Web 2.0 Internet è cambiato
Saggistica
Editore
Recensione Utenti
Opinioni inserite: 1
Web & Oltre
Uno degli ultimi numeri di "Letture", la straordinaria rivista mensile della casa editrice San Paolo, è dedicato nella parte editoriale all'esame di un problema che ci interessa tutti, voglio dire interessa tutti coloro i quali leggono, scrivono e navigano su internet. E' necessario riconsiderare e analizzare diverse cose per comportamenti e idee in questa che, come ho più volte avuto modo di dire, è l'era della Connessione, dell'Accesso, e del Controllo.
Se Connessione ci debba e ci possa essere, non a tutti è chiaro che l'Accesso ci porta a sapere Controllare non solo ciò che noi stessi possiamo fare in rete, ma sopratutto a capire quanto gli altri possono fare di noi.
Se non vogliamo essere controllati è bene che impariamo a come controllare. Se non vogliamo restare in superficie ed essere sballottati di qua e di là senza sapere dove andare col rischio di affondare ed affogare in acque oscure senza sapere il perchè, è bene che impariamo l'arte della navigazione sia nei mari della biblioteca che in quella della vita.
La lettura di questo libro è essenziale per comprendere quanto sia accelerata la vita sul Web. Vita per chi legge, scrive, lavora, gioca o si diverte in rete. Tutto nasce e si rinnova continuamente senza freni e nemmeno controlli. Sembra la vita stessa riflettersi in tutti quei piccoli "pezzi" di vita che sono i link, vene e arterie che vivono e danno vita di per sè e per gli altri. E gli altri siamo noi.
Ecco l'editoriale della rivista:
"Il passaggio dall’analogico del cartaceo al digitale dell’elettronico comporta innegabili vantaggi; resta il dubbio di un’eccessiva facilità di accesso al materiale che può degenerare in superficialità e incapacità di discriminazione. Succede sempre così: le biblioteche sollecitano la memoria del lettore, quasi lo costringono a parlare di sé, in forma autobiografica. Non riesco a fare eccezione, purtroppo. È una questione di gratitudine, un atto di devozione nei confronti di san Lorenzo, che dei bibliotecari è il santo patrono. Perché affrontò il martirio pur di difendere gli scritti e gli archivi che gli erano stati affidati, certo. Ma forse anche perché – scherzano i maligni – con la scusa di proteggere i libri si prendeva la soddisfazione di tenerli per sé, nascondendoli agli altri. Proprio come si diceva facessero i bibliotecari prima della rivoluzione digitale descritta nelle pagine che state per leggere.
L’autobiografia, dunque. Vent’anni fa sono diventato giornalista perché avevo una certa dimestichezza con schedari e segnature. Una rivista letteraria mi chiese un articolo di prova, io ne approfittai per spiegare come funziona una biblioteca: il regolamento, la catalogazione, la consultazione, il prestito, qualche piccolo suggerimento di galateo. Fu un successo, mi guadagnai il posto. All’epoca, anche tra i cosiddetti lettori forti, le biblioteche non erano granché popolari. Chi non conosceva la battuta su san Lorenzo aveva in mente, se non altro, i fumetti di Charles M. Schulz, con Charlie Brown e soci in preda al terrore ogni volta che si tratta di presentarsi al banco del prestito. Nel famoso articolo di prova cercavo di sostenere che, al contrario, in biblioteca si è tutti (im)preparati allo stesso modo. Si entra per cercare un testo e, il più delle volte, si finisce per scoprirne un altro. Che cosa ci volete fare, era la fine degli anni Ottanta, questa della serendipity passava ancora per una novità.
Anche quelle che allora si chiamavano "banche dati" erano un argomento capace di suscitare un discreto scalpore. Qualche amico reduce da un viaggio negli Stati Uniti, per esempio, raccontava meraviglie della Library of Congress di Washington, che permetteva la consultazione del catalogo digitale in sede, tramite una robusta dotazione di terminali. Già pochi anni dopo, verso la metà dei Novanta, bastava una connessione Internet e il padre di tutti gli schedari poteva essere interrogato da casa, come molti altri resi via via disponibili da istituzioni italiane e internazionali.
Per noi paleolettori era un sogno che si avverava (sì, sono passato al plurale: le biblioteche suscitano sentimenti generazionali, comunitari, perfino corporativi). In pochi minuti apprendevamo di testi di cui avremmo altrimenti ignorato l’esistenza, ci rendevamo conto che per conoscere la dotazione di un certo scaffale non era più necessario sobbarcarsi le spese di viaggio, né affrontare la trafila delle autorizzazioni. Poco dopo sarebbe venuto il Project Gutenberg, che rendeva disponibili in formato digitale i classici di ogni epoca e di ogni tradizione. Senza dimenticare l’impresa di Google, grazie alla quale in pochi secondi si scaricano in pdf intere opere fuori diritti. Che poi sono sempre le migliori, questo noi lettori della vecchia scuola lo sappiamo bene.
L’e-book rimane una promessa mancata? Pazienza, noi ci consoliamo citando i racconti di Borges, come "Il libro di sabbia" (quel testo infinito, che dietro ogni pagina ne cela un’altra, e un’altra, un’altra ancora) e l’immancabile "La biblioteca di Babele", le cui innumerevoli gallerie esagonali sembrano anticipare i circuiti di un computer. Non prendetela per debolezza, ma quando abbiamo saputo che Amazon lanciava Kindle, un nuovo dispositivo per la lettura di libri elettronici, quasi ci siamo commossi rievocando Cronache marziane di Ray Bradbury (marito di una bibliotecaria, non per niente), dove si incontra il favoloso «libro di metallo dai geroglifici in rilievo»: basta sfiorarlo e dalle pagine sale «una voce, voce dolce e antica, a cantar di quando il mare era come una nube rossa di vapore sulla spiaggia».
Non so se, dopo tante trasformazioni, il mio articolo di vent’anni fa conservi qualche scampolo di interesse. Il trionfo della telematica ha abbreviato le distanze e ampliato le conoscenze, guai a sostenere il contrario. Eppure, ogni tanto, a noi lettori dell’epoca analogica e non virtuale questa retorica dell’accesso risulta vagamente sospetta. Le vecchie biblioteche incutevano soggezione, è vero, erano piene di polvere, ti sporcavi le dita anche soltanto a sfogliare gli schedari e, all’ultimo, il libro che ricevevi era sgualcito, non di rado già in parte sbriciolato per l’usura e per la cattiva qualità della carta. Vuoi mettere la comodità di una connessione remota, l’immediatezza di una ricerca incrociata, la pulizia asettica di un download?
No, non vorremmo mettere. Neppure noi, nemmeno io che grazie alla polvere delle biblioteche ho trovato il mio primo lavoro. Ed è chiaro, la serendipity si può praticare benissimo anche sul Web. Fin troppo, forse. Ecco, forse la parola che riassume il nostro residuo scetticismo è proprio questa: "troppo". L’abbondanza che degenera in sazietà, l’enciclopedismo che si rivela superficiale, tutti i libri del mondo allineati in un poderoso hard disk senza che neppure uno sia stato letto per intero. Così come sono, le biblioteche digitali sono già un prodigio. Per risultare perfette, però, avrebbero bisogno della saggezza di un san Lorenzo cibernetico che, per proteggere il sapere, nasconda qualcosa. Non molto, ma almeno un po’, il tanto che basta per costringere i lettori, ancora una volta, a sporcarsi le mani.
Alessandro Zaccuri
LETTURE
Aprile 2008









