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Zero K

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Il padre di Jeffrey Lockhart, Ross, è un magnate della finanza sulla sessantina, con una moglie più giovane, Artis Martineau, gravemente malata. Ross è il principale investitore di Convergence, una startup tecnologica con una futuristica sede ultrasegreta nel deserto del Kazakistan. Attraverso le ricerche biomediche, a Convergence vogliono conservare i corpi fino al giorno in cui la medicina potrà guarire ogni malattia. Se ne occupa una speciale unità chiamata Zero K a cui hanno deciso di affidarsi Ross e Artis. Così Jeff si riunisce con il padre e la moglie per quello che sembra un addio - o forse un arrivederci. Jeff è turbato: non capisce se a suo padre è stato fatto il lavaggio del cervello dagli uomini di Zero K oppure se la sua è la scelta consapevole di un uomo tanto ricco da decidere di possedere anche la morte. Ma questa è anche l'ultima occasione per ristabilire un rapporto con il padre.

Recensione della Redazione QLibri

 
Zero K 2016-10-18 07:35:25 68
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68 Opinione inserita da 68    18 Ottobre, 2016
Ultimo aggiornamento: 21 Ottobre, 2016
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Il futuro è scritto nel presente, l' eterno in ogn

" Tutti vogliono possedere la fine del mondo." " Il futuro che ci attende è la trascendenza ."Non nasciamo per nostra scelta, e dobbiamo morire allo stesso modo?"
Zero K è una rappresentazione olistica al confine tra reale ed irreale, religione e scienza, contingente e trascendente, in uno scenario lunare, robotico, postmoderno, volutamente artificiale ed asettico, essenziale come il silenzio ed il grigiore che lo caratterizza, a metà tra fantascienza ed ipertecnologia, medicina e filosofia.
Jeffrey Lockhart, l' io narrante, è un individuo segnato e dalla vita e da quello che improvvisamente si trova ad affrontare. Il padre Ross, magnate della finanza, collezionista d'arte, figura controversa, con un nome falso, vuole accompagnare la seconda moglie Artis, giovane archeologa affetta da una grave malattia invalidante, nel mondo ipertecnologico di Convergence, azienda da lui stesso finanziata con sede in Kazakistan, per un addio che la sottoporrà ad un esperimento di criogenetica, ad una morte per induzione chimica in attesa di tornare in vita quando l' umanità avrà compiuto dei progressi medico-scientifici tali da permetterle una esistenza sana e forse l' eternità.
Ross vorrebbe seguirla, sottoponendosi a sua volta ad un suicidio assistito, Jeffrey è contrario, vede il fine nell' oggi, e la vita scorrere nella propria relatività ed imperfezione, ma parte comunque per un viaggio della conoscenza ( altrui e propria ) immergendosi nella virtualità di quella terra di mezzo, anticamera del futuro e dell' ignoto.
Gran parte della narrazione spazia nella pseudo-realtà del mondo di Convergence, tra architettura minimale, figure misteriose, manichini senza volto, sentinelle, monaci, cunicoli, innumerevoli porte, nessuna finestra, catacombe, schermi proiettanti immagini di morte, guerre, carestie, migrazioni, catastrofi naturali, conversazioni negate, monologhi estenuanti.
È un mondo di scienziati e predicatori ( i fratelli Stenmark ), futurologi,( Ben Ezra ) in bilico tra scienza e religione, alla ricerca del significato di una vita degna di essere vissuta nella propria finitezza e della possibile rinascita corporale e spirituale post mortem.
Si parla di metempsicosi, di trascendenza, ma anche di conservazione dei corpi, di morte indotta, crioconservazione, nanotecnologia, temi già trattati in passato ed oggi realtà, di un pugno di miliardari che autofinanziano un desiderio di fuga da un mondo segnato, cruento, destinato ad estinguersi, in nome di una purezza ideale ed estetica e di un desiderio di perfezione ed eternità.
Jeffrey ( e l' autore ) critica procedimenti che ritiene guidati da delirio collettivo, superstizione, arroganza ed autoinganno.
Il suo mondo imperfetto è agli antipodi di un futuro ( quello di Ross ed Artis ) tutto da scrivere, che fugge una fine inevitabile, ormai alle porte.
La sua è stata una infanzia incompiuta, sofferta, in una famiglia disgregata, con una madre ( Madeline ) ripetitiva, ritualistica, spesso silente, con cui condividere il tempo ed un padre assente, egocentrico, che ha sempre mirato a qualcosa di grande, stupefacente, immortale.
Jeffrey lentamente rivede la propria vita, quella iniziale zoppia per rendersi visibile agli altri, o solo a se stesso, intimidito e schifiltoso verso le case altrui e quelle vite caratterizzate da un' intimità un poco appiccicosa, con il desiderio di nascondersi, fuggire, finendo per scegliere, poi, la strada che piu' gli si addiceva, quei lavori che lo guardavano dai monitor di una scrivania, la denominazione dei quali bastava a se stesso, drogato di tecnologia.
E poi la necessità di una precarietà protratta ed il logorio di un universo sentimentale a sua volta frammentato e inconcludente.
Scopre, in questo iter temporale, che la vita è fatta di momenti ordinari ed inspirando la pioviggine dei dettagli del passato sa finalmente chi è, in una esperienza filtrata dal tempo che non appartiene a nessun altro, se non a se stesso. E Madeline era un luogo dove tornare a sentirsi sicuro, la normalità.
Convergenze per contro è una sorta di poesia dell' illusione che poco a che fare con il reale, forse è solo un inganno, una setta, li' ogni cosa succede da qualche altra parte, l' eternità è un concetto poco umano, quel " morire per vivere, poi, in eterno ".
Moriremo prematuramente, saremo conservati in un capsula negli abissi della terra, una vita sospesa, in attesa, manichinizzati, controllati, subordinati, quando e come ritorneremo, affrancati dal nostro corpo, sotto quali spoglie, con quali ricordi, certezze, speranze?
Ha la presunzione di isolarci, di guardarci dentro, in una dimensione atemporale, svuotando la mente per ascoltare il brusio del mondo, trovare l' assoluto,scevro da finitezza, materialismo, e' pura filosofia, conoscenza di se', in attesa di una cyber-resurrezione, parlando una neo-lingua purificata.
Ma Cio' che non sappiamo ci rende umani, il tempo in cui non siamo vivi e' infinito, ciò che non ha inizio non ha neanche una fine e tra quelle stanze asettiche, fredde, ipnotiche, si ha la sensazione di essere in un non luogo.
Ormai la tecnologia è un mostro smisurato, divenuta una forza della natura che non siamo più in grado di controllare, e ciò che è utilitario diventa totalitario.
La vita si alimenta di imprevisti, ripetizioni, gestualità, semplici oggetti, acquisisce un senso nella propria fine, e lo sguardo su queste imperfezioni genera amore.
La seconda parte del romanzo è ambientata in una New York senza volto, rumorosa, variopinta, affollata, multilingue, e li' Jeffrey rivive il proprio viaggio, ricorda, analizza, ricerca, ritorna al passato, si riappropria di una percezione mancata. Ha una relazione con Emma, psicologa dell' infanzia, ed è una vicinanza che mantiene la propria distanza, e diventerà lontananza, inevitabilmente, per l' incapacità di svelare la propria storia ed essenza e per un ritorno obbligato nel mondo di Convergence, in un viaggio di completamento.
Finiamo con il chiederci se il desiderio di possedere la fine del mondo abbia un senso ed un fine.
La risposta è ovvia e sta in quell' essere piacevolmente avvolti dalle grida di stupore e di meraviglia di un bambino, pur menomato e sofferente, di fronte all' inimitabile spettacolo cromatico della luce solare che, talvolta, si irradia tra le rumorose strade di New York.
In fondo questo è il semplice senso dell' esistere, il vivere e il morire, nella finitezza e nell' imperfezione di ogni istante.
Romanzo che affronta temi di attualità, noti da tempo, e lo fa adeguando il linguaggio alla narrazione, alternando descrizioni glaciali e postmoderne a momenti di commozione e profondo intimismo, affrescando mirabilmente il nostro mondo, intrecciando e confondendo trama e personaggi, tempi e luoghi, interiorità ed esteriorità, in quel caos che è la follia di un futuro già programmato ma inverosimile, in cui il progresso scientifico e tecnologico a fini umanitari è confuso e sostituito dall' afinalistico senso di onnipotenza ed eternità dato dal potere e dal denaro.
Buona lettura.

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Zero K 2017-02-23 16:04:44 silvia t
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silvia t Opinione inserita da silvia t    23 Febbraio, 2017
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ZeroK

Capita a volte di imbattersi in un libro richiamati dal suo autore, costretti a sfogliare le pagine nonostante l'argomento non susciti curiosità.
Con questo stato d'animo mi sono avvicinata a ZeroK di Delillo: la certezza della bellezza, l'incertezza dell'emozione.
Quella prosa che cattura, spinge a leggere ancora, ad abbeverarsi da quella fonte così che la storia entra dentro, attraverso la descrizione degli ambienti, asettici e freddi adatti a descrivere la morte, ma anche la nascita: la morte vista come cambiamento di stato e non come fine di tutto.
Sconfiggere la morte è senza dubbio il più grande dei sogni degli uomini, ma controllarla è forse più alla loro portata: così la sapiente penna di Delillo ci scaravanta in un futuro possibile, fatto di speranza rotta dalla certezza della perdita della persona cara; così che diviene difficile scegliere, una penosa speranza in cui cullarsi sperando di riabbracciarla o una rasseganzione data da due metri di terra sopra il suo corpo?
Molte sono le domande che ci si pone, molta l'empatia per ognuno dei personaggi che in modo magistrale interpretano il loro ruolo.
Solo questo basterebbe a fare di ZeroK un bellissimo libro, il tema trattato e lo stile usato, ma c'è di più: ci sono le caratterizzazioni che rendono tutto vivo, mobile, in divenire
Jeffrey, il protagonista, vive un vero e proprio percorso psicanalitico, nella non-morte della matrigna rivive la propria vita, il rapporto con la madre, col padre, con se stesso.
Un percorso difficile, reso ancora più pesante dal fardello della morte che incombe, la morte passata della madre, quella recente della matrigna e quella futura del padre.
Si rimane straniati nella lettura, tutto prende vita, si vedono gli enormi schermi con gli occhi di Jeffrey e sempre con i suoi occhi si intuiscono le persone cercando di dar loro un nome adatto, chiaro tentativo di voler conoscerle, di voler capirle, quando di comprensibile c'è ben poco.
Lo stile è perfetto, i tempi narrativi anche, il lessico ricercato e la traduzione direi ottima.

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Zero K 2017-01-22 03:40:26 CortaZur
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CortaZur Opinione inserita da CortaZur    22 Gennaio, 2017
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So solo essere l’uomo che sono

Un libro difficile, poco coinvolgente con tante domande al suo interno.
Dopo tanti falliti tentativi finalmente sono riuscito a leggere un libro scritto dal leggendario Delillo, tante aspettative accompagnavano questa lettura che purtroppo sono state inattese; vuol dire che il prossimo tentativo sarà più fortunato o almeno lo spero.

La trama è nota: Ross Lockhart, un ricco uomo d'affari decide di porre fine alle sofferenze della sua amata moglie ibernandola, nella speranza di cure migliori nel futuro, in una struttura specializzata che si occupa di crioconservazione. Il figlio, Jeffrey, chiamato ad assistere il padre e la moglie racconta la sua testimonianza ponendo e ponendosi varie domande sul significato della vita e della morte.

Il libro grosso modo si divide in due parti: la prima, la più interessante, descrive le modalità con le quali si preparano i pazienti alla ibernazione e ne descrive anche la tecnologia a grandi linee ponendo anche le prime e fondamentali domande etiche e esistenziali su quello che questa struttura significa e sul potere che ha e avrà se dovesse essere realmente fattibile e funzionante.
La seconda parte invece ci porta più nella vita di Jeffrey, il figlio di Ross, che vive la sua vita con le sue normali vicissitudini e che però non riesce a togliersi dalla testa quello che ha visto in quella struttura e soprattutto quello che ha sentito a livello di emozioni e ciò lo condiziona nelle sue relazioni e nelle sue percezioni quotidiane.
Le due parti convergono inevitabilmente in una conclusione bella e degna che dà un senso al libro altrimenti da me considerato poco concreto.

Credo che Delillo sia ad un livello talmente alto che si sia potuto permettere questa esplorazioni di tematiche dalla fortissima componente etica, dove il lettore è fortemente coinvolto e continuamente interrogato. Un libro dove si possono trovare molte interessanti considerazioni, dove si discute di cosa sia il tempo, cosa sia l’IO, di quale sia il significato etico di questo modo di morire.
Vorrei evidenziare la bella traduzione di Federica Aceto, la quale a mio modesto parere ha svolto un ottimo lavoro anche in frangenti dove la traduzione non era proprio facile e scontata data la tematica e ha saputo mantenere alto il livello del discorso

Si potrebbe scrivere molto di più, si potrebbe filosofeggiare lungamente d’altronde tra le pagine si possono leggere e apprezzare lunghe elucubrazioni su tutto quello che succede e devo dire che per alcuni questo potrebbe essere un pregio e che per altri invece potrebbe essere fonte di noia. Io mi sono trovato nel mezzo con momenti di forte interesse e altri di forte noia.
Una lettura per menti predisposte e preparate.

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Zero K 2016-12-02 10:17:46 Todaoda
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Todaoda Opinione inserita da Todaoda    02 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 02 Dicembre, 2016
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Who wants to live foreveeeer?!

Un uomo comune con un lavoro e una vita sociale/sentimentale costellata di piccole soddisfazioni, frustrazioni, smarrimenti viene convocato dal padre, eclettico e visionario supermiliardario, in una località sperduta per assisterlo durante il difficoltoso processo di "ibernazione terapeutica" al quale ha deciso di sottoporsi la sua ultima moglie/compagna a seguito di una malattia incurabile, nella speranza che in futuro, siano dieci, cento, forse addirittura mille anni, la scienza medica si sia talmente evoluta da trovare un rimedio alla penosa condizione in cui versa la sfortunata e, in primis, un metodo sicuro per riportare in vita (si potrebbe dire "scongelare" se non rimandasse un po' troppo ai filetti di merluzzo) il corpo di lei. La vita del "nostro" uomo comune (d’ora in avanti U.C.) da allora cambierà... o forse no, o meglio sì ma soprattutto nel modo che avrà lui di affrontarla, vederla, esaminarla e appunto, viverla.
DeLillo con quello che alcuni hanno definito il suo più bel romanzo dai tempi di Underworld (e altri, sbagliando grossolanamente, il ritardato debutto del gran maestro del post modernismo nella fantascienza. Questa non è un’opera di fantascienza), ci regala un testo introspettivo ed intimo le cui atmosfere crepuscolari e lo stridente contrasto tra il rutilante guazzabuglio di suoni e colori della quotidianità con i lunghi silenzi dell'asettica e ipertecnologica struttura ove avviene il processo di ibernazione, delineano una vicenda il cui surreale, eppur piacevole, incedere strizza l'occhio all' affettata vaghezza del primo Murakami. Ma se nel giapponese il manierismo delle sue opere giovanili è fin troppo evidente, in DeLillo, autore maturo con una precisa conoscenza del proprio mezzo, si perde sfumato nel respiro universale che con maestria conferisce al narrato.
A ben vedere comunque anche un'altra, persino più importante, differenza separa i due autori: se Murakami potrebbe essere definito un “triste ottimista” tale definizione non sarebbe per nulla applicabile per DeLillo, nell' italo-americano infatti è totalmente assente quella pacifica, passiva, volendo ingenua e talvolta irritante, accettazione tipicamente orientale di quel che accade, al contrario qui il suo U.C., superato lo straniamento iniziale di trovarsi coinvolto in una situazione a dir poco assurda, avverte profonda la rabbia e la repulsione nei confronti di quanto è costretto osservare, di quanto suo malgrado è costretto a considerare... e sono una rabbia e una repulsione le sue tipicamente occidentali: sono stoiche, quasi eroiche, sono la r. & r. di chi è fermamente convinto d'essere nel giusto e solo, unico sulla faccia della Terra, lo capisce; sono la r. & r. di chi è costretto a subire cose più grandi di lui, più grandi di chiunque, eppure facendosi forza dei suoi principi individualistici non s'arrende, e combatte, e lotta.
D'accordo, pare dirci l' U.C. di DeLillo, il presente, il mio presente, quello al di fuori di questa silenziosa fredda vasta e desolante struttura ibernante, è un'accozaglia di azioni casuali compiute e subite, talvolta solo osservate, senza un preciso ordine o ragione e questo rendono il vivere incerto, caotico, per certi aspetti spaventoso, mentre qui invece pare tutto cosí ordinato ed organizzato, tutto cosí privo di imperfezioni, al punto che persino quella che è la paura ultima di ogni essere vivente, ovvero la morte, viene, se non sconfitta, diciamo, almeno rimandata a tempi migliori. D’accordo ma.. Ma come diavolo si fa ad affidarsi ad un sistema di valori cosí alternativo, così rivoluzionario da non concepire neppure la morte? Come si fa affidarsi a degli individui, certo, geni visionari, che sono arrivati ad una tale negazione di uno dei principi stessi dell'esistenza da non contemplarla neppure e facendo così indurre decine, centinaia di persone a rifuggire la loro stessa vita preferendo una sorte di lungo sonno, un letargico bozzolo in cui racchiudersi volontariamente per decine d'anni sperando che al loro risveglio saranno, o forse saremo…, tutte belle, delicate innocue ed inermi farfalle? Sarà forse anche vero e scientificamente prodigioso tutto questo ma non sottende in realtà quell'istintivo e supremo rifiuto infantile del bambino che allorché gli accade qualcosa di brutto, si chiude in se stesso serrando occhi ed orecchie? E io dovrei affidare le mie speranze, e non solo quelle per Diana: i miei cari!, a persone così? Io dovrei permettere a loro di insegnarmi, convincermi che questa è la vera vita, la vera soluzione?
No grazie, questi non sono geni visionari, sono furbissimi, intelligentissimi, codardi! No grazie, chi viene qui ha già smesso di combattere, si è già rifiutato di vivere, chi si fa congelare di fatto è già morto! Un codardo morto.
E sono osservazioni sensate (qui parafrasate) quelle del protagonista, giuste, lecite appunto, ma lo sono tanto quanto quelle del padre allorchè decide egli stesso di intraprendere quel cammino: vero, hai ragione, tutto logico, perfetto, ma con l'altra metà della nostra natura, quella che ci rende al pari della ragione esseri umani come la mettiamo? Come la mettiamo con il sentimento? Come la mettiamo con l'istinto? E il dolore e la paura. Come si può farsi forza quando stremati dal dolore sappiamo che l'indomani dovra sorgere ancora il sole? Come ci si può auspicare la presenza di un domani se non è altro che un lento, estenuante rimandare la fine? In fondo quello che facciamo noi qui, l'addormentarci in una tomba di ghiaccio, non è forse quello che fanno tutti gli uomini, con il loro, lento incedere verso la morte? Solo che qui è ancora più lento e forse proprio per questo ancora più coraggioso: la mente umana allorchè si troverà a temperature prossime allo zero assoluto (zero K) cesserà le sue funzioni o rimarrà vigile, attiva ed imprigionata? Ed il corpo avvertirà qualcosa? Avrò freddo vicino allo zero K? Avrò caldo? Domande stupide eppure indispensabili a chiunque stia per affrontare questo passaggio. E non dimentichiamo che anche la sola idea di affrontarlo questo benedetto e maledetto passaggio richiede un atto di fiducia, coraggio e disperazione fuori dal comune. Come puoi giudicare la disperazione d’altri? E la vita, le scelte, la morte… tu ti faresti ibernare, figliolo? E tu lettore?
E anche queste considerazioni (sempre parafrasate) sono quanto mai lecite. Poichè è senza dubbio vero che la morte in qualche modo definisce la vita delimitandola, le da significato spingendoci a lottare per rimandarne la dipartita il più possibile e al contempo sfruttare ogni momento concessoci per dar valore a ciò che siamo e per consentire a chi amiamo che a sua volta possa sfruttare al meglio la sua occasione su questa Terra, ma è altrettanto verò che il lungo sonno è un supremo atto di fede nella vita, nella sua capacità di evolversi e rigenerarsi, un atto di fede nel potere della mente. E se quest' atto di fede non solo è rivolto nei nostri confronti ma anche verso gli altri, se lottiamo allo sfinimento, sfiorando l'imprevedibile e l'irrealizzabile, solo per concedere un altra chance, sia un giorno, un'ora o un secondo in più, a chi amiamo, non è forse esso stesso un gesto coraggioso ed eroico? Loro saranno i precursori; gli ibernati di oggi saranno i primi risvegliati di domani, gli ambasciatori di un remoto passato e I testimoni di un'imprevedibile futuro, potete anche solo immaginarvi quali imprevisti, difficolta e pericoli andranno incontro? Ammesso poi che si risveglino! Non è forse questo coraggio?!
Forse, forse sí e forse no, difficile per noi dare una risposta unitaria a una domanda così profonda e personale, è difficile per noi così come è difficile per DeLillo, poichè tocca le corde più private di ogni essere umano,, tocca le proprie coscienze, il proprio senso morale. Certo è che, si evince alla fine di questo illuminante romanzo, se son fin troppo ovvi i facili giudizi, mai troppo semplice è rivelarne la fallacia. Interessante, per esempio, il punto (purtroppo nel testo appena accennato) della rinuncia alla vita come una sorta di rinuncia alla responsabilità nei confronti dei propri affetti e dei propri cari, come interessante è anche il breve excursus sull’ evoluzione psicologica di chi si trova nella situazione di avere qualcuno in quella fase intermedia tra vita e morte che è il congelamento: con la morte in qualche modo seppur doloroso, vi è l'abbandono e dunque l'accettazione, e il conseguente relief, il sollievo, ma con l'ibernazione? Allorchè sai che quella persona che conoscevi è praticamente morta, eppure non è morta, che in qualche modo c'è sempre eppure non è più lei e non le puoi più parlare o sentirla o toccarla, cosa accade a te? Probabilmente non riesci più abbandonarla, dunque non trovi mai sollievo ed anzi al contrario rischi di farti ossessionare. Ma ancora è così per tutti o solo per alcuni, e in che misura è lecito da parte degli altri giudicare e criticare?
Di nuovo difficile trovare una risposta adeguata che vada bene per chiunque e DeLillo, ben conoscendo gli insidiosi fondali della coscienza, si mantiene sul vago, e anzi ci ricorda che superato un certo limite, oltre un certo ingrandimento, un certo grado di osservazione ed analisi, come in tutte le cose, non si possono trovare risposte ma solo domande, domande che indicano il cammino verso altre domande, ed altre ancora, ed altre ancora...
In fondo è ben questo quel che noi siamo, chiosa lui: viandanti lungo un percorso costellato di domande e di possibili alternative, si tratta solo di scegliere quali porsi e quali no e, come sempre, in base alla propria esperienze e coscienze, qualcuno sceglierà una cosa e qualcun altro il suo opposto. E, figuratevi, ci sarà persino chi deciderà di non scegliere, chi si limiterà ad osservare, ci sarà persino chi invece di guardare direttamente un tramonto gli basterà osservare la reazione che suscita negli altri.
Ebbene sí, questo è l'ultimo romanzo di DeLillo, un DeLillo, nuovo, per certi aspetti più metafisico e relativista, eppure suadente ed affascinante come non mai. E poco conta che alcune (a dir la verità molte) delle tematiche sull'eternità e l'immortalità suoneranno come musica già ascoltata a chiunque abbia passato l'adolescenza a guardare prequel e sequel (non che la serie televisiva) di Highlander e che forse dal gran maestro del post modernismo, come fanno notare alcuni, sarebbe lecito aspettarsi una profondità superiore rispetto a quella palesata da un ideatore di dialoghi da telefilm anni ''90 (per altro gran bel telefilm); e poco conta che i più critici allorché avranno letto o sentito del paragone con Underworld, la sua passata opera di iperrealtà a 120 fotogrammi al secondo, trovandosi alle prese con queste tematiche intime, surreli e vagamente hippy, scuoteranno la tersta pensando a zero K come ad una sorta di prepensionamento di un autore ormai non più nella realtà fattuale del presente (a onor del vero anche il sottoscritto preferisce di gran lunga le opere più concrete del “Gran Maestro”). Questo è un DeLillo nuovo, forse diverso, forse più banale e commerciale, vero, ma anche più intimo, più vicino, più... “amico”; e malgrado i maligni arrivino a suggerire (e non senza fondamento, questo gli va riconosciuto) che ormai è talmente fuori dalla vita di tutti i giorni che ora riesce a scrivere solo di tematiche pseudometafisiche, è bene ricordare a chiunque che DeLillo resta comunque uno scrittore di elevatissimo livello, uno scrittore che anche se per contenuti non riesce piu a raggiungere le vette dei suoi passati capolavori compensa con il suo impareggiabile stile, creando un testo levigato a tal punto (e in zero K accade per davvero) da potersi permettere di gettare tra le pagine una parola qualunque e sapere perfettamente che quattro capitoli dopo il lettore se la ricorderà esattamente, proprio quella, dove è stata usata, perchè e quando. Un autore così sia che descriva un mondo sospeso in un istante per contemplare ogni sfaccettatura del presente, sia che racconti delle trascendentali ed intime sensazioni di un uomo che lambisce appena il reale, meriterà sempre di esser letto. E poco conta infine che zero K possa essere considerata un’opera minore, o per chi avesse creduto agli editori, una mezza delusione: tutte le lecite critiche che gli possano venir mosse e il senso costante di amaro che possa lasciare la lettura di un lavoro poco definito, sono solo deboli appigli per non ammettere che questa è l’ennesima prova di stile di un grande maestro della nerrativa contemporanea, che zero K è un romanzo che, lo si voglia o no, ci riappacifica con la letteratura, la letteratura buona, la letteratura di classe.

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Murakami, ed altri potenziali surrealisti. Anche a chi compra prodotti Findus
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Zero K 2016-11-12 20:42:21 Antonella76
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    12 Novembre, 2016
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"Vieni con noi"...a Convergence!



Mentre leggevo questo libro avevo la lucida percezione di fare un viaggio in una dimensione che non ero sicura di voler conoscere.
Inquietante. Gelido e asettico come il luogo in cui si svolge.
Semplici frasi come "Vado con lei", "Vieni con noi", qui assumono una connotazione agghiacciante, sono l'invito ad entrare in un mondo senza fine, dove la morte non esiste.
Non come la intendiamo noi almeno.
Rivivificazione.
Un modo per rendere immortale la morte.
"Convergence" è un luogo non-luogo, sperduto nel deserto del Kazakistan, dove ci sono capsule contenenti corpi umani sospesi, ibernati e nutriti da crioconservanti, ma brulicanti di vita interiore.
Questa è la storia di un figlio che si ritrova a dover fare i conti con la decisione paterna di seguire la donna della sua vita in questa dimensione oltre la vita.
Artis, archeologa, malata senza speranza di guarigione, sceglie di sottoporsi a questa nuova tecnologia criogenica, per risvegliarsi in un futuro in cui la sua malattia non sarà più contemplata.
Suo marito, e padre del nostro protagonista narrante, si accorge di non poter più vivere senza di lei e sceglie di voler far parte della schiera dei "messaggeri della sezione "Zero K", ovvero coloro che accettano di "morire" prematuramente per darsi la possibilità di una seconda vita in un futuro non bene identificato.
Persone che desiderano possedere la fine del mondo, e per farlo sono disposti a ritrovarsi appesi, nudi, depilati e congelati in dei gusci, con la mente cosciente (forse) ed una solitudine definitiva.
Il guscio è forse un ritorno al tempo dell'utero materno?
Con l'opzione però di poter rinascere ad un'età prescelta dal modulo d'iscrizione.
Pazzia o nuova coscienza?
Folle volontà di rinchiudersi al di fuori della storia, di dominare ciò che da sempre fa più paura, la morte, sfidandola, possedendola, comprandola e accettando di fluttuare all'interno dei propri pensieri, pensieri inconsistenti, incapaci di uscire dalle parole ed essere qualcuno.
Incapaci di delimitare il tempo.
Conoscere le parole senza conoscere la persona che le pensa: deriva mentale.
Io ho vissuto momenti destabilizzanti già solo leggendo...
Un tema difficilissimo, eticamente discutibile, che ci porta a riflettere sul concetto di identità, di memoria, di coscienza, di vita e di morte.
Ma anche, e soprattutto, una riflessione amara sui sentimenti di un figlio verso un padre che è sempre stato assente, che ha rinnegato la sua famiglia ed anche il suo nome, che ha sempre fatto della ricchezza e del prestigio il suo credo...e sulla difficoltà, nonostante tutto, di dirsi addio.
O arrivederci.

Il mio primo Don DeLillo...piacevolmente colpita!

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