Saggistica Storia e biografie A un passo dalla forca
 

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Per la prima volta uno storico italiano ha avuto la straordinaria occasione di poter disporre delle Memorie inedite di uno dei più ostinati e coraggiosi oppositori della presenza italiana in Libia, Mohamed Fekini. Seguendo le pagine del grande patriota libico, il rinomato studioso del colonialismo italiano, Angelo Del Boca, ha ricostruito la ventennale lotta di Mohamed Fekini fra montagne lunari e spaventosi deserti, la sua disperata battaglia per ridare al suo paese l'indipendenza e la dignità perdute. Attraverso il profilo storico e umano del personaggio, Del Boca ci rivela un mondo del tutto sconosciuto e sino a ieri ingiustamente falsato e vilipeso. Nel carteggio fra Fekini e il generale Rodolfo Graziani il vincitore morale appare il primo. La nobiltà del suo linguaggio fa ancor più risaltare la rozzezza e la crudeltà del suo implacabile avversario. Una nuova fondamentale opera di ricerca che contribuirà a far luce in modo determinante su alcune pagine ancora rimosse della storia d'Italia.

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A un passo dalla forca 2017-09-10 14:04:23 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    10 Settembre, 2017
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Il leone del deserto

Angelo Del Boca è il nostro più autorevole studioso del colonialismo italiano e, probabilmente per questo motivo, ha avuto la straordinaria opportunità di poter consultare una documentazione di cui era ignota l’esistenza: le memorie di Mohamed Fekini, capo della tribù dei Rogeban e fra i maggiori oppositori, fra il 1911 e il 1930, alla conquista italiana della Libia. E’ certamente un documento di parte, ma incrociandolo con gli eventi che si susseguirono nell’arco di circa un ventennio, si trovano conferme di particolare rilievo, quali il comportamento dei vari governatori, alcuni degne persone, altri falsi e feroci, fra i quali non si può fare a meno di ricordare il sanguinario Generale Graziani, un individuo che avrebbe meritato di finire la sua vita non nel suo letto, ma di fronte a un plotone di esecuzione. Fekini morì comunque nel suo letto, ma esule e dopo non pochi anni di stenti, un personaggio che per certi aspetti potrebbe ricordare il nostro Giuseppe Mazzini. In queste memorie, prodighe di descrizioni di avvenimenti, di giudizi su amici e nemici, è encomiabile l’obiettività dell’estensore, un uomo coerente e mai disposto a rimangiare la parola data. In verità, se c’è chi non fa una bella figura, a parte alcuni traditori berberi, sono proprio gli italiani, quasi sempre dediti al doppio gioco, prodighi di promesse, ma avari di concretezza. Se dovessimo guardare alla nostra avventura coloniale come predominio culturale di un popolo sull’altro, le parti dovrebbero essere invertite, perché i capi libici e fra questi Fekeni dimostrano un livello di civiltà più elevato del nostro, soprattutto quando gli incaricati di reprimere la sacrosanta ribellione dei locali rispondono al nome di Graziani e di Badoglio, individui in tutto e per tutto spregevoli.
Poi, come si sa, la rivolta venne soffocata, provocando, fra battaglie e deportazioni in massa, non meno di 100.000 vittime fra i libici, che infatti, sconfitti, ma non domati, non poterono che perpetuare l’odio nei nostri confronti.
E’ il caso di dire che diventammo potenza coloniale tardi e male e che, a conti fatti, le nostre conquiste in terra d’Africa ebbero un costo assai rilevante, di molto superiore agli scarsi vantaggi economici che ne potemmo ritrarre.
Nella tragedia della sanguinosa repressione italiana Fekini rappresenta l’uomo fedele alla sua terra al punto di immolarsi, se necessario, e infatti lui fu vicino alla forca, anzi la evitò solo rifugiandosi in Algeria con tutta la sua tribù con una marcia nel deserto in cui rimasero, morti, molti uomini.
Se Fekini era imparziale nei giudizi, così è anche Del Boca, e pertanto questo libro presenta, oltre a un notevole interesse, anche un apprezzabile e certamente non consueto equilibrio.
Da leggere, quindi.

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