Un Gioco d'Azzardo
Letteratura italiana
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Opinioni inserite: 4
magari la poesia fosse tutta così!!!
Non posso differenziare il voto tra stile, contenuto e piacevolezza. E' 5 per tutti e tre. Finalmente mi lascio portare da poesie vere, da versi che hanno stile, appunto, e che ti conducono per mano nelle riflessioni, nelle storie, nei sorrisi e nell'ironia di questo nuovo ma - per me - grande autore/poeta. E' come se non ti accorgessi che stai girando le pagine continuamente, vai avanti a leggere con un trasporto piacevolissimo, rapito dai versi e dalle parole di questo gioco d'azzardo. Ho scoperto un poeta che mi piace. Mi fa sorridere e pensare. Mi fa osservare il mondo fuori e dentro di me con nuovi occhi. Cercherò subito gli altri suoi libri. Ve lo consiglio vivamente!
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Corrado Guzzon: uno sguardo poetico sulla realtà
Ho finito di leggere “Un gioco d’azzardo”, anche se non si può mai finire di leggere un libro di poesie: ogni poesia si legge e rilegge in continuazione ed ogni volta ci stupisce e ci appare in modo diverso come le mille sfaccettature del diamante.
Mi piace moltissimo la musicalità dei versi, lo sguardo poetico sulla quotidianità, sugli oggetti, le persone, i gesti, il cielo.
Tra tutte le liriche una menzione speciale a “Un mosaico a pezzi” con il suo Capitano, stanco, davanti al mare, segnato dal vento, dalle donne, dalle poesie, ladro di sogni altrui...
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Ottima prova
Aspettatevi un inconsueto piacere di lettura, per qualità di stile e di merito.
Le poesie sono una raccolta di momenti di brillante, distillata quotidianità, raccontati con una leggiadra apparente semplicità.
Si è presi dallo scorrere dei versi, scritti con ritmo dosato, sino all’affondo finale, dove la chiusa sempre riassume o congela il significato.
Una raccolta di poesie come un quadro, composto di tante pennellate ed il cui titolo è la tesi: ritengo che “Ancora una volta” la possa riassumere:
Proverei l’azzardo
ancora una volta
e non m’importa
sapere adesso
dove la sfera
andrà
a cadere
i numeri, come i giorni,
sono brillanti
impolverati:
occorre una mano
che li afferri
e poi li sfiori,
e li incastoni
nel gioco della vita
come versi nuovi
in
una
poesia.
Perfetta.
Barbara Ferraresi.
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Gli anni se ne vanno prendendoti in giro
Anziché le classiche dediche all’inizio della silloge sono riportate tre riflessioni, o meglio tre aforismi.
Uno è del poeta che sull’autore ha esercitato il maggiore influsso, cioè Charles Bukowski, un altro è di Andrea Pinketts, mentre il terzo è di Guzzon stesso, tratto dalla sua silloge Un Deca sul Bancone.
Quest’ultimo è il più interessante per definire la filosofia del poeta e testualmente recita “Gli anni se ne vanno prendendoti in giro”. La frase sembra un po’ criptica, ma, se si esamina la produzione di Guzzon e in particolare quella della presente silloge, appare assai chiara, perché è il frutto di un’amara presa di coscienza sugli sforzi dell’uomo per dominare il trascorrere del tempo: gli anni volano, quasi sbeffeggiandolo, e allora l’importante è non prendere mai troppo sul serio le cose e, soprattutto, se stessi.
Così, verso dopo verso, troviamo a volte il percorso della memoria che riporta all’epoca spensierata della fanciullezza, quando c’era il sottile incosciente piacere di rubare l’uva, per mangiarla poi in riva al fiume in attesa del tramonto e far corte alle ragazze, per ottenere un difficile bacio (Un'altra scuola).
Ma c’è anche l’età della ragione, in cui i sogni sembrano svanire, salvo che un gesto del tutto inatteso risvegli Il fanciullino per farlo nuovamente volare (Con un salto). Questa riscoperta della parte più genuina e naturale che è in noi, spesso occultata, soffocata dalla quotidianità, se pur appena accennata, rientra in effetti nel mito platonico del Pascoli, quasi un’antitesi alla rassegnata consapevolezza che la vita è fatta solo di gesti ripetuti e meccanici che finiscono con l’isolare l’individuo in quella moltitudine di cui al tempo stesso desidera e teme di far parte.
Il riaffiorare di ciò che ancora è incondizionato lo ritroviamo anche in Un minuto è già un romanzo, con il rinnovarsi dello stupore per le stelle cadenti.
Tuttavia resta l’eterno contrasto fra la nostra spinta intima a volare e la realtà degradante, asfissiante, che tende progressivamente a inaridire, splendidamente espressa in Autunni diversi.
Che il tempo e il destino si prendano gioco di noi, in pratica pedine di una commedia di cui non conosciamo il testo, è inevitabile anche nell’amore, dove tutto sembra o è frutto del caso, come nel gioco d’azzardo e Gioco d’azzardo è una poesia che dà il titolo all’intera silloge.
E all’amore sono dedicati molti versi, riproponendolo in occasioni diverse della giornata, sempre venato da una malinconica visione di un rapporto che sembra seguire il suo corso indipendentemente dalla volontà dei soggetti, semplici marionette che un burattinaio invisibile muove secondo un copione solo a lui noto.
In questa raccolta è marcata una visione disincantata della vita, da non prendere mai sul serio; infatti è indispensabile ironizzare su noi stessi, unica possibilità perché il tempo passi senza che il nostro coinvolgimento sia di attivi partecipi a un progetto a cui non crediamo, e in questo senso la raccolta comprende una poesia il cui ultimo verso è costituito solo da un nome e cognome: Charles Bukowski.
E’ certamente un omaggio al maestro e finisce con il ribadire che, per quanto nulla sia da prendere sul serio, in noi resta sempre la traccia di quel Fanciullino che ci porta anche ad entusiasmarci, magari solo per i versi di un altro autore che più di noi ha saputo ascoltarlo e dargli voce.
E non è un caso se la copertina è del tutto particolare. Dovete sapere che Guzzon, che fin da giovane ha collezionato tutte le edizioni di volumi di Bukowski, anche quelle americane, di cui alcune numerate e firmate dall’autore, riuscì a ottenere, grazie a Fernanda Pivano, l’indirizzo di casa del poeta, a cui scrisse una lettera includendo una delle sue cartoline che lo ritraevano alla macchina da scrivere, con la preghiera di ritornargliela autografata, il che avvenne. Questo accadeva nel gennaio del 1994, due mesi prima (9 marzo) che Bukowski morisse. Dopo quasi quindici anni il retro è la base della copertina di questa bella silloge di cui consiglio vivamente la lettura.









