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La presentazione e le recensioni di "Eluana. La libertà e la vita", saggio di Beppino Englaro e Elena Nave edito da Rizzoli. "Se non posso essere quello che sono adesso, preferisco morire." Eluana Englaro aveva vent'anni quando ha pronunciato queste parole di fronte alla tragedia di un suo caro amico in coma. L'anno successivo, il 18 gennaio 1992, Eluana resta vittima di un gravissimo incidente stradale. La rianimazione la strappa alla morte, ma le restituisce una vita "assolutamente priva di senso e dignità" e dal 1994 è in stato vegetativo permanente: stabile e senza alcuna variazione. Quando si sono resi conto dell'irreversibilità della sua condizione, Beppino Englaro e la moglie si sono battuti perché venisse rispettata la volontà della figlia, sempre con discrezione e senza proclami, prendendo sulle proprie spalle il dolore di molti altri genitori che, come loro, una sorte avversa ha costrdtto a chiedere quello che mai un padre o una madre chiederebbero. Da quando poi la Corte d'appello di Milano, il 9 luglio 2008, ha autorizzato il padre-tutore a disporre l'interruzione del trattamento di alimentazione artificiale, l'esplosione dei dibattiti e dei ricorsi ha trasformato la vicenda di Eluana in un caso mediatico senza precedenti. Oggi, Beppino Englaro, insieme a Elena Nave, racconta con semplicità e passione la storia di questa lunga battaglia, facendo chiarezza sui miti pseudoscientifici utilizzati per disorientare l'opinione pubblica e spiegando una realtà che potrebbe cadere addosso a ognuno di noi, e che non può lasciare indifferente nessuno perché, come scrive il padre, "la cosa importante, davvero importante, è non avere contro se stessi, la propria ragione, la propria coscienza".

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Eluana 2010-12-30 10:58:39 Jan
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Jan Opinione inserita da Jan    30 Dicembre, 2010
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Il buon padre.

Recensire questo libro è voler giustificare, che brutta parola, la concettualità di un padre.
Se avessi detto "l'operato", "l'idea","l'ideologia" del padre...avrei sbagliato.
Ma se ne sono sentite tante in quei giorni!
E forse, ripeto forse, i media non si sono minimamente resi conto delle stupidaggini cliniche che andavano a gettare in bocca alla gente.
Bisogna vederla una ragazza in quelle condizioni,per capire!
Bisogna saper "non avere ribrezzo" per entrare tutti i giorni in certi reparti.
Bisogna non essere padri per non capire.
Il libro è scritto con grande umiltà e con infinita pena.
Beppe Englaro parla da non addetto ai lavori, da uomo "infranto", da padre che dopo una decisione terribile si è guadagnato, da chi poi e con quale diritto?, l'epiteto di ASSASSINO!
Non ho mai conosciuto il papà di Eluana, ma se avessi questo onore lo abbraccerei.
E' immensamente facile giudicare.
Col male bisogna vivere!
Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo...
Facile parlare, sciacalli!

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Eluana 2009-02-18 16:31:57 Luigi Murtas
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Opinione inserita da Luigi Murtas    18 Febbraio, 2009

vita

E' strano. Beppino Englaro chiede silenzio sulla vicenda Englaro però non rinuncia a pubblicare le sue sensazioni, emozioni ed esperienze a contatto con Eluana.

Vuole essere lui il direttore d'orchestra, decidere quando se ne deve parlare e quando tacere. Peccato però che l'episodio che ha visto protagonista sua figlia abbia dei risvolti sociali enormi. Si da il caso che sia stato introdotto nell'ordinamento italiano (speriamo non ancora nelle coscienze) un principio di disponibilità della vita e di ammissibilità dell'eutanasia che non era dato riscontrare nella legislazione. E lo si è fatto oltretutto in modo surrettizio, per vie traverse, mediante provvedimenti paramministrativi come quelli resi in sede di volontaria giurisdizione, fragili dal punto di vista della rilevanza ordinamentale e del contraddittorio.

Poi si pretende che solo il padre possa parlare di questo cas. E perchè mai? Eluana non era forse anche una cittadina? Non faceva parte di una comunità? Il modo di "risolvere" la sua situazione non ha forse delle conseguenze sul futuro di noi tutti e dei casi analoghi?

A me non piace l'epilogo della vicenda. quella solitudine apparentemente celebrativa della libertà individuale, quella sottoconsiderazione della vita malata e sofferente mi preoccupano. Quale principio si è affermato? L'autodeterminazione? A parte le perplessità sulla reale volontà espressa a suo tempo da Eluana e sulla persistenza nell'attualità, ma sin dove si deve spingere l'applicazione di questo "principio"? Badate che i principi, una volta posti, hanno una forza propria, esigono coerenza. Se una persona perfettamente sana dovesse stancarsi per qualsiasi motivo di questa vita e si recasse da un medico per chiedergli la morte, lo si dovrebbe accontentare? No? E sulla base di quale principio? Quello della "qualità della vita"? E l'auotodeteminazione sparisce?

Credo che la antinomie si superino solo tornando ad abbracciare un sano amore per la vita in tutte le sue manifestazioni, ne guadagneremmo tutti.

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