensazionale e ad un certo punto ci si rende conto che tutto il racconto è eclatante, sensazionale. Il padre ed il figlio in perenne lotta con gli eventi, in continuo conflitto tra la semplicità di lasciarsi morire e l’estrema difficoltà di sopravvivere.
Un padre che anche in tanta disperazione, in tanta devastazione, riesce a proteggere il figlio educandolo e rendendolo uomo. Il bambino è il simbolo di pura e genuina bontà, toccante quando incontrano un altro bambino, forte il significato del dialogo con il padre, il più alto gesto di carità e solidarietà in uno scenario di disintegrazione totale.
Un uomo e un bambino, non Peter e Andrew, non Paul e John due personaggi eccezionali, ma senza nome, come a voler sottolineare il fatto che si tratta di due persone qualsiasi, alla quale è stato tolto tutto, anche il nome. Un uomo e un bambino, l’umanità tutta, tutti noi che dobbiamo lottare tutti i giorni, e camminare su quella strada, magari verso sud, quella strada che potrebbe anche ucciderci da un momento all'altro o che forse ci salverà.
Il bene e il male, l’odio e l’amore, il conflitto tra queste dualità sono insite nella nostra natura, l’apocalisse è cenere, è un sole che non si vede più, è un mare gelido e in burrasca, l’apocalisse sono corpi devastati e brutalizzati e senza un nome, non vi fa venire in mente l’olocausto?
“...Ci toglieranno anche il nome: e se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di farlo, di fare sì che dietro al nome, qualcosa ancora di noi, di noi quali eravamo, rimanga.”

Questa è una citazione di Primo Levi.

Questa invece è la bellissima frase che McCarthy fa dire al suo Uomo:

“… ma ancora una volta si ripeté quello che già si era detto in precedenza. Che la fortuna poteva anche non essere tale. Erano poche le notti in cui, sdraiato nel buio, non provava invidia per i morti.”

Sempre a sottolineare il concetto di lotta per la sopravvivenza e identità fino all’ultimo respiro.
Un romanzo sulla lotta, sulla vita, nonostante sia disseminato di morte, sui conflitti, sul coraggio e sulla forza di volontà. Un libro importante da leggere, nonostante il fortissimo impatto emotivo, da leggere per capire di cosa può essere capace l’uomo, nel bene e nel male, un libro che fa riflettere.
McCarthy vinse il premio Pulitzer nel 2007 per questo libro e la cosa non mi stupisce, la sua pulizia e linearità nello scrivere scorrono paralleli a quella strada che è al contempo la via per chissà quale salvezza e il luogo dalla quale stare lontani per evitare di morire.

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La strada 2015-01-08 19:15:32 lakylucy
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lakylucy Opinione inserita da lakylucy    08 Gennaio, 2015
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Confermo: angosciante

Mi son decisa a leggerlo dopo tanta titubanza dovuta alle precedenti letture di figlio di Dio e il guardiano del frutteto.
Nonostante i tanti pareri positivi e le opinioni esaltanti, ho impiegato più di una anno a prendere la decisione di leggerlo. Certamente mi aspettavo qualcos'altro, non avevo idea di come la scrittura potesse essere così coinvolgente e struggente.
La storia in sé è abbastanza trita e ritrita, ho già letto parecchie volte degli effetti devastanti che potrebbero verificarsi negli anni a venire, quindi fin qui niente di nuovo.
E' lo stile che fa la differenza!
L'uomo e il bambino sono presenze primarie. Angoscia, paura, terrore, freddo, fame, sonno, dolore... sono presenze costanti. Ma anche amore, speranza e affetto tra padre e figlio, tanto da essere commoventi.
Sono l'istinto di sopravvivenza e la disperazione che li fa proseguire lungo questa strada e la speranza di trovare qualcosa di umano.

Un libro che merita assolutamente d'essere letto.

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L'ultima trilogia di Terry Brooks
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La strada 2014-12-20 10:55:49 enricocaramuscio
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    20 Dicembre, 2014
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Un drammatico cammino

Morte e desolazione ovunque, dappertutto inquietanti segni di una civiltà ormai estinta e di una natura devastata dalla follia umana. Terreni neri e spogli, tronchi carbonizzati e senza rami, città deserte, case disabitare, arse, saccheggiate. Nessun segno di vita animale se non un cane randagio e schivo. Cadaveri umani disseminati in ogni angolo mentre i pochi superstiti si ammazzano l'un l'altro per accaparrarsi quel po' di commestibile che ancora si riesce a trovare. E quando non si trova si finisce con il mangiarsi l'un l'altro. In questo scenario apocalittico un uomo e il suo bambino avanzano verso sud lungo una strada che sembra non finire mai. Il primo incarna la razionalità, il pragmatismo, l'istinto di sopravvivenza che non viene meno neanche davanti alle peggiori difficoltà. Il secondo sembra essere l'ultimo depositario della pietà, dell'empatia, della carità, virtù oramai scomparse in un mondo sopraffatto dalla più nera catastrofe. Il freddo, la fame, la paura, i pericoli sempre in agguato attanagliano i due protagonisti rendendo estremamente difficoltosa la loro marcia verso una vita migliore. L'epilogo di questo drammatico cammino sarà tragicamente commuovente ma al tempo stesso foriero di speranza. Pur apparendo lampante che dietro il disastro descritto ci sia la mano degli uomini, McCarthy non fa menzione delle cause che hanno portato il pianeta a ritrovarsi in condizioni tanto nefaste. Si potrebbe dedurre che si sia trattato di una guerra, probabilmente atomica, ma l’autore lascia il lettore nel dubbio scaraventandolo senza pietà in uno scenario allucinante in cui tutto rimane indefinito, ingiustificato, anonimo, dai luoghi dove gli eventi si svolgono ai nomi dei due protagonisti, indicati semplicemente come “l’uomo” ed “il bambino”, quasi a voler dire che in una situazione del genere ci si potrebbe trovare chiunque ed ovunque. L’angosciante atmosfera poi è resa ancora più realistica da una prosa scarna, fredda, essenziale, che contribuisce ad accrescere il senso di distruzione e afflizione che pervade l’intera opera e che penetra prepotentemente nelle ossa e nell’anima del lettore. McCarthy ha inoltre il grande merito di riuscire ad affrontare il tema della fine del mondo senza cadere, come spesso avviene quando si parla di questo argomento, in pompose e fastidiose faziosità politiche, religiose o ideologiche, riuscendo al tempo stesso a lanciare un duro monito ad una razza umana che, senza rendersene conto, sta portando se stessa e il mondo in cui abita sempre più vicini all’orlo del baratro.

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La strada 2014-09-29 20:02:26 Rollo Tommasi
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Rollo Tommasi Opinione inserita da Rollo Tommasi    29 Settembre, 2014
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Elegia dell'orrore

“Quando ce ne saremo andati tutti qui resterà solo la morte, e anche lei avrà i giorni contati. Vagherà per la strada senza niente da fare e nessuno a cui farlo. Dirà: Dove sono finiti tutti? Ecco come andrà”.

Un uomo e un bambino. Senza un nome (che significato possono più avere i nomi? Che significato le parole qui, ora?)
Un uomo, un bambino e la strada da percorrere, fatta di cenere come tutto il resto, a volte di terra bruciata, oppure di catrame bollito dal sole e poi riasciugatosi in forme disumane e contorte (come i cadaveri, che possono spuntare dappertutto e in qualsiasi momento).
Un uomo, un bambino e il mare: una méta da raggiungere, senza nemmeno sapere esattamente il perché. Non importa quanto tempo servirà (qui e adesso il tempo non significa più nulla). Importa la distanza, invece: perché i sopravvissuti passano cauti e impauriti lungo il ciglio di una strada al cui centro cammina eretta la morte.
L'uomo non sa esattamente quanto manca alla costa. E il bambino tantomeno: non può far altro che seguire l'uomo, dormire con lui, mangiare quel poco di commestibile che si trova in giro.
Un uomo e un bambino.
Un padre e suo figlio.

“La strada” è un libro spietato e doloroso, ma splendido.
Una scrittura ridotta all'osso, come il mondo rimasto dopo l'apocalisse. Di cui McCarthy non spiega il perché (che importanza può avere, ormai? La civiltà è alle spalle, e dunque cancellata).
Una storia angosciante, di disperazione e istinto di sopravvivenza, di abisso (gli sguardi sul cannibalismo sono puro orrore per quanto siano appena tratteggiati... o forse proprio per quello). Tutto calibrato in funzione di una consapevolezza da grandissimo autore: non c'è posto migliore, per rendere visibile un barlume di umanità, che un infinito deserto (di cenere e dell'anima).
Un barlume di umanità:
quello di un uomo guidato dall'atavico istinto di proteggere suo figlio finché gli sarà possibile,
quello di un bambino che si dimostra l'unico depositario dell'antica pietà di cui è stato capace il genere umano, prima che tutto questo accadesse.

“Il bambino distolse lo sguardo. L'uomo lo abbracciò. Ascoltami, disse.
Cosa.
Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso. Capisci? E tu non ti puoi arrendere. Io non te lo permetterò.”

“La strada” è un capolavoro. Si può giurare che lo sia stato già nella testa del suo autore, prima ancora di essere scritto. E come accade ai capolavori è difficile catalogarlo in un genere. Può essere un libro di fantascienza per chi è convinto che tutto ciò di cui parla non accadrà mai. Ma solo per chi ne è convinto.

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La strada 2014-07-23 17:42:39 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    23 Luglio, 2014
Ultimo aggiornamento: 23 Luglio, 2014
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Una Terra grigia e terrificante

Quanti scrittori, autori, fumettisti hanno immaginato la fine del pianeta Terra? In quanti innumerevoli modi diversi tra loro hanno descritto la fine del nostro, spesso trascurato, pianeta? Guerre nucleari, epidemie, carestie, alieni conquistatori, alieni costruttori di autostrade intergalattiche... e l’elenco potrebbe continuare per lungo tempo. Anche “La Strada” di Cormac McCarthy ci rende partecipi di un futuro apocalittico della Terra. Ma la cosa particolare è che lo scrittore non si sofferma sulle cause del declino del pianeta, bensì sulla cupezza e sul grigiore delle terre una volta piene di colore e di vita; sull’esistenza dei sopravvissuti, attanagliati da un terrore costante e privi di una qualsiasi voglia di vivere, che portano avanti la propria esistenza per inerzia, solo perché lasciarsi morire, o uccidersi sembra sbagliato, o semplicemente, perché la nostra anima si aggrappa alla vita anche nella peggiore delle condizioni. Nel libro lo scrittore lascia tutto anonimo, volutamente.
Vaghiamo quindi in un pianeta Terra distrutto (non si sa come), in compagnia di due protagonisti senza nome (un uomo con il suo piccolo figlio), in un territorio senza nome (America? Europa? Australia? Chissa.), permeato dal grigiore dell’aria e dal terrore che si presenta in modi differenti, la fame, la sete, il freddo, la pioggia, i sopravvissuti che, resi senza scrupoli dall’egoismo di una vita fatta di ristrettezze, non sono che un pericolo gli uni per gli altri.
L’autore per me in questo libro fa un lavoro egregio, seppur la trama non sia ricca di colpi di scena, le descrizioni di quella landa desolata; l’illustrazione delle ristrettezze alle quali sono costretti i protagonisti, dovute alla mancanza di risorse; il terrore che li circonda e non li abbandona in nessun momento, è descritto da McCarthy in maniera egregia e coinvolgente. Durante la lettura si crea nella mente del lettore l’esatta immagine che l’autore vuole descrivere.
Certe scene sono di una crudezza spiazzante, in alcune parti mi ha portato alla mente anche il grande Edgar Allan Poe, mettendo in risalto l’istinto crudele che si impossessa dell’essere umano che vuole sopravvivere, portandolo ad essere in grado non solo di uccidere un altro, con la forza bruta o rubandogli ciò che ha per vivere, ma anche di cibarsi dei propri simili e addirittura dei propri neonati. Questo istinto forsennato di sopravvivenza, porta all’impossibilità di rifondare una società dalle ceneri, ognuno troppo occupato a sé stesso, a sopravvivere nelle ristrettezze, pronto a sacrificare un proprio simile per un po' di cibo in scatola.
Con il loro vagare, i protagonisti ci mostrano il post-mondo immaginato da McCarthy nella sua interezza, contrapponendo lo spirito egoistico dell’uomo adulto, capace di (quasi) tutto al fine di garantire la sopravvivenza a sé e al proprio figlio, rispetto allo spirito altruistico del bambino, pronto a privarsi del cibo, dei vestiti, per aiutare anche un povero vecchio. I bambini portano il fuoco, da loro riparte la nostra speranza. Non conoscono rancore, odio, egoismo, e forse, se tutti conservassimo dentro di noi qualcosa dei bambini, potremmo impedire forse non a una razza aliena di distruggere la terra per costruire un’autostrada, ma sicuramente di andare incontro all’autodistruzione. In qualsiasi modo essa possa presentarsi.

“E forse oltre i flutti nebbiosi c’era davvero un altro uomo che camminava sulle sabbie morte e grigie insieme a un altro bambino. Dormivano solo a un mare di distanza da loro, in mezzo alle amare ceneri del mondo, oppure stavano in piedi nei loro stracci, rinnegati dallo stesso sole impassibile.”

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Ma gli androidi sognano pecore elettriche?
Bioshock: Rapture
Le avventure di Gordon Pym
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La strada 2014-04-06 08:46:36 F.Angeli
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F.Angeli Opinione inserita da F.Angeli    06 Aprile, 2014
Ultimo aggiornamento: 07 Mag, 2014
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PAURA E SPERANZA

La strada di Cormac McCarthy è un'opera fuori dagli schemi, concepita e realizzata in una maniera assolutamente geniale. Il libro, suddiviso non in capitoli bensì in paragrafi, è ambientato in uno scenario post-apocalittico, probabilmente a causa di una guerra nucleare, dove non esiste più la civiltà e la gente lotta per la sopravvivenza. Il senso di smarrimento, di perdizione e di terrore è meravigliosamente evocato nel romanzo con uno stile particolare, ovvero descrivendo i dialoghi come parte del racconto, senza usare le virgolette per introdurli, creando un'atmosfera coinvolgente e drammatica.
I protagonisti senza nome dovranno affrontare un viaggio per cercare terre più accoglienti, incontrando numerose difficoltà a causa della mancanza di cibo e di riparo. Nonostante non ci sia una trama molto complessa, il romanzo è comunque un'opera grandiosa, dotato di un finale estremamente toccante e splendidamente ambiguo.

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La strada 2013-12-22 17:47:01 Franco B.
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Opinione inserita da Franco B.    22 Dicembre, 2013

UN BAMBINO, LA VITA CHE CONTINUA

Non ho mai sofferto tanto, leggendo un libro. Non conoscevo McCarthy, ho letto di "La strada" in un saggio di Massimo Recalcati ("Patria senza padri") e mi è venuta voglia di leggerlo: lo trovo straordinario, un libro che scava dentro, che porta alla mente, attraverso le vicende di quest'uomo e questo bambino in un mondo che ormai sembra avere solo una natura minacciosa, interrogativi sulla vita e sulla natura degli esseri umani. L'uomo è un esempio grandissimo di determinazione e di abnegazione in favore del proprio unico figlio; il bambino è il custode dell'umanità residua in un mondo che si è liquefatto e mostra solo scheletri di persone e di cose, dove pare che non vi possa essere spazio per altri sentimenti che non siano il sospetto e l'interesse a sopravvivere, a qualunque costo e contro chiunque altro. Mi piace la lettura che ne ha dato Recalcati, che ha scritto che la conclusione del libro dimostra che "finché c'è un bambino c'è Dio" (ed a Dio si può attribuire qualunque significato, anche un non-credente come me può parlare di Dio), come d'altronde recitano alcune delle ultime parole del libro, quelle dette da una madre che accoglie il bambino come un altro suo figlio e che pensa che "il respiro di Dio è sempre il respiro di Dio, anche se passa da un uomo all'altro in eterno". Sono felice di aver letto un libro così, attraverso la sofferenza che mi ha dato credo di avere scoperto delle parti di me nelle quali non mi ero ancora imbattuto. Un libro, quindi, da leggere e da ri-leggere.

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La strada 2013-12-14 08:57:41 bale8486
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bale8486 Opinione inserita da bale8486    14 Dicembre, 2013
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Ho tanta paura, papà.

Freddo. Freddo e buio.
Grigio. Grigio e desolazione. Nessuna forma di vita.
E se toccasse a voi proteggere un figlio in un mondo che non offre più nulla, senza alcun futuro, senza un domani. Giorni freddi e vuoti in cerca di una minima fonte di alimentazione, con una coperta ed un telo di plastica per proteggersi dalla pioggia e dal freddo. Quel freddo che ti entra nelle ossa e ti fa tremare.
Poi la paura. Paura di non arrivare al domani, anche se il domani non ha più senso di esistere.
Poi c’è la strada, quella principale, dove puoi incontrare i cattivi che senza pietà sarebbero disposti a tutto pur di prendere ciò che hai.
Poi c’è tuo figlio, unica ragione di sopravvivenza. Unica fonte di luce. Unico amico.
Non puoi lasciarlo solo in questo mondo abbandonato da Dio.

McCarthy riesce a trasmetterci tutta la paura e la disperazione di un genitore che combatte da ormai 10 anni in un mondo che non c’è più. Deve proteggere a tutti i costi suo figlio, raccontandogli qualcosa del passato e nascondendo il futuro che ormai non c’è più.
Diventeremo loro amici, condividendo le stesse paure, gli stessi pensieri e gli stessi dolori. Insieme sulla strada verso sud, circondata da un paesaggio grigio e morto, ricoperto di cenere, immondizia, cadaveri bruciati e case deformi.
Troveremo del cibo ed un posto “sicuro”, ma bisogna proseguire il cammino verso quel mare caldo e blu come lo ricordavamo.

E’ un libro che potrebbe non piacere, ma indubbiamente ti rimane dentro, ti tocca l’anima e ti gela il cuore.

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Genere post-apocalittico
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La strada 2013-09-19 09:27:50 catcarlo
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catcarlo Opinione inserita da catcarlo    19 Settembre, 2013
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La strada

Nessun colore, solo un accenno di bianco, il nero delle notti senza stelle e un’infinita serie di sfumature di grigio. Cenere ovunque che, prima ancora che giunga a terra, sporca la neve che cade da un cielo in cui il sole è sempre coperto dalle nubi. E’ un mondo morto quello in cui avanzano l’uomo e il bambino, padre e figlio diretti da qualche parte verso sud armati solo di una pistola con due colpi e un carrello della spesa in cui stanno tutti i loro averi: mangiano quel poco che ancora si trova e cercano di ripararsi in qualche modo dal freddo onnipresente e da precipitazioni sovente furiose. Nella desolazione attorno a loro, i pochi esseri umani sopravvissuti sono ormai regrediti a uno stato bestiale e a scaldare i protagonisti, più che i falò improvvisati che accendono con fatica, è il fuoco dell’amore reciproco, in cui trovano la forza di andare avanti anche se la loro impresa può apparire insensata. Leggere i romanzi di McCarthy non è di norma una passeggiata, ma questo è disperante in modo particolare e così per un bel po’ gli ho girato attorno: se è vero che ci sono poche tracce della violenza che contraddistingue le altre opere dell’autore di Providence, la sua Terra post-apocalittica (molto post, l’azione si svolge svariati anni dopo un’ecatombe non spiegata) si intrufola nell’animo del lettore spandendovi un’insidiosa angoscia. Eppure, malgrado l’ambientazione opprimente e con la sola, tenue fiammella di umana speranza che muove i personaggi, il libro sa coinvolegere con forza inaspettata grazie anche a una scrittura che procede per frasi brevi in una lingua ritmata che riesce a ricostruire un mondo con il minimo di parole possibili e a modellare dialoghi fondamentali anche quando paiono ai limiti dell’afasia. Se si esclude qualche paragone artisticheggiante che un po’ stride con l’estrema concretezza di gran parte della narrazione, lo scrittore dimostra ancora una volta di sapere come farsi seguire in un territorio di poca immediatezza: per raggiungere lo scopo, qui c’è la rinuncia ai capitoli e la scelta di un racconto spezzato in gruppi di poche frasi che scolpiscono un susseguirsi di scene dando vita a uno sviluppo quasi cinematografico. Così le pagine scorrono anche se, a ben guardare, nel libro ben poche cose succedono a parte il viaggio, sorta di icona statunitense in versione raggelata perché il grigiore uniforme rende il paesaggio sempre uguale: il vero fulcro è il rapporto tra padre e figlio (il volume è dedicato all’erede avuto dall’autore in tarda età) con il primo che, tormentato da qualche ricordo della vita di prima, cerca disperatamente di difendere il secondo, la cui innocenza va svanendo con il passare dei chilometri. Quando, dopo poco più di duecento pagine, il genitore non ce la farà più, il ragazzo sarà infine costretto a scegliere da solo in un finale di meravigliosa ambiguità.

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La strada 2013-07-30 19:54:03 chicca
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chicca Opinione inserita da chicca    30 Luglio, 2013
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Insieme sulla strada

Un libro straordinario, non trovo altre parole per descrivere un romanzo che ti entra dentro, che lascia il segno , dal quale fatichi a staccarti e che mentre lo leggi senti gli odori, vedi ciò che vede il protagonista, provi la paura, l' angoscia, il terrore di un padre e un figlio dispersi in un mondo ostile e apocalittico.
Lo stile è scarno e asciutto e i dialoghi ridotti all' osso riescono pienamente ad evocare quella potenza emotiva che scuote il lettore.

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La strada 2013-04-05 12:17:00 valeceleste
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valeceleste Opinione inserita da valeceleste    05 Aprile, 2013
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La Strada

Storia di un padre e di un figlio in un viaggio perenne, un viaggio verso un miraggio, verso una salvezza che non esiste ma che rappresenta l'unica speranza e il motivo per vivere. Probabilmente in moltissimi conoscono questa storia attraverso il buon film "The Road" e bisogna ammettere che ben la rappresenta, o almeno io non ne sono rimasta affatto delusa. Unica cosa o una delle poche cose che il film rende con superficialità e che invece è il fulcro del romanzo è la sacralità del rapporto del padre verso il figlio. Due sono i punti focali della vicenda: uno è la necessità di preservare il figlio in quanto sacro e l'altro è la caduta dell'essere umano in un contesto di degrado, in cui non vive ma sopravvive, che non necessariamente doveva essere una Terra apocalittica e contaminata (tant'è vero che l'autore non si perde nello spiegare il perchè del cataclisma in quanto non importante). Lo stile è semplice, scorrevole ma di impatto. Si sogna con questo romanzo tra le mani. Bello, lo consiglio.

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La strada 2013-01-15 12:48:49 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    15 Gennaio, 2013
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La strada

Storia post moderna. Un padre e un bambino percorrono le strade di un paese dell'America dopo un evento terribile che ha causato grandi devastazioni. Sono diretti verso la costa ma anche lì non sembra che la situazione sia migliore. Lo scenario di deserto globale, dove i pochi uomini sopravvissuti sono diventati cannibali, non sembra lasciare spazio alla speranza nel futuro, eppure la presenza del bambino rende indispensabile cercare una via d'uscita.
Nella storia, la mancanza di eventi, la lentezza del percorso danno l'idea del tempo che passa e dell'attesa della fine.
Ho avuto la sensazione che lo scrittore avesse progettato un epilogo ben più terribile ma poi non ha avuto il coraggio di abbandonare il piccolo protagonista al suo destino. Già mi immaginavo arrivare i cannibali o vedevo il piccolo continuare il cammino solo, nella strada deserta spingendo il cigolante carrello. Terribile comunque.

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Rumore bianco
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La strada 2012-10-05 07:26:23 Mephixto
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Mephixto Opinione inserita da Mephixto    05 Ottobre, 2012
Ultimo aggiornamento: 05 Ottobre, 2012
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Cenere alla cenere, polvere alla polvere

“La strada” è obbiettivamente un buonissimo racconto allungato, ha il pregio e il difetto di essere troppo corto, per essere un romanzo, ma troppo lungo per essere un racconto.
E’ un testo che si legge in un pomeriggio, a patto però, che si riesca a reggere lo stato di desolazione, angoscia, abbandono, oppressione,malinconia in cui versa un ipotetico futuro prossimo.
Un futuro drammatico di cenere, fame, freddo, putridume,e ancora fame, morte, disperazione, un futuro dipinto con tutte le sfumature di grigio e nero. Un futuro dove la luce è un bianco opaco.
Il mondo, o meglio ciò che ne rimane, sono coriandoli e stratificazioni di cenere che rivestono ogni cosa, si ammassano lungo le strade, aleggiano nell’aria, si aggrappano e si mischiano ad ogni azione.
E in tutta questa sterilità e grigiore, in tutto questo mondo ormai senza vita, totalmente incapace di portare nuova linfa, in questo mondo dove solo il parassita peggiore è riuscito a resistere. (Forse perché costruito a sua immagine e somiglianza) In questo futuro plumbeo,freddo e al limite del asfittico, in tutto questo arde una fiamma, piccola ma intensa, una fiamma rossa, giovane e calda, una fiamma che sa di speranza una fiamma che non arde ma risplende .
I portatori della fiamma sono un uomo e un bambino, non hanno nome, non hanno da mangiare, non hanno un progetto, se non un unico inarrivabile obbiettivo mosso dalla speranza:quello di andare il più a sud possibile, per incontrare chi ? cosa ?
L’umanità è quasi estinta, e i pochi rappresentanti ancora in circolazione sono per lo più biechi individui, famelici, cannibali, e voraci. Padre e figlio, fiamma e portatore, hanno solo una pistola due colpi e un modo ostile che li circonda, popolato dalla bestia uomo.
Un romanzo che, a mio avviso, risulta essere più realistico di tanti altri romanzi del genere. Purtroppo un testo che volutamente omette il prima, una fine del mondo, e della vita su di esso, ignota. Si pensa ad una esplosione atomica, una guerra ? qualcosa di simile, anche se per quanto McCarthy cerchi di dare degli indizi.
Il romanzo è quasi flusso di coscienza, omettendo volutamente caporali e virgolette prima dei dialoghi. Dialoghi che tra l’altro sono veramente pochi e parchi. Ma è questa pochezza che li rende eccezionali, contribuendo ad arricchire di disperazione e drammaticità questa storia d’amore paterno di lotta per la vita, questa storia di disarmante speranza.
Volendo essere pignoli però, “La strada” ha i suoi difetti. Difetti che potremmo definire dei peccati veniali, che però ci sono, e si sentono. Primo tra tutti le mele “mummificate”,normalmente in qualche anno si decompongono non è che si seccano e rimangono commestibili per decenni, in particolare se rimangono all’aperto e si trovano in climi umidi.… Secondo: una fonte di calore che riesca a liquefare il vetro, liquefa sicuramente anche il rame (come mai ci sono cavi di rame ai lampioni e vetro liquefatto nello stesso luogo ?)… e se fonde il rame fonde anche il catrame ma le strade sono intatte … quindi in definitiva McCarthy non ha saputo trovare coerenza nell’ambientazione oppure ...
Oppure questi “errori” possono anche essere voluti, per generare ancora più entropia nella mente del lettore e allontanarlo ancora di più dalla domanda a cui è più difficile rispondere: Che cosa è successo al mondo ???
In conclusione un ottimo testo che consiglio a tutti: immediato, intenso , drammatico e commovente.

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La strada 2012-04-23 14:36:34 The Vault
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Opinione inserita da The Vault    23 Aprile, 2012

Il fondo può essere tremendamente basso

Un libro durissimo, tremendo nella cruda (in tutti i sensi) descrizione della realtà che vivono i due protagonisti, una specie di fine del mondo talmente totale da non essere mai apparsa nemmeno nelle più nere fantasie. Ma proprio in questa immensa desolazione apparentemente senza speranza, in cui tutte le cose sembrano convergere verso una fine peggiore della morte stessa, i protagonisti regalano al lettore insegnamenti nascosti fra le righe del libro, in una prosa contratta e minimale che rispecchia fedelmente il mondo rappresentato, di cui non credeva di aver bisogno ma che aveva semplicemente dato per scontati.

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La strada 2011-11-19 16:25:29 Maria
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Opinione inserita da Maria    19 Novembre, 2011
Ultimo aggiornamento: 28 Agosto, 2012

banale

CONTIENE SPOILER

Davvero banale. Ripetitivo e noiosissimo, dopo 20 pagine ogni pagina e' uguale alle precedenti, sai continuamente cosa aspettarti. L'autore e' assilato da banalissime metafore e similitudini, da una continua pioggia ghiacciata, da una tosse maligna che dalla prima volta che viene nominata si capisce che uccidera' l'uomo. La minutissima decsrizione dei pasti e delle scatolette e' completamente inutile. Se ci sono insegnamenti morali, e di certo ce ne sono...bastano 20 pagine per farli propri. Non c'e' sicuramente bisogno di andare avanti lungo questa noiosissima strada da film di fantascienza di second'ordine.

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La strada 2011-10-31 08:03:15 at
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Opinione inserita da at    31 Ottobre, 2011

capire l'america di sempre

un romanzo durissimo, ma che fa emergere molto bene la vera essenza dell'america di sempre: dura e spietata, che non ha mai abbandonato lo spirito di conquista di una meta; che per lei vuol dire sopravvivenza. E per giungere a questa pone delle sfide etico-morali quotidiane.
chi legge il libro sarà, ad ogni pagina, sfidato dal ribrezzo delle scene ma con la sottile certezza di riuscire a voltare pagina ed andare avanti.

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La strada 2011-10-27 14:16:33 marroncelli
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marroncelli Opinione inserita da marroncelli    27 Ottobre, 2011
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un colpo al cuore

Storia angosciante di un padre e un figlio lungo la strada, quella della vita in cui tutto intorno ci è ostile e si lotta e si cerca di sopravvivere almeno un giorno in più.
L'ambientazione sembra quella di un sogno, anzi un incubo fatto di mostri che ti inseguono senza pietà; il protagonista viaggia con suo figlio lungo una strada, che non si sa dove deve condurre e perchè la si deve percorrere; commovente è il desiderio pervicace di vivere a qualsiasi costo e sopratutto di salvare il prorio figlio; in questo senso ben si descrive l'amore per i figli.
Raggio di luce nel finale.
ho visto anche il film, che rende abbastanza.

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La strada 2011-10-21 15:05:10 OedipaDrake
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OedipaDrake Opinione inserita da OedipaDrake    21 Ottobre, 2011
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Come reagisce l’essere umano, dopo millenni di evo

Mi ha ipnotizzato, incollato alle pagine dalle prime righe fino alle ultime.
Ho seguito passo passo anch’io la strada, la protagonista principale del libro.
La strada è dove si compie il dramma di un padre e un figlio di cui si narra un brandello di vita, ma anche di tutti i superstiti ( “buoni” o “cattivi” che siano) di un mondo post-apocalittico dove non è sopravvissuto pressoché nulla, men che meno il senso dell’umano.
Mi viene in mente “Cecità” di Saramago e altri romanzi simili, ove si descrive l’uomo in balia nuovamente di se stesso e di un ambiente circostante ostile. Come reagisce l’essere umano, dopo millenni di evoluzione e civiltà? Regredisce a bestia, nel senso più dispregiativo possibile del termine, ritorna fiera affamata e sanguinaria che per sopravvivere e soddisfare i prorpi bisogni primari non si fa scrupolo alcuno.
Pagine devastanti, un cupore grave che scende sull’anima come quella stessa cenere che ha ricoperto il mondo dopo la catastrofe, soffocandolo e rendendolo un ammasso grigio di nulla.
Disperazione palpabile, unita all’affetto intenso e puro che sussiste tra il padre e proprio figlio, un’unione disperata e forte, l’unica luce e calore nella devastazione.
La vita diventa un viaggio il cui fine unico è sopravvivere almeno un altro giorno, ma senza uno scopo o una meta. Anzi, forse morire sarebbe preferibile. Solo dolore, del fisico e dell’anima, magmatico e palpabile.
Il finale, a mio gusto personale, si sarebbe fermato qualche pagina prima di quello effettivo, l’avrei trovato maggiormente in sintonia con il resto del romanzo.
In ogni caso, consigliatissimo e stupendo.

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La strada 2011-09-23 13:35:00 silvia71
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    23 Settembre, 2011
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la strada

La mente geniale di Mc Carthy immagina un' epoca futura in cui la terra è ridotta ad una landa sterile in cui vagano senza meta gli ultimi esseri umani sopravvissuti a qualche imprecisata catastrofe: una visione disarmante di una umanità derelitta, resa vorace e bestiale dalla fame e dalla disperazione.
I protagonisti assoluti sono un padre e un figlio, a cui volontariamente l'autore sceglie di non associare un nome, definendoli semplicemente l'Uomo e il Bambino, come a farne simboli di un' umanità intera: tra i due un legame di amore spassionato, di spirito di sacrificio, di condivisione all'ennesima potenza.
Col suo stile secco e tagliente, dove nessuna parola risulta superflua, Mc Carthy ci propone due personaggi indimenticabili, tremendamente reali seppur collocati in un contesto di tutt'altra natura, ritratti in tutto il loro essere umani,ossia deboli, impauriti, sfiduciati e stanchi , ma al contempo forti, inarrestabili e pronti a lottare.
Una contraddizione palpabile anima il cuore e la mente dei due: da un lato la durezza della situazione spinge verso un abbattimento morale e ad una sorta di placida accettazione della fine, dall'altro la forza di sopravvivenza sembra urlare il proprio desiderio di continuare a percorrere la strada della vita.
Siamo di fronte ad una narrazione coinvolgente e travolgente, fatta di immagini crude e strazianti destinate a rimanere indelebili, accompagnata da dialoghi essenziali e incisivi di una bellezza elegiaca.
Una mirabile analisi dell'uomo, colto in una situazione di estrema difficoltà in cui appare più semplice e meno doloroso morire piuttosto che affrontare la fatica di vivere; un uomo a cui è venuta meno la speranza, costretto a vagare in un mondo freddo e inospitale, dove la parola futuro ha perso ogni significato, un uomo lacerato dalla consapevolezza di non poter lasciare nulla al figlio eccetto l'amore che prova per lui.
La strada è un'opera che da voce ad un'esplosione di emozioni, sentimenti e riflessioni, che canta l'amore di un padre per il figlio, che urla la disperazione di chi ha perso tutto e di chi continua a camminare alla ricerca della luce nonostante l'orizzonte sia avvolto nelle tenebre.
Una narrazione potente, inquietante, agghiacciante, commovente e appassionante, insomma preziosissimo spunto per meditare sul significato della vita e sulla forza insita nell'essere umano.

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La strada 2011-08-07 19:00:15 Domiziana
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Opinione inserita da Domiziana    07 Agosto, 2011
Ultimo aggiornamento: 12 Settembre, 2014

La Strada

Contiene spoiler. Posso certamente affermare che "la strada", il romanzo di Cormac McCarthy, è il romanzo più duro che io abbia mai letto.
E' sicuramente triste, in alcuni casi freddo e anche straziante però io l'ho letto comunque e non me ne pento.
Il rapporto tra il padre e il figlio non è normale, ma come potrebbe esserlo? Il romanzo narra una continua lotta per la sopravvivenza di due esseri umani che non si arrendono, nè al cannibalismo, nè alla morte e che tentano di andare,avanti nonostante tutto. Perchè i due non la fanno finita? così di certo sarebbe più semplice.Ma la risposta a questa domanda è chiara e la si trova tra le pagine: Il Fuoco. I due protagonisti portano il Fuoco, un misto di speranza,forza e coraggio che li induce a cercare un futuro, anche oltre l'impenetrabile coltre di cenere che si staglia sulle loro teste.
Leggendo si sta sempre sulle spine. Non si è mai certi di come faranno l'uomo e il bambino a cavarsela, ma quando arrivano i momenti di gioia, quelli, si assaporano davvero, perchè sono rari e preziosi.
Alla fine il padre muore. Il bambino trova qualcuno con cui stare, persone che come lui e il suo genitore cercano di andare avanti. Qualcuno ha visto in questo finale un sottile velo di speranza,che io però non sono riuscita a cogliere.
Non saprei davvero se consigliare questo romanzo, ma se ne siete incuriositi non tiratevi indietro. In alcuni momenti è davvero troppo duro e forse può essere considerato inutile leggere di una situazione che,probabilmente, non si realizzerà mai o che comunque è al limte. Ma sono comunque emozioni e sensazioni in più, che non fanno che arricchire il lettore.

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La strada 2011-07-31 09:24:19 joshua65
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joshua65 Opinione inserita da joshua65    31 Luglio, 2011
Ultimo aggiornamento: 29 Agosto, 2011
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We’re on a road to nowhere

“Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vuol dire che ti sei arreso”

Il mondo al quale fa riferimento il padre mentre ammonisce il figlio, è un mondo senza vita, freddo, pieno di cenere, orrendo, senza speranza. Ma è il mondo reale in cui vivono, è lo scenario apocalittico che attraversano, mentre percorrono la strada che li porterà verso il mare, dove forse sarà rimasto un barlume di vita e quindi una comunità, che potrà accoglierli.

Non sappiamo cosa abbia realmente reso il mondo così, un attacco nucleare ? un meteorite ? il sole ha iniziato a spegnersi ? Non importa. Quello che importa è che dopo pochi anni dall’apocalisse, i sopravvissuti hanno immediatamente perso la coscienza civile, anzi si aggirano come zombi, cannibali moribondi alla ricerca di cibo.

In un mondo così, la voglia di lasciarsi morire è tanta, ma bisogna continuare ad andare avanti, percorrere la strada, perché c’è, ci deve essere, una speranza.

Privo di capitoli e senza interruzioni, Cormac McCarthy scrive un romanzo bellissimo, che descrive con meticolosità i giorni passati da padre e figlio alla disperata ricerca di cibo, e, durante le notti gelate, di un riparo dai frequenti e violentissimi temporali. E in questo peregrinare si interrogano, con brevi e toccanti dialoghi, sulla necessità di continuare a percorrere la strada, senza fermarsi a riflettere sul perché sono ancora vivi, e sulla necessità di mantenere saldi e intoccabili i propri principi etici e morali, in mondo morente, assurdo e crudele.

“Ce la caveremo, vero, papà? Sì. Ce la caveremo. E non succederà niente di male. Esatto. Perché noi portiamo il fuoco. Sì. Perché noi portiamo il fuoco.”

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La strada 2011-06-02 14:35:34 lasuggeritrice
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lasuggeritrice Opinione inserita da lasuggeritrice    02 Giugno, 2011
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Dove la speranza è solo un passo in più sulla stra

Un uomo e un bambino percorrono LA STRADA, una strada fatta del niente che è rimasto, del vuoto che è rimasto, del silenzio che è rimasto dopo un'inspiegabile distruzione. La cenere, il grigio, l'assenza del colore dominano uno scenario in cui ci si chiede per cosa vale la pena vivere in questo modo se la vita non è più tale. Ma quell'uomo e quel bambino sono padre e figlio, e per quel padre ha senso che il suo bambino VIVA, e non perda il fuoco che ha dentro, pur temendo in ogni attimo per la sua vita, pur temendo in ogni attimo che lui stesso dimentichi la speranza che gli insegna, pur temendo che quel fuoco si spenga. Come se non fosse mai stato acceso. A ogni parola percorriamo un passo su quella strada, passi pesanti, lenti, come la magistrale narrazione. Dov'è Dio quando un padre è costretto a puntare la pistola in fronte al figlio per impedire che finisca nelle mani e nelle fauci letterarli degli uomini malvagi? Dov'è la bontà, quando vive solo sulle labbra di un bambino che quando ruba nelle case abbandonate da tempo si chiede "Siamo ancora noi i buoni?" I dialoghi sono da brivido, immedesimarsi fa male, ma fa anche riflettere. Mi ha ricordato lo splendido "Cecità" per certi versi, ma questo libro è ancora più implacabile perché non si chiude e non riconcilia. La speranza, Dio, il cuore, restano appesi a pochi esseri umani che se li trascinano sulla strada camminando verso non si sa cosa... eppure camminano.

Ho visto prima il film e questo è stato un peccato, per quanto bello fosse il film, mi ha imposto le sue immagini e avrei preferito di no. Comunque un libro davvero straordinario!

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La strada 2010-07-21 18:00:51 ferrarideandre
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ferrarideandre Opinione inserita da ferrarideandre    21 Luglio, 2010
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un libro etico

Recensione a “La strada”, Cormac Mc Carthy, Einaudi, Torino 2007
di Alberto Ferrari
Un uomo e un bambino, un padre e suo figlio vagano tra le lande caliginose di un mondo che fu. Un disastro nucleare, o qualcosa di strettamente imparentabile, ha distrutto praticamente tutto. Tutto è bruciato e poi riarso, fuso e raffreddato, assumendo in alcuni casi forme bizzarre. Come i palazzi superstiti, sbilenchi a causa del calore infuocato, con le finestre panciute come se fossero guarnite dal pasticciere a completamento di una torta a più piani. La natura stessa altro non è che un ammasso di rottami bruciati. Nei boschi le piante si schiantano a terra come in domino spettrale. Fra questa immane desolazione c’è ancora qualche essere umano condannato a vivere. Sarebbe stato cento mille volte meglio morire anziché dover scontare un’agonia tanto atroce. Ma il gioco della sorte fra chi muore e chi sopravvive a una disgrazia è imperscrutabile. I vivi si rassegnano cercando di adattarsi meglio che possono, oppure si ribellano ponendo fine a una vita inaccettabile. Così farà la donna, moglie e madre di quell’uomo e di quel bimbo per sottrarsi alla violenza carnale e al cannibalismo delle bande di predoni che vagano come indemoniati. Lei vorrebbe uccidersi insieme al figlio che ha da poco partorito, per sottrarre entrambi alla furia inaudita di chi verrà un giorno a stanarli da dove sono nascosti. Ma il marito glielo impedisce, così come impedisce a se stesso di seguirla nel bosco con un’arma in pugno da rivolgere, alla fine, contro se stesso. Quell’uomo sente che se mai un giorno il mondo dovesse offrire una chance all’umanità, vuole che quella chance sia per suo figlio. E così loro due, padre e figlio, si mettono in cammino. Dopo anni sono ancora lì sulla strada a spingere un carrello del supermercato con dentro le poche scorte, lesti a scansare tutti i tipi di incontri. La direzione è verso sud, dove da sempre ogni uomo crede di trovare un clima più mite. Nel caso loro, più mite rispetto al freddo polare che non gli sta dando tregua insieme alla pioggia, a tratti battente, e alla cenere, che ricopre ogni cosa di grigio. Oltre insegnare al figlio a difendersi e a procacciarsi il cibo – alla ricerca degli alimenti rimasti dalla società che fu – il padre deve trasmettergli l’etica della sopravvivenza. E così scopriamo, nel linguaggio basico del figlio, che loro sono i buoni, e lo sono perché hanno il fuoco dentro; inoltre loro non mangeranno mai la gente, neppure se dovessero morire di fame, come per altro spesso sembra stia per accadere. Mangiar la gente è cosa da cattivi. E i cattivi vanno evitati perché pericolosi; se non è possibile evitarli, vanno affrontati e uccisi. In ogni caso, loro non devono cadere vivi nelle mani dei cattivi, per nessuna ragione. Nel corso della narrazione il bambino ripete più volte questi insegnamenti a voce alta insieme al padre, e intanto acquista fiducia in essi, al punto che il padre vedrà nel figlio la personificazione del Bene.
Mc Carthy ci consegna un romanzo che si regge su un rapporto umano rappresentato in un contesto esistenziale estremo. Quello che colpisce è che l’eccezionalità della situazione non muta l’etica dell’esistenza. Questo è il messaggio di questo splendido romanzo di formazione. Non è la sopravvivenza che detta le leggi dell’etica, bensì l’etica è una legge innata che trascende la contingenza, per quanto estrema quest’ultima possa diventare. Infatti gli antropofagi, che sopravvivono nel modo più primitivo e bestiale, hanno fatto una scelta si pone al di fuori dell’etica. Per loro vivere non ha nessun senso al di fuori della sopravvivenza. Viceversa il padre e il figlio vivono perché hanno un obiettivo etico. Anche il suicidio della madre è una scelta etica. La donna rifiuta l’abiezione di un esistenza moralmente indegna con il suicidio. Il marito non ha argomenti da obiettare alla scelta della moglie. Non la biasima. Semplicemente lui si mette al servizio del figlio, secondo un disegno etico che prevede sì la remotissima ipotesi di un domani normalizzato, ma soprattutto che prevede la concreta ipotesi di un oggi da vivere eticamente, non importa quanto difficoltoso ciò possa diventare. E così l’unico bene che vale davvero la pena di salvaguardare per la posterità è il Bene inteso come legge morale. E nessuno meglio di un bambino è in grado di tramandare questo bene, dopo che un padre gli ha insegnato a custodirlo.

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La strada 2010-06-29 08:32:23 marbald75
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marbald75 Opinione inserita da marbald75    29 Giugno, 2010
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Visionario

Libro molto bello, scorrevole e coinvolgente con un finale adeguato a tutto quello che è il filo conduttore della storia. E' un libro al quale determinati tipi di persone non si dovrebbero accostare per non rimanere delusi ed esprimere poi commenti inadeguati. Se avete visto film quali "io sono Leggenda", "28 settimane dopo", "28 giorni dopo" e ne siete rimasti affascinati fiondatevi in libreria a compralo altrimenti lasciate perdere. E' una storia post-apocalittica in cui riemerge l'istinto animale dell'uomo.

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La strada 2010-06-29 06:18:22 gracy
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gracy Opinione inserita da gracy    29 Giugno, 2010
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"Come l'inizio di un freddo glaucoma che offuscava

Un uomo ed un bambino, padre e figlio di cui non conosciamo i nomi, si spostano verso sud in un paese non ben definito a causa di una catastrofe non specificata, sentono freddo e patiscono la fame. Il mondo è diventato cenere ed il mare non è più blu. La paura di incrociare altri uomini vagabondi e macilenti lungo i loro cammino è il sentimento che sovrasta per tutto il libro, assieme alla paura di morire.
E' così che l'intelligenza umana si ridimensiona dinnanzi alla distruzione della civiltà, catalogando gli uomini in buoni e cattivi?
....I buoni portano il fuoco.

"Ci dimentichiamo le cose che vorremmo ricordare e ricordiamo qulle che vorremmo dimenticare."

"Quando non ti resta nient'altro imbastisci cerimoniali sul nulla e soffiaci sopra".

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La strada 2010-06-13 12:15:29 Robbie
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Robbie Opinione inserita da Robbie    13 Giugno, 2010
Ultimo aggiornamento: 06 Luglio, 2012
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un mondo andato avanti (nel senso peggiore)

Un ottimo romanzo, a prescindere dal fatto che i personaggi potevano essere forse maggiormente caratterizzati e che alcune situazioni non appaiono molto realistiche (i protagonisti in certi momenti sarebbero sicuramente morti assiderati). Lo scrittore narra del disperato tentativo di manciate di uomini di sopravvivere alla devastazione causata da un apocalisse (forse atomica) che ha spazzato dal mondo non solo gran parte della popolazione, ma anche ogni tipo di benessere, di ordine sociale e morale. Romanzo dall'atmosfera particolarmente cupa, molto cinico, in un mondo desolatamente annerito e privo di colori, dove non c'è quasi spazio per la misericordia (i barlumi autentici di umanità arrivano in gran parte dal bambino – portatore autentico del fuoco e speranza di un mondo migliore), in quanto l'unico obiettivo è la sopravvivenza, l'andare sempre avanti lungo l'interminabile strada fino ad arrivare al mare. Un libro che si legge in un fiato, che consta di circa 220 pagine, privo di capitoli come a sottolineare che non vi sono eventi particolari o straordinari tali, da dover dividere il romanzo in capitoli, dato che rispecchia ciò che aspetta i due protagonisti, cioè il susseguirsi di una grigia esistenza colma di paura e di stenti, seguendo un percorso quasi di espiazione, accollandosi il fardello pesante delle colpe di tutta l'umanità. Il romanzo getta inoltre inquietanti interrogativi (attuali per la nostra società – attenta solo ai profitti e non al costo ambientale da pagare) su un futuro in cui l'ambiente è stato totalmente distrutto, probabilmente irrimediabilmente.

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La strada 2010-05-24 19:50:51 fabiomic75
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fabiomic75 Opinione inserita da fabiomic75    24 Mag, 2010
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Angosciante

Futuro post atomico? Terza guerra mondiale? Sconvolgimenti climatici? Cos'è successo al mondo? Padre e figlio attraversano l'America in cerca di altri sopravvissuti "buoni" e lo fanno tra mille difficoltà, cercano con vari espedienti cibo e abiti caldi che gli consentano giorno dopo giorno di rimanere in vita. I pericoli sono in agguato ovunque e la sensazione che tutto sia vano attanaglia spesso il padre che però per l'amore che nutre per il figlio tenta in ogni modo di portarlo in salvo. Notevole la capacità di McCarthy di rendere le atmosfere apocalittiche che circondano i protagonisti. E' un libro che colpisce, coinvolge e commuove. Assolutamente consigliato!

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La strada 2010-04-12 00:43:31 pinucciobello
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pinucciobello Opinione inserita da pinucciobello    12 Aprile, 2010
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Angosciante ma da leggere

Letto tutto d'un fiato ma con un profondo senso d'inquietudine, tuttavia è rimasto dentro di me per mesi, sia per l'angoscia che inevitabilmente ti prende sia per la profonda tenerezza che emana ill rapporto padre-figlio in una situazione limite. Avevo già letto altri romanzi dello stesso autore e li avevo molto apprezzati, questo forse risulta meno godibile, ma sicuramente più profondo.

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La strada 2010-03-01 22:01:33 c.rossi
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c.rossi Opinione inserita da c.rossi    02 Marzo, 2010
Ultimo aggiornamento: 05 Marzo, 2010
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Avvincente e angosciante

Una storia intensa, potente ed onesta.

Una vera e propria gara di sopravvivenza anche per il lettore. Gli stati d'animo si alternano in ogni istante: dal terrore all'angoscia alla disperazione al sollievo e di nuovo alla disperazione totale.
Leggere può diventare una vera e propria agonia, in ogni pagina ti ritrovi a maledire la decisione del padre di andare avanti, nonostante le prospettive di morte, nonostante l'assenza di speranze.

L'onestà del libro nasce invece dal fatto che McCarthy, pur servendosi di un fondale di scena (distruzione della terra, estinzione della razza umana,..) che può far arricciare il naso facilmente a chi non ama le emozioni "facili" di un film dell'orrore di serie B, riesce a fare in modo che alla fine della lettura sarà la storia del rapporto tra un padre e un figlio che avrà colpito emotivamente il lettore, più degli episodi "splatter" contenuti nel romanzo.

Un libro che vi farà stare male. Da leggere. Assolutamente.

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La strada 2010-02-19 14:40:42 kabubi81
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kabubi81 Opinione inserita da kabubi81    19 Febbraio, 2010
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La Strada

Non sono per niente d' accordo con alcune opinioni lette, che parlano di monotonia e ripetitività, di poter saltare pagine senza perdersi niente... Il grigiume, la ripetitività delle giornate e l' assenza di "colpi di scena" eclatanti sono il nucleo stesso del libro, la lunga camminata verso il mare e (forse) verso una speranza in mezzo al nulla non poteva essere meglio descritta, la pena e l' amore che vincolano padre e figlio sono l' unica luce a rischiarare un mondo post- apocalittico avvizzito e quasi privo di vita... Penso che McCarthy abbia raccontato questa "favola nera" riuscendo nel difficile intento di conciliare poesia e crudezza, disperazione e speranza, riuscendo ogni tanto a strappare un sorriso con gli scambi di brevi battute tra i protagonisti, e regalando un finale emozionante e commovente.... Da parte mia assolutamente consigliato, ma certo no per tutti...

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La strada 2008-11-22 14:35:16 andrea70
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andrea70 Opinione inserita da andrea70    22 Novembre, 2008
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Bello ma non esageriamo

L'argomento degli ipotetici scenari post apocalisse nucleare non è per niente originale , la letteratura ed il cinema sono pieni di precedenti più o meno (di solito meno...) riusciti.

Cosa distingue questo libro dagli altri ? : la prospettiva da cui viene guardata la vicenda , la capacità di Mc Carthy di rendere "vivibile" la solitudine dei personaggi , l'assenza di descrizioni ,a parte la cenere ed il buio, sembrano quasi voler sottolineare che non è rimasto effettivamente nulla.

Molto toccanti i punti in cui il padre racconta al figlio episodi e cose della vita prima della catastrofe e il bambino crede che siano favole "ma c'era veramente?...". Padre e figlio in viaggio verso quella che pare l'unica speranza (il mare...) , senza più nulla che abbia valore tranne il loro affetto. Drammatico il finale che però lascia ancora un barlume di speranza.

Sicuramente non è un capolavoro in assoluto (se agli americani basta così poco per innalzarlo a questo livello allora devono imparare parecchio in fatto di letteratura...) , ma nel contesto dei libri sull'umanità che si ricostruisce (o sopravvive) dopo una catastrofe di proporzioni planetarie è uno dei migliori.

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