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Francois Hollande ha appena terminato il suo secondo mandato all'Eliseo, dopo aver battuto nel 2017 la leader di estrema destra Marine Le Pen, e la Francia deve tornare alle urne per scegliere il nuovo presidente. Arrivata di nuovo al ballottaggio, la leader del Front National deve confrontarsi questa volta con Mohammed Ben Abbes, leader di 'Fraternité musulmane', un partito islamico. Le elezioni presidenziali francesi del 2022 vengono vinte da un partito islamico, che salirà al governo grazie all'alleanza repubblicana con i socialisti e la destra liberale Ump. Il narratore della vicenda è Francois, 44 anni, sessualmente frustrato e infelice, professore universitario specialista dei testi dello scrittore decadente Joris-Karl Huysmans. Quasi non si accorge del cambiamento in atto. Alla fine si limita a sottomettersi e a convertirsi.

Recensione della Redazione QLibri

 
Sottomissione 2015-01-23 08:29:54 Maso
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Maso Opinione inserita da Maso    23 Gennaio, 2015
Ultimo aggiornamento: 23 Gennaio, 2015
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Ostriche e libertà di astensione

Che casualità. Proprio l’atra sera, seduto a gambe incrociate su un plaid, vedevo lo sguardo di un caro amico che si fissava su di me mentre sillabavo per l’ennesima volta, neanche fosse una profezia azteca: “perle ai porci!”. Perle. Perle come simbolo di una preziosità che non può essere compresa. Perle, tante altre volte, come simbolo di un’ambiguità che può essere travisata, deformata, decontestualizzata, mascherata e definitivamente utilizzata da un mammifero con capacità decisamente superiori a quelle di un suino, ma certamente con meno buonsenso. L’ominide, ahinoi, sa servirsi della perla-ambiguità per scopi ben diversi rispetto a quelli previsti da chi ha aperto l’ostrica.
Nel nostro caso, il pescatore di ostriche, o meglio di huîtres, si occupa di letteratura. È uno scrittore, si chiama Michel e sembra avere una predilezione per quel filone letterario che dagli inizi del Novecento proietta e inchioda il genere umano in un tempo a lui prossimo, degenerato e irrecuperabile. Tale predilezione non impedisce di mettere in luce l’acquisita competenza di genere del signor Houellebecq. Ma l’acquisizione di una cultura letteraria specifica, come del resto anche quella sull’opera di Huysmans e degli autori francesi del XIX secolo, non può, a parer mio, dirsi tale se da essa non si sono tratti e messi in pratica i principi fondativi del genere stesso. Uno dei fondamenti strutturali che accomuna una fetta sostanziosa della letteratura distopica è quello che riguarda l’ambientazione socio-politica della vicenda narrata. Il fatto che i maestri del genere non si siano quasi mai cimentati nella narrazione di avvicendamenti contestualizzati su scenario reale (e per reale si intende esistente, con persone esistenti) non ha creato il minimo dubbio al signor Houellebecq. Dubbio che invece, a parer mio, si sarebbe dovuto porre ad ogni battuta della prima stesura del suo romanzo. I maestri del genere, come i maestri -indiscutibili fiaccole di sapienza e competenza- di ogni altro genere, sono tali perché a loro sono riconosciuti meriti incontestabili, perché non compiono errori nella pratica del loro mestiere. Perché sanno attenersi a un buon gusto che, in casi specifici come questo, si sarebbe dovuto esprimere nella scelta di un quadro sociale, geografico e antropologico non politicizzato, non veridico, non travisabile, non utilizzabile per altri fini. Il signor Houellebecq fa letteratura, scrive di letteratura, ma dimostra, nella mia personalissima opinione, di aver imparato ben poco da essa e da chi prima di lui l’ha fatta senza compiere errori così grossolani.
Scrivere di un popolo e della sua sottomissione ad un altro popolo, porre l’accento su diversità, tradizioni vissute come restrizioni, buttare nella mischia qualsiasi cosa faccia polverone, non importa a quale prezzo, non importa a quale deformazione siano costrette le fonti. Tutto un’insieme di azioni che sono consentite da quella che viene definita “libertà di espressione”, la più sacrosanta, la più millantata, la più sventolata. Lo spauracchio più radicato e verbalmente ineccepibile, la lapide conficcata nel terreno e mai più smossa. Parlare della Francia sarebbe troppo facile, e sarebbe troppo sbagliato. E sarebbe troppo pretenzioso da parte mia, che, invece, mi limito ad esaminare la bordura, la linea sfrangiata di una situazione nazionale ed extranazionale che presenta un quadro di una complessità incommensurabile, e per questo solo ipoteticamente dissertabile. La passamaneria che cinge tutto, come accennavo, riguarda la libertà di esprimersi. In questa rientra tutto, un tutto che prevede anche la negazione. Se la libertà di esprimersi è tale, allora essa contiene anche la libertà di non esprimersi. Una libertà che, per quanto paradossale, può essere esercitata nel medesimo modo. Non un’autocensura, non una mortificazione della propria opinione. Solo un semplice ragionamento che verte su quanto sia opportuna, in nome di una libertà che è possibile esercitare in quanto diritto inalienabile, la divulgazione di una tematica sufficientemente ambigua da poter essere fraintesa da una percentuale di audience priva delle competenze necessarie per discernere la fantasia dall’istigazione all’emarginazione e all’odio razziale. Anteporre la propria libertà di parola (ribadisco, incontestabile) alle conseguenze cui quest’ultima può portare, conseguenze tangibili, fisiche in quanto indiscriminatamente violente nei confronti di quella che nel 2015, nel mondo reale, è ancora una minoranza; fomentare involontariamente la diffidenza verso ideologie la cui credibilità è già gravemente minata.
Tutto questo, pur sembrandomi lampante, non è ovviamente esplicito. Tutto questo riguarda la libertà. Libertà che, nella mia opinione e nel’opinione di chi me l’ha inculcata, è mia fino a che non incontra quella dell’altro. Libertà che è rispetto, il cui esercizio non deve ledere l’altrui incolumità. In questo, nella giustificazione in cui si sa di potersi rifugiare, nella certezza di una tutela costituzionale e democratica, mi sembra si annidi la gravità e la leggerezza con cui viene utilizzato il mezzo letterario, di una potenza incontenibile se lanciato nel mezzo di un grumo di tensioni contrapposte e in via di cedimento. Sono certo che nessuna delle mie elucubrazioni, niente di simile e similmente polemico fosse nelle intenzioni dell’autore. Ma scrivere significa anche questo, significa sviluppare una coscienza del mezzo letterario stesso e di ciò che esso è in grado di fare qualora non fossimo in grado di controllarlo o di presumerne le conseguenze. Significa, inoltre, assunzione di responsabilità. Significa saper essere opportuni, possedere un’onestà intellettuale e una coscienza che abbiano potere su di noi e che regolino le nostre scelte, le nostre azioni, le parole che escono dalla bocca con troppa velocità. La parola leggera, la più esecrabile, la parola senza peso, la parola che esce senza che le si attribuisca un portato oculatamente soppesato. Le parole leggere si possono dire a gambe incrociate su un plaid mentre si fuma qualche sigaretta; non, certamente, all’interno di un medium di rilevanza globale che si prevede di lanciare in un lago di benzina.


Mi sembra opportuno, vista la preponderanza di argomentazioni personali, scusarmi sia con chi avrebbe necessitato un approfondimento maggiore degli elementi formali del romanzo di Michel Houellebecq, sia con chi si senta urtato dalla trattazione di tematiche sensibili. Ribadisco il carattere personale delle mie affermazioni e la mia più serena apertura al dialogo.

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Sottomissione 2016-11-23 16:31:59 ant
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ant Opinione inserita da ant    23 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 23 Novembre, 2016
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La Francia islamizzata

Un romanzo profetico, con tanti spunti più che attuali, sorprende per fantasia abbinata a realtà. Ambientato in Francia nel 2022, dopo elezioni politiche che sanciscono la fine degli ideali di democrazia laica, soppiantati da pensieri religiosi radicali. Notevoli le digressioni sulle cause che , secondo l'autore, han portato la patria degli ideali illuministi a stravolgersi e preferire pensieri di tutt'altro tenore. L'accusa maggiore, di non aver saputo trasmettere ai giovani le basi del pensiero francese, è rivolta innanzitutto al mondo universitario, poi a ruota l'incapacità delle elitè culturali di pensiero di attirare consensi. Concludo estrapolando un passaggio in cui il protagonista parla di programmi del ministero delle pubblica istruzione francese adeguati alle richieste della gente(p95): Ma non si poteva negare, prosegui', che i tempi erano cambiati . Sempre più spesso, le famiglie-che fossero ebree, cristiane o musulmane-desideravano per i propri figli un'educazione che non si limitasse alla trasmissione delle conoscenze, e che piuttosto integrasse una formazione spirituale corrispondente alla loro tradizione. Questo ritorno alla religione era una tendenza profonda, che attraversava le nostre società, e il ministro della pubblica istruzione non poteva non tenerne conto. Si trattava dunque di allargare il quadro della scuola repubblicana , di renderlo capace di coesistere armoniosamente con le grandi tradizioni spirituali- musulmane, cristiane e ebree-del nostro paese
Profetico

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Sottomissione 2015-09-07 08:49:57 f.martinuz
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f.martinuz Opinione inserita da f.martinuz    07 Settembre, 2015
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Quale distopia?

Un libro carico di aspettative, sicuramente accresciute dal contesto storico-politico in cui è stato pubblicato e dalla nomea dell’autore che l’hanno innalzato a presunto successo editoriale. Un romanzo che, da osservatore esterno, pareva richiamare e affiancare il fortunato genere del dystopic novel che ha avuto in Huxley e soprattutto nel formidabile George Orwell i suoi padri letterari.
Ebbene, se nello stile e nel lessico Houllebecq appare forse un gradino superiore o comunque pari grado ai due sopra citati, nella sezione “forza allegorica” il testo del francese viene completamente annientato; ne è quasi totalmente privo. Personaggi come il “Grande Fratello” o i maiali di Animal Farm nel testo di Houllebecq sono assenti, latitanti. Al contrario ci viene proposto un personaggio al limite del banale, del noioso e del fastidioso.

Il suo nome è François, studioso di Huysmans, seduttore incallito e metodico di studentesse, docente universitario annoiato, apatico e totalmente depoliticizzato. Una mancanza di attenzione da parte del protagonista verso uno dei temi centrali del romanzo, gli stravolgimenti politico-sociali appunto, è una contraddizione che stride.
François, nome comune per un personaggio banale, assume a più riprese, soprattutto nelle prime fasi del romanzo, la fisionomia dell’autore. Houllebecq scivola nel corpo e nella mente di François per poter dire la sua, intervenire come un deus ex machina. I suoi interventi sono peraltro malcelati ed evidenti.
È Houllebecq che parla quando lancia frecciate esplicite alla società moderna che nel romanzo ambientato nei futuri anni ’20 assume lo statuto di passato; infatti è lui che critica i genitori “baby-boomer”, tacciati di egoismo ed elevati ad icone negative di consumismo sfrenato, tara maledetta di un’intera generazione.

“I due baby-boomer mi avevano sempre dato prova di un egoismo implacabile, e niente mi faceva credere che potessero accogliermi con piacere”

È sempre Houllebecq che si lancia in considerazioni, più o meno condivisibili, sulla dicotomia illusione beata/disillusione sistematica sul tema dell’amore; inoltre non risparmia nemmeno la democrazia. Parla di un’ alternanza democratica simile alla spartizione di potere tra gang rivali, le quali a loro volta con la violenza cercano di imporre il loro regime ad altri paesi nel nome del miglior sistema possibile. I riferimenti sono quanto mai espliciti e questo concetto di alternanza democratica è uno dei pochi slanci interessanti dell’intero scritto.

Ciò che tuttavia ritengo poco attendibile e plausibile è l’intero impianto storico che Houllebecq crea attorno all’apatico professore huysmaniano. L’idea che un partito musulmano possa prendere il potere è, in un futuro più remoto che imminente, oggettivamente plausibile; tuttavia le reazioni sociali a tale stravolgimento superano il limite di tolleranza e accettabile verosimiglianza.
Infatti il governo di Ben Abbes, che alle presidenziali surclassa una sinistra letteralmente evanescente e la destra combattiva e nazionalista di Marine Le Pen, rivolta come un calzino l’intero sistema Francia. Lo scuote sin dalle sue fondamenta. La terra di Robespierre e della Rivoluzione francese lascia il terreno ad un nuovo ordine sociale, di fatto alla sottomissione.

Ben Abbes impone un nuovo sistema economico in linea con i principi dell’islam, il distributivismo che si prefigge lo scopo di mandare in pensione il capitalismo. Le università chiudono da un giorno all’altro e riaprono dopo aver escluso le donne dall’insegnamento, aver dato vita ad un nuovo corpo docente (da cui il protagonista è escluso) e dopo aver riformato la ripartizione dei fondi alle diverse università. In soldoni, più soldi agli istituti musulmani e meno denari a quelli di altre religioni o semplicemente statali.
In aggiunta Ben Abbes e il suo esecutivo operano nel giro di una notte una rivoluzione dei costumi che impone alle donne di coprirsi. In pochi attimi decenni di lotte sindacali, operaie e femminili vengono stracciate e cestinate senza il minimo batter di ciglio.
Non contento Houllebecq cerca di giustificare il progetto politico di Ben Abbes, che mira a esportare in lungo e in largo questo modello, inserendolo in un quadro internazionale al limite del surreale, in cui l’Unione Europea accetta con serenità gli stravolgimenti economici di una delle nazioni fondanti dell’istituzione stessa. Un quadro in cui le democrazie del Nord hanno già ceduto il passo all’avanzata politica musulmana.

Considerato tutto ciò, come può aspettarsi l’autore che il lettore non si chieda: come possono donne in carriera essere letteralmente espulse dal proprio lavoro, relegate a meri oggetti secondo una visione medievale (dalla quale l’islam non sembra staccarsi) senza reagire o quanto meno provare a modificare il corso degli eventi. E come fa François stesso a non avere il benché minimo rigurgito di orgoglio nell’apprendere che per motivi squisitamente discriminatori è stato buttato fuori a calci da una delle università più prestigiose al mondo, ovvero la Sorbona? Perché un intero popolo rinuncia alla libertà in favore di una più tranquilla e rassicurante sottomissione?

Nel frattempo, in questo marasma politico-sociale che parrebbe una polveriera pronta ad esplodere ma che al contrario si configura come il più placido mare d’estate, il protagonista vaga come uno spettro tra bordelli del XXI secolo, escort, monasteri e avvenimenti mondani legati al mondo accademico senza la minima indignazione verso il mondo esterno. Un apatico fatto e finito che imparerà ad adattarsi come l’ultima pecora del gregge.

Il romanzo nel suo complesso offre spunti di riflessione di per sé interessanti (l’individualismo del mondo moderno, le pecche e le storture del sistema democratico, il progressivo distacco dei cittadini dalla partecipazione democratica attiva) che però vengono schiacciati da un malriuscito tentativo di nuovo romanzo distopico e dalla struttura precaria dell’impianto storico su cui la vicenda si fonda.

FM

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Sottomissione 2015-07-08 08:27:55 mia77
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mia77 Opinione inserita da mia77    08 Luglio, 2015
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Sottomissione di Michel Houellebecq

Primo libro di questo arguto scrittore, che mi ha colpita e coinvolta. Non voglio prendere parte a polemiche politiche o disquisizioni destra-sinistra: mi voglio limitare a dire la mia su questo, secondo me, intelligentissimo romanzo. Troppo spesso siamo circondati da politici e intellettuali "tutto fumo e niente arrosto", qui invece, a mio avviso, l'arrosto è proprio succulento (a prescindere dall'appartenenza politica di ciascun lettore). L'autore ha il grande pregio di costringere il lettore a "pensare" e secondo me il lettore che affronta attentamente fino alla fine un testo come questo, ha anche l'intelligenza e la profondità di andare a vedere "cosa c'è dietro". Non riesco a pensare a un popolo talmente becero da non saper valutare: non posso e non voglio. Questo romanzo di Houellebecq ha il merito di costringerci a fare i conti con la profondità della degenerazione della borghesia laica e l'autore intende farci percepire quanta angoscia e quanto disagio l’essere umano provi di fronte al peso della libertà, dove la variabile politica è solo una delle sfaccettature, e forse neanche quella più importante.
Il fallimento è quello del laicismo: senza regole, senza morale, senza principi. La laicità, secondo l'autore, non può competere con il cattolico che è capace di avere fede o con il musulmano che è disposto a sottomettersi alla volontà divina. In questo romanzo si parla di "sottomissione" e non di "sconfitta" proprio perché essa avviene volontariamente: è l'esito di una scelta perfino democratica. L'uomo europeo baratta una parte della sua libertà in cambio di un'idolatrata tranquillità. La scelta di conversione non è religiosa, ma si riferisce all’incapacità di gestire il proprio libero arbitrio e di conseguenza la scelta di abbandonarsi a un sistema sociale che si farà carico di tutti i cittadini e che provvederà al benessere e alla serenità dei propri sudditi.
Uno dei motivi che lo hanno spinto il pessimista Houellebecq a scrivere questo romanzo è il fatto che inizia a essergli insopportabile essere ateo. L'autore sembra molto attratto dalla potenza della fede, qualunque fede, che attraversa l'Uomo e lo spinge a convertirsi, o meglio a "sottomettersi" per ritrovare un po' di felicità e un senso alla propria esistenza, che altrimenti sarebbe vuota, come una società allo sbando. Egli non crede in Dio ma afferma che nessuna società possa sopravvivere senza la religione, pena il suo stesso suicidio perché, con la famiglia, la religione risponde a una necessità sociologica essenziale che è di legare tra loro gli uomini e di dare senso alla loro esistenza.
In questo romanzo c'è la constatazione che ogni vero desiderio è scomparso. L'uomo colto, l'europeo dei nostri giorni, è intossicato dalla sazietà: non desidera più. E in assenza di desiderio, ogni sottomissione è già instradata. E poiché nella cultura dell’edonismo materialistico e nichilista l’unico piacere rimasto è solo quello dei sensi e della carne, l’unica possibilità di amare è quella legata al corpo. Ma qui l'autore ci mostra anche un corpo che non risponde, decade e si ammala, man mano la vecchiaia si avvicina.
In questo romanzo fanta-politico la civiltà occidentale lascia il campo alla nuova Europa islamico-liberista perché non ha nulla da offrire se non solitudine e aridità, persino a cittadini una volta privilegiati, come dei docenti universitari. Nel romanzo la svolta politica è accolta nell’indifferenza, perfino dal ceto intellettuale progressista, che accantona il proprio feroce laicismo per conformarsi o per farsi da parte silenziosamente. "Niente da rimpiangere", dice l'ultima frase. Non c'è niente da rimpiangere, quando non c'è mai stato niente che valesse la pena di tradire. In tutto questo la polemica anti-islamista, secondo me passa in secondo piano e non è assolutamente la parte più importante del romanzo.
L’intelligenza di questo scrittore è affilata e la scrittura profonda e mai banale. È un testo profondo e intelligente e lo consiglio a tutti!

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Sottomissione 2015-06-13 14:05:08 Filippo1998
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Filippo1998 Opinione inserita da Filippo1998    13 Giugno, 2015
Ultimo aggiornamento: 13 Giugno, 2015
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Sull'orlo del precipizio, tra utopia e distopia




Siamo in un futuro prossimo datato 2022. La storia si trova di fronte a uno snodo cruciale, un avvenimento memorabile, da un certo punto di vista quasi inspiegabile poiché apparentemente rifiutato dalla maggioranza. Infatti, la Francia è testimone di una “rivoluzione” che ben presto coinvolge l’Occidente tutto, contro ogni pronostico e ogni logica, a dimostrazione del fatto che, in fin dei conti, il tanto discusso “libero arbitrio” umano resta un qualcosa di molto fragile. Ma in “Sottomissione”, la bilancia non si pronuncia tanto a favore del meccanicismo cosmologico, in termini democritei ,ossia una totale casualità degli avvenimenti, quanto a una volontà superiore, quella di un’entità che noi umani definiamo “Dio”.
In questo romanzo di Michael Houellebecq il Dio in questione, e unico, è Allah che ha finalmente deciso di imporre la propria egemonia.
Il suo portavoce è Ben Abbes, leader di un nuovo partito francese denominato Fratellanza musulmana, che in seguito a una crescita esponenziale di assensi, si ritrova a capo del Paese sostituendo l’ormai logora e fallimentare repubblica.
Ben Abbes non è lo stereotipo del musulmano chiuso mentalmente, unicamente interessato a imporre la propria religione e magari disposto anche a ricorrere alla violenza pur di raggiungere i propri obiettivi. E’, piuttosto, intelligente, diplomatico, accattivante e MODERATO, caratteristica raramente accostata a un fedele della shari’a; un mix di novità e conservatorismo che gli permette di farsi strada tra le menti dei francesi, che riversano in uno stato di totale inerzia in seguito a quella che pare più una visone onirica che mera realtà.
Michael Houellebcq, costruisce attraverso una lingua chiara e impeccabile un romanzo che può essere spunto di riflessioni profonde su un tema centrale come quello della convivenza tra le religioni. Si diverte a ritrarre- e lo fa in modo magistrale-, grazie alla sua fantasia –o semplicemente al suo senso storico -una realtà politica fittizia ma al contempo estremamente plausibile immaginandone l’impatto sulla gente comune.
Francois, protagonista e narratore, effettivamente è “un uomo di una normalità assoluta”, un individuo incapace di adattarsi alla sua grigia vita da docente universitario sprovvisto di vocazione, che più di una volta ha seriamente preso in considerazione l’idea del suicidio.
Solamente grazie alla via della conversione riuscirà a ritrovare l’orientamento, a testimonianza del fatto che la “sottomissione” è ciò di cui l’uomo realmente ha bisogno.

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Sottomissione 2015-01-27 00:35:11 FabCat
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FabCat Opinione inserita da FabCat    27 Gennaio, 2015
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50 sfumature di Huysmans

La trama è nota ormai: in estrema sintesi siamo nel 2022 e le elezioni presidenziali francesi sono state vinte dal partito della Fratellanza Musulmana. La sua dirompente attualità, amplificata soprattutto dall’uscita in coincidenza ai fatti sanguinosi di Parigi, non deve tuttavia trarre in inganno: Houellebecq non è la Fallaci e “Sottomissione” non è “La rabbia e l’orgoglio“.

Lo sguardo che indossiamo è quello di uno stimato docente universitario quarantenne, di cui capiamo subito le due principali passioni: Huysmans e le proprie studentesse. Al primo ha dedicato anni di ricerche e una voluminosa tesi universitaria, e a lui si rivolge costantemente come a un amico immaginario. Alle seconde, come anche a diverse prostitute, dedica gran parte del proprio tempo libero. Senza lesinare in dettagli. Anzi, forse un uso consumistico della donna e la approfondita descrizione delle diverse acrobazie erotiche ci serviranno in seguito, quando vedremo applicata la concezione che ha il regime musulmano delle donne.

Al centro di tutto c’è però il nostro interesse a scoprire come, in questo futuro immaginato molto prossimo, possa succedere che un partito islamico prenda pacificamente e legittimamente il potere, e cominci la sua conquista dell’Europa (realizzando peraltro la profezia della Fallaci). In una Francia che sembra l’Italia, dove il nazionalismo berciante della Le Pen ha schiacciato l’immobilismo dei partiti di destra e di sinistra, troviamo un Paese stanco, disilluso, cinico e soprattutto senza ideali. Più di un secolo dopo il cammino di Huysmans verso la fede cristiana, ecco che l’Islam è accolto come portatore di una nuova visione del divino, perché la vera libertà, ora, possa scaturire attraverso l’assoluta sottomissione a esso.

Allora è colpa della crisi del Cristianesimo, del secolarismo dell’Occidente che non soddisfa più l’umano bisogno di fede? Davvero felicità e sottomissione sono strettamente collegate? Ma soprattutto: è la religione a usarci, o siamo noi a usare la religione per opportunismo? Tanti argomenti appassionanti e diversi personaggi affascinanti (come l’ex agente dei servizi segreti), raccontati in una forma a tratti forse fin troppo distaccata e pedagogica, cosa che succede quando il linguaggio del saggio diventa un po' invadente.

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Sottomissione 2015-01-20 22:03:30 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    21 Gennaio, 2015
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Distopia del XXI secolo

Come “Animal Farm” e “1984” di Orwell prima e “Fahrenheit 451” di Bradbury più tardi avevano rappresentato le distopie del XX secolo, descrivendo società governate da regimi repressivi e totalitari, così il recentissimo romanzo di Houellebecq, “Sottomissione”, prefigura una Francia governata dal Partito della Fratellanza musulmana, dopo le elezioni del 2022 e il crollo dei partiti tradizionali.
Il protagonista del romanzo, François, è un professore universitario, studioso del grande Huysmans, che - e ciò dimostra quanto non sia casuale la scelta di questo artista piuttosto che un altro - insieme a Oscar Wilde e D’Annunzio fu il grande rappresentante di quella corrente letteraria nota come Decadentismo. D’altra parte nello sconvolgimento istituzionale prefigurato, il mondo dell’istruzione è il primo ad essere rivoluzionato: l’insegnamento torna a essere obbligatorio solo fino ai dodici anni. Quindi, tranne alcuni casi funzionali alla nuova società, l’istruzione è riservata solo al sesso maschile, mentre le giovani donne, che saranno la base su cui si fonda la famiglia, vengono indirizzate verso l’approfondimento e lo studio dell’ economia domestica. Il mondo femminile è il più colpito in questo nuovo assetto: la moda mortifica la femminilità, ogni scelta autonoma è negata, il sesso è imposto, non desiderato.
Con la vittoria del nuovo partito, l’organico dei docenti universitari è sospeso, ma ben presto, per esigenze politiche e pratiche, parte del corpo insegnante verrà riassorbito a condizione che si converta all’Islam.
A François appare ben presto chiaro che il vero nemico dell’Islamismo non è tanto il cattolicesimo, quanto il laicismo identificato con l’ateismo. In questa ottica, la religione regola la vita dell’individuo, ne segna i confini e ne traccia i principi morali, mentre l’ateismo con il suo deprecabile umanesimo ammette ogni licenza e porta all’immoralità.
Anche la vita privata di François subisce un brusco cambiamento, con la partenza di Myriam, la sua ragazza, ebrea, che lascia la Francia per recarsi in Israele. È quanto si apprestano a fare in queste condizioni, le comunità ebraiche molto numerose a Parigi.
Il quadro costruito da Houellebecq è di una lucidità inquietante. Egli prospetta l’annientamento del mondo occidentale, realizzabile anche grazie all’appoggio di quella parte del mondo arabo più ricco e disposto a concedere lauti finanziamenti. Proprio grazie a questi contributi, lo sconvolgimento del mondo occidentale vedrebbe una breve crisi economica nell’immediato, assorbita in poco tempo. Ciò che più sconcerta è il prospettato azzeramento di tutta una cultura e di una civiltà che Houellebecq immagina sostituita dai valori del mondo di Ben Abbes, il nuovo Napoleone, il leader con il sogno di ricreare l’impero romano.
Come in 1984 di Orwell il principio sul quale il Grande Fratello basa la sua politica repressiva è “La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”, nel romanzo di Houellebecq troviamo un principio altrettanto delirante: “ E’ la sottomissione. L’idea sconvolgente e semplice [….] che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta.”
A ogni singolo lettore il compito di dare un giudizio su questo concetto. Ciò che credo risulti chiaro da questa lettura è che l’annientamento di una civiltà, di una cultura, qualsiasi siano i suoi valori, qualsiasi sia la sua fede, è assolutamente esecrabile. Non esiste una cultura o una fede migliore di un’altra. In nessun luogo del mondo.

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Il cuore degli uomini
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La vendicatrice
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Tante piccole sedie rosse
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Commedia nera n.1
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Eroi della frontiera
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