Dialogo del venditore di libri
Saggistica
Editore
Recensione Utenti
Opinioni inserite: 1
"Ogni scardaffo merdoso è un libro?"
L'11 marzo 1570 Nicolò Franco, scrittore, venne impiccato a Roma. Pochi giorni prima il tribunale del Sant'Ufficio aveva emesso la sentenza di un lungo processo nel corso del quale era stato accusato d'essere autore di un violento libello contro il papa Paolo IV e la sua famiglia. L'opera, circolata solo manoscritta, era intitolata Commento sopra la vita et costumi di Gio. Pietro Carafa che fu Paolo IV chiamato et sopra le qualità de tutti i suoi et di coloro che con lui governaro in pontificato. La condanna a morte poneva termine a una vita vissuta pericolosamente all'insegna della scrittura, in contatto con alcuni dei principali letterati d'Italia, in continuo movimento su e giù per la penisola.
Personaggio fortemente controverso, considerato una sorta di Aretino minore senza lo stesso talento, aveva pagato di persona la difficoltà di vivere da letterato, barcamenandosi tra protettori diversi e conformismi contrapposti. Era però riuscito, malgrado tutto, a mantenere qualche brandello di dignità. E in tempi che raccomandavano prudenza, di fronte all'Inquisizione che non aveva esitato a torturarlo, aveva avuto il coraggio di riaffermare la stima nei riguardi di Erasmo da Rotterdam e il dispiacere per le molte opere che l'indice dei libri proibiti aveva tolto dalla circolazione.
Il Dialogo che qui si presenta è l'ottavo dei dieci raccolti nel volume pubblicato da Giolito nel settembre del 1539. È un buon documento circa gli ambienti intellettuali di quegli anni e sui rapporti con il commercio librario. Per quanto immaginaria, si tratta di una delle più antiche rappresentazioni di una libreria veneziana. Sannio, che impersona l'autore di origine beneventana e quindi sannita, illustra all'amico Vincenzo Cautano l'opportunità di farsi libraio, poiché si tratta dell'unica possibilità per guadagnarsi da vivere con un'attività meccanica – le sole in grado di recare profitti – pur rimanendo a contatto con le lettere.
Con tutto il disincanto del letterato che sa di greco e di latino, Sannio spiega ironicamente i principi del mestiere in un'epoca in cui a suo dire le scienze andavano declinando, incapace di tenere nel giusto conto gli effettivi valori. «Per guadagnare un bel thesoro ogni anno» non si doveva pertanto stare troppo a distinguere tra opere di qualità e «scartaffi merdosi». Occorreva tenere in bottega tutti i libri, senza fare discriminazioni tra buoni e cattivi. Anzi erano spesso proprio i più volgari, quelli scritti dai «goffi», dai «gnoranti», dai «ceretani» a vendersi con maggiore facilità.









