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In una foresta dove i pini si susseguono all'infinito e le pendici cadono a picco ci si può perdere. Ma Cressida Mayfield, diciannove anni, non si è persa. Attorno alla mezzanotte del 9 luglio è stata vista in compagnia di Brett Kincaid, caporale dell'esercito rientrato dall'Iraq ed ex fidanzato della sorella Juliet, poi scomparsa "con l'apparente facilità con cui un serpente contorcendosi si libera della pelle ormai secca e logora". L'intera comunità della piccola cittadina di Carthage inizia una ricerca frenetica della ragazza e di un colpevole. Ma, mentre le piste finiscono una dopo l'altra in un vicolo cieco, la superficie molto perbene della città inizia a mostrare le prime crepe. Chi sono davvero Zeno e Arlette, i genitori della ragazza scomparsa? E la sorella Juliet è proprio la figlia serena e solare, facile da amare, che tutti conoscono? Perché lei e Brett hanno rotto il fidanzamento al suo ritorno dalla guerra? Fantasmi e segreti spaventosi sembrano incombere dai luoghi remoti dell'animo di molti cittadini di Carthage, inquietanti e mai esplorati come i boschi fitti di quella foresta così vicina ai borghesissimi quartieri residenziali. Cressida Mayfield è una figlia ombrosa, troppo intelligente, dotata di una ferocia puritana che l'ha tenuta lontana dagli uomini, ma è davvero solo questo? Perché i genitori hanno scelto per lei un nome così strano che suona come una maledizione, "Cressida, la donna che nessuno ama"? Joyce Carol Oates torna a toccare i temi che ossessionano la sua migliore narrativa: l'ipocrisia delle piccole comunità pronte a coprire i peggiori segreti e la capacità umana di abbandonarsi alla violenza, e lo fa mettendo sotto la sua precisissima lente di scrittore il dramma di una famiglia che pensa di aver perso la propria figlia, la solitudine di un ragazzo che deve affrontare da solo gli incubi della guerra e il bisogno di una ragazza di esiliarsi dalla propria famiglia per cercare una possibile redenzione.

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Scomparsa 2017-01-08 19:05:03 Antonella76
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    08 Gennaio, 2017
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Bella o intelligente???



Vi faccio una domanda: se doveste scegliere se essere, tra due sorelle, quella bella o quella intelligente, cosa scegliereste?
Cosa è meglio?
Vivere all'ombra di chi possiede la bellezza, la dolcezza e l'empatia sentendosi sempre quella sfortunata e compatita, insomma quella che viene "dopo"?
O vivere dovendo sempre giustificare chi cerca di sopperire alla mancanza di bellezza con il sarcasmo, la derisione altrui e la diffidenza, e dovendo perdonare anche l'imperdonabile in nome di un disagio di cui non si ha nessuna colpa?
Juliet è bella, amorevole, benvoluta da tutti.
Cressida è brutta, schiva, chiusa in se stessa...difficile. Intelligente, ma di un'intelligenza ripiegata su se stessa. Astiosa.
Cressida una sera scompare.
Da qui un romanzo psicologico (non un thriller, assolutamente) ricco, ricchissimo di spunti di riflessione.
La Oates è molto brava a tratteggiare tutti gli aspetti psicologici dei vari rapporti all'interno della famiglia, soprattutto di un certo tipo di famiglia americana molto attenta alla facciata, alle apparenze, al "cosa deve pensare la gente se...".
I "Mayfield" di questa storia mi hanno ricordato fortissimamente i "Mulvaney" di "Una famiglia americana", altro (bel) romanzo della Oates.
Ma non c'è solo questo...non c'è soltanto la propagazione del dolore dei componenti di una famiglia di fronte alla "scomparsa" di uno di loro...troviamo anche il tema del coinvolgimento delle truppe americane in Iraq, con tutte le brutture che, chi riesce a tornare, si porta incise nel corpo e nella mente, la situazione dei penitenziari americani (sembrava di essere dentro "Il miglio verde" di King), il tema della pena di morte, e non ultimo quello della religione e del perdono.
Un romanzo ambizioso.
Da incorniciare, per me, l'ultimo capitolo, quello in cui parla la sorella Juliet (quella bella): tutto il senso del libro secondo me ruota intorno a quello che lei manifesta alla fine, senza più nascondersi dietro la facciata di colei che deve sempre "capire", giustificare, perdonare...come se essere più belli di qualcun altro, alla fine, sia una colpa o un dono da dover pagare a caro prezzo.
Non ho amato Cressida, tanto quanto invece ho amato il personaggio del caporale Kincaid e la sua personale guerra, che ha continuato a "portare nella testa" anche dopo essere rientrato dall'Iraq sfigurato, menomato nel corpo e nell'anima, irrimediabilmente.
Unica vera vittima del romanzo, in tutti i sensi.
La Oates è brava, questo è fuori discussione, ma c'è qualcosa che non me la fa amare quanto vorrei, qualcosa che mi infastidisce, che, in alcuni momenti, non mi fa vedere l'ora di finire di leggere i suoi romanzi.
Credo si tratti di prolissità, di insofferenza verso un eccesso di parole, di descrizioni, di divagazioni e ripetizioni, per me, evitabili.
La preferisco di gran lunga nei suoi romanzi più brevi, dove sa essere diretta e incisiva senza rischio di perdersi.

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