Non lasciarmi
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Kazuo Ishiguro è nato a Nagasaki nel 1954 e si è trasferito con la famiglia in Inghilterra nel 1960. Tutti i suoi romanzi sono tradotti in italia da Einaudi: Un pallido orizzonte di colline (1982), Un artista del mondo fluttuante (1986), Quel che resta del giorno (1989 e 2011), Gli inconsolabili (1995), Quando eravamo orfani (2000) e Non lasciarmi (2006). Da Quel che resta del giorno (Booker Prize 1989) è stato tratto un famoso film con Anthony Hopkins ed Emma Thompson. Per Einaudi ha pubblicato anche la raccolta di racconti Notturni. Cinque storie di musica e crepuscolo (2009 e 2010).
Recensione Utenti
Opinioni inserite: 8
Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 2012
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Come un pugno in pieno stomaco.
E’ piuttosto difficile recensire un libro come questo senza rischiare di dire “troppo”, non tanto perchè si rischia di eliminare la “suspence” (in fondo non si tratta di un giallo) quanto piuttosto perchè si rischia di perdere il piacere della lettura, del ricostruire frase per frase, capitolo per capitolo il senso di quello che si legge ed il messaggio che il suo autore vuole inviarci.
Nel libro seguiamo l'evoluzione e la storia di tre bambini provenienti dal collegio di Hallisham: Kathy (la naratrice), Tommy e Ruth, la loro amicizia, il loro amore, i loro litigi, il loro perdersi e poi ritrovarsi. Li seguiamo durante tutto il loro percorso di crescita, durante la presa di consapevolezza di ciò che sono e ciò a cui sono destinati, durante la scoperta dei sentimenti e dei legami che indissolubilmente li legano.
"Non lasciarmi" è un libro che va gustato lentamente, in cui tutti gli elementi vanno assaporati e in cui la violenza delle rivelazioni va assimilata, perchè queste arrivano a sorpresa e colpiscono come un pugno in pieno stomaco per la loro intensità.
È un libro straordinario: dolce e tagliente allo stesso tempo. Può essere pensato come metafora e specchio della vita, ci si immedesima e riconosce completamente sin dalle prime pagine, nei piccoli protagonisti che sebbene siano molto lontani da noi, con i loro dubbi, la loro curiosità, le loro paure e le loro fragilità sono una rappresentazione perfetta dell'animo umano.
Ishiguro ci conduce con grazia dentro l'orrore, ci mette davanti a una ipotetica realtà così come potrebbe essere. Sconvolgente e struggente al tempo stesso, ti entra dentro e ti rimane addosso, ti costringe a riflettere sul valore della vita e della morte.
Un libro di quelli che meritano un posto speciale in libreria.
Da leggere, rileggere, metterci il dito in mezzo e riflettere.
Da copiare i paragrafi preferiti.
Da condividere con i nostri compagni e compagne di vita.
Da non dimenticare quando hai terminato la lettura.
"Rimanemmo così, sulla sommità di quel capo, per quello che ci sembrò un tempo infinito, abbracciati senza dire una parola, mentre il vento non smetteva di soffiarci contro, e sembrava strapparci i vestiti di dosso; per un istante fu come se ci tenessimo stretti l'uno all'altra, perché quello era l'unico modo per non essere spazzati via nella notte."
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Vietato sognare..
Non lasciarmi potrebbe essere considerato come una visionaria favola contemporanea, o meglio un incubo, un mondo oltre lo specchio che non vorremmo mai visitare. A fare da scenario in un'atmosfera surreale, ovattata, un collegio inglese. Qui le vite dei giovani studenti sono avvolte in un manto di segretezza e indicibilità. Pagina dopo pagina, si disvela al lettore un puzzle complicato, che poco alla volta è portato a ricostruire.
Ma più di tutto Non lasciarmi è un romanzo sui ricordi e di cosa facciano i ricordi, se ti addolciscano e facilitino la vita o stiano lì semplicemente a tormentarti. Il fatto che il libro sia suddiviso in tre fasi infanzia, adolescenza e il momento in cui si svolge la storia principale fa si che il libro sia in gran parte fatto di ricordi che Ishiguro costruisce con grande maestria. Il sentimento che il lettore prova è quello di voler quasi congelare i protagonisti di questo romanzo nel momento spensierato della giovinezza, quando tutto sembra ancora possibile, prima che il terribile destino che li attende si manifesti in tutta la sua cruda concretezza.
Un romanzo quello di Ishiguro che fa riflettere per le sue implicazioni etiche e politiche, che ti emoziona e ti strazia talmente è intimo. I personaggi poi ti restano nel cuore. Ishiguro è un narratore straordinario.
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Never let me go.
Un collegio quasi celato nella campagna inglese:bambini che giocano,litigano,stringono amicizie, si interrogano,ridono,studiano,si arrabbiano.
Ma l’atmosfera è cupa,quasi immobile,una cappa ricolma di ansia. Soffocante.
Ti interroghi:”Cosa c’è che non va in questo luogo?”
Ma lo sai,lo sai da quando hai letto la quarta di copertina e hai scelto di prenderlo.
Lentamente,con estrema maestria ti viene concessa la risposta che tenti di negare:i bambini sono destinati a folli destini.
Resti immobile quando lo leggi,cosi,buttato li’,stampato nero su bianco.Ma non ti scandalizzi.
Ishiguro ti pone dinanzi a una realtà incontrovertibile,non ti è concesso nemmeno un moto di ribellione.
E’cosi che deve andare.Punto.
Il sistema che ti viene narrato è talmente rigido,prestabilito,assoluto,che non c’è spazio per il libero arbitrio,né il tuo né tantomeno quello dei protagonisti.
Al contempo però osservi questi giovani mentre si amano e si scontrano,mentre scoprono il sesso e una parvenza di libertà,mentre vagano tra gelosie e solidarietà,mentre si instilla in loro una scintilla di speranza.
Ti chiedi che senso ha darsi da fare per vivere se si ha la consapevolezza che la nostra vita non ci appartiene fino in fondo?
Ma è una stupida,stupida domanda.
Questo tentativo di vivere ha tutto il senso della vita stessa.
Si può essere vittime,condannati,ingranaggi di un sistema svuotato da ogni forma di moralità.
Si può esser privi di scegliere,schiavi di osceni padroni,si può venir privati della propria dignità di essere umano.
Ma non si può mai smettere di vivere. Mai.
Ecco,questa è la poesia di Ishiguro.
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Ultimo aggiornamento: 18 Luglio, 2011
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Se io do una cosa a te
poi ti do ancora un'altra cosa...fino a morirne nel pieno delle mie facoltà mentali, felicemente e silenziosamente....sono parole che pressappoco dicono quasi tutti i protagonisti di questo libro, l'esatto contrario di quello che succede nella realtà delle donazioni.
Visionario, onirico viaggio nell'Inghilterra fredda e arida di cuore, dove il contrario della percezione umana ha una collocazione dignitosa e fortemente ricca di sentimenti. Kathy, Ruth e Tommy teneri protagonisti che difficilmente dimenticherò.
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Non lasciamoci
Cominciare una recensione su questo libro non sarà facile; perché sebbene non si tratti del “libro più bello degli ultimi 10 anni” (cito il Time Magazine), mi ha scombinato un bel po’. Sicuramente non potrei partire dalla trama, sarebbe inutile descriverla: il libro è troppo intimo, ha una storia talmente particolare – nella sua semplicità – che “Non lasciarmi” potrebbe avere tante letture quanti lettori.
La storia non decolla subito, ci vogliono un paio di capitoli per sentirsi immersi nel libro, e la colpa è da affibbiare sicuramente all’atmosfera che esce dalla penna di Ishiguro, un’atmosfera surreale, rarefatta e astrusa che ben si confà, però, alla storia. Mi è difficile anche inserire il romanzo all’interno di un genere; magari quello distopico: una distopia etico-scientifica piuttosto che politico-sociale.
“Non lasciarmi” è una storia che lascia il segno perché testimonia la fragilità dell’esistenza. Ma è anche una storia sull’amicizia prima ancora che sull’amore, ed è soprattutto una storia dei ricordi, ricordi che si presentano sia come struttura narrativa che come tema portante dell’opera stessa. A far da sottofondo “Never let me go” – una canzone inventata da Ishiguro – che è più struggente di quel che ad una lettura ‘veloce’ potrebbe sembrare.
Perché la scrittura delicata e appassionante riesce a mostrarsi lucida fino in fondo, quando tutti i pezzi del puzzle ritorno al loro posto e quando ti rendi conto che quello che più ti ha colpito è la rassegnazione dei personaggi di fronte a situazioni talmente angoscianti che il lettore non avrebbe mai potuto sopportare (una solitudine dell’anima ad esempio che si rispecchia nelle ambientazioni spaziose e mai intime, come i campi o il vasto dormitorio) e che paradossalmente è costretto a subire ed accettare. A ricevere tra le mani questo destino inevitabile, questo ciclo di vita e di morte che fa parte di noi stessi, di cui non possiamo e non vogliamo fare a meno.
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Non lasciarmi
Ishiguro apre le porte (o meglio, le schiude appena un po') su un mondo tanto fantascientifico quanto quotidiano, un mondo fatto di "studenti" speciali, istruiti e tutelati all'interno di una scuola chiusa agli estranei, che crescono preparandosi ad affrontare un singolare destino... Dico che le porte vengono solo schiuse perchè a mio parere tante dinamiche potevano essere spiegate più approfonditamente, magari tralasciando qualcuno dei numerosi dialoghi privi di utilità al fine della storia... Ma è stata comunque una lettura piacevole e credo leggerò anche "Quel che resta del giorno" visto che è considerato il capolavoro dell'autore.. vi saprò dire!
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Il vero orrore di questo romanzo è l'assenza di or
Ho apprezzato alcuni elementi del libro: lo sforzo dell'ambientazione, che cerca di darci sempre l'impressione di uno spazio costretto, separato, racchiuso, invalicabile oltre che desolato, facendo spesso ricorso a immagini di siepi,
reticolati, steccati, paludi, campi incolti e fangosi di contro un cielo grigio ma immenso. L'autore si lascia però sfuggire l'occasione di far decollare la metafora spaziale, per esempio perdendosi in dialoghi di un minimalismo snervante in occasione della visita alla barca arenata nella palude, che invece era suscettibile di uno sviluppo meraviglioso. Va a segno invece il progressivo scadere e farsi sempre più desolato del paesaggio in cui è ambientata via via la storia, a mano a mano che si fa luce nei protagonisti e nel lettore la consapevolezza della verità: dal ridente e verdeggiante (seppure con i suoi angoli ambigui e i boschi lontani e inquietanti) di Hailsham, alla fredda e fangosa campagna che circonda i cadenti Cottages, fino alla desolazione di Kingsfield.
Siamo abituati alle costruzioni di distopie fantascientifiche, in cui si realizza la graduale presa di coscienza di una realtà separata, cioè la rivelazione sia ai personaggi che al lettore che la realtà che fino ad allora si riteneva tale, in realtà è solo una costruzione più o meno virtuale e artificiosa, e quasi sempre orribile. Ciò che manca in questo romanzo è il minimo afflato a rompere lo schermo, a liberarsi dalla costrizione disumana di un sistema tirannico e ipertecnologico, anzi manca proprio la percezione di un sistema con queste caratteristiche. Manca la percezione delle proprie catene e dei propri carcerieri, che sono del tutto assenti.
Il vero orrore di questo romanzo è l'assenza di orrore. Si viene a scoprire piano piano la verità, strato dopo strato, anche attraverso un impiego un po' confuso di flashback, ma senza mai un vero colpo di scena, e anche il lettore, pagina dopo pagina, è come se si impaludasse in un'accettazione passiva di quel sistema di valori che nessuno accenna a contestare. L'orrore emerge in una veste agghiacciante e totalmente asettica di normalità. Ma neanche i protagonisti cloni fanno eccezione. Kathy è di una disumanità disarmante e a volte irritante. Una che percorre tutti i giorni miglia su miglia, che ha letto tanti libri, il meglio della letteratura mondiale, e non prova minimamente il desiderio di ribellarsi e fuggire. Assoluta mancanza di desiderio, che sia di cambiamento o di libertà, in pratica assoluta disumanità. Come potrebbe infatti una persona umana fare l'assistente per tanto tempo, a contatto con un orrore come quello, accettandolo passivamente, senza metterlo minimamente in discussione? Questo l'ho trovato più disumano del sistema che ha generato quegli orrori. Molto lontano dalle distopie con speranza di riscatto di 1984 o di Fahrenheit 451. E credo che lo scopo dell'autore è proprio questo: dimostrare che non c'è scampo. Ognuno accetta il proprio destino di carne
da macello senza obiettare, senza un minimo accenno di ribellione.
A mio avviso l'autore ha anche mancato un altro obiettivo. Se questi "studenti" sono solo pezzi di ricambio, avrebbe dovuto sottolineare maggiormente la loro
fisicità, il loro essere corpi, e invece questo elemento è quasi del tutto assente, manca qualsiasi descrizione fisica, preferendo l'autore indugiare
su una psicologia spicciola di sensazioni interiori. Un libro che sicuramente lascia il segno, o quanto meno un senso di gelido e di vuoto.
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io, clone triste
Ho letto in fretta i giorni scorsi questo romanzo - che avevo acquistato tempo addietro e lasciato li alla polvere - in modo da riuscire a terminarlo e poter vedere nei cinema l'omonima trasposizione cinematografica prima che la affrettata distribuzione italiana lo faccia scomparire dagli schermi.
Capita raramente che un film superi l'opera originale da cui e' tratto. Al momento ricordo solo Blade runner e I ponti di Madison Square, entrambi nettamente superiori al testo da cui sono stati tratti, ma ne esisteranno probabilmente ancora altri.
Certamente la regola vuole che l'adattamento cinematografico sbiadisca in parte le emozioni della pagina scritta, arricchita dalla personale percezione e immaginazione che ogni lettore riesce a dare del testo, diventando ognuno un regista di un proprio adattamento personale ed interiore.
In questo caso tuttavia la convincente trasposizione di Marc Romanek contribuisce a chiarire e comunicare indizi che Ishiguro, scrittore pudico e delicato, omette o tarda a chiarire nel romanzo, concentrandosi fin troppo nei sentimenti dei singoli protagonisti.
Si perche' dopo le prime 50 pagine al lettore interessa soprattutto sapere cosa ci sta sotto a tutta questa organizzazione che alleva giovani e sani virgulti isolandoli dalla vita e dal caos cittadino; che complotti sono stati orditi e come sono stati concepiti questi ragazzi, e se essi siano davvero la carne da macello che si intuisce (solo e vagamente) siano.
Il fatto poi che l'opera sia un romanzo/film di fantascenza ambientato in un passato recente, e' certamente un'aspetto originale, che rende certamente piu' agli occhi che sulla carta.
In entrambi i casi se ne esce con una grande tristezza (al cinema qualche spettatrice si asciugava imbarazzata liquidi lacrimoni).
E il bel volto triste e dolente di Carey Mulligan (giovane e lanciatissima star molto dotata ed espressiva), che alla fine del film si rassegna ad una fine sacrificale ormai vicina, e' davvero straziante e giustifica episodi di sentita commozione da parte del pubblico. Per il lettore (per me lettore), un senso di disorientata, infinita tristezza.









