Crudele e fortissima questa proposta di Maeba Sciutti: un quadro dove il mondo femminile viene completamente sconvolto dal malessere, dal disagio, da questo continuo non appartenere alle cose, alle case “senza padrone”, al corpo stesso definito “traditore”. Eppure questa donna, frastornata e logorata “fra le fotografie in veglia”, “usata ritagliata e tartagliata”, seppur nascosta dietro altre immagini richiamanti tutte la natura, come le foglie o la magnolia, sembra viva, come la natura di cui fa parte. Forse viva per conoscere il dolore o viva per il forte desiderio di trasmettere vita: “sangue, mestruato dalla nascita”. Eppure per la poetessa la donna è sempre infertile, come il titolo stesso della raccolta afferma. La vita non sembra generare vita quindi, ma dolore, distacco, prigionia. Questa donna a tratti bambina, seppur viva, "fitta figlia di un dialogo per voce sola", viene addirittura “uccisa …per esubero di popolazione”; di qui la donna "per essere è dovuta crepare". Il linguaggio usato e il verso lungo stringono l’idea che la sua poesia non voglia solo raccontare, ma sconvolgere, scandire il tempo così lentamente da tenere col fiato sospeso, risucchiandoci, come la poetessa, “da visi grigi”, dentro una "nebbia per sguardi a farle nome casa".
Il ventre infertile
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Letteratura italiana
| Autore | Maeba Sciutti |
Editore
| Casa editrice | Clepsydra Edizioni |
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