Narrativa straniera Romanzi La vegetariana
 

La vegetariana La vegetariana

La vegetariana

Letteratura straniera

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«Ho fatto un sogno» dice Yeong-hye, e da quel sogno di sangue e di boschi scuri nasce il suo rifiuto radicale di mangiare, cucinare e servire carne, che la famiglia accoglie dapprima con costernazione e poi con fastidio e rabbia crescenti. È il primo stadio di un distacco in tre atti, un percorso di trascendenza distruttiva che infetta anche coloro che sono vicini alla protagonista, e dalle convenzioni si allarga al desiderio, per abbracciare infine l'ideale di un'estatica dissoluzione nell'indifferenza vegetale. La scrittura cristallina di Han Kang esplora la conturbante bellezza delle forme di rinuncia più estreme, accompagnando il lettore fra i crepacci che si aprono nell'ordinario quando si inceppa il principio di realtà - proprio come avviene nei sogni più pericolosi.

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La vegetariana 2017-02-25 12:30:51 DanySanny
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DanySanny Opinione inserita da DanySanny    25 Febbraio, 2017
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Fitomorfosi

Atteone, il mitico cacciatore educato dal centauro Chirone, osserva, nei recessi più intimi della foresta, la dea Diana nuda; lei, sorpresa, lo trasforma in un cervo, Atteone scappa e viene divorato dai suoi stessi cani, cacciatore prima, preda poi. È il mito di un dissolvimento brutale nello spirito della natura, è il mito di una palingenesi che ha i tratti luminosi di una verità alla fine dis-velata.

Un velo semitrasparente sembra essersi posato sulle labbra di Yeong-hye, una diafana inconsistenza che sembra attingere la propria linfa dalle radici immerse nella terra, dal lento dissolversi della materia organica, del proprio corpo, nella terra umida, scura e brillante, oltre le contraddizioni. Tutto fluisce e termina, rinasce forse, nella tensione di uno stillicidio lento, goccia di linfa su goccia di linfa, arterie verdi che impiastrano della loro appiccicosa dolcezza, il corpo, l’anima e ancora, lo spirito. Vegetalizzazione come copio dissolvi: è il vuoto orrifico spalancato al centro di un oceano verde, silenzioso, cocciutamente inesprimibile.
Si articola in tre parti questo libro, manifesto come un fiore bianco che sboccia, ma chiuso, col suo segreto, come una natura silenziosa, gelosa del suo segreto.

Parte prima: la vegetariana.
Yeong-hye fa un sogno, un volto, “nato dalla pancia”, dirà poi. È un sogno che macchia di sangue la sua vita, un senso di panico, ansia, come un peso che le impedisce di respirare, al centro del petto. Il marito ci racconta la sua metamorfosi, la sua scelta: diventare vegetariana e allontanare il sogno, liberarsi del peso. Yeong-hye è parlata, da altre infinte prospettive che rendono difficile, misterioso, coglierne le reali ragioni. Il marito la critica, non la capisce, la disdegna, ma per lei, lui “puzza di carne”. Il corpo è imperfetto: “è il tuo, puoi trattarlo come ti pare, l’unico territorio in cui sei libera di fare come preferisci, ma anche questo non va come volevi”, dirà più avanti la sorella. La chimica del carbonio è volgare, parlare è feroce. Il marito ci racconta e giudica." La vegetariana", come lui la chiama, è una condanna, una parola che circoscrive il limite della comprensione e l’infinità dell’incomprensione: la natura è solo un quadro di Arcimboldo.

Parte seconda: la macchia mongolica
La macchia mongolica è una voglia, un errore di pigmentazione, si dice, dei discendenti di Gengis Khan. Altri dicono sia l’impronta che la nonna lascia quando dà uno schiaffo al bambino per farlo respirare. La macchia mongolica ha un colore bluastro, compare spesso sulle natiche o in fondo alla schiene e scompare, poco dopo, con la crescita. Yeong-hye ce l’ha ancora, sulla natica sinistra. Ed è quella idea a eccitare il marito della sorella, un artista, quella persistente macchia bluastra. Eppure quell’eccitazione, quella voglia animalesca di possederla, si innalza poco a poco nell’estatica contemplazione dei fiori pitturati, del corpo brillante, si sublima nell’astratta geometrica perfezione di una natura che ha le forme di una quadro di Piero della Francesca.

Parte terza: fiamme verdi
Parla la sorella di Yeong-hye, torturata dal crivello dell’incomprensione. Perché la sorella, perché il marito hanno fatto quello che hanno fatto? È la fuoriuscita dagli schemi in cui è cresciuta, in cui ha creduto, è il crollo di quell’attaccamento alla vita di cui, alla fine, si chiede “perché importa così tanto vivere?”. È la storia di una comprensione e, per sua stessa natura, di una dissoluzione impossibile. La natura di In-hye, la sorella, è come un inferno di ninfee, un quadro di Monet straziato di luce, come uno spazio oscuro in cui affoga il suo pensiero. Resta solo da guardarla, accanitamente, “come a protestare contro qualcosa”, cupa e insistente.

Affascinante e misterioso, luminoso e scuro questo libro di Han Kang, all’incrocio tra oriente e occidente, in bilico tra la ricerca di un senso, di una liberazione, possibile forse solo oltre il principio di sopravvivenza, e la coercizione sociale, l’incomprensione, la clinica psichiatrica che sembra non capire. Ma in fondo dove è la verità? Perché Yeong-hye ha lasciato il filo che la lega alla vita? È malata, è un’asceta, è una mistica, è pazza? È uno stupro, è arte, è sublimazione dell’eros, ricerca platonica? Tutto sembra scivolare, sciogliersi, aperto alle inclinazioni del lettore. Non perfetto, specie all’inizio, il libro cresce, poco a poco, si impone con la sua atmosfera, con il suo velo di palpabile magia, risuona di echi primitivi, essenziali, ctonii. È un libro di ricerca e liberazione, di illuminazione e (in)comprensione, ma anche un libro che sembra affondare la sua intima ragione in una mistica nuda e cristallina, in fondo, alle radici delle piante, dove il peso della terra si dissolve alla fine in un pulviscolo di luce, il battito di una farfalla.

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La vegetariana 2017-01-05 08:26:23 Natalizia Dagostino
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Natalizia Dagostino Opinione inserita da Natalizia Dagostino    05 Gennaio, 2017
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Liberazione di donna

Leggo questo libro dalla copertina che mi seduce, scritto dalla coreana Han Kang, figlia d’arte. , potrebbe essere il sottotitolo di questa storia. Un uomo innocuo, pigro, ordinario, sposa una donna mite, modesta e pericolosamente lettrice. Yeong-hye è la moglie, “quasi una specie di fantasma, silenziosamente ostinato a restare dov’era”(p.17). I due non sono più innamorati e non avvertono neanche il calo del desiderio, rinsecchiti in un matrimonio senza figli, senza passione, senza e basta. L’unica mania della donna, sotto i vestiti, nessun reggiseno!

L’autrice descrive immagini di sangue, di carne che cuoce sui barbecue, vedo sulla pelle, sui vestiti, il rosso che cola dalla massa cruda molle e scivolosa. E la protagonista sente, con forza, “l’obbligo morale di non prendere più parte alla distruzione della vita.”(p.23).

È macilenta, pallida, stanca, compie di più di una scelta vegetariana, si abbandona ad una triste voglia di vivere, alla necessità di punire la propria carne. Malattia, nuova mentalità, diversa cultura? La mente equilibrata va di pari passo con un’alimentazione equilibrata? Un libro inno per vegetariani? Penso a una strada possibile di formazione, segnata da una animalesca disciplina fai-da-te, senza alcuna guida psicologica a curare la cultura, a proteggere le ferite dagli usi e costumi brutali di un passato primordiale.

Yeong-hye è un grumo di ribellione, un desiderio di liberazione, è essa stessa un diniego urlato attraverso il rifiuto di alimentarsi, è una voce muta contro le violenze intorno alla carnalità vivente. Tutta la famiglia è in agitazione, è preoccupata: bel tornaconto da ottenere per la protagonista, un utile riscontro, una sfida vinta con la protesta sistematica. Spesso, chi è carnefice con se stessa, è anche una vittima lagnosa. In alcune pagine, le situazioni descritte sembrano irreali ed estranee all’umano. In ogni vicenda narrata, la realtà rivendica con onestà la possibilità per Yeong-hye di risalire dall’ombra e di rivelarsi.

La donna compie un cammino duro, da autodidatta, con le viscere, con il sangue e il sudore, con i piedi, la lingua, le mani. Attraversa un inferno di coscienza verso l’autonomia di sé. Il dolore, anche fisico, si fa passaggio, apertura. Assisto alla generatività di ogni donna che si rimette al mondo, che rinasce con la fatica gioiosa di essere tutta intera, sola. Il plesso solare di Yeong-hye, bloccando il respiro, trattiene e ferma l’energia vitale, non muore, ma la ripulisce bruciando, oltre la macchia mongolica azzurra che segna il passaggio.

“Io non mangio carne”. Il messaggio è chiaro e risoluto: non fagocito, non uccido, non aggredisco, rinnego il potere e la violenza del comando e del controllo. Ancora una volta, l’arte e la bellezza come altari salvifici e trasfiguranti. È Yeong-hye l’animale mutante che sviluppa la capacità di svolgere la fotosintesi.

La via dell’éros per il mondo è solo follia. “Sorella...Tutti gli alberi del mondo sono come fratelli e sorelle” (p.143)

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La vegetariana 2016-12-01 11:06:21 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    01 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 19 Giugno, 2017
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Il male di vivere

Di questo romanzo le prime due parti non mi sono piaciute (se non per i sogni) ma la terza voce narrante è bellissima.
Nella prima parte la voce narrante è quella del marito della vegetariana: un uomo mediocre, come si definisce stranamente lui stesso. Stranamente perchè è ben raro che la mediocrità riconosca se stessa. Ma non è la mediocrità a stancare il lettore quanto la materialità, il fatto che il mondo dell'uomo sia fatto solo di cose solide: di cibo, di sesso, di denaro, di rapporti umani che seguono regole dettate dalla decenza e dalla convenienza, mai dall'affetto. La narrazione è stancante come l'io narrante e le lunghe disquisizioni sul vegetarianesimo con la moglie o con i suoi parenti sono abbastanza ripetitive e noiose. Solo i sogni accendono la narrazione anche se hanno una crudezza spiccata e forse eccessiva. Comunque i sogni sono belli. Il rifiuto della donna di mangiare appare subito come un rifiuto del mondo di carne del marito e l'espressione di un desiderio di spiritualità che non trova sfogo altrove: una religione, per esempio. La seconda parte è narrata dal cognato, l'artista. Per quanto artista è anche un uomo, e come uomo è fatto di materia e repellente come il marito. In quanto artista riesce però ad avvicinarsi al mondo segreto di lei intuendone la natura. Ne dipinge il corpo di fiori e si scopre che la vegetariana non vuole in realtà nutrirsi di piante ma diventare lei stessa pianta: nutrirsi di acqua e sole, sprofondare nella terra per un estremo desiderio di libertà, di spiritualità e anche di innocenza. Usa la sua intuizione per trarne un tornaconto materiale. La terza parte è molto bella. La voce narrante è quella della sorella che riconosce in sè gli stessi sintomi di male di vivere della vegetariana anche se forse per lei il rimedio non può essere lo stesso: il mondo vegetale è un mondo freddo, dice. Gli alberi non hanno compassione. Questa terza parte mi è piaciuta molto compensando ampiamente le altre due che mi avevano lasciato parecchie perplessità. La descrizione dei pensieri della sorella è veramente interessante e coinvolgente. Il lettore si sente immerso nella sua visione del mondo con poche aperture, con poca speranza, con poca luce se non quella del sole, con desiderio di calore e comprensione che non possono venire dal mondo vegetale e che si intravedono nella donna che si è presa cura della vegetariana nella sua degenza accudendola con amore. Nell'amore disinteressato della donna si intravede il calore che può portare una scintilla nel mondo che per il resto è un posto inquietante, rosso, con il sangue che sgocciola ovunque, come una grande macelleria. Il romanzo esprime il rifiuto dell'homo homini lupus a cui contrappone un allora è meglio morire. il tempo che scorre scandisce questa terza parte come una musica. Fino alla fine, cioè fino a quando non c'è più tempo.

Consigliato a chi ha letto La donna da mangiare della Atwood

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La vegetariana 2016-11-14 07:06:02 Antonella76
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    14 Novembre, 2016
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"Ho fatto un sogno"



"Ho fatto un sogno".
Il senso di tutto questo romanzo si concentra in questa piccola frase, che la protagonista ripete, quasi come un mantra, per giustificare la sua decisione improvvisa di non mangiare più carne (non mangiare, non cucinare, non servire, non guardare), e in questa frase è racchiuso il suo mistero, rimangono imprigionate tutte le sue motivazioni.
Visionario e onirico.
Ma anche feroce.
La scrittura della Kang è potente e riesce benissimo a rappresentare la storia di una negazione, di una sottrazione, di un annullamento come unico sistema per affermare la propria esistenza.
Scomparire per esserci.
Consumarsi per rinascere altro da sé.
Una vita trascorsa nella trasparenza, nella remissività, prima al servizio della violenza paterna, poi all'ombra di un marito cinico ed egoista che si serve di lei per nascondere la propria mediocrità.
Yeong-hye non rifiuta solo la carne, ma rifiuta il mondo nella sua brutalità, aspira ad una trasformazione radicale del proprio essere, aspira ad un'innocenza che non appartiene alla razza umana.
La protagonista è raccontata da tre punti di vista: quello del marito, quello del cognato e quello della sorella maggiore.
Ma nessuno dei tre riesce a rappresentarla veramente.
Il marito è troppo autoriferito e, di conseguenza, totalmente incapace di comprendere le ragioni di Yeong-hye, il cognato viene risucchiato in un vortice di "erotismo ed arte" che gli dà una visione alterata del problema, mentre la sorella, pur avvicinandosi di più al suo sentire, è troppo impegnata a mantenerla in vita e a venire a patti con il proprio fallimento per riuscire ad entrare davvero nel suo mondo.
Il tutto deve anche essere contestualizzato all'interno della società sudcoreana, dove vigono atteggiamenti molto lontani dai nostri rispetto alle scelte alimentari, ma è anche vero che questo non è un libro sul vegetarianismo, né sui fondamenti etici ad esso correlati, né su principi salutisti o estetici, ma sul malessere di vivere.
È un grido disperato.
È un "no" urlato senza voce.
Il primo "no" di una donna ingabbiata nella sua inesistenza.
Questo romanzo è stato un'esperienza forte, violenta, in alcune parti profondamente sensuale, permeato da un desiderio di incorporeità, di trascendenza, dove ad un costante bisogno di mangiare per sopravvivere si contrappone un disarmante "Perché, è così terribile morire?".

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