Le cose dell'amore
Saggistica
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Nato a Monza nel 1942, Umberto Galimberti è stato dal 1976 professore incaricato di Antropologia Culturale e dal 1983 professore associato di Filosofia della Storia. Dal 1999 è professore ordinario all’università Ca Foscari di Venezia, titolare della cattedra di Filosofia della Storia. Dal 1985 è membro ordinario dell’international Association for Analytical Psychology.
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Ultimo aggiornamento: 03 Mag, 2011
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De rebus amandi
Alla maniera di Lucrezio, perché? Galimberti (Le cose dell'amore, Feltrinelli 2005) ci conduce lungo un percorso classico, tra Socrate, Platone, Nietzsche e Schopenhauer (che alla classicità non erano alieni) e finalmente a Freud e al rapporto con la follia. Questo il percorso dell’amore; ma cosa lungo la strada?
Una ricerca di qualcosa smarrita e uno smarrimento, se quella ricerca non approda a risposte e questo, visto il testo e le sue affascinanti tortuosità, è l’esito più probabile.
L’identità è sia l’oggetto smarrito che l’esito della ricerca, e se Galimberti ne rende improbabile la soluzione accompagnandoci forse troppo tra meandri di pensieri ormai lontani, non manca tuttavia di offrire soluzione, visto che quei meandri altro non sono che i luoghi di un linguaggio diverso che diversamente si è espresso: l’inconscio. E questo è chiaro, se nei meandri non ci siamo persi.
Amare non è scelta: è patimento. L’amore si patisce perché avviene e avviene precisamente nel momento in cui rispecchiamo i nostri frammenti nei frammenti di uno specchio diverso che ci restituisce quel che non sappiamo di essere. Per questo amiamo; non l’altro: noi stessi. Il se stesso che ignoriamo e a cui aneliamo, che rispecchia quell’originaria mancanza a essere cui la simbiosi fin dalla nascita condanna. Amiamo, dunque? No. Potremmo dire che ci identifichiamo con un Ideale dell’Io mai realizzato; per questo idealizziamo e qui sta la follia perché non di idealizzare si tratta, ma di riconoscere. Un testo, allora, che non dell’amore parla ma dell’antiamore, di tutto ciò che non significa amare; se l’Ombra perduta dell’inconscio ci attira, l’altro è irriconoscibile nel suo vero essere; come noi stessi, che non siamo altro che frammenti.
Riconoscere, allora, e nell’incontro con la follia dell’inconscio frammentato, riconoscere è zattera di conoscenza. L’altro anelato è noi e dunque offre occasione di congiungimento con la dimensione della nostra mancanza. E della sua, perché se spogliato da ciò che non gli appartiene, anche l’altro apparirà come è davvero e, nella reciprocità del riconoscimento, ci vedrà finalmente come siamo. Riappropriazione di identità: questo è amore; non dispersione nei frammenti di una follia mai domata dall’amore.









