Saggistica Storia e biografie Generazione perduta
 

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Nel 1914 Vera Brittain si affaccia alla giovinezza. È brillante e anticonformista, decisa a cambiare un destino di moglie gentile e madre paziente diventando una delle prime donne ammesse in un selettivo college di Oxford. Con l'egocentrismo dei suoi vent'anni, inizialmente Vera considera la grande guerra soprattutto una scomoda interruzione delle proprie attività. Ma la portata degli eventi che stanno travolgendo l'Europa diventa presto chiara: la devastazione non è solo materiale, ma anche psicologica e spirituale. Lasciata Oxford, Vera diventa infermiera volontaria e serve la patria a Londra, a Malta, in Francia, mentre il fratello, il fidanzato, gli amici più cari perdono la vita nelle trincee. Sopravvivere a tutto e tornare a un nuovo genere di "normalità" non sarà facile. Dopo una risurrezione difficile ma necessaria, divenuta scrittrice e giornalista, Vera raccoglie le sue memorie in quest'opera incisiva e struggente, testamento ideale e tributo alla sua generazione. Il libro è un classico della letteratura inglese, perché attraverso la propria storia, vivida e sincera, Vera non racconta soltanto la disillusione e il dolore, ma anche il cammino di maturazione delle idee per le quali ha combattuto tutta la vita, armata solo della sua penna: pacifismo e lotta per i diritti delle donne.

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Generazione perduta 2017-09-12 17:42:43 catcarlo
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catcarlo Opinione inserita da catcarlo    12 Settembre, 2017
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l'orrore... ah, l'orrore

Per una volta, il titolo italiano è quanto mai azzeccato: questo voluminoso librone di oltre seicento pagine è il racconto, vissuto dal di dentro, di come l’Europa bruciò in poco più di quattro anni il proprio sangue più fresco e vigoroso gettando le basi per gli orrori che ne sarebbero scaturiti solo un paio di decenni più tardi. Ingannevole è invece la copertina dell’edizione uscita a seguito del film del 2014, perchè non di una storia d’amore si tratta (o, almeno, non nel significato più comune dell’espressione) bensì un viaggio nel dolore originato dalla perdita degli affetti più cari assieme a tutti i punti di riferimento con cui si è nati e cresciuti: la differenza tra il ‘prima’ e il ‘dopo’ sfocia in un senso di mancanza difficile da colmare anche per uno spirito combattivo come Vera. Il mondo di ‘prima’ è raccontato con bella efficacia descrivendo come i fratelli Brittain crescano in una famiglia benestante se non ricca all’interno di quella che probabilmente la società più avanzata dell’epoca: entrambi versati per la letteratura e le arti giungono fino alle soglie dell’educazione universitaria che per Edward (fra l'altro valente musicista) è un ovvio sbocco mentre per Vera è una dura conquista contro ogni sorta di preconcetti. Siamo però giunti al 1914 e una melliflua nonché subdola propaganda richiede il sacrificio dei ragazzi sui campi di Fiandra (subito l’amato fidanzato Ronald, poi gli intimi amici Victor e Geoffrey) o sull’altopiano di Asiago (Edward quando all'armistizio mancano pochi mesi). Schiacciata dalla sofferenza unita a un’assoluta impossibilità di capire il perché di tutto quello che sta accadendo, Vera si offre infermiera volontaria rischiando la vita sui fronti più pericolosi e conoscendo così una versione dolentissima dell’umanità in cui nessuna importanza hanno le divise indossate. Vissuti nella solitudione quasi completa, i primi tempi di pace risultano altrettanto orribili e solo lo sforzo di fare i conti con il vuoto che le è stato scavato attorno porta la giovane donna a ritrovare la forza per ricominciare a portare avanti le sue battaglie in favore delle donne e della pace. Dedicato a esse, l’ultimo quinto del volume è la parte meno interessante (oltre che più pertinente al successivo ‘Testament of friendship’), ma le restanti pagine sanno coinvolgere come poche malgrado la scrittura abbia il passo lento e a volte un po’ pedante dello stile ottocentesco (anche se l’attenzione pe i dettagli presente soprattutto nel diario testimonia la capacità dell’autrice di coglierli): ne risulta la lucida testimonianza di una tragedia che la ‘vittoria’ ha troppo spesso fatto dimenticare.

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